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Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Alessandro Morbidelli nasce in Ancona il 4 marzo del 1978. Attualmente vive a pochi chilometri dal mare adriatico, nel Comune di Monte San Vito, dove lavora come libero professionista e docente presso Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona. Il suo romanzo d'esordio è "Ogni cosa al posto giusto" (2010, Robin Edizioni). Nel 2017 esce "Storia nera di un naso rosso" (Todaro Editore), vincitore de L'angolo di Houdini del gruppo LLC (Leggo Letteratura Contemporanea). Nel 2019 è la volta di "Trenta cani e un bastardo".
Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Luana Troncanetti
Titolo: Gabbie
Genere Racconti Noir
Lettori 466 11 2
Gabbie
Adalet.

Alina è la sua badante. Modula la voce in una nenia strascicata, il ritmo irregolare si interrompe sui singhiozzi. Riacquista forza nella r accartocciata su se stessa, malinconia nel ritornello dove le vocali ululano in una lingua di cui non ho mai compreso una parola. Il dolore sincero sì, quello lo capisco senza traduzioni. Non è perdere la sicurezza di un bonifico in Romania ogni venerdì del mese - nel baretto diroccato del borgo trovi tutto, persino una filiale della Western Union - lei sta perdendo Adalet, proprio come me. Seduta sul letto, tiene la mano stretta ai suoi ultimi respiri.
Abbiamo la stessa età, io e Alina, ma la sua vita si srotola da un tempo di minimo cent'anni. Me ne sono accorta dopo mezzo sguardo che a lei non era stato mai concesso il dono di un'epoca reale. Mortificata in un abito dal colore incerto, un azzurro slavato nella cenere identico ai suoi occhi, sorrideva senza luce. Rispondeva a ogni mia domanda con una nota stanca nella voce, la stessa di chi ha vissuto troppo a lungo o troppo male.
Me ne occupai io del colloquio di assunzione, altri non hanno avuto voglia o tempo per sistemare la faccenda. Parlai con sei donne, le scartai per motivi tutto sommato futili che non ricordo neanche più, è solo che non l'avrebbero capita o rispettata. Proprio come me, in sostanza. Decisi io, uscita da poco dall'adolescenza e da altrettanto tempo fuggita via da quella casa, che Alina sarebbe stata la persona giusta.
Lo capii quando le domandai perché sopportasse le paranoie dei malati, come facesse a non schifarsi a pulire la merda di una vecchia, a tenere saldo lo stomaco sul puzzo delle piaghe da decubito. La provocai chiedendole se non avesse scorciatoie più redditizie, una giovane e bella come lei, la insultai con pensieri che non ho mai concepito o condiviso neppure per errore.
- Non è solo per i soldi, è che ho visto cose nei suoi occhi. La merda non è schifo, schifo è fare la puttana. Tante donne di mio paese fanno, ma non scelgono. Io scelgo occhi neri con dentro cose belle. Io sono fortunata. -
Allora scelsi lei.
Alina interrompe il canto appena avverte i miei passi nella stanza. Giunge le mani dandomi le spalle, le piazza sulla fronte bianca e china la testa sulle ginocchia. Sa che sono io senza bisogno di voltarsi, lei registra tutto e sbobina dati al bisogno. Il mio profumo, è assente da una vita in questa casa, eppure l'ha riconosciuto subito.
Blocco i piedi sui marmittoni consumati e arretro verso la porta. La badante non si volta per riacciuffare una vigliacca, ma il suo comando sì.
- Muoviti, troppo tempo che ti aspetta. - , dice.
- Io non ce la faccio... -
- Certo che ce la fai! -
Non è Alina a rispondermi, ma la voce giovane di Adalet che ha riempito tutta la mia infanzia. Siamo in cucina, davanti al bollitore. Non avevo nessuna voglia di imparare, né coraggio di confessarle che del suo sacro rito del caffè non me ne fregava nulla. Mi intimoriva invece, dai giorni in cui portavo ancora il ciuccio. Detesto i cerimoniali, incluso quello del prete che benedice le ostie. Ingabbiamenti monotoni che, invece di rassicurarmi, mi scatenano prigioni d'ansia.
Passata la fase iniziale del timore, subentrò l'indifferenza.
Le volevo bene, tanto. Di un amore muto e rassegnato. Mai le ho detto quanto adorassi il suo affetto austero, la capacità di contenermi nella pelle senza soffocarmi di dolcezza. Le ho taciuto anche che non desideravo anticipi sul futuro né analisi sul mio passato. Volevo scoprire i miei tempi in autonomia.
Sorridevo, invece, mentre infilava la tunica di seta per il suo rito. Era una veste magnifica, quella che Adalet indossava prima di ridurre i chicchi di caffè in polvere finissima. I polsini svasati arrivavano a coprirle le dita mentre ne dosava con cura due cucchiaini in ogni tazza. Poi svuotava tutto nel cezve, un recipiente d'ottone dalla forma allungata, pieno d'acqua. Faceva bollire e sbollire per tre volte, mescolando a fiamma bassissima. Quindi incollava la pece degli occhi sulla schiuma da servire agli ospiti: abbondante, è quello l'indice della perfezione. Laddove una tazzina ne fosse stata carente, la prelevava da un'altra fino a raggiungere l'equità con le compagne.
