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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Filippo Calcagno
Titolo: Direzione Zen
Genere Racconti Brevi
Lettori 1540 11 13
Direzione Zen
Era una fresca mattina di primavera e, sulla vetta del monte, il tempio del Maestro sembrava risplendere più del solito. Il sole era abbastanza alto da permettere ai suoi raggi di scavalcare le cime delle querce per illuminare le pareti di roccia antica e le due grandi colonne poste ai lati dell'ingresso principale.
Poco distante, nello spiazzo con la grande fontana, all'ombra di un verde salice, sedeva Kunō. Aveva lo sguardo di chi, saltando da un pensiero all'altro, pretende di approdare in un angolo sereno della propria anima, senza riuscirci.
In realtà “Kunō” non era affatto il suo vero nome, ma un semplice nomignolo che aveva dato a sé stesso dopo aver posato per la prima volta il piede in Giappone. Aveva stabilito che, per rendere il proprio viaggio ancora più particolare, doveva fare qualcosa di insolito. Quindi aveva tirato fuori dalla tasca il dizionario tascabile e aveva cercato la parola giapponese per “tormento”, la prima cosa che gli era venuta in mente. Era “Kunō”, e così si era ribattezzato.
“Questo sì che è un nome figo!” aveva pensato tra sé e sé. “Sembra un nome degno di un supereroe dei cartoni giapponesi. E adesso il nostro temerario Kunō, affronterà un insolito viaggio nelle zone più impervie e meno turistiche del Giappone!” Si era quindi diretto verso l'Internet Cafè di fronte al suo albergo.
Dopo una breve ricerca aveva scoperto che, non lontano da Kyōto, vi era un monte sulla cui cima si trovava un tempio buddista utilizzato dai monaci per i loro ritiri ascetici. E così, dopo non poche peripezie, eccolo lì, col corpo seduto sul bordo di quella fontana e con la mente che vagava in spazi e tempi diversi, tra scorribande e ragazzate varie. Il pensiero che lo divertiva di più, oltre all'idea di trovarsi in capo al mondo, era immaginare come avrebbero reagito i suoi compagni di sbronze se avessero saputo che era là. Avrebbero certamente detto che quello era un luogo per saggi, che per gente come loro il massimo della saggezza consisteva nell'andare in giro a caccia di vino e di donne.
Mentre questi ed altri simili pensieri affollavano la sua mente, un rumore di passi tra le foglie richiamò la sua attenzione. Dal sentiero principale che dalla pianura saliva verso il tempio, sbucò fuori un omino di bassa statura, magro, anzianotto ma ancora in forma, col capo pelato e la veste arancione. Era il Maestro Chienokawa, l'unico guardiano di quell'antica dimora divina, detentore di grande sapienza e uomo di enorme saggezza. Ma questo Kunō non poteva saperlo: per lui era solo un vecchio, pazzo quanto bastava per stabilirsi in un luogo come quello. Proprio per questo, però, ne era attratto e incuriosito. Decise dunque che era il caso di mettere alla prova l'insolito (almeno dal suo punto di vista) padrone di casa.
Il Maestro si accorse della presenza del giovane, quindi si avvicinò e, sfoderando un largo sorriso sotto i lunghi baffi bianchi, salutò con un semplice “buongiorno”.
“Perché buongiorno? È notte fonda!” rispose Kunō con tono di superiorità.
Il commento del Maestro fu pronto. “Può darsi che tu abbia ragione. Sicuramente, dall'altra parte del pianeta, in questo momento è notte fonda. Ma in questo preciso momento, qui, sulla cima di questo monte, il sole batte luminoso e caldo.”
