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Writer Officina
Autore: Flavia Baghini e Patrizia Sabatini
Titolo: Domini larvarum
Genere Fantasy Contemporaneo
Lettori 1941 16 17
Domini larvarum
Prologo al crepuscolo.

La luce del crepuscolo mi avvolge, mentre lascio scivolare lo sguardo sulla superficie del lago.
L'acqua, appena increspata dal vento, è resa dorata dal sole morente, ne respiro il profumo salmastro che ho imparato ad amare.
Il tramonto è da sempre il mio momento preferito, un attimo sospeso tra luce e tenebra.
Affondo le dita nell'erba, nella terra, come fossero radici, quasi fossi un fiore o un albero.
Le mie labbra si piegano in un sorriso, perché in fondo è così.
Io e l'isola siamo legate, indissolubilmente.
Sono viva grazie a lei.
La mia vita dipende da questo lembo di terra, invisibile a chiunque.
L'isola mi protegge e mi imprigiona, perché io non dovrei neanche esistere.
Eppure, sono viva e amo la mia gabbia dorata.
Mi alzo e osservo le prime stelle. Il cielo, color pervinca, trema appena e so che i varchi ora sono aperti, manca poco alla festa.
In questa notte compio diciotto anni.
Punto una stella, è piccola e luminosa.
Chiudo gli occhi e desidero l'impossibile.

Voglio lasciare questo posto.
A ogni costo.

Lo stesso sorriso.

Lo specchio riflette la mia immagine.
I lunghi capelli rosso rame sono acconciati in morbide onde che incorniciano il mio viso e fanno risaltare la pelle chiara, spruzzata di lentiggini dorate, che mia zia Alex si è rifiutata di coprire. Gli occhi sono esaltati dall'ombretto nero, sfumato ad arte.
Sorrido alla Selene che mi guarda dallo specchio.
All'improvviso, quella malinconia che sento dentro da troppo tempo, allenta la sua morsa.
Voglio essere felice, perché sono nata in una notte speciale, quella in cui i varchi tra i Mondi Specchio si aprono.
Avvolta nell'accappatoio, osservo la zia mentre finisce di ritoccarmi l'acconciatura.
Seguo con lo sguardo i suoi movimenti sicuri e leggeri, poi poggia le mani sulle mie spalle e si china. Ci guardiamo attraverso il riflesso e mi sorride.
«Non mi sono mai vista così bella», mormoro appena, cercando di trattenere l'emozione che sembra dovermi esplodere dentro.
«Sei sempre stata bellissima.» Mi sfiora la tempia con un bacio e i suoi occhi azzurri si illuminano.
È la migliore amica di mia madre, mi ha vista nascere. Lei e suo marito Jack sono stati una presenza costante nella mia vita, non si sono mai persi nemmeno uno dei miei compleanni e sono le uniche persone che sanno della mia esistenza, è grazie a loro se mi sono sentita meno sola.
«Grazie.» Le sfioro la mano. Vorrei chiederle se lui verrà, ma non ne ho il coraggio.
I suoi occhi scuri mi riaffiorano alla mente. Sono due anni che non lo vedo, due anni che fingo che non mi importi.
Prendo un lungo respiro, devo smetterla di torturarmi, ci sono cose che per qualcuno destinato a vivere per sempre su un'isola sperduta, sono irrealizzabili.
«Io vado a prepararmi», mi avvisa, sistemandomi un boccolo, e nei suoi occhi limpidi, scorgo tutto l'affetto che prova per me, lei sa cosa provo.
La guardo mentre esce dalla stanza, poi mi alzo e mi avvicino al letto, sul quale è posato l'abito da sera che Dafne ha cucito per me.
Non ho mai avuto niente di più bello. Sfioro gli strati di organza nera e in quel momento sento la porta aprirsi.
«Selene, non sei ancora pronta?»
La voce di mia madre è dolce e calma, mi volto, sta sorridendo.
«Ti aiuto a indossarlo.»
Si avvicina e mi accorgo che le sue ciglia sono umide e ha gli occhi arrossati.
Vorrei abbracciarla, consolarla, ma so che non servirebbe e quindi non oso.
Sorride ancora, mentre mi aiuta a infilare l'abito, a stringere i lacci del corpetto di satin nero. La vedo piegarsi sulle ginocchia per sistemare la gonna vaporosa.
Mi osservo attentamente, con indosso quella meraviglia che mi sottolinea la vita, creando forme dove non ci sono. Non sono abituata a lasciare esposta così tanta pelle. Pelle pallida, ricoperta di efelidi rossastre. Mi sento vulnerabile e ridicola e a quanto pare, più un abito è bello, più è scomodo.
Soffoco un sorriso, quando mi accorgo che mi guarda con una tale emozione negli occhi che mi fa tremare. Poggia le mani sulle mie spalle e rimaniamo così, in silenzio, a osservare il nostro riflesso.
Non ci somigliamo molto, a parte il fisico minuto e gli occhi della stessa intensa sfumatura di verde.
Mia madre ha lineamenti delicati e una pelle d'alabastro con capelli lisci e biondi che le arrivano ben oltre le spalle, e in quel momento, brillano catturando gli ultimi raggi di sole. Il mio viso è più marcato, severo e le mie labbra sono troppo sottili e non c'è parte del mio corpo che sia privo di lentiggini.
«Sei bellissima, tesoro mio», dice, come se avesse afferrato i miei pensieri.
«Anche tu lo sei.» L'abito avorio che indossa la rende eterea, sembra una Dea. Vorrei essere bella quanto lei.
«Tesoro, devo parlarti.»
D'improvviso è seria e posso sentire la tensione attraverso la mano, che indugia sulla mia spalla.
Ci mettiamo sedute sul letto e l'espressione rassegnata che ha sul volto agita anche me.
La vedo prendere un profondo respiro e umettarsi le labbra, prima di rialzare lo sguardo.
