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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Nicola Marchesini
Titolo: Dance, Dance!
Genere Letteratura moderna
Lettori 312 2 4
Dance, Dance!
“Non puoi comportarti così. Ci vuole rispetto verso le persone che lavorano con te. Non puoi fare sempre i tuoi porci comodi e pensare che le cose vadano sempre per il verso giusto. Prima o poi ti metterai, ci metterai, nei casini. Guarda....delle volte vorrei spaccarti quella faccia” disse Sara con tono decisamente alterato.
“Stai tranquilla! Come vedi...” provai a dire.
“Non sto tranquilla per niente. Mancano quindici minuti all'inizio dello spettacolo. Come puoi ben vedere sono già pronta per andare in scena, e così tutto il resto della compagnia. Se fossi in Michael ti avrei già sbattuta fuori!” disse Sara alzando ulteriormente la voce.
Mi avvicinai a lei e le diedi un forte abbraccio.
“Sarò come sempre perfetta, tesoro mio! Come potrei non esserlo. E come farei senza di te. Per quanto riguarda Michael...se mai mi dovesse sbattere fuori, la sua compagnia andrebbe in rovina. Perderebbe le sue due star” risposi sorridendo.
“Che stupida che sono! Ovvio! Se vai via tu, è scontato che me ne andrei anch'io. Giusto? disse Sara stupita.
“Ovvio! Rimarresti mai senza di me?” dissi facendo occhioni dolci.
Sara mi prese per un braccio e mi fece uscire immediatamente dal suo camerino. Quando tenevo questo comportamento, sapevo benissimo che faceva una gran fatica a rimanere tranquilla. Quante volte mi aveva dovuto difendere per via dei miei colpi di testa, per le mie risposte impulsive o per i miei ritardi cronici. Ma ero fatta così. A me scivolava tutto addosso. Ogni tanto anche Sara avrebbe voluto avere quella parte del mio carattere. Ne ero convinta. Invece no! Per lei la vita la si doveva prendere in tutt'altro modo. Mi diceva sempre che siccome eravamo delle professioniste dovevamo tenere un certo comportamento e adottare un stile di vita che rispecchiasse la nostra professione. Il suo discorso era sicuramente giusto, ma facevo una fatica tremenda a seguire le regole. Era sempre stato così per me.
Ad un certo punto, Sara sentì bussare alla porta del suo camerino.
“Due minuti e si va in scena” disse una voce al di là della porta.
Sara si guardò allo specchio. Come sempre fece un respiro profondo e uscì. Due porte dopo c'era il mio camerino.
“Non sarà ancora alle prese col trucco? Stavolta l'ammazzo se è così” pensò a voce alta Sara.
Non fece tempo a finire la frase, che uscii. Ero perfetta. Avevo imparato a truccarmi da sola, in brevissimo tempo e lo facevo con ottimi risultati. Dicevo sempre che nessuno avrebbe mai notato qualche piccola imperfezione nel trucco dalla platea.
“Visto! Trucco e parrucco perfetto. Non so perché devi perdere tutte quelle ore. Mah...non è che hai una cotta per la truccatrice” dissi ridendo di gusto.
Sara non fece nemmeno lo sforzo di rispondermi. Mi diede uno spintone e ci incamminarono verso le quinte del palco. Ad attenderci come sempre vi era Michael, il nostro coreografo e fondatore del N.Y. Dance Ballet.
“Pronte ragazze! Oggi è la prima qui a Los Angeles. La sala è gremita, e ci sono tutte le più importanti testate del settore” disse Michael.
L'intero corpo di ballo era tutto attorno a lui. Come ogni volta, prima dell'entrata in scena, si consumò il nostro classico rituale. Tutti quanti ci guardavamo l'un l'altro e poi a gran voce e all'unisono partiva il grido di merdaaaa!
Il sipario si alzò e lo spettacolo iniziò. Entrammo sul palco e come ogni volta sfoderammo una grandissima esibizione. Per un'ora e mezza, questa era la durata dello spettacolo, il pubblico rimase in rigoroso silenzio e quando arrivò la fine si alzò un grandissimo battito di mani che durò per svariati minuti. Dovemmo uscire per ben tre volte sul palco per ringraziare il pubblico presente in sala. Poi finalmente tutti quanti facemmo ritorno verso i nostri camerini.
“Siete stati bravissimi ragazzi. Ci vediamo dopo” disse Michael, abbracciando e stringendo le mani a tutti noi.
Sara, rientrata nel suo camerino, si sedette sulla sedia che si trovava di fronte allo specchio e si rilassò per buoni cinque minuti. Una volta ripresasi e reidratata, si infilò sotto la doccia. Mentre si stava asciugando i suoi lunghi capelli castani, entrai all'improvviso.
“Tranquilla! Mi raccomando! Mai bussare.” disse Sara.
Mi guardai attorno e poi dissi.
“Non mi sembra che ci sia nessuno. Oppure hai nascosto qualcuno nella doccia? Non ho ricordi di aver mai bussato al tuo camerino. Devo cominciare da oggi?” risposi.
“Figurati. Non sia mai che ti abitui alle buone maniere” rispose Sara sorridendo.
“Volevo solo dirti che è andata molto bene, non credi? Comunque ti aspetto fuori con gli altri” dissi.
“Decisamente. Nemmeno una sbavatura questa sera” rispose Sara.
Prima che uscissi dal camerino Sara aggiunse.
“In tutti questi anni ancora non mi capacito di come tu riesca ad essere così veloce a cambiarti. Oddio....in verità penso di saperlo molto bene il motivo. Cinque minuti e sono da voi” disse Sara con un mezzo ghigno.
“Tutta invidia” risposi sorridendo e uscii dal camerino.
Raggiunsi il resto del corpo di ballo, che nel frattempo stava parlando con Michael. Mi intrufolai fra Brad e Steven, che erano i primi due ballerini della compagnia. Io e Brad oramai ballavamo assieme da oltre tre anni. Avevamo raggiunto una grandissima intesa, e lo si poteva vedere ogni volta che salivamo sul palco. Pochi istanti dopo arrivò anche Sara.
“Ci siamo tutti?” domandò Michael.
“Si è arrivata anche l'ultima, finalmente. La prossima volta cerchiamo di essere un po' più veloci. Stiamo tutti quanti morendo di fame” dissi prendendo per mano Sara.
Il dito medio della sua mano destra si alzò, accompagnato da un enorme sorriso.
