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Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Alessandro Morbidelli nasce in Ancona il 4 marzo del 1978. Attualmente vive a pochi chilometri dal mare adriatico, nel Comune di Monte San Vito, dove lavora come libero professionista e docente presso Accademia di Belle Arti e Design Poliarte di Ancona. Il suo romanzo d'esordio è "Ogni cosa al posto giusto" (2010, Robin Edizioni). Nel 2017 esce "Storia nera di un naso rosso" (Todaro Editore), vincitore de L'angolo di Houdini del gruppo LLC (Leggo Letteratura Contemporanea). Nel 2019 è la volta di "Trenta cani e un bastardo".
Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
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Writer Officina
Autore: Massimo Blandini
Titolo: Il Terzo Sole
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 243 2 1
Il Terzo Sole
"Tequila Señor!”

Due settembre 1981 (Maracaibo 10°39′N 71°37′W) sponda Sud-Est. Briciole di tramonto, cadute come tanti ritagli di giornale: soffici, slabbrati, incompleti, ognuno con qualcosa da raccontare, fra le righe dei ricordi, di ogni situazione che... si erano semplicemente persi nel tempo. Schegge... milioni d'immagini sdraiate sullo specchio di questa vita che ti manovra a suo piacimento, anche se alle volte non sembra, pur essendo convinti che non sia così, ma... è la realtà. Accadde tutto per caso un giorno... sì! Lo ricordo bene. Sei anni sono abbastanza per capire certe cose, per far crescere dentro di te “Qualcosa”. Una manciata di parole scritte in neretto, con frasi altisonanti e foto di paesi lontani; si sciolse così ogni cosa, indefinitamente...
Pesante (potevo quasi sentire il suo respiro) si era alzato lo scudo del sole nel nobile cielo del tempo, esaltato da tutto ciò che avrebbe potuto coprire solo col pensiero. Pesante e scontornato nei minimi dettagli (sopra i nostri pensieri e le nostre credenze, la nostra vulnerabilità umana, sopra il destino nascosto di ognuno di noi), come il volto del “Re” che ignora borioso, dall'alto, il suo regno, indietreggiando alla realtà che si materializza davanti alla circostanza, di ciò che negli anni non è mai cambiato... di povertà e degradante sapienza che davanti ai suoi piedi... dove sotto di sé, tutto è divenuto palude e quella sabbia che spinge sotto terra ha la forza dissolta di mille braccia dei popoli vinti che reclamano il loro prezzo, pagato per chissà quali ingiustizie.
Così... “Lui”, il sole, alto nell'olimpo, perverso, custode della luce e padre del calore, coperto di lucida follia, come quella giovane evanescenza negli occhi dei ragazzini nei quartieri del centro, stampava il suo marchio sulla terra, come un tatuaggio che aveva la facoltà di diventare invisibile, quando la Luna, sua antagonista, espropriava lo scettro di pura energia, per trasformare il pianeta e farlo scivolare, piano piano, nel suo gioco di ombre mistiche e paesaggi addormentati.
Su ogni terra avrebbe fatto lo stesso, da Nord a Sud, verso Est e a Ovest, dove le nebbie s'incorporavano nell'oceano, diventando un tutt'uno, esalando i colori non colori dell'orizzonte, e il suo simbolo di vita/energia, poteva dire per molti il nuovo giorno, che avrebbe portato gli imprevisti che la vita ci voleva offrire, ma per altri, avrebbe solo voluto illuminare, anche in modo clamoroso, la loro discesa negli inferi e il conseguente annullamento della propria vita nel buio più profondo dell'abisso.
Il suo stemma d'oro luccicante torreggiava nel cielo, padrone assoluto, scontornando le terre a Nord, quelle verso le nevi perenni, dove i ghiacciai scendevano vorticosamente nell'oceano, in modo da lasciare senza fiato chiunque potesse solo guardare, l'accecante scenario che si sarebbe scontrato, nella visuale di una persona qualunque, se in quel preciso momento, avesse visto l'immensità della natura, ergersi statica, nella sua metamorfosi.
