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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Antonella Alboni
Titolo: Padri e figli
Genere Contemporaneo Saga
Lettori 357 42 6
Padri e figli
Un anno a Kinnaber vol.2

I due bow window del salotto si affacciavano su Commonwealth Avenue e, a fine inverno, le magnolie fiorite del piccolo giardino antistante alla casa li trasformavano in eleganti dipinti.
Gwyneth era impeccabile, in un lungo abito nero sul quale brillava la spilla che Cartier aveva creato negli anni quaranta per la Duchessa di Windsor e che Justin le aveva regalato per il quinto anniversario del loro incontro a Maputo.
Era il più recente dono di suo marito, che aveva l'insana abitudine di ricoprirla di gioielli come segno del suo amore per lei.
Justin Jacobs era l'erede unico di un importante gruppo finanziario americano, con sede a Boston. Si era laureato in legge a Harvard a pieni voti, secondo la tradizione di famiglia e, dopo la laurea, aveva speso dodici mesi in giro per il mondo per capire qualcosa di se stesso e degli altri. Era stato un anno formativo, vissuto fra le spiagge di Bali e le associazioni di volontariato, a costruire scuole nella provincia vietnamita di Ha Gang e a insegnare inglese ai chiassosi figli delle ricche famiglie locali, in affollate classi di Hanoi. Per la prima volta nella vita si era sentito libero e aveva respirato a pieni polmoni l'euforia della libertà. Potere decidere cosa fare e dove dormire, giorno per giorno, gli dava il piacere di una vita priva di costrizioni, senza l'asfissia di un'esistenza plasmata entro uno schema preordinato da altri.
Sapeva che non sarebbe durata in eterno, ma s'impose di non guastarsi quei dodici mesi e viverli come se non ci fosse una scadenza. Nel suo viaggio di crescita, come lo avrebbe chiamato in seguito, era stato a volte solo, spesso in compagnia. Aveva avuto diverse fidanzate a tempo che lo avevano accompagnato per un tratto del suo viaggio, parecchie notti di fuoco senza obbligo di colazione e, fra euforia e appagamento, era arrivato alla fine del suo percorso. Per la conclusione aveva scelto un luogo che, a solo rammentarlo, gli avrebbe fatto male al cuore per il resto della sua vita. L'ultimo giorno a Raja Ampat si era svegliato presto, aveva ammirato per un'ultima volta, con un caffè in mano, uno dei paesaggi più belli del pianeta, aveva guardato negli occhi il suo futuro e chiuso a doppia mandata una porta nella sua anima.
Velocemente aveva preparato il suo zaino e si era chinato a svegliare la ragazza americana che aveva conosciuto sull'aereo per Sorong.
- Devo andare. Ricordi cosa ci siamo detti? - .
- Lo ricordo, queste settimane non ci sono mai state e ora è troppo presto. Buona fortuna Justin - .
- Buona fortuna a te. Se ci rincontreremo, dovrà essere una prima volta, non dimenticarlo - . Le baciò la punta delle dita e si allontanò senza girarsi indietro.
Quattro giorni dopo si era presentato in banca, a Boston, come d'accordo, e aveva ascoltato i piani che il padre aveva programmato per lui.
I primi anni si fece le ossa in diversi istituti finanziari fra Hong Kong e New York, poi non si lasciò sfuggire l'occasione di una consulenza nell'Africa equatoriale che fu l'inizio di dieci anni di impegni per i vari governi in paesi in via di sviluppo.
La sua professione correva sui limiti della legalità. Investiva fondi di ogni genere, che il gruppo al governo, di volta in volta, decideva di assicurarsi nei vari istituti gestiti dalla banca Jacobs.
Furono anni duri, di grande tensione personale e professionale, che lasciavano poco spazio a tutto ciò che non era lavoro. I rapporti col padre erano sempre tesi, non cercava il suo consenso, ma voleva conquistare per meriti il suo posto alla guida della banca di famiglia. Era orgoglioso e ambizioso e non era abituato, né disposto, a ringraziare nessuno per quello che riusciva ad ottenere.
In questo periodo, aveva intessuto una vasta serie di relazioni con figure con le quali non avrebbe voluto festeggiare il Ringraziamento, ma erano funzionali ad una ascesa esponenziale del suo prestigio e gli avevano spianato la strada per prendere il posto di suo padre alla direzione della banca Jacobs, e non solo per diritto di nascita.
Aveva incontrato sua moglie a una celebrazione del quattro luglio all'ambasciata americana di Maputo, in Mozambico. Lei non era al suo tavolo, ma, da dove era seduto, aveva potuto osservarla per tutta la cena. Non era riuscito a staccarle gli occhi di dosso e aveva aspettato, impaziente, di potersi alzare e raggiungerla. Conosceva l'americano seduto vicino a lei e decise che si sarebbe unito a loro per il caffè.