I genitori non dovrebbero mai dimostrare la stessa età dei figli. Solo i suoi occhi, bellissimi, melanconici, rivelano i suoi veri anni.
«Grazie!» Dico di slancio, afferrandole con forza le mani per trattenerla.
Non so se avrò mai il coraggio, e questa è un'occasione perfetta.
«Per cosa?» Mi guarda stupita.
«Per tutto questo mamma. Perché avete rinunciato a ogni cosa per me, per avermi dato tutto l'amore di cui ho avuto bisogno, per avermi permesso di vivere e per questa festa, sai non...»
M'interrompo cercando di ricacciare indietro le lacrime. Non ho diritto a piangere, non dopo tutti i pensieri ingrati che ho fatto nell'ultimo periodo.
Mi poggia la mano sulla guancia e sorride, anche se sul suo viso si affollano emozioni che le velano lo sguardo, e per una volta, vorrei che si confidasse con me.
«Non dirlo neanche per scherzo.» La voce è resa liquida dalle lacrime, la mano trema.
«Tutto il resto non è nulla, paragonato a te», mormora, e nei suoi occhi scorgo un dolore senza fine, così travolgente che mi blocca il respiro.
Eppure ha la forza di sorridere, mentre una lacrima le scivola lenta sulla guancia, lasciando una scia argentata, simile a una stella cadente.
Esprimi un desiderio.
«La mia piccola, perfetta bambina.» Sussurra appena, sfiorandomi i capelli con una dolcezza che fa male e mi guarda con quegli occhi che sembrano riuscire a vedere ogni parte di me, persino i miei pensieri più segreti.
«Rifaresti la stessa scelta?» Incalzo, senza sapere cosa mi stia prendendo.
Il suo sguardo ora è perso, oltre la mia spalla, fuori la finestra, dove le prime stelle fanno capolino e Venere è la più brillante.
«Non c'era scelta, amore mio.»
«Posso farti una domanda?» S'irrigidisce, una ruga sottile le attraversa la fronte, altrimenti liscia. Sa cosa sto per chiederle.
Perdonami, so che è morto, ma non conosco nemmeno il suo nome. So che chiedere di lui non mi è permesso, perché, la sofferenza nei tuoi occhi, mi è sempre bastata a ridurmi a un silenzioso rispetto.
«Va bene.» Sospira rassegnata.
«Puoi dirmi almeno il suo nome. Per favore?» Trattengo il fiato e l'emozione, le sue mani tremano tra le mie. Le labbra si piegano in un sorriso e gli occhi tornano a brillare. Lei stessa sembra splendere.
«Tuo padre si chiamava Enea.»
Non smette di sorridere, persa in chissà quali ricordi, tanto che ne sono gelosa.
Mi sfiora i capelli, «Tu gli somigli. Avete lo stesso sorriso e il carattere impertinente.»
Ritrae la mano, torna seria e il verde dei suoi occhi si fa più cupo.
Tra le sue mani ora c'è una piccola scatola di velluto nero, chiusa da un nastro verde.
Vorrei chiederle tante altre cose, ma so che non è il momento giusto. Non sono mai stata brava in questo, ho un dono naturale per fare le cose al momento sbagliato.
Enea.
Lo ripeto dentro di me.
Avete lo stesso sorriso.
Devo ricordarmi di sorridere più spesso.
«Questo è da parte mia e del nonno.» Ha le labbra tirate in un sorriso forzato e sembra turbata.
«Posso aprirlo?» Chiedo titubante.
Mi porge l'astuccio e mi scruta, come se stesse cercando qualcosa sul mio volto, prende un respiro quasi a farsi coraggio e la tensione dentro di me torna a stringere i suoi legacci.
«Qui dentro c'è un oggetto molto antico e prezioso.»
Sciolgo il nastro, faccio scattare la chiusura e rimango senza parole, tremo e per poco la scatolina non mi sfugge dalle mani.
Sfioro piano l'oggetto con la punta delle dita, con timore.
Un Ankh, il simbolo egizio dell'immortalità, pende da una sottile catena dorata.
La superficie è incisa con minuscoli simboli che non riconosco, al centro c'è una piccola pietra tagliata a goccia, rossa come il sangue. Un serpente finemente cesellato, tanto da sembrare vero, avvolge l'Ankh tra le sue spire e gli occhi sono due minuscole pietre verdi.
È tiepido e ha un particolare riflesso verde; sorrido, riconoscendo il metallo alchemico.
Lo faccio oscillare e osservo il modo in cui il serpente cattura la luce.
Fermo di colpo la mano, col cuore in gola. L'ho visto muoversi e socchiudere i minuscoli occhi, prendo un respiro e mi sfugge una risatina nervosa: devo essermelo inventato, perché è perfettamente immobile. Il serpente non mi stava guardando, è solo l'agitazione per la festa. Prendo un respiro e torno a guardare la mamma che mi osserva apprensiva.
«Non dovrai mai toglierlo, ti proteggerà.» Il suo viso è calmo, come la sua voce. Mi chiedo da cosa dovrebbe proteggermi, visto che sono destinata a vivere per sempre su un'isola.
Lascio che mi aiuti a indossarlo.
Mi avvicino allo specchio e sorrido: mi piace come risalta sulla pelle.
Lo accarezzo delicatamente e un lieve calore s'irradia dal gioiello, avvolgendo il mio corpo, penetrando in ogni fibra del mio essere.
Socchiudo gli occhi, assaporando quella sensazione piacevole e oscura.
«Andiamo, la festa non può iniziare senza di te.»
La mamma mi sospinge delicatamente fuori dalla stanza, poi mi precede e sorride. Un lieve rossore le colora le guance, sembra a disagio.
«Ti aspetto giù, tesoro mio.»