Kunō diede una rapida occhiata al suo orologio da polso, poi volse lo sguardo verso il Maestro e disse: “È notte, chi se ne frega se sono le undici e fuori c'è un sole che martella le fronti? La notte mica funziona come credono tutti, che viene e va a orari ben precisi, in base al movimento astrale di questa fastidiosa palla incandescente chiamata sole! La fate facile, voi normo-pensanti, con i vostri punti di vista immobili come la morte, secondo voi tutto è semplice! C'è il sole? Allora è giorno! Non c'è il sole? Allora è notte! Bravi! Vi siete meritati il diploma di prima elementare e una medaglia d'oro fasullo! La notte non si può quantificare, è qualcosa di puramente intangibile, ti seduce con la sua folta chioma nera ma al contempo ti trafigge con la sua tristezza, ti fa risorgere col pallore della sua luna, ma ti incatena con la sua mestizia. È capricciosa la notte, non sai mai né quando arriva né quando se ne va, non ha niente da spartire con orologi e calendari, poco le importa delle leggi fisiche del tempo. La notte non è un momento della giornata, la notte è quando scende il buio, quando le ombre dei pensieri si confondono con l'oscurità che ti circonda, quando elfi e fate si uniscono a schiera pronti a dar battaglia ai mostri che albergano nelle nostre menti. E puoi anche trovarti sotto il sole a picco di una spiaggia cocente piena di fottuti bagnanti puzzosi di crema solare e panini al prosciutto mezzo decomposto, puoi anche districarti tra la marea umana di gente carrello-dotata intenta a fare shopping felicissima d'aver comprato tutto ciò che non desidera, puoi anche stare fermo in fila, dentro una piccola scatola di lamiera ambulante e sbuffante gas di scarico, accodato in attesa che scatti il semaforo circondato da feticisti del clacson e neo-trogloditi motorizzati. Non importa dove sei o cosa fai, che ore sono o che giorno è, se senti di non far parte di ciò che vedi, se ti accorgi dell'inutilità di tutto questo affaccendarsi, se guardandoti intorno vedi solo il buio della tua anima e ti domandi il perché di tutto questo, allora la risposta è una sola: perché è notte”.
A quelle parole, di evidente stampo provocatorio, il Maestro non si scompose nemmeno un po'. Con la mano fece cenno a Kunō di seguirlo e si diresse verso il tempio. L'interno era semplice: una grande stanza vuota, due file di candele, dei vecchi tappeti un po' sgualciti a terra e una statua del Buddha, nient'altro. Attraversata la sala, il Maestro aprì una piccola porticina di legno che dava su una scala.
Al piano di sopra vi erano due stanze. La prima aveva la porta socchiusa e Kunō, passando per lo stretto corridoio, cercò di sbirciarne l'interno. Riuscì a intravedere un tavolo con sopra un cesto contenente della frutta: sicuramente doveva essere la cucina. Proseguì, sempre dietro al Maestro, che si fermò sulla soglia della seconda porta facendogli cenno di entrare. A giudicare dal giaciglio, quella non poteva che essere la stanza in cui il vecchio dormiva.
Dopo essere entrati, il Maestro porse al ragazzo un piccolo sgabello di legno, facendolo accomodare. Poi prese una candela e l'accese. Quindi chiuse la porta e le ante della finestra, accostando per bene anche la tenda di stoffa sgualcita. In quel modo, l'unica fonte di luce rimanente nella stanza fu la candela.
Kunō continuava a chiedersi quali fossero le intenzioni dell'uomo e, incuriosito, stava al gioco, osservando i suoi movimenti lenti e pacati. Infine, il Maestro si sedette di fronte a lui, prese la candela in mano e, con un soffio rapido e deciso, la spense.
Seguì un buio pesto, attraverso il quale davvero poche forme si potevano distinguere. Il silenzio che spontaneamente ne nacque, breve ma al tempo stesso lungo, fu volutamente interrotto dalla voce del saggio: “È notte anche quando non permetti alla luce di entrare”. 




HOPE 
CAPITOLO 1
QUEL LIBRO BRUSCAMENTE INTERROTTO

Nella stanza di Hope tutto era immobile. Non un filo d'aria entrava dalla finestra spalancata, che fungeva da netto confine tra due mondi molto diversi seppur vicini tra loro.
