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Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
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Writer Officina
Autore: Giampiero Momi
Titolo: Una lama nella notte
Genere Thriller
Lettori 199
Una lama nella notte
Un'intricata indagine per l'ispettore Morel.

L'ultima parte della visita comprendeva i luoghi più importanti e significativi del monastero, quelli posti a nord dell'edificio, cioè il grande chiostro, le celle abitative delle monache e il cimitero.
I turisti rimasero particolarmente colpiti dal chiostro, attaccato con le sue magnifiche arcate in pietra serpentina alla chiesa romanica, solo da poco ristrutturata in gres e orientata secondo la direzione sacra, ovvero verso Gerusalemme.
- Ed eccoci arrivati a quello che può essere considerato il luogo di eccellenza del monastero - disse la guida indicando ai visitatori, da una finestra di una cappella laterale, il grande chiostro di solitudine, affacciato sul grande prato del cimitero costellato da una lunga serie di croci e sulle celle di solitudine delle suore.
- In questo cimitero - esordì Mélanie, - sono tumulati i corpi delle monache e le croci, tutte senza nome, segnalano ai visitatori unicamente la loro presenza e il luogo di sepoltura. -
- Ora avremo il privilegio, perché di vero privilegio si tratta - proseguì rivolta al gruppo, - di visitare una cella. Non è abitata da alcuna suora ma è arredata come tutte le altre utilizzate quotidianamente e già pronta magari a ricevere una nuova sorella o una novizia - e girò la chiave che era stata lasciata appositamente nella toppa per indicare quale fosse la cella da visitare.
Il gruppo fu introdotto dalla guida nella cosiddetta cella di solitudine dove la monaca trascorreva tutti i giorni della sua vita, pregando e lavorando. In essa mangiava e dormiva e solo nei momenti delle celebrazioni liturgiche, tenute in chiesa, si univa alle sorelle per la preghiera comunitaria.
I sei passarono in rassegna i vari locali della cella: il vano chiamato “Ave Maria” dove troneggiava la Madonna, e che si prolungava in un ambulacro dove la monaca poteva distendersi e fare esercizio; a lato si trovava invece il cubiculum dove vi era il letto. Davanti alla grata della finestra era posto un tavolo refettorio e uno stallo per pregare e meditare. Un ultimo vano era occupato dal laboratorio per il lavoro manuale e la toeletta.
- La regola è rigida - disse a bassa voce Mélanie. - Queste suore trascorrono una vita di completa solitudine e totalmente consegnate a Dio. Non hanno contatti tra loro tranne che nei momenti di preghiera comune. Persino tutti i pasti vengono passati loro attraverso una piccola finestrella. -
Uno dei turisti italiani abbozzò una battuta ma fu prontamente redarguito dalla sua compagna.
Il tempo era trascorso con impensabile velocità ed erano quasi le cinque del pomeriggio, ora in cui le monache sarebbero uscite dalle loro celle per il vespro e la messa.
Per i turisti era l'ora di guadagnare l'uscita.
Ci sarebbe stato solo il tempo per poter acquistare nello spaccio dedicato ai visitatori qualche prelibatezza, come biscotti e marmellate, frutto del lavoro quotidiano delle suore.
Oramai la giornata di quella metà di gennaio volgeva al termine e la luce del giorno stava cedendo il passo alle ombre della notte.
I sette percorsero a ritroso la stradina sterrata fino a raggiungere il pulmino che li stava aspettando nel piazzale. Presero posto a sedere e l'autista mise in moto immettendosi sulla via del ritorno.
Puntualmente, come ogni giorno alle cinque del pomeriggio, le monache si stavano radunando, per la seconda volta nella giornata, in chiesa per la celebrazione comune dei vespri e per la celebrazione eucaristica, alla quale sarebbe succeduta una mezz'ora di silenzio prima del ritiro in cella, ciascuna per proprio conto, alle sette di sera per l'ultima preghiera e la recita della compieta.
La giornata delle monache si sarebbe conclusa intorno alle otto.
Avrebbero riservato al riposo le poche ore che le separavano dalle quattro del mattino successivo, allorquando avrebbero iniziato, ciascuna nell'intimità e nella solitudine della propria cella, il tempo della preghiera mattutina a cui si sarebbero dedicate sino alle 6.45.
Le cadenze degli orari, oramai stabilite da decenni e scandite da una regola ferrea, le avrebbero viste, poi, riunite per l'ufficio mattutino, recitato coralmente in cappella, a cui sarebbe seguito il tempo di formazione e di studio.
Alle 10.20 sarebbe succeduta, in cella, la preghiera di terza e il pranzo. Poi, alle 11.45, dopo la recita di sesta, sarebbe iniziato il lavoro manuale, protratto sino alle 15.45. Quindi l'ufficio dell'ora nona avrebbe segnato la fine del lavoro e l'inizio della cena, fino a ritrovarsi di nuovo, comunemente, alle cinque del pomeriggio per l'uffizio della messa.
La celebrazione eucaristica era terminata e tutte le ventidue suore stavano rientrando ciascuna nella propria cella dopo la mezz'ora di silenzio e meditazione.
Le due novizie erano con loro: suor Beatrice e suor Giselda.
Oramai stava annottando e la temperatura esterna era notevolmente scesa e sfiorava i -2°C.
Quel gennaio era particolarmente freddo ma il cielo era chiaro e diffusamente illuminato dalla luna piena. L'aria tersa consentiva alla miriade di stelle che punteggiavano il cielo di risplendere e avvolgere la cima del colle con una infinita e silente coperta.
Sul colle, le severe mura del convento, isolato nel Massif des Maures, si stagliavano verso il cielo quasi a dominare la foresta circostante, infondendo a tutto il paesaggio intorno una profonda aura di spiritualità e tranquillità.