Ci recammo in un ristorante che era poco distante dal Tower Theater. Quando facemmo ingresso nel locale, ci venne incontro un signore di bell'aspetto. Aveva tutta l'aria di essere il titolare. Ci fece accomodare in una bella sala, riservata tutta per noi. Per i prossimi sette giorni quello sarebbe stato il nostro ristorante. A Los Angeles ci saremmo fermati per dieci giorni. Avremmo sostenuto sette spettacoli con tre giorni di riposo. Come sempre l'inizio della cena fu dedicato al commento sulla nostra esibizione. Michael voleva sempre che ci trovassimo a parlare. A suo avviso era costruttivo per la compagnia condividere i propri pareri, e soprattutto le possibili critiche o quant'altro. Ricordo di cene decisamente bollenti, ma ci stava anche quello. Serviva per migliorarsi. Ne ero convinta anch'io. Poi i discorsi si spostarono su argomenti molto più frivoli, e come sempre, ci si trovava inevitabilmente a parlare con chi si aveva vicino. Sara, Brad, Steven e io eravamo sempre vicini. D'altronde come non poteva essere diversamente. Sara e Steven, l'altra prima coppia, ballavano assieme da nemmeno un anno. La loro intesa migliorava ogni giorno sempre di più. Steven aveva vent'anni, due in meno di Sara, ma era dotato di un gran talento. Non era stato facile per lui inserirsi nella compagnia, visto che aveva preso il posto di Vince, che aveva ballato per oltre cinque anni nella compagnia di Michael. Vince aveva deciso di proseguire la sua carriera con un altro corpo di ballo. La motivazione ufficiale fu quella che voleva trovare nuovi stimoli, ma si vociferava che avesse avuto una furiosa lite con Michael. Non tollerava più certi comportamenti di alcuni ballerini. Molti pensarono che centrassi io. Ammetto che avevo avuto dei dissapori con Vince, ma non penso fossero stati così gravi da allontanarlo da noi. Comunque da quel giorno nessuno pronunciò più il suo nome. Tutt'oggi se qualcuno tira in ballo il discorso viene immediatamente zittito.
Uscimmo dal locale che era mezzanotte passata.
“Ci vediamo domani mattina alle undici e mezza. Mi raccomando puntuali. Non fate troppo tardi stasera” disse Michael.
“Dove andiamo?” dissi.
“Non sei stanca?” domandarono quasi all'unisono Sara e Steven.
“Non più di tanto. Avrei voglia di bere qualcosa. Sbaglio o poco distante da qua c'è quel localino molto carino dove lo scorso anno abbiamo festeggiato il compleanno di Brad?” domandai.
“Esatto. Un quarto d'ora a piedi” rispose Brad.
“Perfetto” risposi.
“Vabbè! Andiamo. Ma cerchiamo di non fare troppo tardi” disse Sara.
“Se preferite tornare in hotel potete pure andare piccioncini” risposi ridendo.
“Cammina! Scema!” rispose Sara.
In meno di quindici minuti arrivammo al locale, e una volta entrati ci sedemmo in uno dei tavoli liberi. Rimanemmo lì per una buona ora. Ci trovavamo davvero bene noi quattro. Facevano un bel team.
“Quando avremo il nostro primo giorno libero mi fiondo in spiaggia. Quando mai mi ricapita di andare al mare a fine ottobre. Adoro quando veniamo a ballare in California. Il clima è fantastico. Non come da noi” disse Sara.
“Ti seguo cara mia. Io proporrei di svernare sempre qua. A New York l'inverno è lungo e freddo. Dobbiamo pensarci. Non sto scherzando” dissi.
“Potresti farlo nei momenti che non balliamo. Ma quando dobbiamo provare i nuovi pezzi come faresti? Non è propriamente comodo fare L.A-N.Y. avanti e indietro” rispose Brad.
“Proponiamo a Michael di spostarsi qua. Quando la gente gli chiederà come mai vi chiamate N.Y.Dance Ballet, e siete di Los Angeles, lui potrebbe rispondere comodamente sdraiato in spiaggia sorseggiando un cocktail in pieno inverno con un semplice: mi vedi? Non credo debba aggiungere altro!” dissi.
Fra una cosa e l'altra si erano fatte quasi le due del mattino. Decidemmo di rientrare in hotel. La mattina dopo avremmo avuto le prove e ne io ne Sara eravamo delle gran mattiniere.
Nella hall dell'hotel non vi era anima viva, se non l'impiegato della reception. Lo salutammo e ci recammo verso l'ascensore. Brad e Steven uscirono al quarto piano, dove si trovava il resto della compagnia. Noi due ci fermammo al settimo e ultimo piano. In tutti gli hotel chiedevamo sempre una stanza all'ultimo piano. Ci piaceva osservare le città dall'alto. Appena entrammo in camera posammo le nostre rispettive borse in un angolo. Sarà si gettò sul letto. Era decisamente stanca.
“Pensi di dormire vestita?” domandai.
“Quasi quasi. Sono distrutta. Non avrei dovuto ascoltarvi. Sarei dovuta tornare in hotel con gli altri. Invece mi fregate, mi freghi, sempre” rispose Sara.
“Mio dio! Hai ventidue anni. Dovresti spaccare il mondo. Avrai tutto il tempo per essere stanca e andare a dormire come le vecchiette” dissi mentre mi stavo spogliando.
“Potrò essere stanca anch'io una volta? Non mi sembra che sia una che si tira indietro. Oggi invece sono stanca! Argomento chiuso” rispose Sara che nel frattempo si stava pure lei spogliando.
Quando fummo pronte per andare a dormire, come sempre occupai la parte sinistra del letto. Avevo perso il conto da quanto tempo noi due dividevamo lo stesso letto.
“Da quanti anni dormiamo assieme?” domandai.
“Uffa!! Non lo so! Non me lo ricordo. È fondamentale saperlo in questo preciso momento?” rispose Sara.
“No” risposi sottovoce.
“Bene! Comunque tanti. Ora fammi la cortesia di dormire. Se non hai sonno, vaga per i corridoi dell'hotel. Vedrai che troverai qualcuno che ti terrà compagnia” rispose Sara.
“Stronza!” risposi.
“Buonanotte anche a te” disse Sara.

La mattina dopo sentii una voce che mi chiamava. Non capivo da dove provenisse. Aprii a fatica gli occhi e vidi Sara in piedi davanti a me.
“Cosa vuoi?” risposi con voce impastata.
“Sono quasi sei anni che dormiamo assieme. Come fossimo una coppia. Senza contare tutti quelli precedenti, quando stavamo lontane da New York per qualche giorno. Ma se contiamo anche le volte che abbiamo dormito assieme quando andavamo a scuola, direi una vita. Potremmo festeggiare le nozze di cristallo fra poco” disse Sara.
