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Raul Montanari è autore di 17 libri di successo. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa fra i più quotati a livello nazionale. Collabora con i principali editori italiani e ha pubblicato numerose traduzioni dalle lingue classiche e moderne. Dal 2008 al 2016 ha diretto il festival letterario Presente Prossimo. Nel 2012 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro, il massimo riconoscimento istituzionale della città di Milano. Nel maggio del 2021 è uscito per Baldini+Castoldi la sua ultima opera: Il vizio della solitudine.
Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
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Writer Officina
Autore: Roberto de Marinis
Titolo: Sherlock Holmes. L'incredibile genio di H. G. Well
Genere Giallo Fantastico
Lettori 333 2 1
Sherlock Holmes. L'incredibile genio di H. G. Well
Scena 1

Si era negli ultimi giorni di dicembre e, nonostante il suo pessimo quanto ostinato carattere, l'inverno si preparava a divenir padrino di un nuovo anno e perfino di un nuovo secolo.
All'ennesimo tuono, il cui fragore sembrava non far presagire alcunché di buono, Holmes, seduto nella sua poltrona preferita, rifletté che la Natura stessa, infuriata più che mai, pareva cercasse di tenere lontano quello straordinario momento in cui l'ottocento sarebbe diventato novecento.
Il Novecento.
“Certo” rifletté “A furia di discuterne tanto...”
Persino lui, notoriamente dotato d'indiscutibile freddezza, si sarebbe infastidito, oltremodo, al sentir parlare di sé continuamente e in ogni dove, quasi si trattasse di una suffragetta smutandata dell'ultima rivista delle folies bergère.
Tanta uggia, da sbottare nel primo pub trovato per la via in cui, entrando l'ultimo dei nullafacenti e tutt'altro che sobri avventori, avesse fatto di nuovo il suo nome dinanzi a lui, di persona.
“Elementare e ovvio” pensò, mentre la pioggia continuava ad abbattersi sui vetri delle finestre talché anche lui, che viveva nel centro di Londra, si vedeva talvolta costretto a distogliere i suoi pensieri dalle riflessioni di fine secolo, e a riconoscere la altrettanto elementare presenza delle forze della Natura, le quali si scatenavano contro il genere umano attraversando come una lama in un panetto di burro tutti i baluardi della cosiddetta civiltà.
Con il calar della notte, il temporale, aumentando d'intensità, sembrava condire con nuovi fragori il periodico scandire del tempo, proveniente dal pendolo posto sulla parte alta del caminetto.
Holmes guardò l'orologio. Erano quasi le due. Uno scricchiolio leggero parve giungere dall'esterno in direzione della porta. Tese l'orecchio, a cogliere se si fosse trattato di un rumore di passi.
Watson non era ancora rientrato, e l'investigatore stava per dar sfogo alla propria capacità logico-deduttiva al fine di tracciare ipotesi circa il ritardo del suo amico e collega.
Il rumore si ripeté, questa volta più vicino all'esterno dell'uscio, quindi Holmes si alzò e si diresse verso la porta, a passi lenti.
“Capisco il Convegno sulle nuove metodologie mediche...” cogitò “...ma per fare così tardi, quantomeno avranno discusso di qualche nuovo farmaco miracoloso...”.
Dalla porta, distante da lui ormai solo pochi passi, provenne improvvisamente un lieve toc toc. L'investigatore si fermò.
Perché Watson bussava alla porta? Non poteva aver perso le chiavi di casa, così attento e meticoloso com'era. Così, in pochi attimi, Holmes realizzò sia che là fuori non c'era il dottor Watson a bussare, e sia che, verosimilmente, al suo partner doveva essere occorso qualche contrattempo.
Toc toc.
“Un bussare lieve e delicato, quasi di donna” rifletté “Ma non femminile, più che altro tipico di una mano stanca e oberata di pensieri” dedusse, mentre riprendeva il cammino per raggiunger l'uscio.
Prima di ruotar la maniglia, aveva immaginato che si sarebbe trovato di fronte qualcuno preoccupato per qualcosa, ma non Watson.
Toc Toc.
Il bussare si era fatto più deciso, Holmes intanto era già con la mano sul pomello e stava per aprire.
- Non si preoccupi, qui siamo ancora desti, anche se l'ora è decisamente tarda - disse Holmes con voce ferma mentre apriva la porta. L'uomo che gli si parava di fronte, sull'uscio, era fradicio di pioggia. Portava una mantella sulle spalle, di foggia scozzese a quadri. “Un po' demodè” constatò l'investigatore.
Pur non avendo alcun bagaglio, l'uomo aveva tutta l'aria di essere un viaggiatore. Quel personaggio non era però, di certo, un perfetto sconosciuto.
