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Luigi Romolo Carrino è uno scrittore che ha affrontato nel suo percorso letterario tematiche sociali molto profonde. Il suo romanzo "Acqua storta" racconta per la prima volta l'omosessualità repressa del sistema mafioso attraverso gli occhi di un carcerato che, fra allucinazioni e ricordi, rivive il suo passato negli ultimi tre giorni di vita. In "Pozzoromolo" e in "Esercizi sulla madre", selezionati entrambi per il Premio Strega, tratta il tema dei manicomi.. Il suo ultimo libro è "Non è di maggio" edito da Arkadia.
Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Arsenio Siani
Titolo: I misteri del villaggio di Nulvis
Genere Giallo Storico
Lettori 445 6 3
I misteri del villaggio di Nulvis
Un investigatore nell'antica Etruria.

Stazione Termale.

La luna era alta nel cielo. La flebile luce che emanava era appena sufficiente a delineare sagome e proiettare ombre, facendo desistere chiunque da ogni proposito di viaggio. Non erano le condizioni migliori per spostarsi, considerando anche il freddo tagliente e il vento gelido che investiva lande e monti. Era pieno inverno, i temporali erano frequenti come anche le nevicate. Ciò voleva dire interrompere il cammino, arrestarsi per allestire un riparo di fortuna ovunque capitasse, attendere la fine delle intemperie e riprendere a muoversi, consapevoli di doverlo fare su un terreno dissestato dalla pioggia o reso inagibile dalla neve.
Era un'epoca in cui un banale imprevisto lungo il tragitto poteva rivelarsi fatale. Tuttavia, quella notte qualcuno era in marcia lungo un sentiero che attraversava quei boschi tagliati da un fiume largo circa 20 passi, avente origine da colline ricche di ferro, che in futuro sarebbero state appunto definite "metallifere". Un uomo che cavalcava un destriero e un altro che proseguiva a piedi, stringendo il crine dell'animale per non perdersi nei meandri di quella selva, seguirono il sentiero fin quando esso li portò lungo le rive del fiume. Un denso fumo si sollevava dal suolo, causando una nebbiolina sottile che rendeva ancora più sinistro il paesaggio circostante. Inoltre, aleggiava nell'aria un odore ripugnante, che spinse i due uomini a coprirsi il naso con la mano. Lo spaesamento durò solo un istante in quanto l'uomo che teneva la mano sulla criniera s'inginocchiò e si lasciò andare a una manifestazione di gioia. Urlò, pianse, infine intonò un inno agli dèi.
- Lode a te Artume, dea della notte e della luna, per aver protetto dalle tenebre noi due viandanti, rischiarandoci con la luce della tua figlia celeste. Lode a Aita, signore dell'oltretomba, che hai risparmiato noi servi della notte dall'accoglienza nel mondo dei morti. La sua porta resti chiusa per noi fin quando non verrà compiuto il nostro destino. Lode a Feronia, signora dei boschi, per averci accolto nelle sue terre, consentendoci di nutrirci dei suoi frutti. Lode a tutti gli dèi, per il tempo che ci viene ancora concesso di poter osservare queste stelle e calpestare questa terra. -
Alle sue spalle l'uomo a dorso di cavallo gettò uno sguardo sopra la sua testa. Attraverso le fronde dei rami riuscì a intravedere un lembo di cielo. Sorrise, consapevole che quella smorfia sarebbe stata celata dal buio e ringraziò in cuor suo per la buona sorte.
Temevano di essersi persi; coloro che avevano fornito le indicazioni per il viaggio si erano raccomandati di giungere a una sorgente termale da cui fuoriusciva acqua calda che produceva vapori dall'odore pungente. Giunti in quel luogo avrebbero dovuto muovere verso nord-ovest. Il villaggio, presso cui si stavano recando, si trovava a ottomila passi di distanza da quel punto.