Nel mondo esterno alla finestra, la prima cosa che balzava agli occhi era il giardino in cui un antico faggio svettava fiero, robusto e rigoglioso, ospite di quel luogo da oltre quarant'anni. Era uno splendido albero che aveva un duplice compito: quello di regalare, grazie alle sue folte fronde verdi, un po' di frescura alla stanza di Hope, e quello, meno evidente ma altrettanto importante, di tenere lontano dalla sua casa le energie negative.
Nella sua stanza, la piccola figlia del dottore del paese trascorreva silenziosamente i suoi pomeriggi tra i libri di scuola e quelli che, essendo per sua natura insaziabile di parole e frasi scritte, leggeva per nutrire la sua anima e la sua curiosità. Migliaia di volte sua madre la esortava a uscire di casa per andare a giocare con i suoi compagni, ma lei, con garbo, si limitava a risponderle solo piegando leggermente la testa di lato accompagnando quel movimento con un sorrisino gentile e disarmante. Non c'era nulla da fare, lei amava troppo il silenzio e i suoi libri, che aveva scelto come unici alleati e compagni di giochi.
Quel pomeriggio, però, qualcosa interruppe quella sorta di incantesimo che regnava nella stanza di Hope. All'improvviso il silenzio venne infranto, e, a dispetto delle comuni leggi fisiche, non fu un rumore, un suono o una voce, bensì un pensiero. Improvviso, etereo, impalpabile. Uno di quelli che urlano prepotentemente, talmente acuto da passare oltre la barriera del suono.
Proprio così, quel pensiero irruppe dentro la testa di Hope come un fulmine. E, poiché un pensiero non rimane mai solo, il primo si trascinò dietro una valanga di altri pensieri altrettanto inarrestabili. Un fiume in piena di pensieri, che fluirono tutti dentro di lei.
- John è morto! - .
- Perché? - .
- Non è giusto, non doveva andare così, e poi perché proprio in questo modo? - .
- E adesso? - .
Hope non riusciva a crederci: il personaggio principale del suo libro preferito era morto, e adesso lei si sentiva spiazzata e indecisa. Era meglio smettere di leggere quel racconto ormai senza senso o continuare, per soddisfare la curiosità di sapere cosa sarebbe potuto accadere dopo?
Migliaia di domande le si accavallavano in testa. Cosa avrebbero fatto gli altri protagonisti? Che ne sarebbe stato, inoltre, di Brenda, la fidanzata di John, ora che era rimasta sola? Hope si sentiva come se fosse stata tradita dal libro e da John, che l'aveva abbandonata proprio a metà della storia, lasciandola appesa a una delusione.
Cosa avrebbe potuto fare adesso? Parlarne con i suoi genitori non le avrebbe dato nessun conforto: l'avrebbero presa ancora una volta per la solita stupida sognatrice che vive in un mondo tutto suo; in fondo si trattava solo di un libro, niente di così importante. Provare a distrarsi? Sapeva benissimo che era impossibile: quando un pensiero le entrava in testa, nessun tentativo di distrazione andava mai a buon fine. Chiedere consiglio al suo albero preferito, allora? Certo, quella era un'ottima idea. Hope sentiva che il grande faggio era proprio ciò di cui aveva bisogno in quel momento. D'altra parte, quello era il suo albero e lei già da un po' aveva scoperto che, oltre al potere di tenere lontani gli spiriti cattivi, aveva anche quello di dissipare i brutti pensieri... O forse le due cose erano collegate? Poco male, l'importante era che il contatto con l'albero, come sempre, le risollevasse il morale.
Tutte quelle domande erano troppe per lei. Decise dunque di fare una pausa, si alzò dalla poltroncina, raggiunse la finestra, la spalancò e lasciò che i profumi del giardino la raggiungessero e la rasserenassero.
Seguì con lo sguardo i movimenti lenti ed eleganti di Murphy, il gatto del vicino di casa, che passeggiava tranquillamente nel giardino noncurante del fatto di aver sconfinato in un'altra proprietà. Non appena si accorse dello sguardo di Hope, il micio si arrestò. Quindi si sedette e la fissò come solo un gatto sa fare. Era immobile, ipnotico. Sembrava quasi che con lo sguardo le stesse dicendo: - Be', perché non scendi quaggiù? Si sta bene qui al sole - .
