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Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Autore: Angelo Azzurro
Titolo: Sorelle
Genere Romanzo Storico
Lettori 462 3 1
Sorelle
Una storia diversa - Rapallo, Genova, agosto 2018.

I miei pronipoti sono a Genova per le vacanze e in queste sere calde in cui lentamente si allungano le ombre e i grilli riempiono i pigri silenzi estivi, si accoccolano spesso sul dondolo in terrazza, le energie ormai esauste dopo una lunga giornata di giochi in spiaggia.
Le mie membra sono stanche già da decenni, mi beo semplicemente dei loro sorrisi e della loro vivacità.
- Nonna, nonna Rachele, ci racconti la storia della guerra e dei bombardamenti e di quando tu e zia Tamara siete scappate? - Chiedono con l'entusiasmo tipico della loro età.
Sanno che, nonostante sia parecchio anziana, ho la mente piena di ricordi e una certa predisposizione a raccontare.
Sono bambini che non conoscono l'orrore della guerra, sono cresciuti protetti e abbondantemente accuditi, sono curiosi e ritengo che sia giusto che sappiano, perché credo nella memoria tramandata.
Nessuno dovrebbe ignorare ciò che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale. Ho raccontate le stesse cose a mia figlia e successivamente alla sua.

Genova, ottobre 1943
Quando cominciò la guerra mia sorella Tamara aveva più o meno l'età di Rachel. Io ero più grande, ma di poco, quel tanto che mi permetteva di capire qualcosa di più.
Ricordo molto bene quella data:
10 giugno 1940.
Faceva caldo, indossavo uno scamiciato turchese di cotonina leggera e la mia unica preoccupazione quella mattina era stata convincere mamma a portarci in spiaggia a Boccadasse.
Nel tardo pomeriggio la voce metallica e impostata di Mussolini, in collegamento radiofonico dal balcone di Piazza Venezia a Roma, dichiarò l'entrata in guerra dell'Italia, suscitando un gran boato nelle piazze pubbliche e lo sconforto in molte case private, tra cui la nostra.
Il Duce, abbandonata la non belligeranza, era sicuro che l'Italia sarebbe diventata in poco tempo una grande potenza a fianco della Germania.
Il suo motto era: “Vincere e Vinceremo!” Molti sapevano che non era così.
Papà diceva che l'entrata in guerra dell'Italia era un azzardo destinato alla rovina, un'illusione di gloria riflessa, un salto nel vuoto sottovalutato.
E in effetti cominciarono subito i bombardamenti degli Alleati inglesi e francesi, dal cielo e dal mare.
Anche i più ottimisti capirono ben presto quanto poco fosse preparato l'esercito italiano.
Colonne di fumo nero e incendi si alzavano nel buio della notte, le città venivano sventrate e gli attacchi dell'esercito italiano erano respinti da tutti i fronti.
Genova era presa di mira per il porto e le sue industrie. Fu colpita e massacrata per cinque anni, mentre le difese erano pressoché ridicole.
Non esistevano neanche rifugi sicuri per noi civili. Usavamo le gallerie e all'inizio ci era stato detto di rifugiarci nei piani bassi e negli scantinati.
Non c'era niente di affascinante nei bombardamenti, solo paura, fumo denso da respirare, case che crollavano, persone che perdevano tutto o ancor peggio la vita.
Nei pressi di Porta Soprana c'era l'ingresso di una galleria ferroviaria in disuso: la Galleria delle Grazie. L'imbocco della galleria era una scalinata molto ripida e scivolosa, in parte all'aperto. I cancelli venivano aperti dai soldati quando scattava la sirena che annunciava l'approssimarsi degli aerei.
Una sera, però, i soldati non arrivarono e i cancelli non si aprirono, qualcuno nella ressa cadde trascinando con sé altre persone, calpestate poi, da chi ignaro giungeva di corsa.
Fu un massacro, non prodotto dalle bombe questa volta, ma dal panico dei genovesi imbottigliati e schiacciati gli uni contro gli altri. Tutto per un allarme che risultò poi infondato.
Il giorno dopo i corpi delle vittime vennero allineati nei pressi della Banca d'Italia.
Rimasi scioccata, c'erano bambini della vostra età, donne e anziani rannicchiati nei loro poveri stracci. In quel momento ebbi veramente paura della guerra, per la prima volta.
Nemmeno le leggi razziali del 1938 mi avevano spaventato tanto.
- Cos'erano le leggi razziali, nonna? Una cosa da paura? - Domanda la piccola Rachel con aria seriosa.