Quando ormai disperavano di raggiungere quel luogo, era giunta la prova che erano sulla strada giusta.
L'uomo che era a cavallo smontò con un tonfo secco e si avvicinò alla sorgente. Dalla roccia sgorgava un getto potente, che riversava l'acqua nelle pozze sottostanti scavate nella pietra.
Disposte su più livelli, ciascuna di esse era alimentata da quella superiore. Quando l'acqua strabordava, quella in eccesso andava a convogliarsi nella vasca più in basso, in modo che in quelle in alto ci fosse l'acqua più calda e in quelle in basso quella più fredda. Infine l'acqua andava a incanalarsi in una pozza posta lungo la riva del fiume, creata dall'uomo con sassi disposti in semicerchio.
- Cosa fai, mio signore? - chiese l'uomo che era ancora in ginocchio intento a ringraziare gli dèi, notando che il suo compagno si era tolto la mantella che gli ricopriva spalle e testa, rivelando la chioma riccioluta che risplendeva di riflessi argentei sotto il chiarore lunare.
- Mio buon Vel, fidato compagno di viaggio e fedele servitore, mi concedo qualche momento di ristoro. Il tragitto è stato lungo e faticoso, le mie membra chiedono riposo e sostentamento. Un bagno termale è quello che ci vuole. -
- Padrone mio, mi permetto di ricordarti che la nostra meta è alquanto vicina. Non sei dunque ansioso di giungere al villaggio e ristorarti col calore di un falò acceso all'interno di una capanna, mentre sorseggi un rinvigorente vino? -
- Non c'è fretta - rispose l'uomo, che si era ormai denudato, - tanto vale fermarsi qui fino all'alba. Sebbene il villaggio sia nei paraggi, il rischio di perdersi nuovamente è molto alto. Ho la sensazione di non aver mai visto una notte così buia in tutta la mia vita, nonostante la luna piena che dovrebbe illuminare il nostro cammino. Potrei affettare l'oscurità con la mia spada, per quanto è densa. Non è un buon segno. -
- Aker, mio signore - insistette Vel - se il tuo presagio è veritiero - e nel dirlo sentì che il suo corpo veniva invaso da violenti brividi - a maggior ragione dovremmo lasciare prima possibile queste tenebre, forse abitate da spiriti maligni. -
- Buona idea - disse Aker, che già era entrato nella pozza più bassa, immergendovisi fino alle caviglie. - Non c'è mezzo migliore del fuoco per allontanare le minacce che possono nascondersi nella nera notte. Appronta un bivacco, Vel! -
Un ultimo sussulto dell'acqua rivelò che l'uomo chiamato Aker si era immerso totalmente nei flutti. A Vel non rimase altro da fare che raccogliere un po' di legna secca per accendere un falò.
L'impresa non fu semplice, dovette tastare il terreno alla cieca per trovare un po' di ramoscelli secchi. Quando ne ebbe raccolto una manciata li sistemò in un piccolo cerchio di pietre, poi sistemò un pezzo di stoffa intinta di olio alla base della piccola catasta di legno, tirò fuori la pietra focaia da una delle tasche della sua veste e produsse una quantità tale di scintille da alimentare una piccola fiamma, che pian piano iniziò a divorare l'esile legname. Il piccolo fuoco fu sufficiente a illuminare qualche metro di spazio tutto intorno, Vel guardò davanti a sé e notò l'ombra del suo padrone che si arrampicava sui bordi della vasca superiore. Sembrava intento a fare un bagno termale completo, iniziando dalle vasche più fredde fino ad arrivare a quelle con le temperature più elevate. Rabbrividì al solo pensiero d'immergersi in acque quasi gelide, in una notte glaciale come quella che erano chiamati ad affrontare. Non aveva mai capito l'usanza dei nobili del suo popolo, che erano soliti muovere dalle città per recarsi, con un viaggio lungo e difficile, alle sorgenti termali per seguire quel rituale. Quando aveva soggiornato a Tarchna aveva visto coi propri occhi le carovane che partivano saltuariamente con lo scopo di recarsi ai piedi della catena montuosa che sorge a diecimila passi dalla piccola cittadina di Musurna, dove uomini e donne trascorrevano il proprio tempo a mollo per allietare spirito e corpo. Tuttavia, il fatto di dover iniziare dalla frigidità per giungere alla letizia del tepore, rendeva quel rituale un supplizio, ai suoi occhi. Era nato povero, per questo non poteva capire le usanze dei ricchi, ma non mancavano le occasioni in cui diceva a se stesso che forse la sorte gli aveva arriso a farlo nascere schiavo e senza risorse, perché non avrebbe mai avuto modo di adattarsi a una condizione diversa da quella che aveva sperimentato.