Lei accolse l'immaginario invito di Murphy e scese giù; ma, arrivata, lo vide che svoltava fuori dal cancello, incamminandosi in direzione di chissà quale odore da seguire o insetto da cacciare.
A ogni modo adesso lei era in giardino e tutti quei colori le risollevarono del tutto l'umore. Inoltre, lì c'era il faggio, quello che lei era solita chiamare “il Grande Albero Guardiano” e che abbracciava ogni qual volta aveva bisogno di ricaricarsi dai brutti pensieri.
Si sedette sull'altalena creata per lei da suo zio Jimmy e quel dondolio leggero la calmò ulteriormente.
- Ciao, piccola principessina - .
Nell'udire quella voce bassa e un po' roca, Hope si voltò di scatto.
- Zioneee! - , esclamò gioiosamente.
Il suo zio preferito era lì, dietro di lei, grande e grosso come una montagna, con la barba incolta che gli ricopriva il viso, confondendosi, quasi come se fosse una parte inscindibile della sua acconciatura, con i capelli lunghi, leggermente brizzolati, perennemente spettinati e dall'aria selvaggia.
Aveva l'aspetto di chi, avendo ben altro da fare, non perdeva il proprio tempo ad assecondare una pressoché inesistente vanità. Non gli importava di doversi presentare a tutti i costi in ordine e in ghingheri al suo appuntamento col mondo. Malgrado ciò, erano diverse le donne che avevano un debole per lui, forse per il suo modo di essere, libero, ribelle, fuori dagli schemi pur restando sempre educato, allegro e sorridente con tutti.
Era un cosmopolita, lui, come tutti quelli del Sagittario, sempre in giro per il mondo con la sua vera e unica donna, ovvero la sua fedele moto da strada, e con una storia sempre pronta per essere raccontata.
- Vedo che la usi sempre, l'altalena che abbiamo costruito insieme - , disse lui dopo averle dato una leggera spinta per farla dondolare meglio.
- Veramente l'hai fatta tu, zio, io ho attaccato solo le corde - , ripose Hope.
- E ti pare una cosa da niente? Questi nodi sono il cuore della nostra altalena. Sono stretti a dovere, ed è per questo che resta ben salda e non cade - .
- E tu come fai a saperlo? - , chiese lei con un pizzico di ironia.
- Lo so e basta - , rispose Jimmy sollevando la fronte e socchiudendo gli occhi in un atteggiamento fintamente vanitoso.
- Ma tu sai sempre tutto? - , ironizzò lei.
- Ah, ah! Proprio tutto no, ma cerco di fare del mio meglio. - E, mentre diceva così, Jimmy si portò una mano dietro la testa, grattandosi leggermente, in un gesto che faceva trapelare un lieve imbarazzo. In effetti, il ruolo di vecchio saggio non gli si addiceva tantissimo, però faceva quel che poteva per non deludere la nipote in tal senso: per Hope si sforzava sempre di fare del suo meglio.
- Allora, visto che sai così tante cose... - , continuò lei. Ma poi si bloccò e tergiversò qualche istante, come indecisa. Era il caso di affrontare con lo zio il tema della morte di John? Certamente sì, pensò. Jimmy l'aveva sempre capita e non l'aveva mai trattata da stupida. Forse era addirittura l'unica persona con cui avrebbe potuto parlarne liberamente senza per questo sentirsi a disagio.
- Posso farti una domanda? - , disse infine.
- Una domanda facile o una domanda difficile? - .
- Una difficilissima - .
Lo zio finse di allontanarsi per gioco. - Allora aspetta - , replicò, - rientro un attimo in casa, devo prendere l'enciclopedia - .
- Ah, ah! Dai, seriamente - , fece lei ridendo.
- OK, sono pronto. Sentiamo questa domanda difficilissima - .