Riuscì a trattenerla mentre se ne stava andando, anche lei esausta per la cena, o per la noiosa compagnia, ma non dovette sfoderare anni di fascino e vita vissuta, grazie al cielo. Gli bastò salutarla e lei si sedette di nuovo. A quel punto, dopo essersi presentato, riuscì a scaricare il suo conoscente e si dedicò completamente a Gwyneth. Volle sapere tutto di lei e, alla fine della serata, lui avrebbe potuto scrivere la sua biografia e lei sapeva, di lui, poco più che un nome e un cognome.
Fu esattamente quello che gli disse prima di salutarlo, di farle avere la sua biografia, non appena l'avesse pubblicata. Anzi, gli chiese di potere guardare la stesura finale, per farsi un'idea di come la sua vita appariva a un uomo come Justin Jacobs.
- Sarò felice di mandartela, ma devi darmi il tuo indirizzo di email e il tuo telefono, così potrò tenere fede ai miei impegni - .
Si scambiarono email e telefono ma Gwyneth, dentro di sé, si chiese cosa avrebbe potuto farci, visto gli impegni professionali che entrambi avevano nei posti più disparati della terra.
L'incontro con Justin aveva cambiato il tono della serata ma, alla fine, il piacere per la bella conversazione lasciò il posto alla consapevolezza di non potere dare seguito ad alcunché.
Tornò nel residence, dove alloggiava, in vena di riflessioni, ma fu chiamata per un'ultima birra fresca dai suoi colleghi, tutti alticci e di buon umore. Era stata l'unica del gruppo invitata alla cena dell'ambasciatore perché lui e sua moglie erano amici di sua madre e non avrebbe potuto mancare senza dare il via a un incidente diplomatico di proporzioni cosmiche. E nessuno dei suoi colleghi si era offerto di accompagnarla, preferendo festeggiare il quattro luglio con un barbecue e alcool a volontà.
Tutti loro appartenevano a un gruppo di medici che lavoravano a progetto per una commissione internazionale. Erano in Africa da diversi mesi e il loro compito era impostare nuove procedure, in ospedali selezionati, in modo da renderli operativi secondo degli standard stabiliti dall'Organizzazione mondiale della sanità. Dovevano trasmettere, al personale residente, delle linee guida che li mettessero in condizione di accedere a canali collegati direttamente alle strutture più avanzate dei vari paesi coinvolti nel programma.
Per i primi due anni, ci sarebbe stato un certo numero di medici stranieri residenti, secondo un turn over di sei mesi, e il gruppo di Gwyneth fungeva da avvio del programma e seguiva l'inserimento del personale incaricato nei vari ospedali locali.
Di lì a poche settimane Gwyneth e la sua equipe esaurirono il loro impegno a Maputo e partirono per l'Angola.
Erano arrivati a Luanda da pochi giorni e lei era al suo pc nell'ambulatorio di un piccolo ospedale, in uno dei quartieri meno agiati della capitale, a compilare i moduli per il suo lavoro statistico, quando un'infermiera le disse che la stavano cercando. Si meravigliò che qualcuno ricordasse già il suo nome e, soprattutto, che qualcuno chiedesse di lei.
Il pronto soccorso era sempre caotico, a ogni ora del giorno, ma non le ci volle molto a individuare un'elegante figura, in un'immacolata camicia di lino, che stava leggendo i volantini appesi alle bacheche. Fu più che sorpresa, era l'ultima persona che pensava di rivedere.
- Salve, come sapevi che ero qui? - . Il tono di Gwyneth era sbrigativo, quella candida camicia di lino stirata l'aveva indispettita.
Justin si era girato sorridendo. - Un sottile lavoro d'intelligence.... Non ti ho più perso di vista dalla sera del quattro luglio all'ambasciata americana, non avrei potuto - .
- Bastava chiedere, la nostra tabella di marcia non è un mistero - .
- Non sminuire il mio impegno. Avrei potuto scriverti, è vero, ma ho preferito l'effetto sorpresa. Ti dispiace se ricominciamo da capo e tu mi dici, sorridendo, che sei contenta di vedermi? - .
- Scusami, non volevo essere scortese. Mi fa piacere vederti, come mai passavi da queste parti? - .
- C'è sempre lavoro per uno come me in questi paesi, se ti riferisci a Luanda. In particolare, da queste parti sono venuto per un caffè con te. Hai tempo? - .
- Potrei avere una mezz'ora, ma non è sufficiente a raggiungere un posto decente per bere qualcosa e poi tornare qui - .
- Mezz'ora non mi basta, ti passo a prendere per cena. Dove alloggi? - .
- Era una domanda? Sei sempre così sicuro di te da non aspettare la risposta? Ok, vada per la cena, ho bisogno di ossigeno. Alloggio qui dietro, in una palazzina affittata alle organizzazioni internazionali - .
- Ho capito dove sei, non molto esaltante... Ti passo a prendere alle sette - .