Approfittando del bagliore derivante dal falò, Vel continuò a raccogliere legna secca, stavolta scegliendo rami più grossi, così da alimentare ulteriormente il fuoco.
Sedette infine su un grosso masso e portò accanto a sé la sacca da viaggio. Tirò fuori le vettovaglie e fu ancora grato agli dèi per avergli concesso di giungere a destinazione. Le scorte di cibo erano quasi finite, rimanevano solo tre focacce, un tozzo di pane rinsecchito, un vasetto contenente un po' di miele e una manciata di castagne, noci e mandorle. Due grosse narici gli soffiarono in faccia un vapore caldo e nauseabondo, alzò la testa e vide il muso del cavallo che puntava al contenuto del fazzoletto in cui erano avvolti gli scarni viveri. Tirò una manata sulla guancia del cavallo, che emise un nitrito simile a un brontolio e si ritirò nell'ombra camminando all'indietro. Quando si fermò iniziò a sbuffare e a raspare il terreno con una delle zampe anteriori, così da manifestare il suo disappunto.
Vel prese una focaccia e due castagne che, a giudicare dall'aspetto, dovevano essere avariate, e le lanciò verso il destriero che fece scattare il lungo collo in avanti e si fiondò sulle cibarie.
Intanto, il suo padrone Aker continuava a sguazzare da una vasca all'altra, lasciandosi sfuggire qualche verso di giubilo ogni volta che si piegava per immergersi nelle acque di una nuova vasca. Vel contemplava la sua sagoma da lontano, lo rassicurava constatare che fosse ancora lì. Covava dentro di sé una paura illogica, ancestrale, dettata dall'ignoranza e dalla superstizione. Il timore dell'ignoto, di ciò che non si comprende, che poteva celare delle minacce là dove non si poteva vedere. Temeva di poter essere inghiottito dalla notte, o che tale sorte spettasse al suo padrone. Per questo aveva bisogno di mantenere un contatto visivo con lui, seppur minimo. Quella macchia scura a forma d'uomo era la prova che c'era, esisteva ancora. E questo bastava a rasserenarlo.
Il crepitio di un pezzo di legno che veniva spaccato in due dalla potenza delle braci lo portò a distogliere per un attimo lo sguardo dal suo padrone. Si fermò un istante a contemplare la rossa fiamma prima di volgersi nuovamente con gli occhi dinanzi a sé, per osservare ancora Aker e controllarne gli spostamenti. Lo sguardo stavolta gli cadde troppo in alto, oltre la parete rocciosa che giungeva fino al bordo di quella che doveva essere la strada principale, che si srotolava lungo il crinale inferiore della piccola collinetta, alla base di cui si trovavano.
Trasalì, afferrò il coltello di osso che aveva accanto a sé e si fece avanti nell'oscurità. Un sudore freddo gli aveva immediatamente bagnato la fronte, mentre sentiva le viscere che gli si attorcigliavano. Fece vagare lo sguardo tra i rami degli alberi, lungo il ciglio della parete di roccia. Stavolta non notò nulla di strano. Il dettaglio che lo aveva messo in allarme poco prima sembrava sparito, perso tra i meandri della sua fantasia corrotta dalla paura. Eppure, avrebbe giurato di aver intravisto qualcuno osservare il suo padrone. Un busto d'uomo era fermo sopra le loro teste e, sebbene non potesse vederne il viso, era sicuro che li stesse osservando, che li stesse studiando.
