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Autore: Stefano Mancini
Titolo: L'enigma del Führer
Genere Mistery Thriller
Lettori 269
L'enigma del Führer

Prologo

Ludwigsdorf, Germania,
29 aprile 1945

Günther staccò la mano dal tavolo. Il fantasma delle dita rimase impresso sulla superficie di faggio sotto forma di un'impronta di sudore. Sperò che sua moglie non lo notasse. E che la manica della giacca fosse abbastanza lunga da coprire il tremore.
- Papà, stai bene? -
Voltò la testa. I tendini del collo cigolarono come cavi d'acciaio troppo tesi.
Aveva dimenticato quanto Dietlund fosse acuta: una ragazzina di dodici anni pronta a sbocciare nel corpo e nella mente.
Peccato che lui non sarebbe mai stato presente per vederlo.
La risposta gli si incastrò nella trachea come una lisca di pesce. Annaspò. Era solo suggestione, ma sentì lo stesso i polmoni andare in debito d'ossigeno.
Ripensaci, sei ancora in tempo.
Non lo era, invece. Non più.
Si costrinse alla calma. Non poteva tradirsi, non davanti a sua figlia e sua moglie. Inspirò. L'aria fischiò nelle narici portando con sé l'odore del panico. Scavò alla ricerca di un sorriso, un ultimo regalo da fare alla sua bambina. Trovò poco più che una smorfia capace solo di stirargli le labbra e far emergere di più il mostro che era diventato.
Sua moglie gli venne in soccorso. Come sempre, come quel giorno a Monaco, nell'aula di Arthur Pohl: lui, sporco di gesso e con i calzoni lisi; lei, con un sorriso disarmante e la vita negli occhi. Quanto sarebbe stata più felice se non lo avesse mai conosciuto?
- Lascia stare tuo padre, Die. E finisci la minestra, prima che si freddi. -
Dietlund abbassò la testa. Acuta e ubbidiente, la migliore tra le figlie, almeno quanto sua moglie era la migliore tra le donne. Non meritavano l'orrore che stava per riversare su di loro. La lettera della Widerstand, la resistenza antinazista, era già partita e sarebbe arrivata a destinazione con dolorosa puntualità, mettendo in luce le sue colpe, le colpe di un uomo che aveva tradito la sua famiglia, prima ancora del suo Paese, servendo un dittatore disumano e la sua brutale follia.
Günther abbassò la testa. La zuppa era intatta, il cucchiaio affondato per metà. Lo stomaco protestò e lui trattenne un conato. Una mano invisibile gli rovistò nel petto alla ricerca di quel muscolo avvizzito che ancora si ostinava a chiamare cuore; lo trovò e lo torse, cavandone un dolore sordo.
Arpionò le mani al bordo del tavolo e spinse indietro la sedia. Si alzò senza staccare le dita dal legno per paura di crollare su ginocchia malferme.
- Va... vado a dormire. Sono stanco. -
Sua moglie lo raggiunse. Allungò una mano e gli sentì la fronte.
- Forse hai la febbre. Mettiti a letto e riposati. -
Dietro il velo appannato che erano i suoi occhi, scorse lo sguardo dell'unica donna che avesse mai amato. Si costrinse a uno sforzo per annuire. Ingobbito sotto il peso del suo peccato ciabattò verso le scale.
La voce di sua moglie riempì quel silenzio colpevole, mentre lui con dita tremule afferrava il corrimano.
- Vai a dare un bacio a tuo padre, Dietlund. -


Günther si alzò dal letto avendo cura che le molle non cigolassero. Sua moglie cambiò posizione, senza aprire gli occhi. Attese per essere sicuro che stesse ancora dormendo, e nell'istante in cui sentì il suo respiro tornare regolare uscì dalla stanza.
Scese le scale come un predatore. Si mosse cauto nell'oscurità, poggiando il peso con cautela per evitare gemiti dai gradini di legno. Scivolò sul parquet e raggiunse il salotto, dove sprofondò nella poltrona.
Fece un lungo respiro.
Era là che si metteva con Dietlund quando tutta quella storia era solo all'inizio, quando aveva ancora tempo di prenderla sulle ginocchia e fare con lei i loro giochi di enigmistica. Era il suo posto preferito; soprattutto al pomeriggio, col sole che dalla finestra alle spalle accendeva di riflessi dorati i capelli di sua figlia.
Quello che entrava ora, invece, era un fascio di luce lunare che tagliava a metà la stanza. E che tinse di un argento gelido il metallo della Walther P38 quando la tirò fuori dal cassetto.
Guardò il foro d'uscita del proiettile. Gli sembrò una voragine, ma non provò alcuna paura.
Nonostante tutto, era pronto.