Gwyneth lo vide allontanarsi, perfetto nella sua camicia di lino bianca, magistralmente stirata. C'era un'auto con autista ad aspettarlo all'ombra, poco lontano.
Guardò scoraggiata i suoi jeans e la camicia azzurra fresca di bucato, che non aveva visto ferro da stiro da molti mesi. E poco altro c'era nel suo guardaroba, a parte l'abito di jersey nero, che aveva indossato anche la sera della cena all'ambasciata e che si portava sempre dietro perché non doveva essere stirato e si asciugava alla svelta. Del resto lei non era in vacanza e Justin avrebbe capito.
Tornò alla valanga dei suoi dati da raccogliere e confrontare ed era contenta di potere trascorrere una serata diversa. Da un po' di tempo non aveva fatto altro che lavorare e Luanda la stava mettendo a dura prova. Era partita da New York perché non sapeva cosa fare della sua vita e le era sembrata un'occasione per potere fare chiarezza, sia a livello professionale che personale. Aveva deciso per quel tipo di esperienza, prima di stabilirsi a lavorare all'interno di un ospedale. Assecondava la sua curiosità e il desiderio di mettersi in discussione in un ambiente diverso da quello in cui era cresciuta. E, in un angolo remoto del suo spirito, c'era sempre stata una propensione all'avventura e all'inatteso.
Justin fu puntuale. La passò a prendere senza autista; guidava una Land Rover ed era ancora più stirato del mattino, se questo fosse stato possibile.
Anche Gwyneth, per l'occasione, era senza una piega; aveva passato parte del pomeriggio a stirare le sue cose, dopo essersi fatta prestare un ferro da stiro da una ragazza dell'Unicef, che aveva conosciuto qualche sera prima.
Cenarono all'Origami e dopo rimasero a raccontarsi, in una terrazza sul mare, fino a notte tarda.
- A che punto è la mia biografia? Hai necessità di altre informazioni? - . Gwyneth lo prese in giro, visto la sua tendenza a indagare sulle vite altrui.
- Sto facendo l'ultimo controllo, poi te la manderò. Ora, voglio approfondire quello che c'è oltre l'ovvio - .
- Mi stai dicendo che sono un concentrato di banalità? - .
- No, ma hai raccontato solo l'ovvio della tua vita, quello che, di solito, riservi al tuo noioso vicino di tavolo alle cene di Natale - .
- E questo ti ha offeso a morte - .
- Non mi ha toccato, penso di avere molti difetti, ma non di essere noioso - .
- Vuoi sapere perché sono qui, la vera ragione - .
- Ero sicuro di non dovere specificare. Ti ascolto - .
- Sai quando ci si sveglia una mattina e si ha la sensazione di soffocare? Non sono mai stata una ribelle cronica, ma negli anni, avevo coltivato idee e convinzioni che non mi stavano portando da nessuna parte. La mia professione mi piaceva, ma non abbastanza per quel periodo della mia vita, o meglio, mi mancava qualcosa. E per gli uomini era circa la stessa cosa. Quello che avrei voluto amare, mi voleva per sesso senza impegno, il mio noioso e ricco compagno di liceo, di cui non mi fregava niente, mi avrebbe giurato amore eterno e mia madre stava dedicando la sua vita a istruirmi perché prendessi il suo posto nella buona società newyorkese, una volta che lei fosse diventata troppo stanca per presenziare. Per inciso, reggerà più della regina Elisabetta ed io rimarrei, comunque, senza corona. Dovevo dare una svolta alla mia vita, e doveva essere qualcosa di forte, una sbornia di vodka con bagno in acqua ghiacciata per riprendere conoscenza - .
- E come sta andando? - .
- Immagino ti accontenterai solo della verità - .
- Niente di meno. E forse ti costerà fatica dirmela - .
- Sbagli, non mi costerà nulla. In questo paese non c'è spazio per barare. È faticoso, è un carico pesante e le domande si sono aggiunte alle domande, senza risposte, per ora. Non basta sapere di fare qualcosa di buono per chiudere gli occhi sereni la sera. Mi ci vorrà tempo, non è ancora arrivato il momento delle risposte. Dopo Luanda, se sopravvivrò a questo paese - .
- Fra due giorni dovrò partire e domani sono impegnato tutto il giorno, mi spiace non rivederti, forse ti avrebbe fatto bene. E a me avrebbe fatto piacere - .
- Sono stata bene stasera, è stata una boccata di ossigeno - .
- Mi raccomando, stai fuori dai guai, non mi fido di questo posto. Non fare qualcosa d'insensato, tanto per passare un week end diverso. Stattene chiusa in ospedale e non ti esporre per nessuna ragione. Sono serio - .
Justin la riportò a casa. - Grazie per la serata, confido ci saranno altre occasioni - . Era sempre molto formale in tutte le sue espressioni, anche se nel tono della sua voce traspariva il rammarico per doverla lasciare.
- Forse, e chissà in quali parti del mondo... - .