Quella terra, fatta... concepita come tante lame di coltelli, pronti a tagliare qualunque pensiero di libertà, o di qualunque altro pensiero tu potessi avere, nelle tue liquide paure di uomo/donna, davanti a tanta magnificenza, perché si trattava solo di quello, a volte ciò che è troppo grande per noi, risulta incomprensibile alla nostra natura e allora ci perdiamo nelle frustrazioni che ci tengono legati alle nostre paure... oppure rimaniamo semplicemente senza parole, trafitti da un brivido che ci rende più vivi.
Il ghiaccio di quelle zone, come la sabbia di quei deserti che scioglie i miraggi e il riflesso dell'oceano scuro d'ombra...

(Quel colore... sì! Quello stesso colore che si vedeva dalla penisola di Antrim, sulla costa a picco nel mare, verso il grande Nord, dove Giant's Causeway con il suo scheletro multiforme, dipingeva il mito della creazione, di quella terra che possedeva tutto il corpo di un sogno, nel quale tu potevi, da persona libera, decidere e meditare, mentre il vento portava gli odori di una terra lontano, o il profumo di un campo di fiori appena spazzato dalla pioggia di primavera.
La terra d'Irlanda; condanna per me, perché dentro il mio cuore, c'era un verde prato coperto dall'ombra dei corvi, le mille salite e discese, le terre sconfinate dai colori vuoti del tempo, le strade che si perdevano in luoghi distinti dalla leggenda che li presentava, la pioggia in ogni sua forma, il vento padrone delle tue sensazioni e delle tue intenzioni, le falde rossastre, i picchi scoscesi degradanti verso la costa, cieli aperti alla contemplazione, l'immagine delle stelle e della Luna, sopra e sotto di te, balenanti nelle pozzanghere e negli occhi che l'amore ti faceva vedere e ancora la pioggia con la sua anima, sulle strade perse nel nulla, al fianco dei fiumi incatenati nel loro silente corso di rapide e calma piatta, pellegrinaggio della stessa vita che prendeva forma in ogni punto di questa meravigliosa terra e tutto questo era lì, lontano, dove le cortine di nebbia separano gli oceani capovolti dal loro stesso senso di ampiezza, così grandemente diverso.
Sulla costa, dove le piramidi di sassi si specchiavano nel freddo mare scuro, viveva la ragione di guardare il creatore, parlare ai popoli, quelli di cui non si sapeva la provenienza.
Mio padre... avevo camminato spesso da piccolo, sulle coste a Nord, stretto dalla sua possente mano; preoccupato, perché scappavo il più delle volte, dove lo strapiombo sarebbe stato così felice di conoscere la mia innocenza che forse solo per questo motivo non avevo mai colto il suo richiamo.
Mi piaceva saltare sulla base di quelle sculture esagonali, le cui scanalature e depressioni erano piene dell'acqua di quelle onde, o della pioggia del giorno prima. Causeway era meta di molti ragazzini come me e di chiunque volesse guardare quest'amata terra da un'altra prospettiva. Mio padre diceva: - Una montagna scoperchiata, ancora in costruzione che i titani avevano lasciato incompleta, per fare vendetta al creatore - .
Conosceva molte storie che si rifacevano molto bene a quello spettacolo, ma forse nessuna valeva il solo fatto di essere lì, a contatto con essa e quella natura immortale di vento e silenzio, di cielo senza fine; allora bastava guardare verso l'orizzonte e girare la testa verso destra, o verso sinistra, per rendersi conto che le preghiere non sarebbero bastate per far scendere il più saggio che era in ognuna di quelle rocce)

... scuro come il colore del petrolio degli scarichi delle pompe di benzina.