1



Londra, Inghilterra,
9 ottobre 2020

L'uomo sbucò dal nulla. Ethan Cooper inchiodò, lasciando mezzo centimetro di copertone sull'asfalto. Fu del tutto inutile. La pioggia torrenziale fece slittare le ruote come se neppure avesse toccato il pedale. L'impatto provocò un rumore simile a quello di un'anguria spaccata. Il risultato fu di poco diverso. L'uomo fu investito e ricadde sull'altro lato della strada; rotolò e si fermò sotto la pioggia.
Ethan lo guardò attraverso il parabrezza crepato, nel buio di una Goodge Street deserta a quell'ora della notte, con i tergicristalli che gemevano a ogni passaggio. Nell'aria l'odore acido della gomma bruciata e un filo di fumo; le gocce si abbattevano sul tetto del suo maggiolone come proiettili di piccolo calibro.
Si destò dallo choc e prese il cellulare. L'operatrice del 999 rispose con una frase di rito. La interruppe e le spiegò quanto era accaduto. Serviva un'ambulanza. E serviva in fretta.
Attaccò e aprì lo sportello per scendere. Gli abbaglianti di un'auto che arrivava nella direzione opposta lo accecarono. Udì una frenata brusca e il rumore di due portiere che si aprivano in simultanea, seguite da uno sciacquio di passi.
- Ho già chiamato un'ambulanza - li informò scendendo dall'auto, una mano davanti agli occhi per non essere abbagliato dai fari. Scorse a stento due sagome, una in piedi, l'altra che si chinava sull'uomo ferito per frugargli nelle tasche.
- Ehi! - gli urlò contro. Entrambi sollevarono la testa. - Che state facendo? -
Quello in piedi gli si avvicinò.
- Salga in macchina e si allontani, signore. -
- Quell'uomo ha bisogno di aiuto - protestò.
- Ci sta pensando il mio collega. -
- Non mi pare proprio. Il tuo collega lo sta derubando! -
L'altro cambiò tono. - Non sono affari tuoi. Dài, salta in macchina e vattene. -
Ethan non aspettava altro. Era uscito di casa meno di mezz'ora prima per andare al Morrison's. Quell'incidente metteva la parola fine ai suoi propositi di bere fino a stordirsi e rincasare all'alba. Ma non alla possibilità di una bella rissa con un paio di stronzi che volevano approfittare di un uomo incosciente.
- Io dico invece che sono affari miei. - Chiuse lo sportello e gli andò incontro.
- Geert... - squittì il tipo ancora chino sull'uomo.
- Continua quello che stai facendo - lo zittì l'altro e guardò Ethan. - A questo stronzo ci penso io. -
Ethan gli fu addosso e partì con un destro. Il tipo aveva però riflessi eccezionali, lo evitò e reagì. Ethan provò a scartare, ma un pugno lo centrò alla spalla. Il dolore fu immediato e lancinante. Piegò allora la testa in avanti e caricò. I corpi cozzarono e volarono a terra, rotolando nella pioggia. Si ritrovò sopra e colpì col gomito, trovando il mento. Seguì uno sbuffo. Non ebbe nemmeno il tempo di gioire che una ginocchiata lo raggiunse a un fianco. Una nuova ondata di dolore gli contorse le viscere. La vista gli si annebbiò e rispondendo all'istinto si alzò arretrando.
- Adesso ti insegno a farti i cazzi tuoi - disse il tipo che già si stava rimettendo in piedi.
- Provaci. -
Una sirena risuonò in lontananza.
- Geert... - chiamò ancora il secondo uomo. - Dobbiamo andarcene. -
- L'hai trovato? -
- No. Non c'è! -
- Continua a cercare! -
- Non c'è tempo, Geert! Andiamocene, dài! -
Ethan li guardò a turno. Pensò che se lo avessero attaccato entrambi se la sarebbe vista brutta. Ma non aveva alcuna intenzione di lasciare quel poveraccio steso a terra in mano loro. Prese tempo chiudendosi sulla difensiva. Il tipo di nome Geert mosse un passo in avanti. La sirena dell'ambulanza risuonò più vicina. Quello imprecò e svanì nell'auto, subito seguito dall'altro. Fecero retromarcia e si dissolsero in un nembo di acqua nebulizzata.
Ethan corse verso il tipo svenuto e gli si inginocchiò accanto. Respirava ancora. Sapeva di non dover toccare i feriti di un incidente, perciò si limitò a giudicarne le condizioni da un'analisi visiva. Non fu affatto facile. L'unico lampione era fulminato e lui dovette affidarsi ai fari dell'auto. Fece per guardarsi intorno, in cerca d'aiuto, ma l'uomo aprì gli occhi in quell'istante. Nella semioscurità gli parve di vederlo muovere le labbra sporche di sangue.
- Sta' fermo, amico. L'ambulanza sta arrivando. -
L'uomo gli afferrò il braccio in una stretta debole.
- Non muoverti! - gli intimò Ethan.
Quello scosse la testa e infilò l'altra mano al di sotto del maglione. Rovistò e fece riemergere le dita sollevandole dentro il fascio luminoso dei fari. Ethan vide un'unghia spezzata e una goccia di sangue raccolta sul bordo. Tre righe parallele incidevano il dorso sporco del nero dell'asfalto. Riconobbe lo scintillio metallico di due oggetti.
- Entra in... -
- Sssh, non parlare. I soccorsi stanno arrivando. -
- Entra in banca... con Mathilde. La chiave è... -
- Senti, amico... -
Il suono delle sirene irruppe in strada in quell'istante. L'uomo serrò la stretta sul suo polso.
- La chiave è... morta... -