Le faccio un cenno con la testa, cercando di capire cosa stia accadendo, poggio la mano sul ciondolo e prendo un respiro, cercando di calmarmi. Sistemo la gonna vaporosa, cercando di trovare l'equilibrio sui sandali con il tacco che Dafne ha insistito per farmi indossare, sono una tortura per me che sono abituata a stare a piedi nudi.
Respiro, lentamente, per calmarmi ed esco dalla mia stanza.
Mio padre si chiama Enea e ho il suo stesso sorriso.

Desideri impossibili

Scendo le scale con cautela, emozionata come non sono mai stata, la mano stretta al corrimano, instabile sui tacchi troppo alti.
La casa sembra deserta, avvolta com'è nel silenzio, ma so che mi stanno aspettando.
Mi fermo davanti l'entrata del salone e un nodo allo stomaco mi blocca sul posto, indugio con le dita sulla maniglia dorata.
Dall'interno non sento provenire nessun rumore, poi le porte si spalancano all'improvviso.
Alzo le mani per proteggere gli occhi da quella luce abbagliante, quando la musica inizia.
L'emozione mi paralizza sulla soglia e le lacrime iniziano a pizzicarmi gli occhi, sono incredula.
Una mano si poggia sulla mia schiena, mi volto e mi ritrovo a guardare negli occhi di mio nonno, sta sorridendo e mi guida all'interno della sala, avvolgendomi la vita con un braccio per sostenermi.
Porto una mano al viso per nascondere l'imbarazzo, non ho mai visto così tante persone e tutte indossano una maschera che ne cela il volto.
È oltre ogni mia immaginazione.
Emozioni contrastanti si affollano dentro di me, disorientandomi, sento il nonno aumentare la presa, quando accanto a me si stringono la mamma, Alex e zio Jack.
«Auguri, tesoro mio.»
Mi sussurra il nonno tra i capelli, prima di darmi un bacio sulla tempia.
Ricaccio indietro le lacrime e gli sorrido. È magnifico nello smoking nero che fa risaltare i suoi capelli bianchi.
«Grazie... tutto questo è troppo... io...» L'emozione mi fa tremare ancora la voce e le gambe.
«Non è mai abbastanza. Questo e altro per te.» Replica sotto voce.
Sento il braccio della mamma cingermi la vita; mi sorride orgogliosa, mentre lascio vagare lo sguardo per la sala, ancora frastornata dalla musica, dai fiori e dalle luci.
Questo è un ballo degno di una principessa.
«Chi sono queste persone?»
«Amici. Sono qui per festeggiarti.» Spiega sorridendomi, con gli occhi carichi d'emozione.
Non riesco a crederci. «Ma loro sanno...» Per un attimo ho paura, all'idea che qualcuno sappia, che provi pena per la mia sorte.
«Di questo non devi preoccuparti.» La voce del nonno è rassicurante, come il calore della sua mano sulla spalla. Questo basta a mettere a tacere le mie angosce.
«Questa notte è tua, pensa solo a divertirti.» Prende la mia mano e bacia le nocche.
«Spero troverai il tempo per ballare con questo vecchio signore», sussurra, facendomi arrossire.
Abbraccio Alex e Jack, bacio Dafne e chiunque altro si faccia avanti per presentarsi.
Stringo mani, molti mi baciano sulle guance, mi sorridono e abbracciano.
Volti e nomi si confondono. Sono stordita da tutte quelle attenzioni a cui non sono abituata, sembrano felici di essere lì e di conoscere me.
Il mio cuore non vuole saperne di smettere di battere veloce, avanzo piano tra gli ospiti e noto di sfuggita camerieri in livrea scura, che distribuiscono calici di vino. Il mio sguardo vaga sui dettagli delle composizioni floreali, sul quartetto d'archi e tremo, perché nulla di tutto questo ha a che fare con le pazze festicciole a tema, dove gli unici ospiti erano gli zii, nulla a che vedere con la festa in maschera che avevo chiesto qualche mese prima.
Il nonno mi porge un calice e io l'afferro senza pensare.
«Un brindisi per mia nipote Selene!»
La sua voce risuona nella sala, gli ospiti rispondono in un coro entusiasta, la mamma e Alex mi abbracciano e tutto quello che riesco a fare è sorridere.
Quando la musica inizia e le prime coppie danno il via alle danze, tento di farmi da parte, ma il nonno mi trattiene.
«Questo dallo me.» Sorride togliendomi il bicchiere, da cui non ho bevuto una sola goccia, lo poggia su uno dei vassoi che i camerieri fanno girare, e mi conduce al centro della sala.
«Non so ballare.» Ammetto con un filo di voce, mentre mi accorgo che sto attirando più attenzione di quanto vorrei.
«Ti guido io. Ti guiderò sempre, finché potrò.» Bisbiglia, prima di farmi girare delicatamente, sulle note di quello che sembra un valzer.
Il ritmo non è il mio forte e gli pesto i piedi più volte, ma non sembra accorgersene, continuando a ridere e a condurmi nella danza.
Non posso fare a meno di guardarmi intorno, alla sua ricerca. In fondo me lo aspettavo che non sarebbe venuto. Le mie feste di compleanno lo hanno sempre annoiato, anche se questa è davvero speciale, meravigliosa.
«Ti è piaciuto il regalo?» La voce di mio nonno mi strappa a quei pensieri.
«Si, è stupenda.» Rispondo sovrappensiero, prima di abbassare lo sguardo, nuovamente colpevole di essermi illusa.
«Cosa c'è Selene, qualcosa ti turba?»
«Niente.» Lo rassicuro e lascio che mi faccia volteggiare ancora.
Siamo al centro della sala e mi accorgo che tutti mi stanno osservando e quella consapevolezza mi fa perdere ancora il passo; sento mio nonno aumentare la stretta della mano, come a tranquillizzarmi.
«Perché mi guardano tutti?»
«Perché sei bellissima.» Replica sorridendo divertito, prima di farmi girare ancora e riprendermi tra le braccia.