Il reale territorio scontornato dal Sole, padrone della terra, basso, sopra il tramonto suo riflesso, come l'unica e sacra luce del pianeta, occhio divino, formato, ora, come da una costellazione di stelle e ognuna d'esse raggiava sulla costa, verso la splendida e solitaria Bahía De Cata dalla forma di un ferro di cavallo, dello Stato di Aragua, coprendo quel territorio, come una coperta di rosa intenso, come il mantello di un prestigiatore che con una raffica di vento caldo, trasformava livide nuvole in farfalle multicolori, giganti nel cielo, ora condizionate dal suo umore, fletteva le ombre delle falene celesti sul territorio, disegnando con la propria luce, che non lasciava niente al caso, le baracche e case costruite dalla povertà e dalla voglia di appartenere a qualcosa, o a qualcuno; scontornava le strade di polvere bianca come quelle spiagge, filtrava nelle nuvole di polvere che lasciavano i camion carichi di caffè, o noci di cocco e nello sguardo di quella gente che guidava in velocità, districandosi nel nulla, in quelle prime ore di calore terreno e dentro i loro occhi scuri, potevi vedere solo l'impronta di un territorio e lacrime di un paesaggio da una lunga storia di passione, poi, di seguito, una Jeep che appariva dopo il polverone che sfumava come la nebbia, con tre persone in divisa, nascosta dall'ombra dell'abitacolo e illuminata sulle cromature, il Sole sbatteva come un lampo, accecando un'orda di ragazzini meticci che come una mandria di cani affamati mordevano il terreno di polvere e dall'odore di benzina, tra fiori schiacciati e polvere avvitata verso il cielo, ginocchia sbucciate e occhi grandi come questo enorme continente, rincorrendo e urlando a squarciagola per elemosinare qualche dollaro, sempre se quei soldati, resi statue dal tramonto, rompendosi come salvadanai di coccio, avrebbero lanciato e fatto cadere a terra, su questo suolo silente, risvegliato da tutto quel baccano, qualche moneta d'argento luccicante, che per quei ragazzini voleva dire... voleva veramente dire, portare a casa il simbolo della conquista; quel ferro che luccicando in aria (prima di essere stato afferrato fra mani “Innocenti”) scivolava tra le dita sudate di quel gruppo strampalato, intenti in una mischia colossale, come veri giocatori di rugby, mentre come in una pellicola a rallentatore, quelle monete da mezzo dollaro, recanti l'effige di J.F. Kennedy e l'aquila nella parte opposta, esplodevano al Sole (che ora era una goccia di sangue trasudante, di quell'occhio supremo che ci stava guardando in silenzio... sangue che aveva macchiato ogni cosa e l'orizzonte da Est a Ovest; le nuvole erano diventate il promontorio dell'inferno, in uno spettacolo che toglieva il respiro... perché qua era così) girando vorticosamente e colpendo il terreno che al loro impatto fulminava l'essenza della figura che giaceva, semplicemente senza opposizione alcuna, finendo sul suolo di quella terra “Latina” che era stata una costola pesante per quell'uomo oramai lontano da tutti noi... lontano... lontano... Irlanda lontana... Juliana lontana... Juliana...
Quella luce, elegante nella sua prostrazione, in modo laconico, prosaico, verso di me e verso tutto ciò che poteva trovare, passava alta, verso i promontori e s'infilava nella vegetazione che oltre la baia incontaminata (si fa per dire, anche se all'apparenza poteva dare a intenderlo), dormiva sospinta dal vento caldo dell'equatore, nascondendosi nelle foreste pluviali e nelle case di sabbia, scolpendo i suoi simboli: quelli dell'uomo che lavorava alle piantagioni e dove c'erano le paludi, scendeva a far visita al suo riflesso, raggiando sul volto piegato di quella gente che aveva costruito le proprie baracche accanto a una piantagione di canne da zucchero e come su un'enorme distesa di verde deserto d'erba, scivolava sulla spiaggia sottostante, mentre lo sguardo del Signore che ora era quello della luce rivolta alla sera, sbucciava la corteccia degli alti fusti delle palme da cocco, respirando la loro rabbia interiore per miglia. Sarebbe entrato con prepotenza nelle favelas di Caracas, evidenziando bene lo sguardo di quella gente che non possedeva nulla, nemmeno se stessi... ma dentro di loro, mantenevano quella dignità di sopravvivenza, perché forse, semplicemente, non gli era stata data la possibilità di scelta, o perché il mondo opera a suo piacimento il destino delle persone.