2



Londra, Inghilterra,
9 ottobre 2020

- Mi racconti ancora che cosa è successo. Dall'inizio. -
Ethan roteò gli occhi. Non ne poteva più. Si trovava là da quasi cinque ore. Tutto quello che voleva era lasciare la stazione di polizia dove lo avevano portato subito dopo l'incidente in cui aveva investito quel tizio e l'arrivo dell'ambulanza. Trovò un briciolo di pazienza senza sapere neppure lui dove.
- Gliel'ho già raccontato due volte, agente... -
- ... Fisher. Bruce Fisher, capo del Metropolitan Police Service di Londra. Credevo di essermi già presentato. -
- Sì, l'ha fatto... credo - tagliò corto Ethan. Oltre il vetro smerigliato della porta le sagome di decine di agenti facevano su e giù lungo il corridoio. - Ma mi scuserà se l'ho dimenticato. Sono ancora un po' frastornato. -
E bagnato fradicio, pensò sentendo i vestiti incollati al corpo come una seconda pelle.
Il poliziotto annuì in maniera vaga e fece un gesto in direzione del collega in piedi.
- Il nostro ospite è frastornato, Tony. Vagli a prendere un caffè. -
L'altro obbedì scambiando un'occhiata d'intesa con Fisher.
- Senta - riprese Ethan - sono in arresto o cosa? -
Il poliziotto si accese una sigaretta e gli soffiò una boccata in faccia. Si mise a esaminare alcuni fogli. - No, ancora no - gli rispose senza alzare la testa. - Ma il tuo racconto fa acqua. Quindi ricomincia da capo. O il grande Cooper non ha tempo da perdere con la vita di un poveraccio? Com'era quella storia? Ah, sì... ne uccide più la penna della spada, giusto? Be', nel tuo caso di sicuro più l'auto. -
Ethan ne aveva abbastanza e schizzò in piedi. - Che vuoi, Fisher? -
- Che ti rimetti seduto, tanto per cominciare. E datti una calmata, sei in una stazione di polizia. -
- Non sono in arresto, no? Quindi me ne posso andare. -
- Tu non vai da nessuna parte! - Fisher picchiò una mano sulla scrivania. La cenere della sigaretta si dissolse in una nube impalpabile. - Qui non sei tra quelle fighette di giornalisti amici tuoi. Rispondi alle mie domande, perché a sbatterti dentro non ci metto niente. -
- E con quale accusa, con quella di fare un lavoro migliore del tuo? O solo di farlo meglio? -
Fisher s'incupì e le sopracciglia si unirono a formare un'unica striscia scura. La brace della sigaretta gli accese gli occhi. Ethan non ne fu impressionato. Era abituato all'odio dei poliziotti, un sentimento che era fiero di ricambiare. I loro scontri si erano inaspriti a tal punto, da costringere il primo ministro a intervenire di persona. Non era servito a niente. Loro avevano continuato a fargli sgarbi più o meno palesi. E lui aveva proseguito a infilare nei suoi articoli attacchi contro l'incapacità e la brutalità delle forze dell'ordine.
Sentì la stanchezza scivolare via. Fisher era solo uno dei tanti, e neppure il peggiore, visto che almeno aveva l'onestà di dichiarare apertamente il suo odio. Si sedette mostrandogli un sorriso compiacente. Il poliziotto tolse il mozzicone ancora acceso dalla bocca, usando pollice e indice. Lo spense e si accese subito un'altra sigaretta. Anche Ethan ne avrebbe voluta una. Ma si sarebbe fatto spellare vivo, piuttosto che chiederla a quello là.
- Hai investito un uomo e l'hai ucciso, Cooper - disse Fisher soffiando via le parole insieme al fumo. - E anche se dici che si è trattato solo di un incidente, io me ne sbatto. Perché quel tipo, guarda caso, non aveva documenti. Quindi fai l'uomo, per una volta, e assumiti le tue responsabilità. Che è successo stanotte? -
Ethan trasse un lungo respiro e si preparò allo scontro verbale. Un attimo prima di dare corpo al suo sfogo, riacquistò la lucidità. Un uomo era morto, su quello Fisher aveva ragione. E anche se si era praticamente buttato sotto la sua auto, a ucciderlo era stato lui. Il suo furore svanì. Raccontò per l'ennesima volta quello che era successo, non facendo però parola degli oggetti che gli aveva dato. Non avrebbe reso le cose facili a quel Fisher.
- Cosa ti ha detto l'uomo? - lo interrogò infine il poliziotto.
- Delirava. Si lamentava per il dolore. -
- E questi fantomatici tizi di cui parli? -
- Te l'ho detto: sono scesi dall'auto e hanno provato a derubarlo. -
- Però gli infermieri sull'ambulanza non hanno trovato nessuno a parte te e quel poveraccio morto. -
- Sono scappati, ti ho detto anche questo. Hanno sentito le sirene e se la sono data a gambe. -
Fisher lo fissò negli occhi per quasi un minuto. - Adesso stammi a sentire... Ti lascio andare perché non posso trattenerti. Gli esami tossicologici sono negativi. Niente alcol, né droghe. E il tuo avvocato... com'è che si chiama... - Fisher scartabellò un fascicolo. - Ah sì, eccolo qua: James Davies... che nome da frocio. Comunque ha già chiamato due volte per sbraitare e minacciare. E quindi sono costretto a farti uscire. Ma farò le mie verifiche, puoi starne certo. E se mi hai detto anche solo una cazzata... -
Ethan si alzò. - Ti saluto, Fisher. -
- Quella è la porta - gli indico il poliziotto.
Ethan afferrò la maniglia e si voltò.
- Lo sai che sei uno stronzo, vero? -
- E tu lo sai che scrivi di merda, vero? -