Lo sguardo di Hope si fece immediatamente più serio, quasi solenne.
- Zio... secondo te... perché si muore? - .
Jimmy stava per rispondere con una delle sue tipiche battute ma, prima ancora di aprire bocca, incrociò lo sguardo di lei, talmente serio da far trapelare tutto il suo enorme desiderio di conoscenza. Capì subito che la questione doveva davvero starle a cuore.
- Eh, bella domanda... Sempre in vena di fare discorsi filosofici... Sarà per questo che sei la mia nipote preferita? - .
- Sarà perché sono l'unica? - .
- Ma smettila! - .
- No, dai, dico sul serio. Oggi stavo leggendo un libro, uno dei miei preferiti, e quando ho letto della morte del protagonista... - .
- ... Sei subito scesa qui ad arrovellarti il cervello con domande esistenziali - , la interruppe prontamente lui.
- Esattamente - .
- Eh, ormai ti conosco fin troppo bene - , disse lui, compiaciuto per aver indovinato.
- Ho capito, prendi tempo per non rispondere alla mia domanda - , continuò la ragazzina, con un tono tra lo scherzoso e il provocatorio.
- Be', accidenti... Questa non è una domanda difficilissima, è molto più che difficilissima. Diciamo... difficilissima al quadrato? - .
- Va be', speravo in una risposta vera - .
- Uhm... - .
Lo sguardo dello zio si fece sempre più serio e pensieroso, mentre la sua mente vagava qua e là tra i pensieri a caccia delle parole giuste per iniziare il discorso. Hope era pur sempre una ragazzina, e la domanda importante.
- Hai idea di quanti altri prima di te si sono chiesti la stessa cosa? Praticamente tutti! In migliaia di secoli di storia suppongo che non ci sia mai stato un solo uomo che non si è mai posto quest'interrogativo. Di risposte ce ne sono state davvero tante, e tutte diverse a seconda delle epoche e delle religioni. Non è facile darti una risposta soddisfacente, ma posso dirti quello che io penso - .
- E cosa pensi? - , domandò lei sempre più incuriosita.
- Penso che si muore per lo stesso identico motivo per cui si nasce - .
- E cioè? - .
- Perché tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine, e tutto ciò che ha una fine ha anche un inizio. Anche se in realtà, se proprio vogliamo guardare oltre, non esiste né la fine né l'inizio. Esiste solo il cambiamento - .
- Cos'è, uno scioglilingua o un indovinello? - , domandò lei con un pizzico di sarcasmo nella voce.
Con tono pacato e serio allo stesso tempo, lui proseguì la sua spiegazione: - Vedi, Hope, sembra complicato, ma in realtà è molto più semplice di quanto tu possa immaginare. Io vedo la morte semplicemente come una fine, e non conosco nessuna fine che non sia al contempo l'inizio di qualcos'altro. Pensaci bene, conosci qualcosa in questo mondo che abbia un inizio ma non una fine, o viceversa? - .
- Sì, ci sono cose che finiscono e basta - , rispose lei impulsivamente.
- E quali sono queste cose che finiscono e basta secondo te? - .
- Non so... Il mare, per esempio. Dove ci sono gli scogli il mare finisce - .
- Hai detto bene. Il mare finisce e iniziano gli scogli. Una fine e un inizio. E poi, se vogliamo, possiamo vedere la cosa dal punto di vista opposto, dove finiscono gli scogli inizia il mare - .
Hope rimase un po' perplessa. - Zio, comincio a confondermi un poco - .
- Allora, immagina di essere un bagnante in estate che va a tuffarsi nell'acqua, OK? - .
- OK - , rispose lei facendo cenno di sì col capo.
- Visto che stai andando verso il mare, potrai dire che dove finiscono gli scogli inizia il mare, giusto? - .
- Giusto - .
- Ora invece immagina di aver finito il tuo bel bagno e di tornare sulla terraferma. Stavolta puoi dire che dove finisce il mare inizia lo scoglio - .