Ave Maria,
Ave Maria, grátia plena,
Dóminus tecum.
Benedícta tu in muliéribus,
et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta María, Mater Dei,
ora pro nobis peccatóribus,
nunc et in hora mortis nostræ.
Amen.

La monaca di clausura chiuse gli occhi e rimase ancora per qualche minuto a meditare poi, nella sua piccola e austera cella, si coricò.
Il tempo che suor Giselda stava dedicando al riposo del proprio corpo era, come abitualmente, solo il breve intervallo tra la preghiera e l'adorazione, con Maria, alla Santissima Trinità, nel silenzio e nella solitudine della propria cella.
Mezzanotte era passata da qualche minuto e le alte mura del monastero rilucevano nella loro maestosità nella notte stellata.
Il chiarore sparso dalla luna penetrava attraverso la grata della cella illuminando parzialmente il monastico letto su cui giaceva il corpo della novizia.
La lama sembrò riflettere quella luce come uno specchio prima di scendere con impetuosa violenza sul corpo abbandonato della ragazza.
Una serie inaudita di colpi seguì il primo, abbattendosi sull'inerme vittima, lacerando e straziando le carni indifese.

Mercoledì,15 gennaio

La cartella giaceva aperta sulla scrivania nell'ufficio di polizia giudiziaria di Tolone. L'ispettore capo Morel, in piedi dinanzi alla finestra, fissava la pioggia che aveva iniziato a scendere copiosa, fine e fitta, sin dalla mattina.
Erano le sei e mezza e Morel non aveva la minima idea di quando sarebbe rientrato a casa.
D'altra parte che gliene fregava? Non aveva più nessuno che l'aspettasse. Da quando lei non c'era più, tornare a casa non aveva più alcun senso per lui.
Meglio restare là, nello squallido ufficio che era da ben 20 anni la sua seconda dimora e che ora assurgeva a suo unico rifugio.
Si trattava di una semplice infezione, gli avevano detto, non c'era da preoccuparsi. Poi tutto era precipitato e lei era scomparsa nel giro di dodici ore.
Come neve che si squaglia sotto i raggi del sole.
Nessuna giustificazione, solo una secca comunicazione che non era stato possibile fare niente per arginare la marea infetta dilagante che le aveva devastato il corpo, distruggendolo.
Thérèse lo aveva lasciato solo e lui, da allora, si era tuffato nel lavoro fino a rimbambirsi.
Oramai era il suo unico scopo di vita, e i delinquenti, gli assassini, i balordi erano diventati i suoi migliori compagni di viaggio. Se li coccolava quasi, erano la sua atarassia, la medicina contro il suicidio dell'anima.
Morel aveva 58 anni, un fisico un po' sovrappeso per la sua altezza che sfiorava il metro e 90, capelli grigi che proclamavano una incipiente calvizie e un volto in cui l'intenso sguardo di due occhi perennemente indagatori gli conferiva un che di misterioso e riflessivo al contempo. Si chiedeva cosa sarebbe stato di lui tra qualche anno, quando il suo stato di servizio sarebbe stato completato e il limite di età avrebbe decretato il suo pensionamento. Gli sarebbe indubbiamente mancata quella routine lavorativa e sarebbe stato costretto a trovare un'alternativa a quella attività che sarebbe venuta improvvisamente meno. Soprattutto si chiedeva come avrebbe potuto continuare a impegnare la mente. Sì, perché di alternative per impegnare il suo corpo ne disponeva alcune: amava visceralmente cimentarsi in lunghe escursioni in montagna, cosa che aveva iniziato a fare già molti anni prima con Thérèse, subito dopo il loro trasferimento da Parigi. Avrebbe potuto dedicare gran parte del tempo a lunghe passeggiate nelle foreste montuose del Varo, il secondo dipartimento più boscoso di tutta la Francia, dopo le Lande, ai picnic sugli arenili delle sconfinate coste dove le bellissime spiagge di sabbia sottile si alternano a capi rocciosi e baie selvagge. A quelle escursioni non avrebbe certo rinunciato e avrebbe continuato, anche senza la sua adorata Thérèse, a visitare gli incantevoli villaggi di quella Provenza così ricca di preziosi luoghi dedicati al relax e alla gustosa cucina.