La sua scrivania al Guardian pareva una proiezione del suo monolocale in Euston Road: piccola, moderna, caotica. C'era spazio per lui e nessun altro.
Accese il pc e mentre aspettava ripassò gli avvenimenti della notte precedente. Rivide l'uomo lanciarsi contro la sua auto; udì di nuovo lo stridere dei freni e percepì ancora l'odore dei copertoni sull'asfalto. Poi quel rumore, l'urto del corpo sul parabrezza, e quello solo appena più attutito delle ossa che picchiavano a terra. Infine il sangue, una striscia vivida e zigzagante subito lavata dalla pioggia.
Ho ucciso un uomo...
Si ripeté che non era stata colpa sua, che quello era spuntato dal nulla e gli si era buttato sotto. Servì a poco.
Guardò fuori dalla finestra. Il ticchettare della pioggia arrivò un istante dopo. La redazione fu avvolta dal buio di un cielo color ardesia e sprofondò in un silenzio ancora più ovattato. I suoi colleghi sarebbero arrivati solo nel pomeriggio. Fino ad allora sarebbero stati impegnati a raccogliere notizie, a fare interviste, a seguire conferenze stampa o a rivestirsi in casa delle mogli degli impiegati. A parte Susan Barclay, la segretaria di redazione seduta in fondo all'enorme open space, la stanza era vuota.
Meglio così, pensò.
Ethan tollerava a malapena gli altri redattori, sentimento ricambiato anche in quel caso dai suoi colleghi. Quando entrava al Guardian le occhiate che riceveva erano un misto di invidia, rimprovero e ironia. Il comitato di redazione aveva chiesto più volte la sua testa. E tutte le volte la direttrice aveva risposto che piuttosto avrebbe licenziato loro e preso delle scimmie ammaestrate. Campbell era matta come un cavallo. Ma era un tipo in gamba. Se Ethan restava al Guardian era solo per lei.
Bip!
Un trillo appena, lieve, ma bastò a farlo tornare cosciente. Il desktop lo inondò con il fascio di luce dello schermo e l'immagine della formazione del Tottenham. Aprì internet e dalla tasca dei jeans tirò fuori i due oggetti che gli aveva dato l'uomo morto: una chiave e un anello.
- Cos'è, finalmente ti sei deciso a darmi la chiave del tuo appartamento? -
Alzò la testa richiamato dalla voce. Oltre la parete del suo box spuntava il volto di Lilly Moore, capelli rossi e vaporosi, trucco da vamp. Aveva un viso di porcellana e un collo lungo e sensuale. Le malelingue dicevano che avesse ottenuto il suo posto al Guardian scopando con l'editore. Ethan non aveva mai indagato quanto di vero ci fosse in quella voce. Ma considerando l'abilità con cui Lilly usava la lingua, si sarebbe potuta guadagnare un posto da direttore, altro che. Quella mattina, però, Ethan non era dell'umore per fare conversazione.
- Che vuoi, Lilly? -
- Come siamo scontrosi... -
- Ho avuto una nottataccia, scusa. -
- Spero almeno in buona compagnia. -
Decise che ignorarla era il modo migliore per allontanarla. Avevano scopato qualche volta, ma Ethan era troppo legato ai suoi spazi e alla sua indipendenza. E li proteggeva da qualunque interferenza esterna. Lei avrebbe dovuto capirlo già da un po'.
Ottenne il suo scopo. Pochi istanti dopo udì il rumore dei tacchi che si allontanavano. Gli sembrò che il ticchettio fosse accompagnato da un qualche insulto, ma ignorò pure quello, consapevole di esserselo meritato.
Tornò a guardare la chiave che gli aveva dato quell'uomo. Aveva una forma insolita, che non gli sembrava d'aver mai visto prima.
Che cos'è che ha detto? - Vai in banca con... - qual era il nome? Martha? Meggie? No, Mathilde. Ha detto: - Vai in banca con Mathilde. -
Ethan ringraziò le centinaia di conferenze stampa a cui aveva preso parte e la capacità di memorizzare che gli avevano lasciato in dote. Pensò che una volta tanto quell'abilità si fosse rivelata utile per qualcosa di più che ricordarsi il nome di una conosciuta in un pub e portata a casa dopo nemmeno un paio d'ore.
Quindi ha detto: - Vai in banca con Mathilde. - Ma che significa? E chi è Mathilde?