- Tranquilla, la mia intelligence ti terrà d'occhio. Ho i tuoi numeri, la tua email... ci terremo in contatto e conto di vederti al più presto. Ho diverse settimane di fuoco poi un periodo di relativa calma, almeno spero. Mi farò vivo io, tu pensa solo a stare in zona sicurezza. Se avessi bisogno di qualsiasi cosa, chiamami, so come muovermi in questi posti - .
L'accompagnò fin sulla porta del residence, le mise una mano fra i capelli e le diede un leggero bacio sulla bocca. Aspettò che lei entrasse e chiudesse la porta.
Si rimise alla guida ma non riuscì a mettere in moto per qualche minuto. Chiuse gli occhi e il suo sapore sulle labbra gli diede un brivido, e sentiva nelle narici l'insistente profumo di lei che lo aveva accompagnato per tutta la serata. Si concentrò, richiuse quella porta e tornò in albergo, sentendosi addosso tutta la pressione degli ultimi anni. Era stanco di sbarrare porte e cancellare capitoli, avrebbe dovuto fermarsi e riflettere. Tutte le chiusure che si era imposto, lo avevano costretto in un tunnel e ora si sentiva senza ossigeno.
Dopo qualche giorno dalla cena a Luanda, le scrisse una email. Non era tranquillo a saperla in Angola e cercò sue notizie per la via più diretta, come gli aveva detto lei: bastava chiedere. Era la prima volta che le scriveva, una mail di poche righe, che non nascondeva il desiderio di rimanere in contatto. Non era ancora arrivato il momento di telefonarle, aveva preferito scriverle.
Gli rispose alla sera, dopo una pesante giornata di lavoro e non aveva molta voglia di cazzeggiare, ma fu contenta di poterlo leggere e provò piacere a rispondergli. Anzi, la parentesi serale email a Justin divenne un'interessante consuetudine che le permetteva di essere più positiva la giornata seguente.
Venerdì sera era sfinita, non vedeva l'ora di staccare per un paio di giorni, dopo avere lavorato il week end precedente. Prima di lasciare l'ospedale le fu consegnata una busta, con scritto sopra APRIMI SUBITO.
Era un biglietto di Justin e la chiave magnetica di un hotel. Metti un costume dentro lo zaino, e poco altro. L'autista ti sta aspettando, c'è una camera riservata per te fino a lunedì. Rilassati, fanno degli ottimi massaggi, chiedi di Manu. Buon week end. Non dimenticare il pc, devi rispondere alla mia email di stasera.
Alzò gli occhi e vide l'autista che la stava aspettando.
- Mi dà dieci minuti? - .

Capitolo quattordici

Aveva ripreso a lavorare a pieno ritmo. Oramai sarebbe stato Natale e la sua casa gli sembrava inutilmente grande e vuota. Rientrare, la sera, gli procurava malessere; aveva anche pensato di trasferirsi in albergo, ma aveva accantonato subito l'idea, quella era la loro casa e se Gwyn fosse tornata, l'avrebbe trovato ad aspettarla.
Sua madre lo aveva invitato a passare il Natale con loro a Londra. Non aveva ancora deciso, ma non credeva di farcela a festeggiare da solo. Festeggiare, che verbo inutile. Quando avresti motivo di farlo non lo apprezzi e quando le ragioni non ci sono, ti scava solo il cuore.
Nella sua vita aveva trovato solo una donna con cui aveva desiderato vivere la sua vita ed era stato un segno che il destino manda ogni mille anni. Lui era stato il fortunato, e ora che avrebbe fatto senza di lei? Forse ne sarebbe uscito. Era ancora troppo presto ma lui non ne voleva uscire, voleva solo ritrovarla. La polizia gli aveva ventilato possibilità peggiori che nemmeno prendeva in considerazione, ma gli martellavano la testa prima di addormentarsi ed erano il primo pensiero quando si svegliava. E se le fosse successo qualcosa? Lo consolava che lei avesse preso soldi e passaporto. Qualsiasi cosa purché stesse bene. Immaginarla in pericolo, o anche peggio, gli faceva mancare il respiro, qualcosa che si rifiutava di contemplare.
Se l'avesse ritrovata, sarebbe riuscita a perdonarla? Non ne era sicuro. Forse non avrebbe nemmeno avuto bisogno di perdono, era chiaro che lei lo voleva lasciare e alla fine sarebbe arrivata una richiesta di divorzio. Magari quando avesse finito i soldi. No, Gwinnie non era una donna avida, non lo era mai stata. O forse si era innamorata di qualcuno che avrebbe fatto leva su di lei per poterlo spremere quanto più poteva e vivere la loro storia d'amore con i suoi soldi. No, non era la sua Gwyn, lo escludeva. Poi c'era il prematrimoniale. In caso di divorzio lei ne sarebbe uscita benissimo, era stato lui stesso a volere salvaguardare la sua posizione e quella di eventuali figli, quindi, perché fuggire? Aveva preso i soldi dalla cassaforte, per potere sparire nel nulla e non sembrava nemmeno fosse premeditato. Lei aveva la firma in un paio di conti, dove c'erano ben più di centomila dollari. Era sufficiente svuotarli, magari lentamente, mandando il denaro da un'altra parte. Non c'erano movimenti sospetti, avevano controllato le operazioni degli ultimi dodici mesi, era tutto nella norma.