Quando la musica finisce, mi ritrovo ad applaudire meccanicamente. Tutti quegli sguardi addosso mi fanno sentire ancora più nuda, come fossi sotto una lente d'ingrandimento. Il mio primo istinto è scappare. In quel momento vorrei andare a rifugiarmi sulla mia piccola radura sul dirupo, dove sarei al sicuro da tutti quegli sguardi, ma le gambe si ostinano a rimanere immobili.
Il nonno mi bacia sulla fronte, distogliendomi da quei pensieri.
«Il prossimo ballo è per tua madre, ma hai già un cavaliere che ti aspetta.»
Mi accarezza i capelli e si allontana, non so a cosa si stia riferendo.
Lo guardo mentre va verso la mamma e per un istante mi sento persa.
Crescere su un'isola non aiuta la socializzazione e sono ben felice che nessuno tenti di avvicinarsi.
Prendo un respiro, sistemo l'ingombrante gonna di tulle in cui rischio di inciampare a ogni passo e osservo la sala, soffermandomi brevemente sui vari ospiti, sui loro costumi sgargianti e le raffinate maschere che indossano; contraccambio i loro sorrisi, cercando di nascondere il disagio.
Le danze riprendono e mi allontano dalla pista, fermandomi accanto a una delle statue che delimitano la sala e da dove ho una visuale di quasi tutto l'ambiente.
Sento dei passi alle spalle e mi volto.
Stento a credere ai miei occhi, tanto che vacillo, incerta sul mio equilibrio.
Non è possibile.
La prima cosa che vedo è il suo sorriso, il resto è celato da una maschera dorata lavorata a sbalzo.
Lo osservo mentre la solleva e trattengo il respiro, il suo viso è più bello di come lo ricordavo: i lineamenti sono più definiti e adulti, le labbra piene si piegano in un sorriso impertinente e scorgo l'ombra di una leggera barba. Si passa una mano tra le onde castane per scostarle dalla fronte. Si è lasciato crescere i capelli che ora arrivano a sfiorargli il collo.
Robert è bellissimo nello smoking scuro. Sento le guance andarmi a fuoco, quando sorride ancora.
«Ti ho spaventata? Hai una faccia.» La sua voce è calda e profonda, gli occhi, scuri come la pece, mi scrutano pieni di curiosità.
Scuoto la testa, incapace di proferire parola.
Sembra addirittura più alto dall'ultima volta, mentre io sono rimasta la mingherlina di sempre.
I miei occhi scivolano sul suo petto e indugiano sulla camicia bianca, tesa sui muscoli asciutti.
Mi guarda e sorride, come se avesse intuito i miei pensieri e abbasso lo sguardo, sentendomi in imbarazzo.
Mi sento una stupida, perché è ancora capace di mandare il mio cuore in subbuglio e so che può udirlo.
Si avvicina a me, ma non riesco a muovermi, né a parlare, perché quella vicinanza ha reso di pietra le mie gambe e sabbia la mia lingua.
«Dov'è finita la mia piccola chiacchierona? Non sei contenta di vedermi?»
Sorride ancora con quelle labbra che sembrano disegnate. Deglutisco piano e cerco di prendere un respiro, imponendomi di scacciare quel disagio.
«Ciao Robbie!» Dico piano. Mi schiarisco la voce e gli sorrido, cercando di chiudermi dietro la maschera della ragazzina insolente.
«Finalmente, ecco la mia Nene!» Esulta allegro e di slancio mi abbraccia.
Sento il suo calore, il suo profumo e in quel momento, mentre le sue braccia mi tengono stretta, capisco che il sentimento che provo per lui non è cambiato.
Sono ancora innamorata di lui.
Ma devo tenerlo per me.
«Auguri Sorellina.»
Lo spingo via e incrocio le braccia, rivolgendogli un sorriso sarcastico.
Non voglio fargli scorgere tutta la mia agitazione, fargli capire che il suo rifiuto ancora brucia.
«Si può sapere cosa ci fai qui?» Osservo la sua reazione e lo vedo rilassarsi.
«Non dovresti essere a Roma o a qualche festa su Avalon?» Incalzo e l'espressione sul suo viso muta, come se lo avessi offeso.
Sospira e alza gli occhi al cielo con fare divertito.
«La mia Nene, scontrosa come sempre!» Esclama sorridendo poi all'improvviso, allunga una mano come per scompigliarmi i capelli. Mi sforzo di sorridere, fingo di colpirlo, ma è più veloce, mi afferra il polso e mi attira tra le sue braccia. Ancora, stringendomi.
Sono troppo vicina alle sue labbra, che in questo momento sono piegate in un sorriso tanto bello quanto malizioso e so che mi basterebbe inclinare soltanto un po' di più la testa verso l'alto per scoprirne il sapore. Ci guardiamo negli occhi, sento il suo respiro tiepido sul viso, posso persino sentire il battito forte e regolare del suo cuore contro il petto, dove il mio non vuole saperne di cessare la sua corsa forsennata.
«Mi rovini l'acconciatura.» Distolgo lo sguardo e quando tento di divincolarmi, aumenta la stretta, sento il palmo della sua mano bruciare sulla mia schiena nuda.
«E quando mai hai avuto i capelli in ordine, sei identica a come ti ho lasciata», ribatte.
Arriccio le labbra in una smorfia, mentre qualcosa si contrae dolorosamente dentro di me.
«Ma stasera sei bellissima e volevo sapere se ti va di ballare», mormora serio, con gli occhi che brillano di speranza.
Credo che il cuore mi stia uscendo dal petto.
«Non penso tu abbia voglia di farti massacrare i piedi.» Sfodero un sorriso che vorrebbe essere sarcastico, ma non sembra desistere.
«Posso sopportare la tua goffaggine. Che fratellone sarei se non ti facessi ballare nemmeno una volta.»
Mi mordo l'interno del labbro e d'istinto porto la mano a coprire il ciondolo. Il suo calore è rassicurante, pulsa lieve contro il mio palmo.