Lei si svegliava sempre prima di me, e le piaceva stuzzicarmi di prima mattina. Sapeva che era una delle cose che mi dava più fastidio in assoluto, ma lei si godeva.
“Dovevi assolutamente dirmelo di prima mattina?” risposi girandomi su un fianco.
Tutto d'un tratto il lenzuolo che mi copriva sparì all'improvviso.
“Di prima mattina? Sono le dieci e mezza. Fra un'ora dobbiamo essere in teatro” disse Sara.
“Cazzo! Dovevi svegliarmi prima. Mi devo preparare, e fare colazione” risposi.
“Io mi so organizzare. Non mi ritrovo mai a fare le corse come una pazza.” rispose Sara allontanandosi.
Mi alzai di corsa e mi fiondai in bagno. Mi lavai in fretta e furia, ritornai in camera e mi infilai la tuta che solitamente usavo per andare a fare le prove.
“Andiamo a fare colazione?” domandai.
“Certo. Ti stavo aspettando” rispose Sara.
Uscimmo dalla stanza e con passo svelto ci dirigemmo verso l'ascensore. Appena entrate premetti il pulsante che ci avrebbe portato al piano terra. Guardai Sara.
“Sbaglio o stamattina sei un filo acida nei miei confronti?” domandai.
“Ti sbagli di grosso. Sono sempre così con te. È l'unico modo per farti fare le cose ed essere puntuali” rispose Sara.
Come non darle ragione.

Sara era tutto per me. La mia famiglia, non aveva mai visto di buon occhio la mia scelta di vita. Fin da piccolina dopo la scuola, mi perdevo davanti alla televisione a guardare i balletti che vi erano nei vari spettacoli, e col passare del tempo, man mano che crescevo passavo interi pomeriggi a guardare i video musicali che passavano su MTV o YouTube. Mio padre e mia madre provarono a farmi fare altri sport. Per alcuni mesi feci nuoto, poi passai al tennis, alla pallavolo e provarono addirittura a farmi provare la pallacanestro. Non capivo perché non volessero che ballassi. Pensavo che per una ragazzina, fosse abbastanza naturale provare interesse verso questa disciplina. Si vede che nella mentalità dei miei genitori il ballo non era considerato. Alla fine comunque dovettero arrendersi. Cominciai con una scuola vicino a casa nostra. Andavo due volte in settimana. Martedì e giovedì, che in breve tempo diventarono i miei giorni preferiti della settimana. Crescendo, i giorni da due passarono a quattro alla settimana. Nel frattempo avevo cambiato anche scuola di danza. Questa era più distante da casa nostra quindi, mio padre o mia madre, dovevano accompagnarmi e rimanere lì finché non finivo. Quando compii undici anni decisero che potevo tranquillamente andare da sola. Fu proprio quell'anno che incontrai Sara. Lei proveniva da una scuola che avevo sentito ancora nominare, ed era fra quelle che avevo preso in considerazione al momento di iscrivermi a danza classica. Fra di noi scattò immediatamente la scintilla. Ci trovammo su tutto. Non solo per quanto riguardava la danza. In pochi mesi diventammo inseparabili. Dopo due anni in quella scuola, entrambe arrivammo alla conclusione che dovevamo aspirare a qualcosa di più. Tutti gli insegnanti dicevano che eravamo brave, molto brave, e vedevano del talento in noi due. Fu così che l'anno seguente facemmo il provino per la N.Y.Dance Ballet. Era una delle migliori scuole, se non la migliore della città. Entrarci non era facile. L'esame d'ammissione era veramente tosto. Ci preparammo per tutta l'estate così da arrivare pronte per la fine di agosto, mese nel quale si sarebbero svolte le audizioni. Ricordo che quel giorno eravamo agitatissime, comunque entrambe sostenemmo un ottimo esame e riuscimmo ad entrare nella scuola. Per quattro anni frequentammo le lezioni, e ogni tanto avemmo l'occasione di esibirci in qualche balletto. Ovviamente ricoprendo parti piccolissime. Poi un bel giorno, durante una nostra lezione vedemmo arrivare Michael. Si sedette per terra e la osservò. Sapevamo che nel nostro corso c'era una ragazza molto brava. Ovviamente pensavamo che fosse lì per lei. Invece, con grande nostra sorpresa, quando terminammo la lezione si avvicinò a noi due e ci disse che voleva parlarci. Per farla breve ci disse che dal prossimo anno saremmo entrate a far parte della sua compagnia. Eravamo al settimo cielo. Ricordo che quando lo dissi a casa ero talmente euforica che scoppiai in un pianto di felicità. I miei genitori non la presero allo stesso modo. Questo per loro significava che avrei dovuto abbandonare gli studi, ed erano sempre più convinti che il ballo non mi avrebbe mai dato modo di vivere autonomamente. Cercai di spiegar loro che invece avrei potuto proseguire gli studi proprio grazie al corpo di ballo. Ahimè non ci fu verso di convincerli. Cercai di capire il loro punto di vista, d'altronde parlavo con due persone che avevano dovuto cominciare a lavorare da giovani e non avevano potuto terminare gli studi. Mio padre lavorava come muratore e mia madre era impiegata presso un supermercato. In me avevano riposto chissà quali aspettative. Dopo due anni che ero entrata a far parte della compagnia, decisi di lasciare casa per prendere un piccolo appartamento più vicino alla scuola che oramai era diventata a tutti gli effetti il mio lavoro. L'appartamento lo divisi con Sara. Anche lei aveva preso la mia stessa decisione. La famiglia di Sara era tutta l'opposto della mia. Lei era stata sempre supportata nella sua decisione di diventare una ballerina, e fu così che col passare del tempo mi legai molto ai suoi genitori. In un certo senso divennero la mia seconda famiglia.

Finito di fare colazione tornammo velocemente in camera. Prendemmo le nostre rispettive borse e poi nuovamente di corsa fuori dall'hotel, dove ci avrebbe aspettato un taxi che nel frattempo avevamo chiamato. Riuscimmo ad arrivare con dieci minuti d'anticipo. Per me quasi un record, ma non per Sara.
“Odio quando devo fare le cose di corsa. E lo sai benissimo” disse Sara.
“Non vedo quale sia il problema. Ci dobbiamo solamente infilare le scarpe e siamo pronte” risposi.
Rimanemmo in teatro per poco più di un'ora e mezza. Poco dopo le tredici uscimmo e decidemmo di andare a mangiare qualcosa, e poi saremmo tornate in hotel per riposarci.