Che cosa avrebbe dovuto festeggiare per Natale? Londra lo avrebbe distratto ma avrebbe dovuto aggiornare gli impegni di lavoro, in modo da avere un po' di tempo per lui. Aveva bisogno di staccare, erano state settimane durissime, frustranti e inconcludenti. Se Gwinnie si fosse fatta viva, l'avrebbe raggiunta, ovunque lei fosse, poco importava da dove sarebbe partito.
In ufficio pianificò gli appuntamenti con l'assistente. Doveva chiamare Arthur Higer di persona, aveva già rimandato una volta il loro incontro.
- Arthur? ... Justin, buongiorno. Mi è spiaciuto non poterti vedere ma ero a Los Angeles - .
- Nessun problema, era un appuntamento preliminare e possiamo fissare quando vogliamo. Tu che fai per Natale? - .
- Credo che andrò a Londra da mia madre, per questo ti chiamo. Ci vediamo dopo le vacanze o preferisci prima? - .
- Dopo le feste andrà benissimo - .
- Voi che farete? Stai in zona? - .
- Anche noi saremo nel vecchio continente. Se sono a Londra, ti chiamo ma solo per un caffè, altrimenti Sarah mi uccide - .
- E vada per il caffè, se passate da Londra. A presto - .

- Stuart, sei seduto? È a Londra per le vacanze di Natale - .
- Come lo sai? - .
- Mi ha chiamato lui per sentire quando mi faceva comodo vederlo. Mi sono tenuto sul vago e gli ho detto che potremo vederci a Londra per un caffè - .
- Che tu eviterai accuratamente di prendere - .
- Invece potremmo invitarlo da Henry, casa sua fa scena per un americano. E mettiamo il Vermeer in salotto, solo per quella sera. Ora chiamo Henry e Louise - .
- Ecco bravo, cerca di distrarti, ma evitiamo ogni tipo di contatto con Jacobs - .
- Che palle, da quando sei sposato sei ingessato - .
- Io sono sempre stato ingessato, sei tu che hai perso i freni. Non so se è stata la presenza di Henry... Non ci sarà da augurarsi che le tue azioni subiscano una flessione? - .
- Non dirlo nemmeno per scherzo, non potrei più permettermi un avvocato come te - .
- E io non posso permettermi altre consulenze gratuite. Chiama Henry - .

Justin si era rilassato a casa dei genitori. Suo padre non aveva fiatato e l'atmosfera a cena era stata insolitamente serena. Avere sua madre vicino gli era di conforto, le era molto affezionato e si era appoggiato a lei in vari momenti della sua vita.
Si era svegliato, con comodo, poi era andato a fare una corsa nel parco vicino a casa e, al ritorno, aveva preso un caffè con Zelda, seguito da una conversazione molto impegnativa, dalla quale non avrebbe potuto esimersi. Gli aveva fatto bene raccontare della fuga di sua moglie a qualcuno che era molto vicino sia a lui sia a Gwyn, anche se sapeva che sua madre non avrebbe comunque preso le sue difese, pur amandolo profondamente.
Andò in centro, evitò di pensare a cosa avrebbe potuto comprare a Gwinnie per Natale e si concentrò sul regalo per sua madre. Era facile, uno scialle, una stola, qualsiasi cosa per una serata, tanto i suoi erano sempre fuori, invitati da qualche parte. Al loro confronto lui e Gwyn facevano una vita ritirata. Lui e Gwyn. C'erano ancora un lui e Gwyn? Probabilmente no, e si sforzò di interiorizzare l'idea. Fanculo sua moglie. Le aveva dato tutto e non le era bastato. L'aveva fatta entrare nel suo cuore, aveva protetto il loro amore con la più grande cura e lei non aveva capito.
Dopo aver comprato il regalo per Zelda ritornò a casa a piedi e mise il pacco sotto il gigantesco albero di Natale di sua madre. Era il primo pomeriggio di vacanza che si era concesso da quando Gwyn se ne era andata, il primo pomeriggio del suo tempo libero che non aveva passato a spulciare i conti correnti di sua moglie, a vuotare i suoi cassetti, gli armadi, ribaltare la sua scrivania, controllare uno per uno tutti gli indirizzi e i numeri di telefono nella sua agenda. Per non parlare del suo PC. Aveva chiesto a Patrick di controllare se ci fossero password o file nascosti o criptati. Gli aveva chiesto di rendere tutto accessibile, dopo di che aveva spulciato ogni file e passato a setaccio ogni sito che lei aveva visitato, ogni mail che aveva mandato. Gli sarebbe servito scoprire un lato oscuro di sua moglie, gli avrebbe scaricato la coscienza. Pensò a come sarebbe stato il loro albero di Natale nella casa di Boston, il loro primo Natale in quella casa. Erano passati due mesi, doveva rimettere in piedi la sua vita. Sarebbe ripartito da Londra, cambiare aria gli avrebbe giovato ed era ora che Justin Jacobs si rimettesse in pista. A Londra conosceva un sacco di gente, avrebbe fatto un giro di telefonate.