«Magari dopo. Queste dannate scarpe mi stanno uccidendo i piedi», ridacchio. La verità è che ballare con lui è la cosa che desidero di più, ma non farei altro che illudermi e farmi del male, per Robert, sarò sempre e solo una sorella. So che tra qualche momento mi pentirò di non aver colto l'occasione, che non ce ne sarà un'altra, visto come lo stanno puntando alcune ospiti, so anche che sono in tempo a cambiare idea, ma non lo faccio, perché sono una codarda.
«D'accordo», sospira, poi si china e mi dà un bacio su una guancia, cogliendomi di sorpresa.
Sorride e lo guardo confondersi tra gli ospiti, mentre rimango imbambolata.
Sfioro con le dita il punto dove le sue labbra si sono posate, sentendomi stupida e patetica: mi sono innamorata dell'unico ragazzo che abbia mai conosciuto, dell'unico che conoscerò mai.
Cerco con lo sguardo mio nonno e mia madre e li guardo ballare abbracciati in mezzo alla sala. La luce, proveniente dagli enormi lampadari di cristallo, sembra splendere solo per loro.
Anche da quella distanza percepisco l'amore che provano l'uno per l'altra, come le sorride e la guarda, come lei si stringe a lui.
Ora stanno ridendo di qualcosa che solo loro comprendono. Qualcosa che io non potrò mai avere e di cui sono invidiosa.
Inorridisco a quel pensiero e all'improvviso la musica è troppo forte, le luci troppo intense e il corpetto troppo stretto. Mi manca l'aria e mi sembra di dover sprofondare da un momento all'altro.
Devo uscire, scappare per smettere di desiderare l'impossibile.

Come la superficie del lago di notte.

È l'oscurità che avvolge il giardino che cerco, che voglio, è come se mi chiamasse.
Giro la maniglia di una delle porte a vetri che danno sulla terrazza e spingo con forza.
L'aria fredda mi investe, facendomi rabbrividire, guardo il respiro che si condensa davanti a me, d'istinto mi libero delle scarpe.
Il marmo freddo sotto i miei piedi è piacevole. Scendo la scalinata e mi inoltro nel buio, appena rischiarato dalla luna.
Raggiungo la fontana e mi siedo sul bordo, guardo il mio riflesso nell'acqua, sfioro la superficie e il mio volto si frantuma per poi ricomporsi, ma è come se non mi riconoscessi, ho la sensazione che manchi qualcosa che però continua a sfuggirmi. Espiro, lentamente, per purgarmi da quell'inquietudine e alzo lo sguardo al cielo, lasciando che le stelle mi riempiano gli occhi.
Mio malgrado sorrido davanti a quello spettacolo.
Il buio mi calma e rassicura, nasconde quei pensieri che non dovrei fare.
«Meraviglioso, vero?»
Mi volto di scatto, sono sorpresa che qualcuno sia lì fuori.
Accanto alla fontana, a pochi passi da me, c'è un uomo e ha gli occhi fissi al cielo. Indossa una maschera nera e uno smoking dello stesso colore con sopra un mantello cremisi.
«Spero di non averti spaventata.»
Mi guarda e sorride, la sua voce è appena arrochita, gentile.
«No, affatto.» Lo rassicuro, cercando di nascondere il disagio. Mi alzo con il cuore in gola.
Lo sconosciuto continua a sorridere. Ho sempre pensato che il sorriso di Robert fosse bellissimo, ma quello dell'uomo che ho davanti è qualcosa di abbagliante.
«Sono troppo sfrontato se ti chiedo di ballare? La musica arriva fin qui.» Sorride ancora mentre si avvicina.
«Possiamo rientrare.» Dico, guardando verso le vetrate illuminate.
«Ma non avremmo le stelle.» Mormora, indicando il cielo. «Non hai nulla da temere, voglio solo un ballo con la festeggiata», spiega, cercando di rassicurarmi.
Scorgo in lui la mia stessa tensione, mentre porge la mano candida. Senza pensare l'afferro e la stringe delicatamente. Lo seguo sul prato, in silenzio.
Una parte di me vorrebbe rientrare, ma sono incapace di ribellarmi, semplicemente voglio seguirlo.
Mi prende tra le braccia e poggia la mano dietro la schiena, sfiorandomi appena la pelle e un brivido mi attraversa. Non è paura, ma qualcosa di piacevole.
Il mio cuore fa un balzo nel petto, lo sento battere forte nella testa, nelle orecchie. Le sue mani sono fredde e gentili e il suo profumo, di corteccia e menta, è inebriante.
C'è qualcosa di familiare in quell'uomo, ed è questo a turbarmi.
«Segui me è molto facile.»
La sua voce è incrinata da una nota di malinconia e sulle labbra pallide c'è un sorriso appena accennato.
Quella vicinanza è imbarazzante, tanto che non oso guardarlo in volto e mi concentro sulla pelle liscia del collo, sull'erba che mi solletica i piedi, mentre mi guida sicuro nella danza.
Mi sento protetta tra quelle braccia e voglio scoprirne il motivo, così alzo la testa e incontro i suoi occhi.
Sono d'argento, come la superficie del lago di notte e posso vedere in essi il riflesso della luna. Mi guardano con dolcezza, in un modo che fa vibrare ogni mia cellula.
È così che mio nonno guarda mia madre.
Le labbra dell'uomo si aprono in un sorriso.
Abbasso lo sguardo, non voglio che si accorga che sono arrossita.
Conosco quel sorriso.
Avete lo stesso sorriso.
Sento il cuore perdere un battito e mi fermo di colpo, mentre vengo assalita da sentimenti che non so gestire.
È impossibile.
«Chi sei?» Chiedo con la voce spezzata, mi libero dalle sue braccia e incespico nella gonna facendo un passo indietro. Le gambe mi tremano, ogni fibra del mio corpo trema.