- Ho capito! Quindi lo scoglio è sia la fine che l'inizio - .
- Esatto. E, allo stesso tempo, nessuno dei due, visto che in realtà è solo un passaggio. Lo stesso discorso vale per la morte. Sembrerebbe una fine, ma in realtà non è altro che un passaggio. E tutti noi esseri viventi abbiamo bisogno di attraversare questo passaggio per poterci evolvere spiritualmente - .
- E c'è bisogno di una cosa così triste come la morte per potersi evolvere? - .
- È triste per chi resta, ma... per chi se ne va? Questo non possiamo saperlo. Sicuramente lo scopriremo, ma... Il più tardi possibile - .
Queste parole furono seguite dal gesto scaramantico delle dita incrociate in entrambe le mani, e da una fragorosa risata che sdrammatizzò l'atmosfera solenne che si era venuta a creare.
- E poi - , continuò Zio Jimmy, - a pensarci bene, anche la nascita non è che sia tutta questa gran bella esperienza! Non appena arriviamo qui, la prima cosa che facciamo è piangere a dirotto. E, se per caso non vogliamo piangere, ecco che i medici ci rigirano a pancia in giù scrollandoci dai piedi come uno shaker e ci prendono a schiaffoni. Ma ti sembra normale? Ah, ah, ah! - .
- Forse serve a prepararci a tutto quello a cui andremo incontro? - , chiese Hope continuando a mantenere i toni scherzosi.
- Può darsi - , rispose lo zio. - Sembra una sorta di rito di iniziazione alla vita. Prima impari a piangere e meglio ti troverai - .
Una nuova risata partì contemporaneamente da entrambi, all'unisono, quasi come una melodia ben armonizzata.
- Adesso però, visto che ho risposto alla tua domanda più-che-difficilissima, posso andare a trovare tuo padre? Dovevamo parlare di una cosa importante - .
- Certo, è dentro casa. Ma non credere di poter scappare così. La discussione non è stata ancora chiusa, è stata semplicemente rinviata - .
- Eh, eh... Meglio così - , sorrise lui. - Non vedo l'ora di riaprirla - .
Rimasta sola, Hope tornò col pensiero a John, alla sua morte, a come fosse possibile innamorarsi così tanto di un personaggio immaginario, un ragazzo inesistente che vive solo nelle fantasie di uno scrittore e dei suoi lettori. Ma lei era fatta così, era una Pesci la piccola Hope, un segno sensibile all'inverosimile. Era talmente sognatrice da essere capace di vivere due vite contemporaneamente, la propria e quella del personaggio a lei più consono del libro del momento.
Quando era più piccola c'era stato addirittura un episodio in cui, mentre era in giro per la città insieme ai suoi genitori, aveva udito una voce chiamare - Alice - . Istintivamente si era fermata e voltata indietro per capire chi la stesse chiamando. Solo dopo un po' si era resa conto con molta delusione che in realtà lei non c'entrava assolutamente nulla: una signora grassoccia, infatti, si era affacciata prontamente a una finestra e aveva risposto a quello che era semplicemente il richiamo di un'amica: - Eccomi, scendo subito! - . In quell'occasione Hope si era sentita più stupida che mai: lei non si chiamava Alice e il luogo in cui si trovava non era di certo il Paese delle Meraviglie. Si era solo immedesimata fin troppo nel personaggio del libro che stava leggendo.
In quel momento le stava accadendo la stessa cosa, solo che stavolta il personaggio immaginario era Brenda, una ragazza di campagna che aveva appena ricevuto la terribile notizia della morte del suo fidanzato John e che, proprio come Hope, tutte le volte che aveva bisogno di stare sola amava andare a sedersi sull'altalena per poter rimanere in ascolto del turbinio di pensieri che andavano e venivano attraverso la sua testa. Lo stesso identico turbinio che stava invadendo la mente di Hope in quegli attimi, un incessante andirivieni che sembrava quasi accompagnare il dondolio delle corde sul grosso ramo del faggio Guardiano. 
Filippo Calcagno
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