Henry e Louise, Stuart e Igraine erano invitati a una delle tante feste organizzate dai loro amici, prima delle feste di Natale.
- Purché non si balli come lo scorso anno - . Stuart non era entusiasta della serata ma aveva ceduto alle insistenze di Henry e Iggie.
- Lo scorso anno non siete venuti - , lo corresse Henry.
- Non siamo venuti perché da George si balla sempre, lo so. George è fanatico come voi - .
- Non fare il guastafeste, Henry ed io ci siamo esercitati e faremo un figurone - .
- Appunto, io avrei potuto anche rimanere a casa, tanto non ti vedrò per tutta la sera - .
Igraine entrò, sbuffando, al braccio di Henry.
Dopo la cena in piedi, si aprirono le danze. Stuart e Louise si eclissarono in uno dei salotti laterali, mentre Henry e Igraine si fecero trovare pronti al primo ballo e partirono con un valzer.
Oramai era affiatati ed erano bravissimi, e pronti a godersi una serata di danze.
- Posso rubare la sua dama? - .
Henry si girò con disappunto, ma l'innata educazione gli impedì di rifiutare e si ritirò in buon ordine, scioccato dall'avere, con galanteria, appoggiato la mano di Iggie su quella di un uomo che assomigliava pericolosamente al marito di Gwyneth.
- Sono Justin Jacobs. Sei una splendida ballerina, raro di questi tempi, ma temo di non conoscerti - .
- Igraine McFarland - . Lei non ebbe il coraggio di cercare con gli occhi Henry e certamente anche lui aveva capito chi fosse il suo cavaliere.
- McFarland ... whisky McFarland? - .
- Whisky McFarland - .
- La vostra Riserva è fantastica, ne ho fatta una scorta da regalare a Natale - .
- Allora dovresti sentire la nostra Riserva Speciale - .
- Spero che ci sarà occasione. Vivi in Scozia? - .
- In Scozia e a Londra - .
- Parlami di questa Riserva Speciale - .
Igraine fu sollevata, la conversazione era tornata sul whisky. Doveva pensare bene a cosa dire ma, ballare, conversare e sapere di avere il nemico di fronte, non era poi così agevole.
- Abbiamo cominciato a commercializzarla lo scorso anno. Se non la trovi, puoi richiederla da noi in Scozia, te la spediamo ovunque. È un prodotto costoso e si trova solo in negozi selezionati. Se sei un affezionato della Riserva, penso che sia d'obbligo farti omaggio di una bottiglia della Speciale. Sei a Londra? Posso fartela spedire - .
- Se mi dai il tuo numero di telefono, ti mando l'indirizzo - .
Si era incasinata da sola. Si guardava in giro ma non vedeva né Henry né Stuart. Suo marito sarebbe stato furioso. Non sapeva se tirarlo in ballo, non voleva complicare ancora di più le cose.
- Certo, appena finito di ballare te lo do - .
- Puoi dirmelo, lo terrò a mente - .
Igraine gli scandì i numeri, pensando velocemente se le conveniva sbagliare una cifra ma, se era come dicevano che fosse, lui l'avrebbe trovato comunque.
- Vivi a Londra? Non capisco dal tuo accento - , gli chiese Igraine.
- Ho vissuto molti anni a Londra, ma al momento vivo a Boston - .
- Ho studiato a Boston, è una città che amo - .
- Harvard? - .
- Boston University, ma avevo molti amici a Harvard - .
- Peccato non essere stato uno di loro. Ero a Harvard, ma anni prima di te, sei sicuramente più giovane. Dove vivevi? - .
- Beacon Hill, mi è piaciuto molto il mio periodo lì - .
- Vicino a dove abito, Comm Ave - .
- Il valzer è finito. Ti ringrazio e mandami l'indirizzo cui spedire il whisky - . Igraine si era spostata verso la porta della sala, ma lui aveva trattenuto la sua mano.
- Non ho intenzione di lasciarti andare, assolutamente no. Non ritroverei una ballerina con tanta grazia e non ho voglia di fare conversazioni inutili. Ti occupi della distilleria? - . Avevano ripreso a ballare e Igraine aveva fatto buon viso a cattivo gioco.
- Sì, dopo la morte di mio padre e curo principalmente la distribuzione. Hai visto la campagna pubblicitaria? - .