«Come ti chiami?» Lo guardo, mentre le lacrime iniziano a riempirmi gli occhi.
Mio padre è morto. Lei non può avermi mentito.
Lo sconosciuto continua a guardarmi senza scomporsi, con dolcezza.
«Sei molto testarda» mormora, sorridendo ancora. Si avvicina e io non riesco a muovermi.
«Rispondi!» Insisto con la voce strozzata.
Rimane in silenzio e torna a scrutare le stelle.
«Selene, sai già la risposta.»
Con un gesto si toglie la maschera, rivelando un volto talmente bello da sembrare scolpito.
Lineamenti perfetti e una pelle candida a fare da contrappunto a capelli corvini, che ricadono in volute scomposte sulla fronte ampia.
È quello l'aspetto che avrebbero gli angeli, se esistessero.
Le labbra si piegano ancora in un sorriso e sento il sospetto strisciare sotto la pelle.
Arretro, cercando di scacciare l'unica risposta che invece sembra avere senso, perché significherebbe che mi hanno mentito. Scuoto la testa, come se bastasse quel movimento a scacciare quella che sembra essere la verità.
«Perché ti prendi gioco di me?» La mia voce trema e sento le lacrime scivolare sul viso. Sono gelide contro la mia pelle e il dolore mi serra la gola e il petto in una morsa.
«Non piangere, Selene.»
Fa un passo verso di me, e questa volta non tento di scappare, socchiudo gli occhi quando mi sfiora la guancia per asciugare le mie lacrime.
Selene.
Il modo in cui pronuncia il mio nome: come se lo accarezzasse, come se mi amasse. Il nodo si scioglie...
«Papà...» Inizio a singhiozzare, incapace di fermare il dolore che per anni ho trattenuto dentro e quando sento le sue braccia avvolgermi e sostenermi, so che cosa mi è mancato.
«Dillo ancora.» Bisbiglia.
«Papà.» Ripeto, affondando il viso sul suo petto, nella stoffa morbida della camicia, aggrappandomi alle sue braccia.
Respiro il suo odore per trattenerlo, per paura che possa svanire.
Sento le sue labbra baciarmi la sommità del capo e le mani accarezzarmi i capelli, disfacendo piano i boccoli.
Non può essere un sogno.
«Mi ha detto che eri morto.» Mormoro senza staccarmi. «Ha mentito...»
La mia anima si spezza e se non fosse lui a tenermi, crollerei a terra.
Mi aggrappo ancora più forte.
«Lei ti ama, come ti amo io, bambina mia.»
Mi prende il viso tra le mani. Bacia le mie guance bagnate di lacrime, bacia la fronte e la punta del naso, poi mi stringe ancora a sé.
Chiudo gli occhi, lasciandomi andare alla sensazione di mio padre che mi abbraccia. Quel padre che credevo morto, di cui ignoravo il nome fino a un paio d'ore prima.
«Non avercela con lei», dice piano, accarezzandomi la schiena, per tranquillizzarmi.
«Nessuno ha colpe in questa storia, l'abbiamo fatto solo per amore, per te.»
Mi divincolo controvoglia da quell'abbraccio di cui sento già la mancanza.
«Andiamo dentro, la mamma vorrà vederti.» Lo afferro per la mano, tentando di trascinarlo, ma mi attira ancora tra le sue braccia e affonda le mani tra i miei capelli.
«Nessuno deve scoprire che sono qui, ma non ho saputo resistere. Dovevo rivederti almeno una volta, scoprire se eri diventata come ti ho sempre immaginato. Non sai nemmeno quanto tu mi sia mancata, figlia mia.»
«Perché non sei rimasto?»
Lo sento irrigidirsi e scostarsi appena. Un'espressione allarmata incrina il suo viso.
«Non c'è più tempo.» Getta uno sguardo alle sue spalle, verso le siepi che delimitano il giardino.
«Prometto che un giorno saremo di nuovo insieme, come una vera famiglia. Ma dovevo saperti al sicuro.» Il tono è urgente.
«Al sicuro da cosa?»
«Da quelli come me.» Mormora e il suo viso si contrae in una smorfia di dolore e colpa.
Poggia le mani sulle mie spalle nude e mi bacia ancora sulla fronte. Un bacio così lieve che per un istante temo di averlo immaginato.
«Cosa significa?» Chiedo riscuotendomi. Mi sorride, un sorriso triste, arretra e un attimo dopo non c'è più, svanito nel nulla. Inghiottito dalle ombre.
«Papà!» Urlo con la voce spezzata dalle lacrime. Mi guardo intorno e corro fino al cancello, mi avvicino alle siepi. Giro su me stessa, scrutando nell'oscurità, percorro il perimetro del giardino di corsa, inciampando nel vestito, ignorando la ghiaia che mi ferisce i piedi, ma di lui non c'è traccia.
Mi arrendo, con passi lenti e misurati e il cuore in frantumi torno alla fontana e la vedo.
Sul bordo c'è una rosa, la prendo. Ha un profumo delicato, diverso da tutte quelle che conosco.
«Dille che l'amo!»
La sua voce per un attimo rompe il silenzio, scandito solo dal rumore dell'acqua.
Mi guardo attorno, sono sola è andato via.
So di non aver sognato, perché le stelle mi sono testimoni.
Guardo la rosa con attenzione: ha petali avorio, carnosi e vellutati ed è screziata di rosso.
Ha qualcosa di meraviglioso e inquietante, sembra macchiata di sangue.
La stringo al petto e chiudo gli occhi, riportando alla mente ogni dettaglio del suo viso, il suono della voce, il suo profumo, il colore dei suoi occhi e infine, il suo sorriso.
È davvero identico al mio.
***
Nessuno fa caso a me quando rientro.
Sono tutti presi a ballare, a divertirsi e all'improvviso, lo sfolgorio delle luci che proviene dai pesanti lampadari di cristallo, mi ferisce, mi disturba.