Rimase per qualche istante fermo ad ascoltare il silenzio delle tenebre. Contò i suoi respiri, cercando di rallentare il battito del cuore, che gli tamburellava nel petto con colpi secchi e potenti.
Trascorse un tempo che gli parve infinito, poi Vel si decise a sedersi nuovamente.
"Suggestione" pensò, per dare una spiegazione a ciò che aveva visto. "Ho fissato il fuoco troppo intensamente prima di voltare ancora gli occhi in su, e ciò ha alterato la mia vista."
Non fece in tempo a formulare questo pensiero che un rumore lo fece sobbalzare di nuovo. Aveva sentito dei passi alle sue spalle.
- Padrone, pericolo! - urlò, mentre si voltava, coltello in pugno, pronto ad affrontare la minaccia che si stava per palesare. Aveva temuto spiriti e demoni, invocato dèi ed eroi di natura semidivina per ottenere la loro protezione, ma aveva dimenticato di occuparsi dell'essere che più di ogni altro avrebbe potuto arrecargli danno o salvezza, rivestendo il ruolo di carnefice o salvatore: l'uomo.
Vel iniziò a menare fendenti a vuoto nella speranza di colpire o di scacciare, tenendo lontano gli invisibili nemici. Infine sentì una presa vigorosa sul suo braccio, delle dita che lo stringevano in una morsa da cui parve impossibile divincolarsi. Sentì delle unghie lunghe trapassargli la pelle ed entrargli nella carne; Vel urlò per il dolore, ma il suo gemito fu rotto da un colpo possente che lo colpì in pieno ventre. Colui che lo stava immobilizzando gli aveva assestato una ginocchiata.
Lo schiavo si accasciò al suolo, si rannicchiò in posizione fetale e iniziò a gemere. Qualcuno gli posò un piede su una tempia e iniziò a premere forte. Vel sentiva la soffice terra che gli entrava nell'orecchio, poteva avvertire i rumori della vita sottostante, degli insetti che la popolavano e che a breve si sarebbero nutriti del suo sangue. Una spada scintillò nel buio, udì mentre veniva sguainata. Accanto, qualcun altro stava frugando tra le sacche.
Poi un urlo potente rimbombò nell'aria. A Vel parve un grido di guerra, simile a quello che aveva udito sui campi di battaglia quando fu arruolato per una campagna contro le incursioni dei popoli del mare nell'entroterra.
La pressione del piede scomparve in un istante e un corpo ricadde pesantemente all'indietro, ad almeno due passi di distanza da lui. Vel roteò il collo e vide Aker, nudo, che gli si stagliava dinanzi. La barba gli gocciolava, il suo corpo emanava vapore, come se stesse sprigionando una misteriosa forma di energia, e i suoi occhi brillavano come quelli di una bestia feroce. Tre ombre gli si scagliarono contro, armate di pugnali e spadini. Aker era invece a mani nude. Vel tentò di rialzarsi, tuttavia non ebbe il tempo di rimettersi nella posizione eretta che già era tutto finito. Aker, facendo affidamento a un'arte di combattimento che Vel non aveva mai visto in vita sua, aveva disarmato e atterrato gli aggressori. Dapprima aveva affrontato il più grosso dei tre, che si era scagliato contro di lui brandendo un lungo pugnale, ma Aker aveva anticipato il suo affondo colpendolo in pieno viso con la mano chiusa a pugno. Poi aveva schivato un fendente di un altro uomo spostandosi di lato, aveva infilato una gamba tra le sue e lo aveva spinto, facendolo rovinare in terra. L'ultimo uomo era riuscito a tirare un affondo, evitato però da Aker semplicemente abbassando il mento e tirando leggermente la pancia in dentro. Poi aveva afferrato la veste dell'assalitore all'altezza del collo, piegato il suo braccio e se lo era caricato sulla schiena. A quel punto lo aveva atterrato sulla schiena dopo averlo ribaltato e l'uomo aveva urlato ferocemente per il dolore causato dall'urto.