Con il decreto regio, voluto dai fascisti, noi ebrei non potevamo più frequentare la scuola cosiddetta ariana. Mio padre come medico non poteva più esercitare la professione, curava solo pazienti ebrei e sui nostri pochi negozi che rimanevano aperti veniva scritto a grosse lettere "Negozio ebreo", il che equivaleva a dire "Non vi avvicinate".
- È perché? - Chiede ancora mia nipote.

Qualche settimana prima, una decina di professori universitari fascisti aveva sottoscritto il "Manifesto della razza", per uniformare il fascismo all'ideologia nazista.
La dichiarazione attestava l'esistenza di razze umane diverse, esaltando la purezza della razza italiana. Ignorava le invasioni arabe al sud, rimarcava solo le influenze nordiche e mediterranee e affermava la sostanziale differenza biologica con le razze non europee, tra cui principalmente quella semita.
Un inno al razzismo, in poche parole. Una vergogna della scienza a sfondo politico.
Oggi sappiamo per certo che le razze umane non esistono. Studi scientifici seri hanno constatato che tutti gli esseri umani condividono oltre il novantanove per cento del DNA e che le differenze sono dovute in gran parte all'adattamento all'ambiente, non a ragioni genetiche. Tutti gli esseri umani sono biologicamente uguali, non esistono differenze intellettive o morali a seconda del colore della pelle o della provenienza.
Eppure secondo il decreto, i caratteri fisici e psicologici puramente ariani degli italiani non dovevano essere alterati.
Proibiti i matrimoni misti, ma anche le frequentazioni.
Le amiche di una volta mi scartavano e anche mia madre fu esclusa dai salotti delle "Signore bene".
Ci evitavano tutti come la peste, solo qualche coraggioso continuava a consultare il vostro trisnonno perché era un medico molto apprezzato.
Nonostante tutto, in qualche modo continuava­mo a vivere, riuscivamo a mangiare, a dormire nel nostro letto e a stare tutti insieme, il peggio doveva ancora arrivare.
- Nonna, ma perché tu sei ebrea e noi no? - Insiste mia nipote.
- Io sono nata ebrea perché i miei genitori erano entrambi ebrei di origine polacca. Essere ebrei significa appartenere al popolo ebraico, sentirsi un anello in una catena di generazioni che è la nostra storia. Vostra madre ha vissuto diversamente e ha lasciato a voi la libertà di scelta. -
- Racconta, nonna! - Mi esorta David, dall'alto dei suoi dodici anni, facendo un cenno eloquente alla mia quasi omonima Rachel, perché non gradisce le sue interruzioni infantili.
- A volte non ricordo quel che ho mangiato ieri, ma ho impresso nella mente tutto il mio passato, proprio come se fosse ieri. Cosa stavo dicendo? Ah, sì, le leggi razziali... -
Il 3 novembre del 1943, alle sei del mattino, bussarono con insistenza alla porta di casa nostra.
Era ancora buio, faceva freddo, mio padre andò ad aprire cercando di infilarsi alla meglio una vestaglia di flanella.
Lo vidi abbastanza tranquillo, era un medico chirurgo e capitava spesso che lo chiamassero a qualsiasi ora del giorno o della notte.
Mi fermai in cima alle scale, con una sensazione di angoscia indefinita. Forse provocata da tutti i discorsi che avevo sentito alla scuola ebraica il giorno prima.
Riconobbi la testa grigia del dottor Massone, un collega di mio padre che nutriva molta stima nei suoi confronti, pensai che fosse venuto per un consulto.
Aveva la faccia mesta e gesticolava concitato. A un certo punto i toni si fecero più alti e riuscii a distinguere qualche parola.
- Prendi la tua famiglia e scappa... il più presto possibile. -
- Ma cosa...? -
- Hai ricevuto una telefonata dal custode del Tempio? È una trappola, loro hanno i nomi... -
La paura prese forma sul viso spigoloso di mio padre, abbracciò il suo collega, entrambi avevano gli occhi lucidi.
Papà si sforzò di assumere un tono deciso e chiamò la mamma.
Io rimasi sulle scale impietrita.
Dovevo metabolizzare quello che stava succedendo: scappare, andare via, e dove?
Tutto il mio mondo era lì, tra quelle mura e quel quartiere. Nei palazzi massicci di via Garibaldi, nelle piazze circostanti e la ragnatela di carruggi che arrivavano al porto.