Il viso appariva provato, ma lo sguardo limpido, sopra un paio di baffi, quel volto, l'investigatore, lo aveva già visto.
- È Sherlock Holmes? - domandò il visitatore.
- Certamente non la Regina d'Inghilterra - rispose Holmes, e l'uomo di fronte a lui abbozzò un sorriso.
- Posso entrare, signore, o vogliamo lasciare che l'inclemenza di questo tempaccio penetri sin nelle più recondite pieghe della mia pelle, dopo aver trapassato già i miei abiti ? - chiese.
L'investigatore si rilassò. - Si accomodi - rispose, e fece un cenno con il braccio destro a invito per l'uomo affinché entrasse in casa.
Il nuovo arrivato fece tre passi e fu dentro l'abitazione al 221/b di Baker Street.
Holmes, lentamente, chiuse la porta e lo guardò mentre quello, liberandosi della mantella, in tal modo rivelò di avere con sé una borsa in pelle opaca, all'interno della quale si notava un gonfiore sagomato, come se vi fosse riposta una struttura di forma squadrata.
- Il suo non è un viso nuovo. Con chi ho il piacere...? - chiese il detective.
- Il mio nome è Wells. Herbert George Wells - rispose l'altro, guardandolo negli occhi.







Scena 2

Il camino aveva preso a scoppiettare per via della legna nuova, un pò umida, messa sul fuoco da Holmes per meglio alimentarlo.
Nel mentre l'investigatore era leggermente piegato, intento a quella operazione, il suo ospite si disabbigliava, sfilandosi di dosso il cappotto bagnato.
- Può metterlo sull'appendiabiti - disse il detective, indicandogli con il beccuccio della pipa nella mano destra, un trespolo che riposava inerte accostato alla parete sulla sinistra della porta che dava sul corridoio interno.
- Suppongo, signore, che così come il suicida mentre appoggia alla sua tempia la canna della pistola provi uno strano sentimento di curiosità per quanto accadrà l'attimo seguente, al pari si stia chiedendo cosa m'ha portato qui, nevvero? - esordì tanto pacatamente quanto verbosamente l'ospite, mentre a passi decisi si avviava verso l'attaccapanni.
Holmes ruotò la testa in direzione della voce. - Strane elucubrazioni, signor Wells - disse.
Poi, dopo una brevissima pausa e un aggrottar di sopracciglia: - Santi Numi, mi auguro che simili esperienze non appartengano al suo vissuto, e che giammai stia coltivando tali insani pensieri proprio in questa casa! - aggiunse.
- Ah! - esclamò il nuovo arrivato in risposta a quell'osservazione, tirando le labbra a comporre un sorriso che aveva un non so che di curioso e divertito a un tempo.
- Certo che no! - si affrettò a ribattere, e il detective mosse la testa, rialzandosi dal camino, ove il fuoco aveva ripreso vigore diffondendo nella stanza un bel tepore. Wells si avvicinò, e stese le braccia verso il camino, con il gesto di chi allunga le mani per scaldarsi.
La pendola interruppe il temporaneo silenzio, scandendo la seconda ora. - In ogni caso... - intervenne l'investigatore - Le sarei grato se vorrà accomodarsi e iniziare a raccontarmi quale è il motivo della sua visita, signor Wells - .
Ciò detto, egli prese comodamente posto su di una poltrona, e indicò al suo ospite una delle altre due di quel salottino di fronte al fuoco.
- Dunque, cosa la porta qui? - insisté Holmes, dopo di che portò alla bocca la pipa e iniziò a far sbuffi di fumo per riattivare il tabacco acceso sotto la cenere.
L'altro, anziché sedersi, prese a girar per la stanza e a guardare i muri. Sembrava interessato ai ritratti di criminali famosi che adornavano le pareti, poi tornò verso il camino, e ne esaminò la mensola sovrastante, su cui erano poggiate varie pipe e alcuni altri oggetti.
A un tratto, l'uomo che aveva detto di essere Herbert George Wells volse il capo verso il detective, poi si girò a guardare l'altra poltrona, vuota, e in due passi la raggiunse e vi si sedette. Da una tasca estrasse un orologio e lo porse a Holmes. - La prego di aprirlo - disse.
L'investigatore rimase per qualche attimo ancora intento a sbuffar fumo dalla sua pipa, quindi si sporse leggermente, allungò il braccio verso l'oggetto che Wells gli porgeva e, quando lo ebbe fra le mani, lo osservò attentamente.