“Certo che con una giornata del genere doversi rinchiudere in camera...che nervi” disse Sara.
Lei adorava stare al sole. Le dicevo sempre che secondo me in una precedente vita era stata una lucertola. Ammetto che anch'io stavo volentieri in spiaggia a prendere il sole, ma dopo un po' mi piaceva fare anche dell'altro. Invece no! Con Sara si era le prime ad arrivare e le ultime ad andare via. Delle volte pensavo che volesse passare anche la notte sul lettino della spiaggia. Una volta arrivate in stanza guardammo qualche programma spazzatura che passava per la televisione, e poi presa dalla noia mi addormentai. Quando riaprii gli occhi guardai il telefono per vedere che ore fossero. Avevo dormito una buona ora. Cercai con lo sguardo Sara, ma la stanza era vuota. Sarà andata a fare quattro passi pensai. Uscii dalla stanza e scesi nella hall dell'hotel, mi diressi verso il bar e ordinai un caffè. Mi ci voleva proprio. Dormire di pomeriggio per me era devastante. Non mi capitava spesso, ma quelle volte che mi era successo, avevo imparato che dovevo prendere assolutamente qualcosa per svegliarmi altrimenti mi sarebbe venuto mal di testa, e visto che quella sera avrei dovuto ballare non potevo permettermelo. Poco dopo vidi arrivare Brad.
“Caffettino anche tu?” domandai.
“Certo. Ho avuto la brillante idea di buttarmi sul letto e mi sono svegliato cinque minuti fa. Mai più!” rispose Brad.
“Ahahahah. Allora siamo in due. La prossima volta andiamo da qualche parte” dissi.
Passammo un po' di tempo a parlare. Brad era proprio un bravo ragazzo. Avevamo la stessa età. Oramai ci conoscevamo benissimo. Secondo Sara lui aveva un debole per me. Le avevo sempre detto che non era vero. Ammetto che Brad verso di me era sempre gentile e premuroso, ma credo che il suo comportamento fosse dettato dal rapporto che avevamo.
“Sai dov'è finita Sara? domandai.
“Penso sia andata a fare una camminata con Steven e altri ballerini” disse Brad.
“Secondo me sono andati solo loro due” dissi.
“Dici che fra i due...” domandò Brad.
“Mah...secondo me non la raccontano giusta” risposi.
Verso le cinque del pomeriggio, ritornammo nelle nostre rispettive camere. Quando entrai, Sara stava preparando la sua borsa.
“Dove sei stata?” domandai.
“Ho fatto una camminata con Steven. Tu stavi dormendo della grossa e sinceramente mi stavo annoiando. Siamo andati fino alla spiaggia” rispose Sara.
“Che romantico” dissi ridendo.
“Certo! Dai preparati la borsa che fra poco ci passano a prendere. Questa volta arriverai come tutte noi. In orario!” rispose Sara.
Venti minuti dopo eravamo tutti sul pulmino che ci avrebbe portato in teatro.
Furono dieci giorni molto belli. Gli spettacoli nel complesso andarono bene. Le critiche furono all'unisono favorevoli. Ci dispiacque molto lasciare il sole e la temperatura mite della California. Ci saremmo tornate verso marzo dove avremmo intrapreso un tour itinerante dove avremmo toccato svariate città della California. Ora saremmo tornate a casa. Ci sarebbe stata una settimana di riposo assoluto, dopodiché una settimana di prove e poi saremmo partite per l'Europa, dove saremmo rimaste Risvegliarmi a casa mia mi faceva sempre piacere. Abitavo al quindicesimo piano di un palazzo che si trovava fra la 82° e la 83° east end di Manhattan. La vista da casa mia non era niente male. Era una delle cose che adoravo maggiormente di quell'appartamento, oltre alla sua grande luminosità. Non sopportavo le case che non ricevevano molta luce. Andai in cucina e mi preparai un buon caffè. Erano le dieci del mattino. Non male pensai, visto che dovevo smaltire le tre ore di fuso che vi erano con Los Angeles. Presi il cellulare e vidi che avevo tre messaggi whatsapp. Il primo era di mia madre che mi chiedeva come stessi e se ero tornata. Le risposi brevemente, dicendole che l'avrei richiamata in giornata. Sperando di ricordarmelo nel corso della giornata. Il secondo era di Sara che mi diceva che pomeriggio sarebbe passata da me. L'ultimo invece era di Tom.
- Ciao come stai? Volevo solamente salutarti e chiederti se una volta che sarai tornata a casa potevamo vederci per bere qualcosa assieme. Un abbraccio. Tom - .
Oddio pesai. Mi ero completamente dimenticata di richiamarlo. Ci eravamo conosciuti circa un paio di mesi fa ad una festa, dove all'inizio non ci sarei voluta andare, ma poi degli amici avevano insistito e alla fine avevo accettato. Tom era un gran figo. Era anche molto simpatico e intelligente. Strano, perché quelle qualità tutte assieme in un uomo erano rare da trovare. Ci eravamo scambiati i nostri numeri di telefono, e dopo vari messaggi insistenti da parte sua, lo accontentai uscendo una sera a cena con lui. Ripetemmo la cosa per altre due volte. Ero sempre stata bene con lui, ma i nostri incontri si dovettero interrompere bruscamente visto che dovetti partire per due settimane per una tournée giapponese. Gli avevo promesso che ci saremmo sentiti al mio ritorno, invece per una serie di vari motivi, non ero mai riuscita a richiamarlo e così partii anche per la California. Questa volta non potevo non rispondere al suo messaggio.
- Ciao Tom. Mi fa piacere sentirti. Certo che ci possiamo vedere. Fammi sapere quando. Un saluto Jade. -
Mi alzai e mi diressi in bagno per farmi una doccia. Non feci nemmeno tempo ad aprire l'acqua, che squillò il cellulare. Con passo veloce tornai in cucina. Era Tom. Un fulmine pensai. Che potenza avevamo noi donne.
“Ciao Tom. Accidenti che velocità nel rispondere” dissi.
“Ti ho disturbata?” domandò Tom.
“No. Dimmi tutto” risposi.

Rimanemmo al telefono per quasi cinque minuti. Ci saremmo visti in serata verso le diciotto per un aperitivo. Ero abbastanza contenta, dopotutto Tom mi aveva fatto una bella impressione.