Optò per un approccio più metodico. Prese un post-it e scrisse ciò che ricordava, nella speranza che metterlo su carta lo aiutasse a dare un senso alle parole: VAI IN BANCA CON MATHILDE. LA CHIAVE È MORTA.
Il telefono sulla scrivania squillò. Trasalì e rispose.
- Ethan Cooper... -
- Tanto prima o poi la paghi, scribacchino del cazzo! -
Schizzò in piedi. - Senti, non so chi... -
Dall'altra parte riagganciarono troncando la sua reazione. Ethan rimise giù sbattendo la cornetta. Si prese le tempie fra le dita e le massaggiò. Cercò a tentoni il pacchetto sulla scrivania e quando lo trovò se lo portò alle labbra. Strappò coi denti la pellicola trasparente delle John Player Special Blu. Se ne accese una. Era abituato anche a quello. C'erano i Fisher, che ti sbattevano il loro livore in faccia senza tanti giri di parole. E c'erano i ‘conigli', quelli che non avevano il coraggio di farsi vedere, ma ti telefonavano in redazione per insultarti o ti lasciavano biglietti omaggio sul tergicristallo. Molto spesso accompagnati da una multa.
Sbuffò e l'occhio gli cadde sulla chiave. C'era una scritta nella parte interna dell'occhiello che non aveva notato prima. Era consumata, ma ancora leggibile. Espirò una boccata e guardò il fumo rotolare verso lo schermo. Si rimise seduto e aprì il motore di ricerca sul pc. Digitò sulla tastiera il nome inciso sulla chiave e trovò un numero di telefono.
Ma sì, che cos'ho da perdere?
Sollevò la cornetta e chiamò. Partì un disco registrato tra le cui opzioni c'era anche ‘lingua inglese'. La impostò e restò in attesa. Dopo due minuti del Tannhäuser di Wagner rispose una voce femminile.
- Buongiorno, sono Britta. Come posso esserle utile? -
- Sì, buongiorno io... ecco, io credo di avere una delle vostre chiavi. -
- Mi può fornire il numero di matricola? -
- Sì... cioè no. Non sono vostro cliente. -
- Della chiave, signore. Lo trova all'interno dell'anello. -
- Ah, okay... Credo sia questo: 00017. -
- Un attimo che controllo. -
Wagner tornò a riempirgli l'orecchio. Pochi secondi dopo alla cornetta si affacciò di nuovo la voce squillante di Britta.
- Sì, le confermo che si tratta di una delle nostre chiavi. Ha bisogno di avere accesso alla sua cassetta? -
Ethan non seppe che cosa rispondere. Ma il silenzio non doveva essere un'opzione contemplata dove aveva chiamato.
- Signore, è ancora in linea? - La voce Britta suonò infastidita.
- Come? Sì... sì, sono ancora qui. Mi scusi, ma che cosa contiene la cassetta? -
Seguì un istante di silenzio. Poi ancora la centralinista. - Il contenuto è noto solo al proprietario. Le cassette sono situate in un caveau interrato nella nostra sede centrale a prova di esplosione... - Ethan la trovò un'esagerazione. L'addetta sembrò percepire il suo scetticismo, perché si affrettò ad aggiungere: - Senza la chiave si potrebbe accedere a quel caveau solo con un esercito. - Seguì una risatina, che Ethan assecondò solo per cortesia. Chiese un altro paio di informazioni generiche e riappese.
Restò a fissare il monitor per quasi mezz'ora, senza in realtà vederlo davvero. All'improvviso scattò in piedi. Si cacciò il post-it con le frasi appuntate in tasca e si avviò verso la porta. Susan gli lanciò un sorriso enorme. Era una biondina dal viso pulito e dalla dizione perfetta, un po' abbondante di fianchi, ma con una quinta che dava alla testa. Ethan non era riuscito a tenerselo nei pantaloni neppure con lei, col risultato che la ragazza aveva cominciato a nutrire aspettative che lui doveva rintuzzare a cadenza regolare.
- Vai già via? - gli domandò con un'espressione rattristata.
- Sì. -
- Julie ti cercava un paio d'ore fa. -
Ethan rallentò fino a fermarsi.
- Che voleva? -
- Non lo so. Ma oggi ha cominciato a urlare prima del solito. -
Sbuffò. - Se mi cerca ancora dille che sono andato via. Anzi, dille che non sono proprio passato. -
- Va... va bene. Ti serve altro? -
Lui la guardò. Inspirò per risponderle, poi scosse la testa e se ne andò.
Se Susan era in gamba come lui sospettava, avrebbe capito da sola che tutto quello che poteva ottenere da lui l'aveva già avuto.