Tutto mi sembra finto, loro mi hanno ingannato.
Attraverso la sala, incurante di tutto, persino di Robert che mi sta venendo incontro.
Tenta di trattenermi per un braccio, sembra preoccupato, ma lo scaccio malamente, le sue proteste e richieste di spiegazioni, sono come un eco lontano.
Vago con lo sguardo finché non la individuo; sta parlando con alcuni ospiti e sorride.
Lei ti ama come ti amo io, bambina mia.
Anche lei mi vede e si lancia verso di me: «Selene cosa è successo, perché piangi?» Il tono è allarmato, la sua espressione preoccupata e non posso fare a meno di esserne felice.
Scaccio le lacrime con un gesto nervoso, non mi importa se adesso la mia faccia è un disastro.
«Mi hai mentito.» Sibilo, respingendo la mano con cui tenta di toccarmi.
«Cosa stai dicendo?»
Mi guarda con aria ferita, innocente, finché non nota la rosa che stringo tra le mani.
Qualcosa si crepa nel suo volto, come se mi stesse mostrando il suo vero aspetto e i suoi occhi si velano di lacrime. Cerca di prenderla, ma io la porto dietro la schiena, non voglio che la tocchi.
«Chi te l'ha data? Dimmelo! È ancora qui?» La sua voce è stridula, disperata. Le sue mani tremano e si guarda attorno, incurante dello sguardo incuriosito degli ospiti, alcuni hanno smesso di ballare.
Robert, Jack e Alex si sono avvicinati e ci guardano esterrefatti, mi chiedo se anche loro abbiano sempre saputo la verità. Sento una rabbia oscura, incontenibile, montarmi dentro.
«È andato via.» Sussurro compiaciuta, mentre annuso il fiore.
«Abbiamo ballato e guardato le stelle... perché mi hai detto che era morto?» Alzo lo sguardo su di lei, che fa un passo indietro.
«Perché mi hai mentito?» Insisto.
Mia madre mi guarda senza parlare, con le guance rigate di lacrime, impietrita dalle mie parole.
«Voi due, venite con me!» S'intromette il nonno. Il tono è brusco e mi guarda torvo. Senza attendere risposta mi afferra per un braccio e mi trascina per la sala, sotto lo sguardo sorpreso degli ospiti, sento zia Alex richiamare l'attenzione degli invitati e la musica cambia ritmo, mentre oltrepassiamo una porta laterale della sala, che sento richiudersi con un tonfo alle spalle, senza che nessuno l'abbia toccata.
***
Siamo in un ampio ripostiglio, ingombro di sedie impilate e tavoli coperti da lenzuoli. La polvere ricopre tutto come un velo grigiastro, c'è puzza di chiuso e umidità.
«Guardami Selene!»
Gli rivolgo un sorriso sprezzante e vedo la rabbia condensarsi nei suoi occhi.
«Che cosa è successo?»
Rimango immobile e lo guardo senza parlare.
«Ha detto che Enea era qui.» Interviene mia madre con la voce rotta dal pianto. Mio nonno le circonda le spalle e per un attimo il suo sguardo si ammorbidisce, ma quando torna a posarsi su di me la sua espressione è dura, carica d'ira.
«Ora mi dici cosa è accaduto!» Non è una richiesta, ma un ordine. Non ha mai usato quel tono con me e sento lo stomaco contrarsi, ma non voglio farmi intimorire, non sono io quella in torto.
«Più di quello che mi abbiate detto voi.» Mormoro con un sorrisetto.
«Non è il momento di fare del sarcasmo.» Il tono è gelido, come il suo sguardo. «E neanche di fare scenate.»
«Invece credo che lo sia.» Lo guardo negli occhi, lo sfido. Questa non sono io, oppure sì?
«Mi avete fatto credere che mio padre era morto!» Sibilo, trattenendo a stento un grido. «C'è qualcosa su cui non mi abbiate mentito?» Dico, artigliando gli strati sottili della mia gonna.
Poso lo sguardo su mia madre, non osa nemmeno guardarmi, ha il volto nascosto contro il petto di suo padre. Non voglio dare un nome a ciò che provo per lei in questo momento.
«Perdonami. L'abbiamo fatto solo per amore, per salvarti.» La sua voce è ridotta a un sussurro.
Sono le stesse parole che ha usato mio padre e per un attimo quella rabbia sembra spegnersi, ma quando si avvicina e fa il gesto di abbracciarmi, mi scanso, la rifiuto. Non voglio essere toccata.
Mi guarda con un'espressione straziata e non osa parlare. Mi ha ingannato, tutti loro lo hanno fatto.
Stringo la rosa, incurante delle spine che trafiggono la pelle.
Il dolore placa la rabbia e punisce quello che ho appena fatto.
«E sia.»
Il volto di mio nonno è imperscrutabile, in questo momento, posso scorgere nei suoi occhi, un'oscurità che non avevo mai notato.
Sostengo il suo sguardo, non mi fa paura.
«Dovrai aspettare domani, ora torneremo di là e ti comporterai come si conviene.»
Le sue labbra si stringono in una linea dura e lo guardo uscire dalla stanza.
Mia madre lo segue, lanciandomi sguardi che hanno il sapore della colpa.
Prendo un profondo respiro, asciugo le lacrime e raddrizzo la schiena.
Sistemo la rosa tra i capelli, sfioro l'Ankh che vibra al mio tocco e quando rientro nella sala, le mie labbra si curvano in un sorriso trionfante.
***
Mancano solo un paio d'ore all'alba quando gli ultimi ospiti se ne vanno.
Rimango a fissare fuori dalle vetrate, finché una mano si posa sulla mia spalla, facendomi trasalire.
Dafne mi guarda con i suoi occhi azzurri, calmi e cristallini.
«Va a riposare piccola, tutti gli altri si sono già ritirati.»