- Vel, le mie vesti. Ho freddo - intimò Aker, mentre le tre ombre continuavano a contorcersi per il dolore. Il servo, sbalordito per la scena a cui aveva assistito, si ridestò dal suo immobilismo e raccolse il vestiario del suo padrone, che intanto si stava riscaldando accanto al falò.
- Lega i polsi a quei mascalzoni - ordinò poi Aker, - domani li condurremo con noi al villaggio perché sia fatta giustizia. -
- Parola mia, padron Aker, non avevo mai visto nulla del genere - disse Vel, mentre stringeva delle corde per immobilizzare i furfanti. La concitazione degli eventi gli aveva fatto completamente dimenticare il dolore fisico, che pure ancora provava in conseguenza del pestaggio ricevuto. - Dove hai imparato a combattere in quel modo? -
- Vel, mio buon servitore, sei ancora da troppo poco tempo in mia compagnia per conoscere appieno tutti i miei segreti. Come ben sai ho viaggiato tanto e tanto ho appreso da ognuna di queste missioni. L'arte che hai appena visto mi fu donata da un asceta conosciuto ai confini del mondo, quando mi recai in Lidia, terra a oriente che si narra sia d'origine per il nostro popolo. -
Erano entrambi seduti intorno al fuoco, l'attenzione di Vel era totalmente rivolta verso il suo padrone, da cui si aspettava il resto della storia. Era una scena che si ripeteva spesso ed era uno dei motivi per cui lo schiavo amava tanto il suo signore. Quei racconti lo emozionavano, gli ricordavano quando, da bambino, un suo mentore gli narrava storie avventurose, in cui i suoi avi erano protagonisti. Totalmente dimentichi dei loro prigionieri, iniziarono a mangiare, nutrendosi degli ultimi avanzi che avevano a disposizione come provviste. Vel divise una focaccia ricavandone delle palline, le porse ad Aker che le intinse nel miele. Notando che Vel fremeva dalla voglia di ascoltare il seguito della storia, Aker riprese il suo racconto.
- Giunsi a Mileto in nave, per intraprendere scambi commerciali in nome della mia famiglia.
Dovevo acquistare del vasellame, ma in città non trovai nulla che mi soddisfacesse. Mi fu suggerito di recarmi in un piccolo centro abitato ai confini con la terra dei Medi, dove abitavano dei vasai che avevano raffinato la loro arte a livelli sublimi, stando a ciò che mi raccontavano. Quando giunsi in quel piccolo villaggio non trovai nessuno che parlasse la nostra lingua, e neppure il greco, per cui mi accompagnarono da un eremita che viveva da solo in una grotta in cima a una montagna.
Quel vecchio mi ammaliò, appena lo vidi sentii istintivamente una forte attrazione nei suoi confronti. Parlava molte delle lingue di questo mondo e non gli fu difficile erudirmi su ciò che poteva condividere della sua infinita saggezza. Mi ospitò e mi fermai per molte lune insieme a lui.
Quest'arte marziale, che aveva appreso da un uomo, che a sua volta diceva di aver visitato una terra ancora più a oriente, oltre i confini del mondo che conosciamo, è uno dei tanti lasciti di questo incontro. -
- Una terra ancora più a oriente? - chiese Vel, confuso.