Stava per chiudere la valigia quando il cellulare, in modalità silenziosa, vibrò. Il comodino amplificò il rumore, dandogli l'impressione che a tremare fosse l'intera camera. Guardò l'orologio: le cinque e quarantadue. Lo prese e lesse il nome: LARRY TAYLOR.
Ci mancavi solo tu.
Rispose con un brusco: - Che vuoi? -
Seguì un istante di silenzio, interrotto poi da un fiume di parole: - Un modo un po' insolito di cominciare una conversazione telefonica. E, se mi è concesso, anche un po' incivile. La formula socialmente accettata per l'avvio di... -
- Non ho tempo per i tuoi sproloqui, Larry. - Ethan alzò gli occhi al cielo. - Ho avuto un mucchio di cose da fare. Ho un lavoro, io. -
- Be'? Non è certo un motivo per essere aggressivi o maleducati. Anche io studio, eppure... -
- Studi? Ma se hai ventisei anni e ti mancano quasi tutti gli esami! -
- Gli esami sono un metodo pleonastico di valutazione delle singole competenze di un individuo. Per tacere del fatto che i professori che dovrebbero determinare le mie conoscenze si sentono intimoriti dalla mia intelligenza superiore, con la conseguenza che tendono a giudicarmi in maniera più severa rispetto agli altri studenti. -
- Ancora con questa balla, Larry? Ti conosco da dieci anni e in tutto questo tempo avrai dato sì e no quattro esami. Smettila di giocare e prendi quella laurea. -
Il ragazzo se ne uscì con uno sbuffo che risultò essere un misto di noia e tolleranza mal celata.
- Non ho bisogno del loro inutile pezzo di carta. Ti ricordo che ho un quoziente intellettivo di centoquarantadue. Potrei andare a bussare da Google e chiedere a Page di lasciarmi il suo posto... che per inciso saprei far fruttare molto meglio. -
Ethan aveva sentito quella storia un mucchio di volte. Si accese una JPS per non dover rispondere. Tirò una boccata, ma la nicotina tardò a distendergli i nervi.
- Lo so - soffiò via il fumo. - Ed è questo che mi fa arrabbiare. Sprechi le tue giornate seduto sul divano a... a giocare online, anziché a studiare e a pensare al tuo futuro. -
- E che male c'è? Le chat dei videogiochi online sono un ottimo modo per intessere rapporti interpersonali con gente altrimenti al di fuori della mia portata fisica. -
- Dio, Larry, quando parli così fatico a starti dietro. E mi viene il mal di testa. -
- Proverò a riformulare in modo da essere comprensibile anche a te: non sai quanto si rimorchia in chat - Larry sghignazzò come un imbecille.
- Sei una testa di cazzo - ribatté Ethan, ma anche a lui venne da ridere.
- Se vuoi ti insegno. -
- Falla finita. Preferisco i metodi tradizionali. -
Larry sbuffò. - I ‘metodi tradizionali'? Forse sarebbe ora che ammettessi una volta per tutte la tua idiosincrasia per le nuove tecnologie, piuttosto. -
- Sta' pur certo che lo farò, ma ora non ho tempo. Dimmi che ti serve e sbrigati. -
- In realtà questa è solo una telefonata di cortesia. Sono giorni che non ci sentiamo e ho ritenuto importante chiamarti per sapere come stavi. -
- Larry... -
- E va bene, quando ti intestardisci diventi intrattabile, te l'hanno mai detto? -
- Sì, tu ogni volta che ci sentiamo. Cosa vuoi? -
- Voglio sapere cos'ha detto Campbell. -
- Niente. -
- Niente?! Vorresti farmi credere che ha letto il mio articolo e non ha avuto alcuna reazione? Impossibile! -
- Non ha avuto una reazione perché non gliel'ho mandato. Lo sai che il Guardian non pubblica quella roba. -
- Cosa devo sentire? Qualunque giornale avrebbe il dovere di pubblicare ‘quella roba', come la definisci tu dimostrando la tua incapacità di giudizio critico. Ci controllano, Ethan. Forse a te che usi ancora i telefoni a gettoni e le radiosveglie invece degli smartphone non interesserà. Ma a un paio di miliardi di persone invece sì. -
- Ti informo che ho un cellulare di ultima generazione. E che sei stato tu a occupartene. -
- Sì, giusto. Dimenticavo di averti tirato via a forza dal Pleistocene tecnologico in cui grufolavi. Be', almeno tu sei al sicuro. Ma il resto della popolazione mondiale? È in atto un complotto tra tutte le maggiori potenze occidentali per mettere sotto controllo ogni singolo computer pubblico, privato o aziendale. Lo capisci? -
- Vorrà dire che scopriranno quante volte al giorno vai su YouPorn. E si faranno un sacco di risate, segaiolo. -
Larry tossì come se si stesse strozzando. - I... io n... non ti permetto di avanzare certe illazioni! Queste sono calunnie. E tu stai solo cambiando discorso, ecco la verità! -
- No, in verità sto solo perdendo tempo con uno ragazzino che potrebbe fare molto di più con un quoziente intellettivo di centoventi. -
- Scusa?! Mi hai preso per la bartender del pub dove vai a vedere le partite? Io ho centoquarantadue. E quello che faccio per guadagnarmi da vivere mi basta. E mi basterebbe ancora di più, se tu vendessi i miei articoli al Guardian. -
Ethan chiuse gli occhi. La JPS era quasi un mozzicone. Dalla finestra gli arrivarono i suoni di una tipica serata londinese: il battere della pioggia e gli schiamazzi di turisti già ubriachi prima di cena. Tornò a sollevare le palpebre al lamento di una sirena.
- Il Guardian non pubblica illazioni basate su fonti anonime raccolte su internet. Discorso chiuso - disse con una voce da predica che infastidì perfino lui. - E sono stato gentile. Perché avrei potuto dire che non pubblichiamo merda partorita dai tuoi amichetti hacker con la testa bruciata dagli acidi. -
- Bene, allora, fai pure come preferisci. Continua a ignorare queste ‘voci' - Ethan lo immaginò con gli auricolari pigiati nelle orecchie e il joypad rovente tra le dita. Larry era incapace di fare una sola cosa per volta. - Ma quando scoprirai che avevo ragione e verrai a pregarmi di passarti qualche scoop, sai cosa ti risponderò? -
- Fottiti? -
- Io... s... sì, esatto! Ti dirò: ‘Fottiti Ethan, ho venduto i miei scoop al Times.' -
- Sono pronto a correre il rischio. Ma adesso devo salutarti. -
- Come mai? Che succede? -
- Devo partire. -
- Ora? -
- Domani. E fino ad allora ho un sacco di cose da fare. -
- Be', allora fa' buon viaggio, ci sentiamo quando torni. -


