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Autore: Laura Intino
Titolo: Sparo su 1 e 0
Genere Psicologia
Lettori 107
Sparo su 1 e 0

Prologo

1 e 0 è l'esercito della riduzione ai minimi termini.
Non ci sono gli altri numeri, le sfumature, l'umanità. Ogni gradazione dell'espressione è stata ingoiata dal linguaggio più basico ...
Il bianco e il nero la fanno oggi da padrone, governando la vita come sentinelle robotizzate.
Tutta la scala delle intensità è stata inghiottita dal nulla o dall'amplificato regalo del troppo.
Sto svanendo. Sono così evanescente che potrei giocare con le mie mani come se fossero pura aria.
Però ho ancora un asso nella manica, un colpo in canna, una freccia nella mia faretra.
State a vedere. Osservate, voi che avete dimenticato gli sguardi.
Questo libro non è per quelli che ancora sanno brillare.
Questo libro è per chi vegeta ai confini dello spaccato in cui gli specchietti per le allodole nascondono burroni, dove fare il bagno equivale ad esplodere nella totale assenza dell'acqua.

Capitolo 1

Tutto ebbe inizio quel giorno di giugno in cui il mio mondo iniziò a precipitare.
Eravamo in un ospedale, in cui i camici bianchi erano stirati con le macine delle aziende farmaceutiche.
Glenda si era voltata a guardarmi, con quei suoi occhi in cui il mare aveva smesso di danzare da un pezzo. Sembravano delle statiche pozze di niente, anche se lei era convinta di essere un passionale svincolo per la sessualità.
Mi ricordavo dei giorni in cui l'avevo vissuta come se fosse nel binocolo delle mie fantasie. E mi veniva da vomitare.
Stavamo varcando la soglia della disperazione, in quelle sale asettiche nate apposta per uccidere le speranze, in quella struttura fatta per massacrare gli ultimi sprazzi di vita.
E accanto alle porte automatiche del palazzo della morte, lei mi aveva detto:
- Carson ... Lo sai che non ce la farà, vero? - .
Io non la degnai di una risposta. Andai dritto a sedermi accanto alla vetrata, che dava sul grigio cielo cementato di Arsenal. Sì, Arsenal, perché io sono quello che affibbia un soprannome ad ogni città.
Glenda mi seguì, anche se speravo, sinceramente, di levarmela dai coglioni.
C'erano forse altre due o tre persone, che avevano conosciuto Percy.
Bella storia tutto questo amore mancato, nei confronti del mio più grande amico!
Bastardi! C'eravamo soltanto noi lì, ad accompagnare i suoi ultimi passi.

Un infermiere omologato, in tutto conforme alle regole vigenti sul personale ospedaliero, si avvicinò a noi, coi suoi capelli tanto ordinati da sembrare fatti col das:
- Buongiorno. Siete i parenti di Percy Williams? - .
Noi ci limitammo ad annuire e quello aggiunse: - Venite con me - .
Indossammo tutte le misure previste per barricare i nostri germi e confinarli ad un millimetro dai nostri corpi.
Ci fecero entrare insieme e nella stanza trovammo Stefano e Giulia, che prima avevamo visto nella sala d'attesa, insieme a un tizio di cui ora non c'era traccia.
Come cazzo facevano ad essere già lì dentro, se pochi minuti prima erano ancora seduti ad aspettare a pochi metri da noi?
Glenda li aveva salutati. Io ... nemmeno un cenno del capo.
Ma io e Giulia ci eravamo scambiati uno sguardo e lei adesso se ne stava lì, granitica, ad aspettare non si sa cosa.
I miei occhi si posarono su Percy, sdraiato sul letto di ospedale preparato apposta per farmi del male. Era nudo, coperto solo da un cazzo di lenzuolo bianco come tutto il resto.
Il suo cuore, attaccato alla macchina, batteva come la batteria che amava suonare in quella sua casa infinita, con tante stanze che dovevi disegnare una mappa e spostarti con una navetta, per raggiungere la meta, ogni dannata volta.
Mi sembrava di sentire quel pulsare che aveva mandato su, via dallo schermo, il piccolo petto di suo figlio, Parsifal, quando Arianna era rimasta incinta, dopo una dello loro notti brave.
Che nome assurdo gli aveva affibbiato al piccoletto!
Percy era fissato con i romanzi cavallereschi. Quella volta era scoppiato a ridere: - Lo chiamo Parsifal, che cazzo! Un piccolo Percy, solo ... meno stupido e coglione! - .
Arianna era sparita dopo una decina di giorni dal parto, quella stronza!
E Parsifal era rimasto solo col papà.
Io andavo a trovarlo tutti i giorni. Amavo quel bambino.
Poi mi avevano trasferito a Bunkerville, per lavoro ... quel lavoro che odiavo.
Non riuscivo a smettere di guardare Percy ... come un sudario sul plexiglass.
E Giulia si era decisa a parlarmi, mentre Glenda e Stefano si erano portati accanto ad una finestra che sembrava più quella di un carcere di vetro, che di una struttura sanitaria:
- Nemmeno un saluto, Carson? - .
Era triste, amareggiata ... non certo per il mio mancato buongiorno del cazzo. Lo sapeva anche lei come mi potevo sentire in quel momento ...
Dissi: - Come avete fatto a entrare prima di noi? Due minuti fa eravate lì, ad aspettare l'infermiere leccata di mucca - .
Lei, con un sorriso spento, rispose semplicemente: - Credo tu sia molto scosso - .
Raggiunsi il letto, raso come se ci fosse passata una pialla, tanti erano i chili che aveva perso Percy. Mi venne in mente il nostro vecchio gioco di parole, quello che avevamo inventato quando eravamo piccoli:
-Percy ha perso la palla persa. Persa la palla, Percy ha perso-.
Quanto eravamo scemi da bambini! Sorrisi demoralizzato. Proprio scemi!
Presi la sua mano nelle mie.
Le lacrime scendevano da sole, come succede quando non sei presente per non soffrire, ma come in un sogno dannato, una parte di te è costretta a restare ... anche se vorresti scappare, uscire dall'incubo, sentire che si è trattato solo di una paura senza alcun fondamento, una di quelle che lo psicoterapeuta ti aiuta a sistemare.
Magari fossi stato pazzo ... Percy era lì davvero, anche se io non potevo accettarlo, anche se io non c'ero veramente, accanto a lui, -scusami Percy-, forse solo per metà, -scusami, scusami ... Cazzo fa troppo male!
Almeno, se tu potessi vedere che sono qui, che ci sono. Sono accanto a Te, cazzo! Mi vedi? Mi vedi?
Volevo gridare, scuoterlo, ma riuscivo solo a piangere e a tenergli la mano, mentre Giulia, alle mie spalle, mi accarezzava i bicipiti, rigida come una statua.
E poco più in là quelle due teste di cazzo di Stefano e Glenda facevano battute e ridevano ... Per sdrammatizzare,per sentire meno il dolore ... si giustificarono, una volta usciti da quella struttura di cellophane imbottita di puzzo di spirito, come se lo avessero sparso a casaccio per non cagarsi pure le mutande di olezzo di morte.
Ridevano per non piangere, questi stronzi? Ognuno reagisce a suo modo, dicevano!
Beh io il vostro modo non lo accetto!
Da questo momento siete inclusi nella mia lista dei nemici.

Laura Intino
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