Il Sole, nasceva ogni giorno... ogni fottuto giorno qua in Venezuela, come in ogni altro posto dove ero stato e sarebbe sempre stato così, questa era l'unica realtà, quello stesso Sole che qua scontornava la vita degli uomini seduti sui gradini, fuori dalla porta, che nascondeva la sopravvivenza; inquadrava e sottolineava con il suo marchio di fuoco, il ciglio della strada che percorrevo ogni giorno, bagnata dalla pioggia torrenziale che come un'enorme doccia calda, ti avvolgeva e ti ripuliva dalla sbornia del giorno prima... dai postumi che ti erano rimasti assieme al senso di una visione dissoluta della tua vita, poi ti rifugiavi sotto un porticato e guardavi la stessa gente intenta a ripulirsi da quella pioggia e le scollature delle ragazze che ti tatuavano fin dentro il tuo intimo, quei pensieri che mi facevano tornare alla realtà e i soldati della marina che erano stati buttati fuori dai locali.
Una sera, giù alla baia, passai da un vicolo maleodorante in un finto buio che si sdoppiava nella luce che altalenante, sospinta dal vento, stava facendo danzare. Avevo appena acceso una delle mie sigarette che ogni tanto mi permettevo di assaggiare, quando venne a piovere; proprio in quel momento, mentre la fiamma dello Zippo che mi aveva procurato Pietro (un collega della compagnia per la quale lavoravo) era esplosa, illuminando il mio volto sbiancato dalle situazioni che mi tenevano ancora qui... ancorato a questo suolo ipnotico che avevo sognato fin da bambino e che amavo in ogni sua forma, in ogni sua piega (poiché ogni zona era la scoperta di un paradiso perduto... qui c'era l'occasione di sederti al fianco della natura incontaminata; era come vivere un sogno ad occhi aperti su una terra magica e diabolica allo stesso tempo...) e alla pelle giovane di mia moglie, la perla più rara; una terra che odiavo e amavo nello stesso tempo, che mi lasciava ogni mattina, quando aprivo gli occhi, senza respiro, con pensieri alle volte... che io non avrei mai pensato di materializzare con quella similitudine, di una sottile linea triste che ti taglia lo sguardo e che si ripercuote giorno dopo giorno dentro di te, come un veleno, assunto a dosi invisibili che ti rendono schiavo della tua convivenza con un dolore che ti gela la ragione e che riempie la tua anima di rabbia e della convinzione che la felicità sia una chimera, o uno scherzo di un mondo che a volte si prende gioco di te, indifeso essere umano; quindi era un amore malato, un odio arginato, dentro una diga profonda come l'abisso... per ciò che questa terra mi aveva tolto... per ciò che si era presa.
Passai senza dare nell'occhio... nel finto silenzio apparente di un altro vicolo (che poteva sembrare il set di film, uno di quei film che ti lasciano col fiato sospeso, molto attenti agli eventi) che imboccava, una delle vie principali, la quale finiva letteralmente nella spiaggia; coperto d'acqua e con la sigaretta fra le mie labbra, oramai sfaldata ed esangue, come un'anima sciolta in una situazione che ti va stretta. Arrivai alla porta davanti all'entrata, a circa due metri dall'ingresso di una cantina il Quintajes, la cui insegna grondante d'acqua, lasciava trasparire, mostrando bene, il disegno, in cui s'intravedevano in modo espressivo, le immagini di cinque spogliarelliste intente nel loro “lavoro” d'intrattenitrici.