Il tavolo di alluminio rimandava indietro i bagliori fluorescenti di alcune lampade alogene. Quella più lontana stava per fulminarsi, a giudicare dal ronzio e dalla luce intermittente. Nel silenzio udì il suono del suo respiro roco e un odore di disinfettante che gli diede il voltastomaco. Restò immobile, il mento poggiato al petto, le dita che seguivano la circonferenza del bracciale d'acciaio che aveva appena ereditato. Un lenzuolo copriva il corpo, lasciando libero solo un ciuffo di capelli a un'estremità e due piedi violacei all'altra. All'alluce qualcuno aveva attaccato un cartellino. Non ebbe il coraggio di leggerlo.
Inspirò e si costrinse ad allungare una mano. Afferrò un lembo del lenzuolo e lo piegò con delicatezza, come se avesse paura di svegliare la figura sdraiata. Il viso e le spalle risaltarono lividi. Pur senza toccarlo, ne avvertì il gelo. Una scossa gli risalì lungo lo stomaco e si tramutò in un singulto. Deglutì una saliva pastosa, che non ne voleva sapere di essere ricacciata via. Sfiorò i capelli, spostando una ciocca dalla fronte, e cacciò un singhiozzo.
Richard...
Il corpo giaceva con le braccia distese lungo i fianchi, gli occhi chiusi, le labbra sigillate. Non mostrava quella serenità associata alla morte di cui aveva sempre sentito parlare. Il viso non era rilassato e non sembrava affatto che stesse dormendo. Il volto era corrucciato, come se ancora presentasse tracce dei suoi ultimi dolorosi istanti di vita. E sembrava arrabbiato. Con lui, forse, per non averlo protetto come ci si aspettava da un fratello maggiore.
Aveva un livido sullo zigomo destro e due ferite parallele sulla guancia sinistra. Gli si accostò udendo il proprio cuore pompare e martellare al ritmo di un respiro che si faceva sempre più affannato. Due lacrime abbandonarono le sue guance e picchiettarono sul lenzuolo. Ethan scorse un altro livido colorare la clavicola di suo fratello. E anche un segno più piccolo, della circonferenza di una sigaretta, impresso subito sotto un capezzolo.
Tese le mani verso il lenzuolo. Lo artigliò con molta più forza del necessario e lo scostò. Il corpo di Richard emerse nudo e rigido. Lividi, ecchimosi, ematomi, contusioni... La salma di suo fratello era una costellazione di ferite. Perfino il tatuaggio con lo stemma del Tottenham, lo stesso che aveva provato a impedirgli di farsi, era stato oltraggiato.
Spalancò gli occhi nel buio. E annaspò alla ricerca di qualcosa di concreto, con gli strascichi di quell'incubo incollati alla pelle come carta moschicida. Trovò la radiosveglia sul comodino e si concentrò sui numeri che brillavano nell'oscurità. Erano da poco passate le dieci. Si era sdraiato dopo la telefonata di Larry e si era addormentato senza neppure rendersene conto. Prese il cellulare e cominciò a scorrere i pochissimi numeri in rubrica. Trovò quello che cercava e chiamò. Una voce rispose tetra dopo un'infinità di squilli.
- Mamma... sono io. -
Silenzio.
- Come stai? - le chiese per riempire quel vuoto.
- Oggi è l'anniversario della sua morte. -
Ethan sospirò. - Lo so. Tu cerca di non pensarci. -
Ancora silenzio.
- N... non è... non è giusto... No, no... - sentì balbettare dall'altra parte, prima di essere travolto da una serie di singhiozzi.
- No, non lo è. Niente di quello che è successo a Richard lo è stato. -
Senza un motivo apparente, quelle parole gli fecero ripensare all'uomo che aveva investito.
- Mamma, ieri sera ho... -
Tu-tu-tu-tu
Ethan sospirò. Rimise il cellulare sul comodino e restò a fissare il soffitto nell'oscurità della sua camera.