Non m'importava che a novembre il cielo fosse quasi sempre scuro e promettesse pioggia o che le parate militari avessero preso il posto delle manifestazioni popolari.
Non m'importava che i bombardamenti ci fiaccassero e ci facessero sobbalzare ogni volta o che fosse tutto grigio come le macerie che ci circondavano.
Non m'importava di non poter più frequentare la scuola con le amiche di sempre, non m'importava che volessero farmi sentire diversa, io volevo rimanere.
Mi sentivo italiana e soprattutto genovese.
Tamara mi raggiunse con sguardo stranito. Era ancora assonnata, i morbidi capelli castano chiaro scarmigliati, non aveva ben capito cosa stava succedendo e piagnucolava infastidita.
Io invece avevo sentito dire che erano arrivati i tedeschi e che stavano organizzando rastrella­menti di massa.
Fino a quel momento i fascisti ci avevano lasciato vivere, limitandosi a discriminarci, ma le cose stavano cambiando.
La mamma ci prese per mano, non perse la calma, ci fece indossare due o tre abiti sovrapposti e nascose all'interno della sua pelliccia tutti i gioielli che possedevamo.
Il dottore aveva detto a papà che potevamo nasconderci in un convento di suore, con l'aiuto dell'arcivescovo Boetto. Pensai con sollievo che almeno saremmo rimasti a Genova.
- E siete rimasti lì, con le suore tutto il tempo? - Chiede Rachel ingenuamente.
- Oh, no. Ci fermammo solo qualche settimana. La nostra avventura era appena iniziata. -
In convento conobbi Giona, un ragazzo magro e allampanato, con due bellissimi occhi scuri espressivi, sfollato da Roma per sfuggire alle persecuzioni.
I suoi lo avevano mandato a Genova, da alcuni parenti, perché pensavano che fosse un posto più sicuro.
Lui e suo cugino vendevano caramelle e cioccolata ai militari di passaggio alla stazione. Erano ben organizzati e se la cavavano bene, ma la notte del 2 novembre fu raccomandato anche a loro di fuggire e di non raggiungere assolutamente il tempio.
Quella sera due soldati delle SS avevano fatto irruzione nella sinagoga e avevano sequestrato il custode, avevano puntato le pistole alle tempie dei suoi due figli piccoli, di due e quattro anni, e lo avevano costretto a mostrare l'elenco segreto degli ebrei genovesi, custodito in un appartamento di proprietà dell'imprenditore Angelo Costa.
Successivamente lo avevano obbligato a convocare telefonicamente tutti i membri della comunità per un'importante riunione.
Naturalmente falsa.
Il cugino di Giona che era ritornato a casa per avvertire la famiglia fu arrestato dalla milizia nazi fascista e trasferito nel carcere di Marassi. Gli tagliarono i fili del telefono e gli bucarono le gomme della bicicletta, per evitare ogni fuga di notizie.
Fu solo per un colpo di fortuna che Giona riuscì a mettersi in salvo, perlomeno fino a quel momento.
A parte qualche nuova conoscenza e la solidarietà tra noi rifugiati, la vita al convento era protetta, ma monotona.
La giornata cominciava molto presto con la celebrazione delle lodi mattutine.
Le suore pregavano tutto il giorno, tranne in orario di lavoro o durante i pasti.
Alla sera, dopo una breve ricreazione, si ritiravano presto nelle loro vesti fruscianti.
Dividevamo con loro i pasti, la mamma aveva ceduto un medaglione d'oro per acquistare viveri. In genere una minestra lenta di verdure annacquate con riso e qualche fettina di formaggio o di frittata, perché il cibo doveva bastare per tutti e ciò che le suore ricavavano dall'orto non era sufficiente.
Le donne ebree di giorno passeggiavano nei corridoi e gli uomini indossavano la tonaca per precauzione, in caso di irruzioni naziste e fasciste.
Alcuni impararono anche il Padre nostro, ma molti in realtà recitavano sottovoce lo Shemà Israel, una delle nostre preghiere più sentite.
Durante gli allarmi ci rifugiavamo tutti in cantina, le suore recitavano il rosario in un brusio incalzante e io e mia sorella ci stringevamo ai nostri genitori col timore che ci crollasse tutto addosso.
Furono gli ultimi istanti di paura che vivemmo insieme.
Come novizie io e Tamara eravamo poco credibili e troppo giovani, mio padre sperava nell'aiuto di un altro collega e ci disse che molto probabilmente ci saremmo separati.
Angelo Azzurro
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