Rimasi lì qualche minuto a fissare quelle figure, che, in effetti, avrebbero fatto materializzare pensieri perversi a chiunque le avesse intercettate nel proprio campo visivo, mentre in quel preciso momento, uscirono da quella porta di legno un po' malconcia e dipinta di un rosso decadente due ragazze vestite d'ombra, coperte dalle tenebre di quella sera inoltrata, risaltando fra la pioggia e la luce dei lampioni che vacillava sul terreno colmo d'acqua le loro perfette forme di donna: scalze, dai lunghi capelli neri, abbracciate l'una all'altra come due amanti, sorridendo fra le labbra giovani, l'innocenza (che forse vedevo solo io) in una smorfia sensuale e accattivante, vestite in sostanza della stessa pioggia che stava cadendo sulla loro pelle... non riuscivo a vederle in viso, poiché l'ombra di quella luce era un mantello di un prestigiatore, ma si poteva intendere che quei lineamenti erano di certo l'aspetto della perfezione che la natura a volte ci regala.
Mi spostai come se non volessi farmi riconoscere; non so proprio perché lo feci, forse fu una sensazione associata a quei disegni su quell'insegna, ma provai a seguirle con lo sguardo, perché... in fondo cosa c'era di male, ma correvano così veloci che le persi di vista quasi subito, assieme alle loro ombre sinuose sciolte sotto la pioggia, in una stradina stretta, spenta dalla luce incolore, quasi assente della Luna.
Il tempo di ritornare con lo sguardo a quell'insegna e il finto silenzio della pioggia che oramai aveva sommerso qualunque cosa, facendolo nel modo che sapeva fare meglio, inglobando anche me, si trasformò in urla e insulti; vidi uscire da quel locale (che doveva essere molto movimentato, a quanto si diceva) alcuni indios a gambe levate, facendo esplodere l'acqua su quel terreno. Avevo sentito uno sparo... proprio così, un rumore assordante, preciso, che mi si era infilato dentro le orecchie; subito dopo quel rumore che stava riecheggiando ancora nei miei timpani e che aveva acceso la mia curiosità in modo clamoroso, facendomi scordare quelle dolci forme che si erano dissolte dentro la mia mente, uscirono tre marinai anch'essi in velocità, tenendo il loro compagno (quello nel mezzo) abbracciato, vittima forse di quello sparo, ma sembrava solo ferito e sicuramente pieno d'alcol, poi dopo alcuni metri caddero tutti e tre a terra, ridendo a squarciagola e imprecando come carcerati nel fango del mondo, su quello stesso suolo che mi stava accogliendo come un figlio; le loro divise bianche, ora erano diventate una palude di sdegno e terra sciolta dentro il giovane sorriso di quei tre ragazzi.
Sul loro volto si leggevano bene le parole (a caratteri cubitali) che l'alcol aveva scritto, parole indelebili che si tramandano nei secoli e ogni volta che succedeva ciò, l'alcol la faceva da padrone volontario, tenendo ben salde le redini del gioco, il comando supremo della mente dell'uomo.
Quelle parole... alcune mattine si stampavano anche sulla mia fronte, mentre guardavo il Sole con la sua luce quasi scarlatta entrare dentro il mio oceano d'ombra, sapendo, o forse solo pensando che lui, il Sole, sarebbe stato sempre uguale e che mi avrebbe ogni volta convinto... forse, senza ritorno a rimanere.
Rimasi lì questa volta, nella penombra, a guardare quella scena di degradazione umana, di volubile trasparenza dell'essere, come se io potessi giudicare ciò che stessi guardando... beh! Non era del tutto corretto e mentre la pioggia aveva quasi smesso di esistere, tornai con lo sguardo verso l'entrata del Quintajes. Una spalla possente entrò in collisione con la mia e un uomo di scatto uscì senza dar peso a ciò, dileguandosi nelle tenebre pallide decolorate, dalla sagoma di una Luna che scrutava dal suo trono le nostre emozioni... ma tutto, dentro sembrava tranquillo, anche se io non potevo sapere cosa, in effetti, era successo.