- Pare che il mondo sia più grande e misterioso di quanto pensiamo. -
- E in queste terre ci sono uomini capaci di combattere a mani nude, in grado di sconfiggere interi eserciti senza l'ausilio di armi che non siano parti del loro corpo? -
Aker scrollò le spalle. - Il nostro corpo, se ben allenato, è la più micidiale delle armi. Adesso dormiamo, però. Sono stanco. Non appena Cautha illuminerà il cielo con le prime luci, ci rimetteremo in marcia. In breve saremo a destinazione. -
Un fruscio nelle tenebre fece muovere Vel, armato di un bastone. Si udì qualche urlo, implorazioni di pietà, addirittura qualche pianto. I colpi, secchi e potenti, dati con ferocia, servirono a piegare definitivamente la volontà dei banditi.
Tornato al suo posto, Vel si coricò. - Credo che gli sia passata la voglia di tentare la fuga. -
- Gli hai spezzato qualche osso? - chiese Aker.
- Solo qualche braccio. Non ho colpito le gambe - rispose Vel, che già sbadigliava. - Così potranno camminare tranquillamente. Non avevo la minima intenzione di caricarmeli in collo e trascinarli fino al villaggio. -
- Ottimo, Vel. -
- Signore ... -
- Sì? -
- Ti devo di nuovo la vita. -
Aker non disse nulla.
- Rimetterò il mio debito, in questa vita o nella prossima, lo giuro. -
Anche stavolta non giunse nessuna risposta. Vel pensò che stesse già dormendo.
- In questa vita - ripeté. - O nella prossima. -



L'ARRIVO A NULVIS

Nulvis era un modesto villaggio che sorgeva in mezzo ai boschi che si estendevano oltre la costa, verso il profondo entroterra. Distante dal mare, lontano dai centri di potere e dai luoghi d'interesse di Caere , Velch e Pupluna . Il piccolo centro urbano, formato da un grappolo di capanne in cui viveva il popolo e da un piccolo palazzo in pietra che ospitava una famiglia nobile, contava pochi abitanti, dediti principalmente all'agricoltura e alla pastorizia. Gli affari più complessi erano di competenza dello zilath, il magistrato che aveva il compito di gestire la vita cittadina. Dinanzi a lui si presentò la carovana composta da Aker, Vel e i tre prigionieri che, legati con una corda al destriero e con un bavaglio sulla bocca per impedirgli di parlare, si trascinavano tra la polvere dei campi attraversati per giungere fin lì.
Davanti alla capanna che fungeva da ufficio del magistrato, era di guardia un uomo in arme, che si introdusse all'interno per annunciare i nuovi arrivati. Dopo qualche istante ne uscì, comunicando che a breve lo zilath si sarebbe palesato. Dapprima spuntò una sua mano, poi il suo volto fece capolino dall'oscurità. Sembrò scrutare l'ambiente circostante prima di decidersi a uscire del tutto.
Era un vecchio canuto, dalla lunga barba bianca, la testa era avvolta in un lenzuolo che si apriva a ventaglio dietro la sua schiena. Il ventre e le gambe erano invece strette in un chitone . Sulle sue spalle vi era poggiato un pesante mantello. Gli occhi, piccoli e perfidi, guizzavano nelle orbite, spostandosi sui componenti della comitiva.
- Cosa vi porta in questa terra, viandanti? - chiese l'uomo, che teneva una tavoletta d'argilla sotto a un braccio. Quali affari interrompono la mia attività? Ero in procinto di realizzare un importante documento da affiggere nel villaggio e spero che il motivo che mi ha distratto da questo importante compito sia altrettanto degno della mia attenzione. -
Sceso da cavallo, Aker si fece avanti. - Lo è. Eravamo in cammino, ti spiegherò dopo i motivi del nostro viaggio, quando, sopraggiunta la notte, abbiamo deciso di fermarci nel bosco ove si trova la sorgente termale. Mentre ero intento a fare un bagno ristoratore questi energumeni hanno aggredito il mio servo per derubarci dei nostri averi. Abbiamo motivo di credere che ci avrebbero anche ucciso. -
Uno degli uomini iniziò ad agitarsi vistosamente, mordeva il fazzoletto che gli copriva la bocca, forse per dire qualcosa a propria discolpa. Tuttavia lo ignorarono.