Pomeriggio come promesso arrivò Sara. Mi aveva portato fuori perché doveva comprare un regalo per una sua cugina, che da lì a pochi giorni sarebbe diventata mamma. Ci recammo in un paio di negozi per neonati e alla fine prendemmo due tutine davvero carine. Il resto del nostro pomeriggio proseguì facendo shopping. Sara comprò una bellissima gonna grigia e poi prese anche un paio di pantaloni neri molto larghi. Le stavano molto bene. Approfittai anch'io del pomeriggio e presi una giacca di pelle che era da un po' che l'avevo adocchiata. Ritornando verso casa, ci fermammo nel negozio di danza più grande e importante della città. Il Ballet Ensamble. Era il riferimento per tutti i ballerini, sia professionisti che non. Veniva anche molta gente da fuori città. Sia io che Sara volevamo prendere dei nuovi pantaloni per le prove. Quando entrammo la titolare ci riconobbe immediatamente e ci venne incontro.
“Che piacere ragazze! Come state?” domandò la donna.
“Tutto ok” rispose Sara.
“In cosa posso esservi utile?” chiese la donna.
Le spiegammo cosa stavamo cercando. La seguimmo e alla fine trovammo proprio quello che avevamo in mente. Una volte arrivate alla cassa non potei non notare una poster gigantesco che era proprio sopra di essa. Ero io. Ritratta da uno dei migliori fotografi della città in un balletto che avevamo tenuto in primavera. Non era la prima volta che io o Sara si finiva in bella vista in vari negozi. Ogni volta che mi vedevo così gigante mi faceva sempre una certa impressione, nonostante fossimo abituate a vederci su riviste o su poster. Mentre stavo pagando si avvicinarono delle ragazzine che avranno avuto dodici o tredici anni.
“Possiamo fare una foto con te” dissero con un certo imbarazzo.
“Ma certo” risposi.
Scattammo un po' di foto e poi firmai alcuni autografi. Sara non era stata notata perché nel frattempo si era allontanata per rispondere ad un messaggio.
“Ma avete visto chi c'è con me?” dissi indicando Sara.
Appena la videro, le ragazzine si precipitarono verso di lei. Anche Sara si prestò a scattare delle foto e a firmare autografi. Ogni volta che vedevo quelle ragazzine, mi tornava in mente quando anch'io avevo la loro età. Mi sarei comportata nello stesso identico modo, quindi quando qualcuno mi riconosceva difficilmente mi tiravo indietro.
Uscite dal negozio Sara mi disse.
“Le persone dovrebbero sempre vederti così. Hai proprio un animo buono. Per questi tuoi gesti ti ho sempre ammirata. Io per natura sai che sarei più schiva. Tu invece ti butti subito”.
“Perché penso sempre alla fatica che ho fatto per arrivare dove sono ora, quindi se posso fare un gesto carino per loro, lo farò sempre. È anche grazie a loro se siamo dove siamo arrivate” risposi.
Facemmo ancora un pezzo di strada assieme, Sara abitava a sole due strade prima di casa mia, e poi ci salutammo.
“Ci sentiamo domani. Fra poco mi devo incontrare con Tom. Lo ricordi? Quello che ti avevo fatto vedere in foto” dissi.
“Certo che lo ricordo. Un gran bel figliolo. Allora buona serata e fai la brava” disse Sara sorridendo.
“Certo. Ero stata brava anche quando l'ho conosciuto” dissi anch'io sorridendo.
Scesi dal marciapiede e fermai il primo taxi libero, che mi portò al bar Centrale che si trovava sulla 46° strada. Era un dei locali più in voga in questo momento a New York. Tom voleva fare sicuramente colpo pensai. Ci sarebbe riuscito anche se mi avesse portata in un posto meno chic.
Arrivai con circa cinque minuti di ritardo. Per i miei standard direi che ero stata fenomenale. Entrai nel locale e poco dopo lo vidi seduto ad uno dei tavoli. Appena mi vide si alzò in piedi e mi salutò.
“Ciao. Ti trovo in gran forma, e sei bellissima” disse Tom.
“Grazie. Troppo gentile. Anche tu non scherzi” risposi.
Tom era vestito in modo impeccabile. Aveva un bel completo blu scuro che gli donava. Il capello leggermente spettinato, ma allo stesso tempo curato. Quando l'avevo baciato sulla guancia avevo sentito anche il suo buonissimo profumo. Non sapevo che marca fosse, ma era veramente piacevole. Insomma come avevo già avuto modo di dire la prima volta, Tom era un gran figo. Ordinammo due Aperol Spritz che ci vennero serviti con dei piccoli stuzzichini. Parlammo del mio lavoro e di come stessero andando le cose. Chiesi anch'io come andasse il suo lavoro. Tom era un consulente finanziario, in uno degli studi più importanti della città. Altra dote che mi ero dimenticata di menzionare. Stava bene anche economicamente. L'uomo perfetto? Allontanai subito questo pensiero, e parlammo di tutto e di più. Si erano fatte quasi le venti.
“Direi che potremmo cenare qua già che ci siamo. Cosa dici?” domandò Tom.
“Buona idea” risposi.
Chiedemmo il menù. Lui ordinò della spatola di caviale con porri, accompagnata da una crema francese. Io optai per un rotolo di sushi al salmone con avocado, carote e cetrioli. Tom ordinò anche una bottiglia di vino bianco. Quando lo assaggiai sentii subito che era un vino morbido di spiccata dolcezza.
“A noi due” dissi.
“Alla nostra serata” rispose Tom.
“Come mai hai scelto un vino bianco e non delle bollicine?” domandai.
Non ero una grande intenditrice di vini, ma sapevo ben riconoscere un vino pregiato da uno normale. Pensavo che regalare una buona bottiglia di vino fosse un regalo sempre azzeccato.
“Una volta era abitudine abbinare le bollicine al caviale, ma le nuove tendenze dicono che ci può stare benissimo anche del buon vino” rispose Tom.
“Non sapevo fossi anche un intenditore di vini” dissi sorseggiando il mio calice.
“Intenditore è una parola grossa. Diciamo che ho la passione, e se posso scelgo di bere bene. Ti assicuro che in questo locale ci sono delle ottime scelte” rispose lui.
Per concludere la nostra serata, come dolce prendemmo dei cantucci con del vino santo del Chianti. Fu proprio una bella serata.
“Ottima cena Tom. Abbiamo mangiato e bevuto benissimo. Devo ammettere che sono leggermente alticcia dopo due bottiglie di vino. Ma tranquillo non darò spettacolo” dissi sorridendo.
“Abbiamo abbinato dei buoni vini. Non poteva essere diversamente visto l'importanza della cena” rispose Tom.
“Esagerato!” risposi.