- Sì, fatta molto bene, l'avevo notata. Un ottimo lavoro - .
- Grazie, ne sono orgogliosa. Poi lo scorso anno abbiamo inaugurato anche un albergo dentro la tenuta. Erano le cascine di caccia e sono diventate, appunto, le Cascine. È venuto un bellissimo posto, pieno di atmosfera - .
- Se hanno un quarto del tuo fascino, posso immaginare - .
- Sei galante - .
- Sei la donna più bella della serata, e anche la più elegante. Queste inglesi ogni tanto lasciano a desiderare - .
- Per metà sono italiana - .
- Quindi possiamo continuare la nostra conversazione in italiano - .
- Certo, se ti fa piacere - .
- È una lingua che mi piace molto - .
- La parli benissimo - .
- È uno dei miei talenti. E nessuno capirà quello che ci stiamo dicendo - .
- Nessuno ci ascolterebbe comunque - .
- Meglio non rischiare, non sono sicuro di quello che potrei dirti - .
Igraine si sentiva morire. Se non fosse stato Justin Jacobs, si sarebbe anche divertita con quello splendido ballerino, dall'ottima conversazione e abilissimo nelle schermaglie. Stava amoreggiando con il marito della sua amica?
Non ne faceva una giusta. Poteva ben immaginare Gwyneth in lacrime, non era un uomo qualunque, se non avesse saputo dello stato di prostrazione in cui aveva ridotto sua moglie le sarebbe anche piaciuto. Nessuno in vista che la venisse a salvare... ci mancava solo Justin Jacobs. Conoscendo il tipo, appena uscito dalla serata, si sarebbe informato e avrebbe scoperto che lei era sposata e la cosa sarebbe finita lì. Dove si erano cacciati tutti? E non voleva nemmeno fare la figura della sprovveduta che non sapeva tenere a bada un cavaliere troppo entusiasta.
- Assomigli terribilmente a una donna di un'altra mia vita - .
- Quante vite hai avuto? - .
- Molte. Tu sei una donna da una vita sola? - .
- Dipende da cosa scandisce le nostre vite. Direi comunque di no. E quale vita hai amato più? - .
- La prossima - .
- È una risposta scontata. Qualcosa di meno ovvio? - .
- Ho avuto una vita piena e appagante ma non mi rassegno e conto di averne un'altra - .
- Justin, siamo al decimo ballo, credo - .
- Solo? Nessuno penserà che ti stia importunando, stai ballando con grande gioia - .
- Mi diverte e non sei niente male - .
- Povero me, pensavo di essere impareggiabile - . Justin rise per la prima volta da un paio di mesi.
- Non sarei ancora qui se fosse diversamente. Sono venuta a questa festa solo perché sapevo che ci sarebbero state le danze natalizie. Non amo le grandi feste, preferisco le cene con pochi amici. Mi piace la buona conversazione e, in mancanza di quella, il ballo - .
- Direi che siamo stati fortunati entrambi, buona conversazione e danze. Mi chiedo perché nessuno ti reclami - .
- Temo dipenda da te - .
- Dici? - , le chiese lui col sorriso sulle labbra.
- Non ho dubbi. Come te la levi col fox-trot? - .
- È il mio ballo. Tu? - .
- Lo sto imparando dallo scorso anno - .
- Allora non ci possiamo fermare. Sii all'altezza perché ora nessuno balla più e tutti guardano - .
Henry vagava per la casa e non aveva il coraggio di raggiungere Stuart e Louise. Si era fermato all'angolo bar a parlare con un gruppo di vecchi compagni di collegio quando vide Stuart e Louise che prendevano da bere.
- Henry, che ci fai qui? Dov'è Iggie? - .
- Sta ballando - .
- Ancora? E Con chi? - .
La faccia di Henry era sconsolata. - È da un po' che ballano insieme - .
- Con chi? - . Stuart si fece strada verso la sala delle danze, Henry e Louise dietro.
- Stuart, lascia fare - .
Si fermò su una delle porte che si affacciavano alla sala e non dovette cercare molto, c'erano solo poche coppie. Non poteva credere ai suoi occhi, sua moglie stava ballando con Justin Jacobs.
- Il fox-trot è stato grande. Te la senti per un ballo di chiusura? - , le sussurrò Justin.
- Cosa? - .
- Tango, che altro? - .
- È uno dei miei sogni nel cassetto, un tango in una milonga di Buenos Aires - .
- E tango sia - .
- Mi devi guidare - .
- Non sbaglierai un passo. Seguimi come fossi l'uomo da cui dipende la tua vita - . Chiese all'orchestra un tango.
Erano rimasti in pista solo loro e Igraine era concentrata sulle figure. Justin la guidava passo dopo passo, suggerendole all'orecchio. Era un ballerino di lunga esperienza.