Certo che con la sopraggiunta età della pensione non avrebbe più potuto avventurarsi sui duri percorsi di quando era più giovane, ma di tempo, pensava, ne avrebbe avuto a sufficienza e avrebbe potuto prendersela con più calma perché non c'era più Thérèse che, sempre sorridente, lo incitava ad arrampicarsi sui terreni più erti.
Avrebbe potuto (finalmente?) dedicarsi al suo hobby preferito, quello della falegnameria, per il quale negli anni passati aveva dotato un garage, attiguo all'abitazione, di attrezzature adatte alle più svariate attività in quel campo e con le quali aveva realizzato buona parte del mobilio di casa, cosa sopportata ma non molto gradita da Thérèse, che, con il passare degli anni, aveva provveduto a sostituire pezzo dopo pezzo, accampando ogni volta scuse diverse. E infine avrebbe potuto dedicarsi alla lettura, soprattutto di quei libri che spesso comprava ma che era costretto ad accumulare in biblioteca e che per questioni di lavoro non era stato fino a ora in grado di leggere.
Sentì bussare alla porta.
- Avanti - disse a bassa voce.
La porta si aprì e il brigadiere maggiore Fabre insinuò la testa al di là dello stipite. Morel girò la testa e lo apostrofò: - Venga avanti, brigadiere maggiore! È già stata eseguita l'autopsia? -
- Non è ancora conclusa, signor ispettore - rispose Fabre. - Ci vorranno ancora un paio d'ore. Poi il dottor Blanchard potrà stendere la sua relazione. Penso che questa non sarà disponibile prima di domani mattina. -
- Caso strano quello che ci si presenta - disse tra sé e sé, a voce alta, l'ispettore. - Una suora assassinata e per giunta di clausura - proseguì. - Nessun apparente indizio, nessuna testimonianza, nessun sospetto, nulla di nulla insomma. Ci sarà dolce brancolare nel buio più profondo - aggiunse con sarcasmo.
- Forse una vendetta - azzardò il brigadiere Fabre e fissò lo sguardo sul volto dell'ispettore.
- Già. Potrebbe anche essere - bofonchiò Morel. - L'unica cosa certa è che non si è suicidata, eh. -
Poi abbandonando il tono sarcastico chiese: - Ha già fissato l'incontro con la priora? Vorrei che avvenisse al più presto. -
- Stiamo attendendo che le venga concesso il permesso dal vescovo, che però non dovrebbe tardare. Lei sa che queste monache non possono decidere di incontrare qualcuno se non dispensate, vero? -
- Certo che lo so - rispose l'ispettore. - E meno male che il permesso deve venire loro dal vescovo e non dal loro principale... - e indicò con un dito il cielo - altrimenti sai quanto dovremmo aspettare! -
- Nella cartella che ha sul tavolo c'è anche l'elenco di tutte le suore, ventidue per l'esattezza, inclusa la vittima, e di tutto il personale in servizio all'interno del monastero - disse Fabre. - Intanto potremmo iniziare da questi ultimi, no? -
- Preferisco seguire la gerarchia. In questo totale buio dobbiamo tracciare una linea maestra da seguire, altrimenti rischiamo subito di non capirci più nulla - rispose l'ispettore.
- Ciò di cui siamo a conoscenza è che nel pomeriggio c'è stata una delle abituali visite turistiche al monastero, che il portone principale di accesso è stato chiuso come d'abitudine alle sei e che da allora tutte le suore e il personale di servizio non hanno avuto alcun contatto con l'esterno. Almeno per quello che ne sappiamo noi. Inoltre conosciamo con ragionevole certezza l'ora in cui suor Giselda Guerreri è stata brutalmente accoltellata ed è morta: tra le dieci di sera e le quattro del mattino, il giorno successivo. -
Si interruppe per un attimo e poi, fissando il suo interlocutore, riprese: - Questo è il classico caso che ci affosserà la carriera, caro Fabre, a me e a lei, in un caso o nell'altro, sia che si scopra l'assassino sia che il caso venga archiviato senza alcun risultato. Dobbiamo prepararci ad avere addosso tutti: dalle più alte gerarchie del clero alla gente comune, dal procuratore della repubblica ai politici. Dovremo mettere la corazza per sopravvivere e prepararci a vivere i più incredibili depistamenti e ascoltare le più indecenti calunnie. -
Lasciò che il suo interlocutore riflettesse in silenzio.
- Come in tutti i casi in cui c'entra la Chiesa e gli ecclesiastici, eh? - sentenziò Fabre.
- Già, proprio così - concordò Morel.
Giampiero Momi
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