Era un orologio con catenina, di forma ovviamente rotonda, color ottone. Sui due lati piatti, quello superiore e l'altro inferiore, presentava numerosi segni di usura.
- E' un oggetto abbastanza vissuto, vedo - disse Holmes, e continuando a tenerlo fra le dita ne osservò più da vicino la parte superiore, che presentava una piccola cerniera al suo apice, segno che (come tutti gli orologi simili) quel lato poteva essere aperto.
Con il pollice fece scattare il fermo di chiusura e lo sportello si schiuse, rivelando un quadrante con lancette e al suo interno, invece, una foto di donna. Le lancette erano ferme. L'investigatore provò a scuoter leggermente l'oggetto, ma nulla vi si mosse al suo interno. L'orologio segnava ventisei minuti dopo le quattro.
L'immagine nella parte interna dello sportellino era di una giovane donna, di una età sui trenta-trentacinque anni, molto piacevole nell'aspetto, con i capelli raccolti a coda di cavallo, lo sguardo intenso e profondo, un maglioncino bordeaux, al di sotto del quale campeggiava una camicia bianca.
Al collo, risaltava una catenina che finiva con un pendant di strana foggia, il quale somigliava in tutto a una chiave.
Sherlock richiuse lo sportello, e dopo una breve boccata di pipa, si rivolse al suo ospite.
- Considerando che l'oriolo è rotto, e io non sono un orologiaio, devo dedurne che non è qui per ripararlo. Ritengo, invece, che il motivo della sua visita notturna sia la donna ritratta nella foto. Chi è ? - domandò.
L'uomo sulla poltrona di fronte sembrò per un attimo affascinato, e quasi stupito, dalla logica deduttiva appena manifestata dal detective.
- Ha ragione - disse. - Sono venuto per la ragazza. Si tratta di mia sorella Helèna. Lei è... scomparsa. Mi deve aiutare a ritrovarla - .
- Ah - commentò Holmes.
Poi riprese la sua pipa fra le labbra, e ricominciò a fumare.
Scena 3

Herbert George Wells era seduto sul bordo della sua poltrona, rivolto di tre quarti verso Sherlock Holmes. L'investigatore sembrava intento a scoprire per quale recondito motivo la sua pipa non stesse tirando bene; a un tratto la posò, con un gesto di stizza, nel posacenere sul tavolino alla sinistra della propria poltrona.
- Signor Wells - esordì dopo un attimo di silenzio - Se qualcuno ha rapito la sua germana, e benché io deduca che la sua scomparsa debba esser giunta tanto improvvisa quanto inaspettata, sono convinto che a Scotland Yard ci siano ottimi detective perfettamente in grado di seguire tale caso. E, altrettanto, credo lei sappia ciò. Mi spiegherebbe, dunque, cosa fa di me una opzione migliore di quello che da più parti è definito come il miglior corpo di polizia britannico? - chiese.
A quelle parole Wells s'alzò dalla sua poltrona e raggiunse nuovamente il camino. Per alcuni minuti parve osservare la mensola posta nella sua parte superiore. A guardar bene, vi erano sparsi sopra, alla rinfusa, pipe, sacchetti di tabacco, due siringhe, qualche temperino, persino un paio di cartucce di rivoltella, nonché altri e disparati oggetti tra cui una scatolina in legno dal coperchio scorrevole.
- Molto graziosa - disse l'uomo indicando il piccolo contenitore, e dopo una pausa, proseguì: - Vede, Holmes... Scotland Yard sarà senz'altro il miglior corpo di polizia, non solo britannico, ma forse persino del Continente. Tuttavia mi si lasci affermare che non credo sia pronto... o meglio, predisposto, per una indagine del genere che ho in mente - .
- E... per qual motivo asserisce ciò? - chiese l'investigatore di Baker Street.
- Perché non penso a un rapimento, e dubito si tratti di una scomparsa volontaria - rispose l'altro.
Holmes si tirò su con uno scatto vagamente nervoso, e: - Wells - disse - Non siamo qui alle due di notte per porre o risolvere indovinelli, e neppure per fare enigmistica. L'avrà pure, una mezza idea di dove sia finita tale sua sorella.... - schioccò le dita come chi non rammenta un nome, poi aggiunse: - ...Helèna, giusto? - e terminò.
- Ah! Invero ben più, che solo una metà. Signore, sono convinto di sapere per-fet-ta-men-te... dove ella si trovi. Nonché con quale veicolo si sia mossa, e per giunta da chi la poveretta stia tentando di fuggire - .
Il detective, per un attimo, fu sul punto d'invitare il suo interlocutore a uscire da casa sua; era evidentemente inaccettabile che un quasi illustre sconosciuto si fosse introdotto in casa sua a... menare il can per l'aia come stava facendo il suo ospite.
