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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Christie Lacetti
Titolo: Black Heart
Genere Hard Boiled
Lettori 260
Black Heart
Sono due settimane che torno a casa più tardi del dovuto. Due settimane esatte, da quando un uomo macilento, dai corti capelli grigi, infagottato in un cappotto scuro, mi ha chiesto di lavorare per lui spingendo nella mia direzione una fotografia ingiallita. Il suo nome è Scott Mc. Pearson ed è il mio vicino di casa.
Ci eravamo incontrati per la prima volta durante una riunione di quartiere, una sera d'estate nel lontano 1983. Seduti sul portico di casa sua, con una birra in mano, avevamo parlato del più e del meno. Io mi ero trasferito lì da poco, sposato e con due figli grandi; lui, invece, aveva una coppia di gemelli di cui andava fiero, una moglie affettuosa e una Lincoln Continental che custodiva gelosamente in garage.
Dopo avergli detto che lavoravo come detective privato, m'aveva domandato pungente: - Ti piace la vita facile, eh? Ti limiti a scoprire chi va a letto con chi, accumuli un piccolo gruzzolo e ti paghi le spese senza grande impegno. -
- Puoi dirlo - avevo risposto, scolandomi la birra e beandomi della brezza fresca di quella sera d'agosto. - E tu, invece? -
- Sono un agente di polizia. Lavoro alla Buoncostume e spero presto di togliermi dalla strada per dedicarmi alle mie passioni. - Scrollando le larghe spalle, Scott si era appoggiato alla ringhiera di legno che delimitava il portico e aveva attinto alla sua lattina, soddisfatto.
Il canto dei grilli e la musica proveniente dall'interno di casa sua ci tenevano compagnia.
- Per passioni intendi trascorrere il tuo tempo a lucidare il distintivo in ricordo dei vecchi tempi mentre ti diletti nel lavoro d'ufficio? - In risposta a quella domanda insolente, Scott m'aveva assestato una gomitata nelle costole e si era messo a ridere.
- Hai capito il detective. Ha anche un senso dell'umorismo - aveva detto, riprendendo fiato con gli occhi lucidi.
Dopo quel primo momento di confidenza, i nostri rapporti si erano ridotti al minimo: a intendersela alla grande erano le nostre mogli che, spesso e volentieri, ci trascinavano a cene, convegni, riunioni e banchetti durante i quali finivamo per guardarci ai capi opposti del tavolo, a corto d'argomenti.
Tutto era cambiato diverso tempo dopo. Una sera di settembre del 1998, sfidando il vento che scuoteva le cime degli alberi e rendeva impossibile una conversazione, Scott si era presentato alla mia porta, piuttosto nervoso.
Gli avevo proposto d'entrare in casa ma aveva rifiutato. Alla fine, mi aveva caricato in macchina e mi aveva condotto con sé in una tavola calda a pochi passi dall'area portuale.
- Scusa l'improvvisata - era stata la sua frase d'esordio mentre faceva tintinnare il cucchiaino contro il bordo della tazza. - So che avrei dovuto chiamarti, almeno per fissare un appuntamento, ma ho un grosso casino tra le mani e poco tempo da perdere. -
- Di che si tratta? -
- Devo sapere se posso o meno fidarmi di te, tanto per cominciare. Poi ti dirò il resto. -
La sua risposta fredda e scostante mi aveva colpito.
- Andiamo, Scott - avevo ribattuto, fingendomi offeso dalla sua insinuazione. - Ho sempre svolto il mio lavoro in modo impeccabile. Con competenza e attenzione. Chi mi conosce non si è mai lamentato della qualità delle mie consulenze. -
- Siamo tutti bravi a sparare stronzate vantando talenti da quattro soldi - aveva sbuffato, scrutandomi con i suoi penetranti occhi scuri. - Per me contano i fatti. Dovresti saperlo. -
Oltre i vetri della caffetteria infuriava una vera e propria tempesta e gocce grosse come piselli flagellavano le strade e le automobili. Mi ero arreso, riempiendomi la tazza di latte tiepido e rimescolando il contenuto con un cucchiaino.
Qualche istante più tardi, avevo insistito con delicatezza. - Davvero non puoi dirmi nulla in proposito? -
Scott ci aveva messo un po' ad aprir bocca. Alla fine di un lungo istante, aveva confessato tutto d'un fiato: - Prima di andare in pensione, ho lavorato per qualche tempo alla risoluzione di un caso d'omicidio piuttosto intricato. Immagino che avrai sentito al telegiornale la storia di quelle prostitute scomparse in circostanze sospette e riapparse qualche giorno dopo nella carcassa carbonizzata di un'automobile. A quei tempi, a capo della divisione c'era un tipo un po' strano. Si chiamava Harris Glendale. Magari a te questa cosa sembrerà stupida, ma so d'averlo già visto da qualche parte. Cerco una conferma alle mie supposizioni. -
Avevo allungato la mano, attingendo dalla tazza sbeccata offertami dalla cameriera, e l'avevo incoraggiato a confidarmi le sue preoccupazioni.