- Un servo? - chiese lo zilath, squadrando da capo a piedi Vel che era vestito con una umile tunica, stracciata in più punti. Poi posò lo sguardo su Aker e ne apprezzò il portamento fiero, la bellezza alimentata da una cura del corpo che solo gli appartenenti alla classe nobiliare potevano manifestare. La barba era curata, raccolta in un nodo cilindrico che, lungi dal farla pendere verso il basso la tendeva in obliquo, i capelli color nero corvino erano rilucenti, probabilmente ricoperti con qualche olio o lozione profumata, e gli occhi, di un marrone penetrante, erano resi ancora più profondi ed espressivi da una linea scura tracciata sotto le ciglia. - Dunque devo dedurne che hai nobili natali? -
- Come ti dicevo, verrà il momento di rivelare la mia identità e spiegare il motivo del mio viaggio. Tuttavia abbiamo questioni più urgenti da risolvere, gli dèi attendono che sia fatta giustizia nei confronti di questi tre rei. -
Il magistrato squadrò con severità gli uomini, si avvicinò a loro, allungò la testa come un falco che cerca d'infilzare la preda con il suo lungo becco, poi la ritirò e iniziò a girare intorno al gruppetto. - Quindi siete stati aggrediti alle terme? Si dà il caso che è da tempo che in questo territorio gira voce di una banda che usa violenza verso i viandanti che sostano in quel luogo. Rapine ed efferati omicidi, ovvero reati per cui l'unica punizione può essere il trapasso verso l'oltretomba. -
Poi si rivolse all'uomo in armi e gli intimò di andare a chiamare una persona. - Una ragazza è sfuggita alle loro grinfie, unica sopravvissuta di un gruppo di donne attaccato dai briganti mentre si recavano a riempire le olle di acqua fluviale. Voglio capire se sono gli stessi che hanno attaccato voi. -
Nel frattempo uno degli uomini, quello che aveva cercato di parlare precedentemente, era riuscito a togliersi la benda dalla bocca e biascicava termini incomprensibili. Dal tono di voce e dall'espressione del viso si poteva intuire che stesse invocando pietà.
- Dunque non parlano la nostra lingua - sentenziò l'anziano.
- La riconosco - disse Aker. - Un idioma parlato da uomini che vivono in una terra oltre il mare che bagna le coste più vicine. -
Gli occhi dello Zilath si accesero. - Stranieri, dunque. Probabilmente esiliati dalle loro terre per avervi commesso qualche crimine e, giunti presso di noi, hanno continuato a perpetrare le loro ignominiose attività. -
Vel, intanto, se ne stava alle spalle del suo padrone. Piccolo di statura, non faceva fatica a scomparire alla vista facendosi scudo con la stazza di colui che serviva. Osservava la scena con aria colpevole, come se fosse mosso a compassione nei confronti di quegli uomini. Avevano cercato di ucciderli ma, alla vista delle loro lacrime e del terrore che stavano manifestando, avendo intuito la loro sorte; non riuscì a fare a meno di ricordare, di rammentare a se stesso un passato buio almeno quanto la notte precedente che li stava per inghiottire. Rabbrividì al pensiero di ciò che sarebbe accaduto se non avesse incontrato sulla sua strada l'uomo che lo aveva salvato per ben due volte da morte certa. Si nascondeva dietro al suo scudo, con cui aveva respinto gli assalti degli spiriti del limbo che volevano trascinarlo nell'altro mondo, dove l'esistenza si tramuta in un eterno supplizio.
Si nascondeva, perché in quel momento non poteva fare altro.