- Non solo inaccettabile, ma anche gravemente fastidioso - bofonchiò fra sé e sé.
In quel preciso istante, però, quasi a sottolineare fragorosamente che invitare quell'uomo ad andarsene non sarebbe stata una soluzione consona, dal di fuori giunsero quasi all'unisono un forte bagliore e il rumore di un tuono.
L'attenzione dell'investigatore fu sottratta al racconto di H.G. Wells, e i suoi occhi si rivolsero verso la finestra; a grandi passi, la raggiunse attraversando la stanza longitudinalmente, e chiuse con un gesto deciso, quasi di stizza, la tenda che drappeggiava ai lati della stessa. Poi si girò, e guardò il suo ospite negli occhi.
Wells aveva ripreso posto sulla propria poltrona. Vi si era seduto accomodandosi con fare rilassato. Quel che accadeva all'esterno, non sembrava interessarlo più di tanto.
- Lei... - principiò a dire Sherlock - Nasconde più di quanto dice - esclamò. - Ma orsù, ricapitoliamo - continuò. - Sua sorella, Helèna, è scomparsa. Asserisce di conoscere non solo i motivi per cui ciò sia accaduto, ma persino che ella stia fuggendo da qualcuno e che per fuggire abbia utilizzato un mezzo, un veicolo, ben preciso - terminò.
- Si, più o meno è così - confermò Wells.
- E dice anche - continuò Holmes - che non è materia per Scotland Yard - .
- No, signore - avvalorò l'altro.
Il detective fece alcuni passi in avanti e tornò indietro. Poi si voltò e, portandosi una mano al mento, si fermò proprio a pochi passi dal suo ospite.
- Cerchiamo intanto di ricostruire la situazione - disse, guardandolo negli occhi. - Qualche farabutto avrebbe indotto mademoiselle Helèna a seguirlo? - proseguì.
- Pensa che qualcuno l'abbia fatta prigioniera? Costui, o costoro, devono certamente sentirsi al sicuro? Non hanno invece motivo di ritenere che altri si possano interessare alla sorte della signorina? Se costei fosse rilasciata li denuncerebbe? In tal caso avrebbe ragione a preoccuparsene, in quanto per quelle persone sarebbe questione di vita o di morte non lasciarla libera; e non potendo d'altronde tenerla per lungo tempo sotto chiave, è elementare arguire che l'unica loro via di uscita altro non potrebbe essere che il delitto - .
Wells osservò lo sguardo incuriosito e indagatore di Sherlock Holmes. Poi scosse il capo. - No, nulla di tutto questo - sentenziò.
- Insomma, Wells... sarei ben felice se finalmente volesse dirmi dove mai si sarebbe cacciata la sua degna sorella! - disse l'investigatore.
Herbert George Wells prese un fazzoletto dalla tasca della sua giacca, portandolo al naso.
- E... e con chi si trova, o meglio, da chi starebbe fuggendo Helèna, e... e se è in pericolo, e... e per quale motivo - riprese a dire, come parlando a sé stesso, il detective, mentre si spostava lungo la stanza fino a riguadagnare il posto nella sua poltrona.
- Perbacco, Wells. Mi dica qualcosa! - terminò.
L'altro, mentre Holmes concludeva, stava al contempo finendo di asciugarsi il naso con il fazzoletto. Quindi, ripiegatolo a triangolo, lo ripose nella tasca della sua giacca.
- Vede - disse - Se rifuggo da Scotland Yard è perché non ho alcuna intenzione di esser preso per un mentecatto - continuò Wells. - Mi creda, questo è un caso per Sherlock Holmes -
- Bah - commentò l'investigatore.
- So chi è il criminale da cui Helèna sta cercando di fuggire - continuò Wells - E penso... penso che, con le sue abilità, lei sia l'unico in grado di trovarla - concluse.
- Bene - disse il detective - Questo è già qualcosa. Adesso abbiamo un criminale e una fanciulla che cerca di sottrarvisi. Vogliamo dunque completare il quadro, aprire il sipario, e dunque svelare, una buona volta, collocandolo sulla scena, anche il suo nome? Da chi fugge codesta sua sorella? - domandò.
Wells annuì con la testa, poi disse, con tono grave e serio: - Signor Holmes... lei deve aiutarmi a salvare Helèna da... - si interruppe.
- Da chi?!? - chiese Holmes vieppiù incuriosendosi.
- Da Jack lo squartatore - concluse Wells, e ripeté: - Mia sorella sono convinto cerchi di sfuggire a... Jack lo squartatore1 - .
Roberto de Marinis
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