- L'unica cosa che ho trovato è questa fotografia che risale al 1958. Lui è proprio qui - aveva detto, indicandomi un omino smilzo con la faccia da topo accanto a uno tracagnotto con gli occhiali dalla spessa montatura e l'espressione insondabile.
Avevo scorto l'immagine con interesse: tre file di uomini in posa sotto un grosso salice. Sullo sfondo, un edificio simile a un vecchio ospedale. Uniformi scure. Ghigni sprezzanti. Sguardi raggelanti. In prima fila, alcuni avevano un cinturone in vita e le braccia dietro alla schiena.
Al centro del gruppo spiccava un uomo dall'aria di un vero e proprio figlio di puttana, accanto a un altro dal sorriso gentile, gli occhialini quadrati e l'aria posata. Alle spalle del gruppo, su una lastra di marmo, erano incise due parole: Long Creek.
- Chi sono? - avevo chiesto, rendendogli la fotografia.
- Guardie carcerarie. -
- E Glendale che c'entra in questa storia? -
Un lungo respiro aveva preceduto la spiegazione. - Il vero nome di quel bastardo è Addie Fergusson. È responsabile di una serie d'omicidi con occultamento di cadavere. Tra il 1955 e il 1959 ha ucciso sei detenuti assieme ad alcuni complici. Per nascondere i loro veri intenti, si sono inventati che lo facevano per tenere a bada il contrabbando. Se la mia intuizione è esatta, quello stronzo ha cambiato identità, aiutato da qualcuno a cui ha chiesto un favore, e ha continuato ad agire indisturbato per tutto questo tempo. -
- Hm. - Dopo un altro sorso, avevo domandato con indifferenza: - Come fai a sapere se è davvero lui? -
Scott aveva chiamato la cameriera chiedendo altro caffè. Qualche istante più tardi, a voce bassa, aveva aggiunto: - Fergusson, durante la ronda, canticchiava spesso un motivetto. Glendale, mentre era in servizio con me, si è lasciato sfuggire qualche strofa in più di un'occasione. E io non credo alle coincidenze. Sono stato in quella topaia del cazzo per dieci anni. Riconoscerei quella canzoncina tra mille. -
Nel silenzio della tavola calda avevo guadagnato tempo. La storia era assurda, certo, ma la determinazione di Scott e l'acredine del suo tono mi avevano spinto a rivolgergli altre domande. - Scusa, ma perché hai scelto proprio questo momento per parlarmene e non ti sei rivolto a chi di dovere quando eri ancora un poliziotto? -
- Quando ho cercato d'indagare più a fondo su questa faccenda, il capo mi ha messo alla porta persuadendomi che fosse giunto il momento d'andare in pensione - aveva tagliato corto, cingendo la tazza con le spesse dita. - La mia domanda è: sei disposto ad aiutarmi o posso rivolgermi a qualcun altro, magari più affidabile di te? -
- Questo Fergusson di cui parli ha commesso altri crimini in passato? - avevo domandato, cercando di capirci qualcosa. L'avevo sentito inspirare a fondo e sbadigliare. - Che hai detto? -
- Fergusson... ha già ucciso prima che cambiasse identità? -
- Che io sappia no. Non in via ufficiale - Scott si era stirato e la sedia scricchiolò. Aveva l'aria stanca e provata. Doveva tornare a casa.
- Mi hai davvero assoldato per questo? Per un'idea campata in aria basata su una vecchia storia e una foto ingiallita? - chiedo ancora, cercando di fare il punto di quell'assurda situazione.
- Se non ti interessa, puoi sempre rifiutare - aveva tagliato corto lui. - Hai altre domande? -
- Possiamo andare adesso? - avevo replicato conciliante.
Quando siamo usciti dalla tavola calda era ormai l'alba. Il sole sorgeva all'orizzonte, infilandosi tra le nuvole plumbee che si erano accumulate sulle nostre teste durante la notte.
Scott mi aveva riportato a casa, mi aveva invito a prendermi del tempo per pensare alla sua offerta e mi aveva allungato una busta da lettere gialla. Solo una volta nello studio, avevo realizzato che mi aveva dato una mazzetta di banconote. Quasi duemila dollari. Ben più dell'anticipo che chiedevo di solito per casi di una certa rilevanza.
Qualunque cosa cerchi, penso riponendo da parte il denaro, la troverò di certo. Grazie a quel gruzzolo, adesso, ha tutta la mia attenzione.
Christie Lacetti
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