Sapevo benissimo come sarebbe finita quella serata, ed era proprio quello che volevo.
Tom fece un cenno alla cameriera che ci aveva servito quella sera. Si avvicinò al nostro tavolo e chiese il conto. Poco dopo tornò da noi. Tom porse la sua carta di credito alla cameriera. Al suo ritorno ci alzammo e uscimmo dal locale.
“Ti va di venire da me per un'ultimo bicchiere?” domandò Tom.
“Certo” risposi.
Prendemmo un taxi e ci dirigemmo verso casa sua. Abitava sulla 50° strada in un palazzo antico. Il suo appartamento era all'ultimo piano. Appena entrata notai che la sua casa era notevole. L'appartamento era arredato con grandissima cura. Si vedeva che dietro vi era la mano di un architetto.
“Complimenti per la casa. Bellissima. Arredata in modo impeccabile.” dissi.
“Grazie mille. Mia sorella è architetto. È tutto merito suo l'arredamento” rispose.
Ci dirigemmo nel salotto. Tom appoggiò la sua giacca su una delle sedie e poi si diresse verso un mobiletto dove vi erano appoggiate varie bottiglie.
“Cosa posso offrirti?” domandò Tom.
“Nulla. Non vorrei esagerare” risposi.
Tom, che nel frattempo mi dava le spalle, si versò un whisky. Stava finendo di versare il contenuto nel bicchiere, quando mi avvicinai verso di lui. Lo abbracciai. Tom lasciò il bicchiere sul mobile e si girò verso di me.
“Non vorrei approfittare di una donna che non è nelle sue piene facoltà mentali” disse lui con un mezzo sorriso.
Lo baciai intensamente.
“Sono pienamente nelle mie facoltà mentali” risposi.
Slacciai la camicia di Tom. Aveva un gran fisico asciutto e con gli addominali ben scolpiti. Poco dopo anche la mia camicetta cadde a terra e in men che non si dica mi ritrovai completamente nuda. Ci spostammo in camera da letto e cominciammo a fare l'amore. Fu una nottata decisamente intensa. Difficilmente mi lasciavo così trasportare quando ero con un uomo, ma con Tom ero stata veramente bene.
Venni svegliata dal suono della sveglia. Non avevo la forza di aprire gli occhi. Ad un tratto sentii appoggiarsi sulle mie labbra quelle di Tom. Ricambiai il bacio e con uno sforzo tremendo aprii gli occhi.
“Dove vai?” domandai.
“Ho una riunione importante fra un'ora. Ma una volta finita, se mi aspetti passiamo il resto della giornata assieme” rispose Tom.
Con un cenno della testa gli feci capire che lo avrei aspettato. Era vestito ancora più elegante della sera precedente. Sentii i suoi passi allontanarsi dalla camera da letto. Richiusi gli occhi e senza guardare che ore fossero mi rimisi a dormire. Verso le undici mi svegliai. Mi resi conto che i mei vestiti erano ancora in sala da pranzo. Mi alzai e sbirciai nella cabina armadio e cominciai a curiosare fra i suoi abiti. Vi erano vari completi di svariati colori, tutti molto eleganti. Una serie di camicie rigorosamente appese, vicine ad ogni abito. Per finire, nel ripiano più basso, vi erano le scarpe che a vedere si intonavano con i vari vestiti. Mi erano sempre piaciuti gli uomini che avevano buon gusto nel vestire. Un uomo elegante faceva sempre la sua gran bella figura. Parte dell'armadio era riservata ai vestiti casual. Non molti a dir la verità. Cercai qualcosa da mettere. Adocchiai una felpa di color blu scuro. La presi e l'infilai. Appena indossata mi guardai allo specchio. Decisamente grande per me, ma poteva andare bene. Era pur vero che in casa non vi era nessuno, ma volevo comunque evitare di girare completamente nuda. Per come era disposta la sua cabina armadio, sembrava quasi che Tom fosse una di quelle persone tutte perfette e ordinate. Non mi piacevano le persone troppo precise. Un po' di disordine, il giusto, ci voleva. Almeno così erano i miei armadi. Uscita dalla camera mi diressi in cucina e cercai di farmi un buon caffè. Era grande quanto metà della mia casa, nonostante non mi potessi lamentare delle dimensioni del mio appartamento. Presi una cialda dall'apposito contenitore e la inserii nella macchina per il caffè. Mentre aspettavo che fosse pronto, diedi un occhio al resto della cucina. Anche qui era tutto in perfetto ordine. Qualcosa non mi tornava. Ci doveva essere lo zampino di una donna. Avrà avuto una persona che veniva a fare le pulizie? O magari c'era una donna nella sua vita? Sarebbe stata una sorpresa non da poco. Da quel poco che potevo conoscerlo, non lo credevo. Però...gli uomini non finivano mai di stupirmi. Aprii vari cassetti per vedere come fossero disposte le posate, i piatti e i vari utensili. Si capiva sempre molto di una persona, da come teneva le sue cose. Anche qua tutto molto ordinato. Dovevo indagare al suo ritorno e cercare di capire se frequentasse qualcuno. Quando il caffè fu pronto, presi una tazza e mi avvicinai alla finestra. Aveva una bellissima vista su una parte di Central Park. Rimasi per qualche minuto ad ammirare il paesaggio. Terminato il caffè, riposi la tazza nel lavandino, e mi spostai in sala da pranzo. Presi il cellulare. La stanza era totalmente illuminata dai raggi del sole. Scattai alcune foto, mi feci anche un selfie, e le mandai immediatamente a Sara. Non passarono nemmeno due minuti che il cellulare squillò.
“Hai capito. E dove ti troveresti di bello?” domandò Sara.
“Sono a casa di Tom. Dovresti vedere il suo appartamento. Bellissimo. Sono tutta sola. Mi sono appena gustata un buon caffè e ora mi sto rilassando” dissi.
“Come mai sola? Lui dov'è? Descrivimi la casa. Sono curiosa” domandò Sara.
“Ottimamente arredata. Merito della sorella. Ma la cosa che maggiormente mi incuriosisce è l'ordine. Quasi maniacale. Difficilmente lo trovi in un uomo. Tom è uscito per un impegno di lavoro. Lo sto aspettando” dissi.
“Oddio! E se avesse una relazione? Stai attenta. Pensa se da un momento all'altro ti ritrovassi la sua compagna in casa. Da un lato mi piacerebbe. Ti starebbe bene. Così forse la smetteresti e ti daresti una calmata” disse Sara ridendo.
“Ma sei matta! Non sarà così incosciente. Quando rincasa glielo domando” risposi.