Appena fui entrato, mi guardai subito intorno e nello stesso tempo su di me cento occhi avevano ancorato i loro pensieri, le loro ansie, le loro occhiaie di una vita di speranze, le loro domande e risposte che forse non avevano trovato breccia e la complicità del territorio; i visi cupi di quella gente, gli occhi neri come pece riflessi nei tavolini di legno lucido e scivoloso come una pista di ghiaccio, la sensazione di freddo distacco nel loro sguardo che trasudava rivalsa nei confronti di chi aveva il potere... il pavimento a scacchi tirato a lucido (cosa molto strana), le luci soffuse che si andavano a infilare in ogni angolo, poi, più su, una breve rampa di scale che girava per tutto il locale, portava a una zona, dove dei divanetti di pelle rossa, erano il rifugio di chi voleva stare più appartato, magari in compagnia di una ragazza compiacente, pronta a dissanguare il portafogli del malcapitato di turno.
Un gruppo di cinque persone, tre di colore e le altre due credo occidentali, stavano improvvisando un blues, suonato in modo eccellente che mi stava coinvolgendo in modo viscerale, soprattutto la chitarra che stava suonando uno di loro, che mi ricordava il sound di Riley B. King, conosciuto forse meglio come B.B. King... sì! Proprio così.
Quella musica come un sottofondo di una colonna sonora di un film che racconta una storia di vita, l'odore dell'alcol, acre, che ti entrava nelle narici, mischiato a quello di sudore degli ospiti di quel locale, che aveva tanto l'aria di non essere un posto proprio... diciamo un luogo da raccomandare; i baffi neri del barman che proprio in questo momento mi aveva adocchiato; dietro il bancone che orizzontalmente si allungava, coperto dai riflessi di mille luci che erano imprigionate in uno specchio d'immagini multiformi, nelle quali trasparivano etichette di liquori e quella gente appoggiata con i gomiti, fra il fumo di sigari e sigarette e impronte lasciate dallo sgocciolio di bicchieri colmi di Tequila, si poteva immaginare il riflesso dei loro pensieri rivolti poco più in là, dove delle pertiche di metallo correvano ripide dal soffitto, trafiggendo il bancone. Si vedevano le aste che erano il luogo di lavoro e l'oggetto del piacere di giovani ragazze semi nude... anzi, non era proprio il termine corretto, diciamo che erano rimaste in mutandine e l'attenzione di oltre metà di quella sala era rivolta su quella giovane carne e sorrisi ammiccanti, mentre senza pudore, ovviamente, quei corpi si agitavano in modo sinuoso, cercando di rapire anche la mia attenzione... e devo dire che... in effetti, non erano niente male, anche se io non potevo concepire lo sfruttamento per soldi, ma comunque era un dato di fatto che il mondo girava a senso unico e certe cose non sarebbero mai cambiate. La luce pioveva lentamente sopra di me, non sapevo se fuori la pioggia aveva veramente terminato la sua corsa, una corsa su di un terreno cui la vita poteva valere come quei pochi dollari “Mezzi Dollari” lanciati da quei soldati.... C'era un uomo dallo sguardo profondo, come il pozzo delle anime, scuro di pelle, gonfiato dalla sua mole, che portava... anzi, montava un'impalcatura di baffi ben curati che somigliavano a due cespugli di piante rampicanti.