Stuart, immobile sulla porta, non si capacitava e non riusciva a proferire parola. Vedeva le sue mani sulla schiena nuda di sua moglie che era incollata a lui, come se fossero una cosa sola. E lui che accentuava tutte le figure più sensuali e sua moglie lo seguiva. Non capiva perché le gambe di Justin fossero in mezzo a quelle di sua moglie o viceversa. Sembrava non avessero fatto altro nella loro vita che ballare il tango insieme.
- Lui è meglio di Banderas! Sono bravissimi, brava Iggie. Sarà anche uno stronzo ma è un ballerino come se ne vedono pochi - , disse Henry, entusiasta.
- Ora sono più tranquillo, sembra che se la voglia portare a letto - .
- Il tango è una notte d'amore - .
- Grazie Henry, tu sai sempre cosa dire. Quanto dura un tango? - .
- Aspetta le figure finali - .
Vide sua moglie tendersi in avanti e appoggiarsi completamente a lui, attraversarono la sala a passo veloce e le note finirono con un casquè di Iggie fra le braccia di Justin Jacobs. Ci fu un applauso generale. I ballerini s'inchinarono a ringraziare. Le diede il braccio e l'accompagnò da Henry, ignorando Stuart. Prima di lasciarla le fece un cerimonioso baciamano.
- Ti porterò a Buenos Aires, grazie per la splendida serata. Ti mando il mio indirizzo - . Si allontanò dalla sala sorridente, calpestò Stuart e sparì al bar.
- Henry, com'è stato il tango? - . Igraine era al settimo cielo e si era anche dimenticata di avere ballato tutta la sera col nemico.
- Sei stata bravissima, dobbiamo ballarlo insieme - .
- Mi guidava, non lo conosco bene quanto lui - .
- Abbiamo visto tutti che ti guidava - , la rimbeccò suo marito.
- Oddio, Stuart, non fare quella faccia. Mi sono divertita da matti - .
- Propongo di andare a casa, devo litigare con mia moglie. Perché ti parlava in italiano? - .
- Perché gli piace e la parla benissimo - .
- E cos'altro sappiamo di lui? Quanto hai ballato con lui? - . L'interrogatorio proseguì intanto che lasciavano casa di George.
- Tutta la sera - .
- Cazzo Henry, non mi potevi venire a chiamare? - .
- Ho evitato accuratamente di farlo. Ancora venti minuti e non ti saresti accorto di niente - .
- Spiegami, Hai ballato un'ora e mezzo con Justin Jacobs e non ti è venuto in mente di dire che avevi sete? - .
- No, non mi è venuto in mente. Veramente sì, mi è venuto in mente - .
- E? - .
- Stuart, basta, questo è un interrogatorio. È stato casuale, a lui piace ballare ed io sono brava. La cosa finisce qui. È a Londra per le feste, come già sapevamo e Gwyn può stare tranquilla. Mi ha invitato, che dovevo fare? - .
- Un conto è fare un ballo, un conto è ballare tutta la sera con lo stesso uomo - .
- Non siamo nel settecento quando si teneva il conto dei balli che una dama faceva con uno stesso cavaliere - .
- Sei stata scandalosa. Ora cosa dirai a Gwyn? - .
- Ma sei fuori? Cosa le devo dire? Che ho avuto occasione di incontrare suo marito a una festa e ho ballato con lui. A sentire te, sembra che me lo sia portato a letto - .
- Lui ti ci avrebbe portato di sicuro, fidati - .
- Henry difendimi - .
- Con tuo marito geloso non ci voglio avere a che fare. La domanda è un'altra, che cosa sa Justin Jacobs? Potrebbe avere un secondo fine questa serata? - .
- L'unico fine è portarsi a letto mia moglie, lasciatelo dire - .
- Ne parleremo domani quando sei più lucido - , gli disse Igraine.
- Io sono lucidissimo. Iggie, ti è arrivato un messaggio. Ha il tuo numero di telefono vero? - .
- Lo guardo dopo - .
- Guardalo subito - .
- Stuart basta. Ragazzi, vengo a dormire da voi - .
Henry e Louise scesero a casa loro e lasciarono Stuart e Iggie a litigare.
- Chiama se sei in difficoltà - , le ricordò Henry.
- Sono già in difficoltà, a domani. Tesoro, non t'incazzare. È stata colpa mia, va bene, ma mi sono divertita troppo - .
- Ok, ti sei divertita. Ora guarda il messaggio. Iggie ... cosa ti dice? - .
- Grazie, è stata una serata indimenticabile. A presto - .
- Perfetto, abbiamo Justin Jacobs che fa la corte a mia moglie. Iggie, davvero tu attiri le rogne. Ti devo chiudere in casa o relegare a Kinnaber, sei socialmente improponibile - .
- Hai finito? - .
- Non ho neppure cominciato. Per fortuna che le serate danzanti sono finite. Ti è arrivato un altro messaggio - .
- È Henry, mi chiede se sono sempre viva - .
Antonella Alboni
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