“Conoscendoti ne saresti capace” disse Sara.
“Perché no. Vabbè. Veniamo a noi. Volevo sapere se avevi voglia di cenare assieme stasera?” domandai.
“Con voi due? Scherzo. Si può fare. Alle venti va bene? Vieni da me così dopo ci guardiamo un film” domandò Sara.
“Perfetto. A dopo” dissi.
Terminata la telefonata, cominciai a raccogliere i miei vestiti. Non sarebbe stato carino se Tom fosse rientrato e li avesse trovati ancora sul pavimento. Riuscii a prendere la mia biancheria intima, quando sentii il rumore della chiave inserirsi nella serratura. Tom entrò dalla porta. Pochi passi dopo lo vidi. Sopra al vestito che avevo visto poche ore prima, indossava un bellissimo cappotto grigio. Per un attimo rimasi a guardarlo, poi lo salutai.
“Buongiorno. Sei rincasato presto. Com'è andata la tua riunione? domandai.
“Buongiorno a te. Breve e agitata. Direi che è il termine appropriato per descriverla. Come spesso accade. Fortunatamente sapevo che non avrebbe portato via molto tempo. Avevo la testa da tutt'altra parte. Ora che sono qua, non ci voglio più pensare. Vedo che hai trovato una mia felpa. Hai fatto benissimo a indossarla. Starai più comoda, e poi ti dona” disse sorridendo Tom.
“Immagino. Comunque complimenti per il tuo guardaroba. Tutto molto bello e ordinato” risposi con un certo imbarazzo.
“Ahahahah. Grazie. Scusami se rido. Vedo che hai notato che ho una certa mania per l'ordine. Credo che nella vita aiuti” rispose Tom.
Lo guardai sorridendo, pensando alla mia vita disordinata e incasinata il più delle volte.
“Trovi divertente la cosa?” domandò Tom.
“Hai una relazione con una donna? domandai a bruciapelo.
Tom rimase sorpreso dalla mia domanda.
“Perché? Comunque no! Nessuna tranne Carmen. La donna, cinquantenne, che viene tre volte in settimana a fare le pulizie” rispose Tom.
“Mi sembrava. Troppo ordinato” dissi.
“Sbaglio, o c'era una punta di gelosia nella tua domanda?” disse Tom.
“Per nulla. Sono solamente gelosa delle mie cose di danza. Quelle guai a chi me le tocca. Strano che un bel ragazzo come te non abbia nessuna” dissi.
Tom sorrise.
“Non è facile trovare la persona giusta. Non conta solo la bellezza. Giusto?” domandò lui.
“Lo chiedi alla persona sbagliata” risposi.
“Comunque stare vicino a te è come fare un giro sulle montagne russe. Cosa avresti voglia di fare?” chiese lui.
“Non lo so. Al momento mi stavo godendo la vista che hai dal tuo appartamento. Potremmo pranzare assieme. Premetto che non sono una gran cuoca, ma un piatto di pasta dignitoso posso farlo” dissi.
“Vada per il piatto di pasta. Mi cambio e torno subito da te” rispose Tom.
Lo seguii. Quando lui entrò in camera da letto, andai in bagno. Mi guardai allo specchio e vidi che non ero proprio il massimo della bellezza, quindi cercai di darmi una sistemata. Una volta uscita lo raggiunsi in cucina.
“Dammi due minuti. Mi rimetto i vestiti e poi preparo il pranzo” dissi.
“Rimani pure con la felpa. Sarebbe tempo sprecato rivestirti per poi toglierli nuovamente” disse Tom con sguardo sensuale.
“In effetti” dissi con un leggero imbarazzo.
Difficilmente un uomo mi metteva in soggezione, semmai era l'incontrario, ma non so per quale strano motivo con Tom mi sembrava di essere come un'adolescente alle prese con il suo primo amore.
“Dove tieni le pentole?” domandai.
“Sono nel ripiano sopra il piano a induzione” rispose Tom.
Aprii la mensola e le vidi tutte quante ben ordinate. Erano riposte in un ripiano un po' alto per me. Mi alzai sulle punte dei piedi e inevitabilmente la felpa mi scoprì parte del mio corpo.
“Posso fare un appunto a Carmen? Devi dirle di cambiare posto. Un po' scomodo. Per te forse no, ma per una donna...” dissi.
“Ti sbagli. Le dirò di metterle ancora un po' più alte la prossima volta” disse Tom.
Non feci tempo a rispondere che sentii le sue mani sui miei fianchi. Poi le sue labbra si appoggiarono delicatamente sul mio collo. Un brivido di piacere mi corse lungo tutto il corpo. Rimasi di spalle. Mi piaceva quello che stava facendo. Ad un certo punto le sue mani scesero leggermente più in basso. Ebbi un'ulteriore sussulto, che non riuscii a nascondere come il primo. Poco dopo Tom mi sfilò la felpa. Mi girai, sbottonai la sua camicia e cominciai a baciarlo sul petto, poi lentamente gli slacciai i pantaloni e ricambiai le sue intime attenzioni.
“Credo che il pranzo possa aspettare” dissi baciandolo.
“Assolutamente” rispose Tom alzandomi di peso e facendomi sedere sul ripiano della cucina.
Mi prese le mani e comincio a baciarmi su tutto il corpo. Ero completamente inerme. Rimasi in quella posizione per qualche minuto, dopodiché mi prese in braccio e mi adagiò sul tavolo della cucina. Un ulteriore brivido corse lungo il mio corpo, visto che la superficie era fredda. I nostri sguardi si incrociarono per una frazione di secondo, e poco dopo lo sentii dentro di me. Quando finimmo, andammo entrambi sotto una bella doccia calda. Fosse stato per me avrei replicato anche in quella situazione, ma pensai che forse era meglio stare tranquilla. Se avessi osato troppo avrei potuto instillare in lui delle strane idee.
Finalmente verso le tre del pomeriggio pranzammo. Stavo proprio bene a casa sua, e soprattutto con lui, ma mi conoscevo. Non sarebbe stata una buona cosa rimanere troppo a lungo li.
“Tom sono stata benissimo con te, ma ora devo andare. Ho un appuntamento questa sera” dissi alzandomi da tavola.
“Accidenti e io che pensavo che ti saresti fermata anche stanotte” disse Tom.
“Possiamo sempre risentirci. Non credi?” dissi.
Era una delle mie classiche frasi che sfoderavo con gli uomini. Poi raramente succedeva quanto avevo appena detto.
“Lo spero vivamente. Mi spiacerebbe perderti. Non vorrei correre, ma...” rispose Tom.