In una stanza al trentesimo piano di un palazzo di vetro e acciaio un telefono squillò. Una mano alzò la cornetta.
- Novità? -
Il silenzio che seguì valse più di qualunque risposta. Si prese la fronte tra le mani e tornò a indagare.
- Allora? -
- È successo un imprevisto... -
- Non vi sarà scappato ancora, mi auguro. -
- Peggio. Lo stavamo inseguendo, ma... - l'esitazione tradì la vergogna.
- Quindi? Fuori la voce, Geert. -
- È morto. È finito sotto una macchina. -
- Com'è successo? -
- Non ne sono sicuro. Lo stavamo inseguendo, ma diluviava ed era buio. Forse ha attraversato senza guardare, era piuttosto confuso e spaesato. Potrebbe essere andata così. -
- Ma non puoi giurarci. -
- No. -
- Quindi ti ho spedito fino a Londra per riportarmi indietro un uomo, e tu invece te lo sei prima fatto scappare e poi l'hai mandato a morire sotto una macchina... -
- Ho commesso una leggerezza. -
- Sei troppo generoso con te stesso. E anche con chi era con te. Avevo bisogno di interrogarlo, dannazione! Invece adesso si è portato nella tomba ogni risposta. -
Seguì un nuovo, lungo istante di silenzio. La voce dall'altro capo rispose timida. - Mi dispiace. -
L'altro sospirò e cambiò discorso. - Il tipo che l'ha investito... Vi ha visti? -
- Veramente... -
- Allora?! -
- Sì. -
- Ma che ti succede, Geert? Non ne combini una giusta! -
- Era uno sfigato qualunque. Gli avrei dato una bella lezione, se soltanto Jones non si fosse fatto prendere dal panico. La prossima volta non mandarmi con un pivellino. -
- Non ci saranno prossime volte. - Allo sconforto si unì una nota di sfinimento. - Dov'è il corpo, ora? -
- È stato portato via da un'ambulanza e da quello che siamo riusciti a vedere era già cadavere quando è successo. Immagino l'avesse con sé, anche se Jones l'ha frugato e non ha trovato niente. Oppure... -
- Oppure? -
- Be', ne dubito. Ma sentendosi braccato potrebbe averlo nascosto da qualche parte, forse con l'intento di tornare a prenderlo una volta che avesse fatto perdere le sue tracce. Io al suo posto avrei fatto così. -
- In quel caso sarebbe una tragedia. E non voglio neppure pensarci. Di sicuro in ospedale l'avranno spogliato. Qualcuno deve sapere dov'è finito. -
- Quindi che devo fare? -
- Scopri dove hanno portato il cadavere e dove hanno messo le sue cose. Se non era un barbone qualunque saranno stati avvertiti i familiari... Sarà stato consegnato tutto a un parente, no? Vedi di capire dove abita. -
Dall'altro capo venne l'ennesimo momento di silenzio. Poi una voce arrochita, forse dalla rabbia.
- Sarà fatto. Heil Hitler. -
- Heil Hitler. -

Stefano Mancini
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