Il soldato tornò, accompagnato da una ragazza. La statura e i lineamenti delicati del viso rivelavano che avesse visto poche stagioni di fioritura e di caduta delle foglie. Appena giunta al cospetto dei tre divenne pallida e iniziò a tremare. Poi spalancò la bocca, emise un urlo agghiacciante, puntò il dito verso di loro e perse i sensi, sorretta dal soldato che la afferrò appena in tempo, cingendole il collo con un braccio.
Lo zilath ne dedusse che la testimonianza era valida, la ragazza aveva riconosciuto gli aggressori e pertanto il processo sommario si poteva concludere con il suo verdetto: lapidazione in pubblica piazza, fin quando il loro petto non avesse smesso di sollevarsi.
L'esecuzione della sentenza avvenne immediatamente, gli uomini furono chiamati a raccolta, fu chiesto loro di abbandonare il lavoro nei campi, le donne furono sospinte fuori dalle loro dimore, si radunarono tutti nel piazzale del villaggio al cui centro sorgeva una piccola buca coperta da assi di legno, che fungeva da pozzo per la raccolta delle acque.
I tre banditi, i cui polsi erano ancora legati, si muovevano al centro di quel cerchio umano, cercando disperatamente una via di fuga, ormai consapevoli della sorte verso cui stavano andando incontro. Ogni volta che si avvicinavano al cordone umano, cercando di crearsi uno spiraglio per scappare, venivano rigettati indietro con calci e pugni; si rialzavano e correvano nella direzione opposta, talvolta scontrandosi con uno dei compagni con cui stavano condividendo quell'ultima disavventura, suscitando l'ilarità dei presenti. L'unica a non ridere né agitarsi era la fanciulla che aveva testimoniato e, ridestatasi, era in prima fila mentre stringeva una pietra tra le mani. Il suo volto non trasmetteva nessuna emozione, non c'era odio o rabbia su quel viso, solo una ferrea determinazione nel realizzare il suo proposito. Tra la folla c'erano anche Aker e Vel, che mantenevano una posizione arretrata. Lo schiavo continuava a proteggersi dalle intemperanze del mondo attraverso la presenza del suo signore. Il suo cuore, per qualche motivo, sanguinava e sentiva il bisogno di ripararsi all'ombra della sua roccia.
Lo zilath arringò la folla, elencando i crimini degli uomini che da tempo terrorizzavano i viandanti e gli abitanti del villaggio, avendo compiuto numerosi delitti vicino al corso del fiume dove si sentivano protetti dalla fitta boscaglia. Gli dèi, dunque, pretendevano il loro trapasso, così da espiare, col supplizio della pietra, le loro colpe.
Seguì un silenzio tombale. Nessuno si muoveva, anche i condannati a morte, dopo essere stati spinti da una parte all'altra dalla folla, si erano fermati e inginocchiati, solo i loro occhi si muovevano alla disperata ricerca di un ultimo barlume di speranza. Infine la ragazza si mosse.
Scagliò il sasso che stringeva nella mano e, nonostante il suo fisico esile, riuscì a indurgli sufficiente forza e velocità per far volare via diversi denti al malcapitato che aveva centrato in pieno viso. L'uomo stramazzò al suolo, perdendo copiosamente sangue dalla bocca.
Fu il segnale che tutti aspettavano. Una pioggia di pietre si abbatté sul centro della piazza, spaccando ossa e maciullando le carni dei malfattori che si muovevano in maniera ossessiva, piegati dal dolore atroce. Quando smisero di muoversi il magistrato alzò un braccio. Tutti tacquero. Si udì un lamento provenire dalla massa informe di corpi, sanguinante e lacerata fino ad avere connotati quasi grotteschi. Il magistrato abbassò il braccio e la furia della folla riprese. Gli unici a non prendere parte alla mattanza furono Aker e Vel. Il primo osservò la scena con aria imperscrutabile.
Il secondo semplicemente non guardò. Strinse gli occhi e si coprì le orecchie, attendendo che tutto fosse finito.
Arsenio Siani
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