Aveva uno sguardo così scuro da schiaffeggiare di vergogna il buio, pochi hanno osato contraddire occhi come i suoi. Smarginavano il perimetro delle orbite per rabbia o per fulminea gioia, nel secondo caso facevano ancora più paura. Non conosceva mezze misure, Adalet, o autentica amicizia. Rimase vedova troppo presto, sono stata io l'antidoto alla sua solitudine per tanti anni. Solo più avanti trovò compagne della sua età. Inadeguate. Nessuno poteva eguagliare quello che era lei, assomigliarle anche per sbaglio in quella sonnolenta cittadella di provincia. Sembrava una strega, in qualche misura, solo per gentilezza la chiamavano la maga.
Andavano in parecchie da lei, mai radunate in processione in attesa del loro turno. Appuntamenti singoli: garantivano tutta l'attenzione necessaria alla lettura dei fondi, assicuravano riservatezza.
Caffeomanzia. Proprio come Alina, Adalet non svolgeva il suo compito per soldi. Non ne chiese mai, accettò solo un scialle fatto a mano da una delle visitatrici più anziane. Glielo regalò per sincero affetto, sparando sorrisi sdentati di riconoscenza sullo sguardo commosso della maga.
Lei vedeva cose negli occhi degli altri: delusione o stanchezza nel pregare invano Dio. Volevano una guida, una speranza effimera o una condanna certa, oracoli che scovava nei fondi del caffè. Adalet, in turco, significa giustizia, equità. Nessuno si preoccupò di chiedere traduzione a quel nome da straniera, semplificavano l'onere della curiosità chiamandola “Ada” e cosissia.
Fabbricava in casa il sapone di Aleppo, a piedi scalzi, sul cotto della cucina. Il vestito bianco con il pizzo in fondo e due bretelle morbide che scivolavano sempre sulla carne scura, i capelli sciolti fino alle reni mentre tutte le altre femmine del paese - alla sua età o anche molto prima - ne sacrificavano la bellezza in crocchie che scioglievano soltanto alla sera. Respiravano il tempo di una dormita, quelle chiome, dopo i cento colpi di spazzola per mantenere viva una lucentezza che nessun estraneo avrebbe mai ammirato.
Le sue ciocche libere riflettevano il fuoco del calderone dove avveniva lo sposalizio fra olio d'oliva, acqua e liscivia. Rimescolava a lungo, quella strega buona venuta da lontano, intonando una canzone senza testo scritto tramandata dagli aşıklar di cui capivo tutto. Lei voleva che parlassi la sua lingua, almeno durante i riti imbevuti di sacralità che si svolgevano nella sua cucina.
Soltanto quando il fuoco era diventato inoffensivo, e la miscela fredda, mi prendeva in braccio. Lasciava che a versare l'unto dell'alloro fossi io in attesa di un miracolo: il cambio di colore del sapone lasciato a maturare per almeno un anno. Allora, più matura anch'io, staccavo dai supporti in legno i pezzi che il sole aveva reso d'oro spazzando via il verde dell'origine che comunque mi piaceva tanto.
- Io non ce la faccio... -
- Certo che ce la fai! - , così mi disse Adalet che ero già signorinella, i miei dodici anni superavano in altezza la sua testa corvina chinata sulle tazzine.
- Aşkım, ci vuole tempo. Una vita intera, anche oltre. Per questo ne esiste una successiva, ognuno la usa per prolungare gli sbagli o per correggerli. Neppure io sapevo fare il caffè alla tua età. È successo che ero quasi donna di imparare bene e dopo tanto tempo è arrivata la lettura. Non tutti nascono con la magia fra le dita o dentro agli occhi. Posso insegnarti solo la prima, la seconda te la devi guadagnare. -
- Come? - , chiesi anche se non mi interessava.
- Affrontando un dolore forte, aşkım, affina i sensi. I più bravi imparano solo così. -
Raramente si rivolgeva a me con il nostro vero nome, identico a quello che veste lei da quasi settant'anni, nessuno ha mai italianizzato il mio. Ho abbandonato la donna che mi ha sempre chiamata aşkım, amore mio, per l'Accademia d'arte drammatica, scegliendo con accuratezza l'attimo propizio. Fiutavo da tempo la sua malattia, le crepe sempre più frequenti nella voce un tempo sicura, nei gesti precisi e maniacali. Nella memoria, soprattutto. Nelle parole: non ricordava bene la sua lingua bambina oppure la mescolava a quella che aveva imparato da ragazza, senza logica precisa. Sbagliava nomi, luoghi, situazioni e tempi, proprio quelli che aveva sempre interpretato con sicurezza nei suoi fondi magici.

Continua...
Luana Troncanetti
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