Panico! Le sue parole mi spaventarono a morte. Non ero da relazioni. Mi piaceva divertirmi, e con Tom ci si divertiva decisamente. Ci salutammo e uscii dal suo appartamento. Presi un taxi e tornai a casa. Feci un paio di telefonate, molto brevi, tra cui a mia madre. Una volta terminata la conversazione, mi cambiai e mi incamminai verso casa di Sara. Stranamente arrivai in anticipo. Suonai il campanello e quando lei aprì la porta dissi.
“Sorpresa! Sono in anticipo”.
“E questa non è una buona cosa. Cosa è successo? Tu arrivi in anticipo solo quando succede qualcosa di poco piacevole” disse Sara.
“Ti sbagli cara mia. Tutto bene invece. Anzi benissimo” risposi chiudendo la porta di casa.
“Non occorre che tu sia sempre così esplicita. Si capisce benissimo che vi siete divertiti voi due e che avete fatto...sesso. Ti conosco come le mie tasche. Sono contenta per te, anche se i tuoi periodi di astinenza sono davvero brevi. Ma una volta uscire a cena e comportarsi come tutte le persone normali?” domandò Sara.
“Credo di essere normalissima. Non ci trovo nulla di male. Se passo una piacevole serata, perché non finirla nel migliore dei modi. Devo presentarti qualche mio amico, così eviteresti d'essere così acida” dissi ridendo.
“Tranquilla che non mi servono i tuoi amici, credimi” rispose Sara.
“Ohohohoh. Racconta, racconta. Steven! Ci scommetto” dissi incuriosita.
“Ma non dire cazzate. Ha vent'anni” disse Sara.
“Mamma mia! Sai che scandalo. Due anni più giovane di te. Capisco ne avesse quaranta, e comunque non ci sarebbe niente di male ugualmente” dissi sorridendo.
“Sei capace di stare calma? Sei appena entrata e già mi metti in ansia. Abbiamo tutta la sera per parlare. Sei tu quella che non la racconta giusta. Ho idea che questo Tom...” disse Sara con un mezzo sorrisetto, ma senza finire appositamente la frase.
Preparammo la tavola a dovere. Sara, nel tardo pomeriggio, era andata in uno dei migliori ristoranti di sushi e aveva preso di tutto e di più. Eravamo letteralmente amanti di quel genere di cucina. Ci sedemmo a tavola e cominciammo a mangiare.
“Allora cosa mi racconti di Tom?” domandò Sara.
“Abbiamo passato un giorno e mezzo molto bello. È proprio una bravo ragazzo. Quello che vorrebbero tutte le madri per le proprie figlie. Bello, benestante, intelligente, simpatico e decisamente bravo a letto, ma questo non lo devono sapere” dissi sorridendo.
“Se ti sentisse parlare qualcuno ti direbbe che ti sei innamorata. Ma siccome lo stai raccontando a me...come stanno veramente le cose?” domandò Sara alla quale non riuscivo a nascondere nulla.
“Ammetto che mi ha colpito. Stare con lui mi ha fatto molto piacere. La cosa mi ha spaventato, e sai benissimo il perché. È come se avesse un certo potere su di me” dissi.
“Ti sei innamorata!” rispose Sara.
“No! Assolutamente” risposi con tono deciso.
“Mah...ne riparliamo fra qualche mese” ribatté Sara.
“Solo perché sono stata bene con lui? Lo sono stata anche con tanti altri uomini. Non mi posso permettere una relazione, e non la cerco nemmeno” dissi.
“Bisogna vedere cosa ne pensa il buon Tom a riguardo. Non è la prima volta che fai innamorare qualcuno. Ma dal tuo tono e dalla tua espressione qua c'è qualcosa di diverso. Poi ovviamente pronta a sbagliarmi. Però...” concluse Sara.
“Ma parliamo di te. Cos'era quell'allusione che mi hai fatto prima?” domandai incuriosita.
“Mi sono vista ieri sera con Patrick. Abbiamo passato una bella serata. Credo proprio che ne seguiranno altre” disse Sara con aria contenta.
“Patrick...quello che ha quel ristorante sulla ventitreesima? domandai.
“Esatto” rispose Sara.
“Figo! Così potremmo mangiare gratis se vi mettete assieme” dissi ridendo.
“Smettila! Comunque sto bene con lui. Magari una di queste sere organizziamo una cenetta a quattro” ribatté Sara guardandomi negli occhi.
“Mangia e taci che è meglio” risposi prendendo un boccone di Temaki.
“Passami un Nigiri che gli ho finiti” disse Sara.
La cena proseguì parlando della nostra prossima tournée che avrebbe preso il via fra sole due settimane. Ci rimanevano solamente due giorni di riposo e poi sarebbero ricominciate le prove. Finito di cenare ci buttammo sul divano e cercammo un film su Netflix. Sara stava cercando cosa guardare, quando ad un tratto disse.
“Eccolo!”
“Vai” risposi.
Non era un film recente, anzi quando vedemmo l'anno in cui era stato girato rimanemmo sorprese. Sara premette ok e cominciammo la visione delle Ragazze del Coyote Ugly. Lo avevamo già visto, ma ci faceva sempre piacere rivederlo. Il film finì pochi minuti dopo l'una di notte. Sara spense la televisione e ci recammo in camera da letto. Sarei rimasta lì per la notte. Nell'appartamento vi era anche una camera per gli ospiti, ma ci infilammo nel letto matrimoniale che era nella sua camera. Era tale l'abitudine che sarebbe stato strano se avessi dormito nell'altra stanza. Sara spense la luce e ci augurammo la buona notte. Ognuna si girò su un lato e ci demmo la schiena. Stavo per prendere sonno, quando la vibrazione del mio cellulare ruppe il silenzio della stanza.
“Ti devono messaggiare per forza a quest'ora? domandò Sara.
“Chi diavolo sarà?” dissi prendendo il cellulare.
Era un messaggio di Tom. Mi augurava la buona notte. Era una frase molto smielosa, ma mi fece ugualmente piacere.
“Allora?” domandò Sara.
“Visto che ti ha dato così fastidio, non ti dirò chi è” risposi.
“Ahahahah. Tom. Il tuo fidanzatino. Non gli rispondi?” domandò Sara divertita.
Le diedi un pizzicotto sul sedere.
“No! Figurati. Dormi che è tardi. Mi raccomando domani non svegliarmi come al tuo solito” dissi.
“Certo. Dormi bene mia giovane innamorata” disse Sara scoppiando a ridere.
Nicola Marchesini
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