Beh! Mentre una di quelle ragazze (la più piccolina, nel senso di statura... ma forse anche la più giovane) si rivolse a me con lo sguardo da gattina, mostrandomi il suo sorriso, dipinto sulle sue labbra carnose appena tinte di rosso sbiadito, forse per il caldo torrido che aleggiava in questo posto... si girò con una mossa fulminea e sensuale allo stesso tempo, mostrandomi la strada perversa che ogni uomo avrebbe voluto intraprendere senza pensarci nemmeno una volta; ammiccò con il suo occhio destro, dandosi una leggera carezza sul suo sedere perfetto che la luce scontornava, fin dove l'ombra del suo incavo dava ad intendere solo una cosa, inginocchiandosi a terra... mentre il riflesso, sul bancone tirato a lucido, esplose senza parole le immagini senza censura di una semplice ragazza che si stava guadagnando da vivere, mostrando ciò che forse rappresentava la sua parte migliore. La sua pelle arrivò così vicino a quella fredda superficie, sfiorandola con altrettanta spregiudicatezza e sagacia che il suo calore appannò tale piattaforma e devo dire che ciò fu una delle cose più sexy che avessi visto nella mia vita. Si presentò a pochi pollici da me, mentre la musica si stava perdendo nei meandri del mio emisfero cerebrale... un uomo (il barman), tirò fuori da una vetrinetta un bicchiere scintillante d'impronte di qualche cliente precedente; stretto nella sua mano nodosa, lo picchiò con forza di fronte a me, guardandomi negli occhi, sicuro del suo mestiere, pieno di sé esortandomi a bere della Tequila, come quell'atmosfera satura di odori forti.
- Tequila Señor! -
- Gracias! -
Afferrai quel bicchiere strabordante di nettare degli dei, con la mano destra che aveva ancora dentro il suo palmo, una goccia, forse di quella pioggia che si era persa dietro di me poco prima e lo posai dolcemente, come aveva fatto la persona che continuava a fissarmi, dopo averlo fatto scendere, con sardonica enfasi dentro il mio stomaco, in un unico sorso... come voleva la tradizione.
Mi accesi un'altra sigaretta che questa volta tirava che era un piacere, mentre il suo fumo non era niente a confronto della nuvola che aleggiava sopra la mia testa: compatta, quasi una nebbia incolore che riassumeva l'essenza delle anime perse di quella gente, nascosta nell'ombra delle proprie frustrazioni di piccoli esseri umani, su una terra, forse, troppo complessa per non far materializzare in aria, questa nebbia dal sapore dolciastro della perdizione.
Tornai con lo sguardo un po' annebbiato da quel lucido veleno, oramai già evaporato nei miei sogni, su quelle figliole spogliate... oltre che dai loro vestiti intrisi di sudore e speranza, anche della loro dignità, sempre se si poteva chiamare così... Juliana lontana... la terra come la pelle, attaccata alle emozioni, elastica, piena di calore, accogliente, camaleonte nelle sue trasformazioni, a volte spietata e amore profondo... lontana.
Cosa c'era, al di là dell'uomo... di due persone che sono lontane... che sono lontane; c'è l'alienazione del pensiero di non provare più le stesse cose, la paura di non ritrovarsi più, di perdersi in un oceano di futili parole... parole lontane, perché il tempo con la sua manovra perversa cambia gli eventi e ci rivolta come vecchi calzini usati... le parole di mio padre, lontane; quelle della stessa terra, le decisioni da prendere sono scritte nel destino delle tue mosse...
Con semplicità, a volte in modo troppo semplice, si sceglie di passare da una strada che ci sembra quella giusta, come quando s'incontra una persona che si ritiene speciale... ma poi la vita decide per te e tutto si trasforma sotto i tuoi occhi, ogni cosa prende una piega diversa, in modo... a volte così diretto che ti travolge, portandosi dietro ogni brandello della tua volontà di combattere per riuscire per lo meno, a riaffiorare dall'abisso, che ti vorrebbe annientare.

Una Morris Mini Minor Traveller

Bangor 1969. Tutti i curricula che avevo spedito...
Mio zio era sicuro che qualcuno rispondesse, né era convinto più di me, non c'era dubbio; si dice che chi ha fiducia in sé stesso è già dall'altra parte del fiume... beh! Io, ero ancora sul ponte a guardare la sponda opposta, i detriti passare lenti; in verità, forse non ero così convinto, di ciò che volessi veramente.
Massimo Blandini
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