Annuisco e lentamente mi dirigo verso la mia camera, sono tutti spariti, come se la mia presenza li mettesse a disagio o temessero le mie domande scomode.
Entro nella stanza, le tende sono aperte e la luna avvolge tutto nella sua luce lattiginosa.
La testa mi gira e mi lascio cadere sul letto a baldacchino.
Sfilo la rosa dai capelli e chiudo gli occhi, aspirandone il profumo e per un attimo sono di nuovo tra le sue braccia. Stiamo ancora danzando e la sua mano è sulla mia schiena, sento il suo odore e vedo i suoi occhi del colore della tempesta che mi guardano con dolcezza infinita.
“Papà” Bisbiglio, bastano quelle due sillabe per calmarmi.
Mi libero del vestito abbandonandolo sul pavimento, sciolgo i capelli e poggio la rosa sul letto.
Sfioro il ciondolo e per un attimo esito.
Non devi toglierlo mai, ti proteggerà.
Con un gesto secco strappo l'Ankh dal collo e lo lancio sul comodino.
Ci sono cose da cui non mi può proteggere, dalle quali non ho mai immaginato di dovermi proteggere.
Mi sento tradita da quelli che amo e mentre affondo le mani nel cuscino, mi chiedo su quante altre cose mi abbiano mentito.
La mia intera esistenza è una menzogna.
Il solo pensiero mi nausea, stremata da questi pensieri, le palpebre si fanno pesanti e mi arrendo al sonno.
***
Sono tutti davanti a me e mi fissano con i loro occhi vuoti.
Immobili e pallidi come statue di sale.
Sulla mia pelle il vento è gelido e tagliente, non riesco a muovermi.
Catene invisibili mi intrappolano.
L'oscurità, d'improvviso, è spazzata via da un fuoco che divampa furioso e incontrollabile.
Non posso scappare.
Mi avvolge e le vampe consumano il vestito che indosso e quando il fuoco morde la mia carne, un urlo straziato esce dalla mia gola.
Non riesco a respirare, tutto diventa un inferno di fiamme e dolore.
Lucida e consapevole della fine, sto bruciando.
Rose bianche sbocciano attorno a me.
I petali sono rasoi che lacerano il mio corpo consumato.
Spine, come lame, trapassano ciò che ne rimane.
I petali si macchiano del mio sangue.
Mani gelide mi afferrano la gola e le ombre si addensano circondandomi.
Gridano e le loro urla sono schegge di vetro nel mio cervello.
Vorrei chiedere aiuto, ma la mia lingua è cenere.
È allora che lo vedo, mio padre. È bello come un angelo caduto, mi afferra la mano martoriata, il suo tocco è gentile, mi abbraccia e il fuoco si placa, fino a spegnersi e le ombre si allontanano.
Sono avvolta in un calore familiare che dà sollievo al mio corpo.
Si irradia dal centro del mio petto, in ogni muscolo e tendine.
Il suo profumo mi avvolge e l'unico rumore che sento è quello del mio cuore e del mio respiro.
Apro gli occhi, mio padre è accanto a me e indica le stelle.
Sono migliaia, luminose, distanti.
Muove le labbra, ma nessun suono esce dalla sua bocca.
Allungo un braccio.
L'oscurità mi inghiotte.

Di morte e di speranza.

Apro gli occhi e ho il sole in faccia.
Un tiepido sole autunnale mi dà il buon giorno.
Non c'è un muscolo che non mi faccia male. Riesco a mettermi seduta, ma persino il movimento più semplice mi costa fatica, e la testa mi gira così forte che ho la nausea. Respiro e cerco di mettere a fuoco, la luce inonda la stanza, ferendomi gli occhi. Mi passo una mano sul viso e subito dopo corro al collo.
L'Ankh è tornato al suo posto, il peso è gentile e familiare. Un brivido mi attraversa quando sento che si muove.
Mi volto e sulla poltrona accanto al letto, mia madre dorme in una posizione innaturale. Ha i capelli arruffati, le guance sono striate di nero e indossa ancora l'abito avorio. La preoccupazione è impressa sul suo volto e so che la causa sono io.
Rimango immobile con la gola riarsa e stringo la testa tra le mani, mentre i ricordi della notte precedente mi assalgono.
Non è stato un sogno.
Ieri notte ho ballato davvero con mio padre, sono stata crudele con mia madre e ho rischiato quasi di morire.
Mi chiedo che razza di creatura io sia.
Questa consapevolezza mi serra la gola e mi fa girare la testa ancora più forte.
Mi lascio andare contro i cuscini, incapace di piangere per me stessa.
Raccolgo tutte le forze e raggiungo il bagno.
Non sono io quella nello specchio.
I miei capelli sono opachi e pieni di nodi, sembra che abbiano perso colore, sono più pallida del solito, persino le lentiggini sembrano svanite, il trucco si è sciolto formando cerchi scuri sotto gli occhi arrossati e le labbra sono screpolate.
Bevo un sorso d'acqua e lo stomaco si ribella, mi aggrappo al lavandino e lo libero dello scarso contenuto. Un sapore acido mi invade la bocca.
«Selene, dove sei?» La voce di mia madre trasuda ansia.
«Sono in bagno mamma.» Rispondo.
La vedo fermarsi sulla porta, so che vorrebbe entrare, ma non lo fa.
Sembra piccola e indifesa in quel momento, si morde il labbro, come fa sempre quando è nervosa.
«Come stai? Non dovresti alzarti.»
«Sono solo un po' debole...» La rassicuro, cercando di minimizzare.
La verità è che non c'è un osso o muscolo che non mi faccia male, ho la sensazione che potrei svenire da un momento all'altro e la nausea non passa.
La notte scorsa qualcosa si stava disintegrando dentro di me e questo mi terrorizza.
Il suo sguardo afflitto mi ferisce. Vorrei avvicinarmi e abbracciarla, dirle che mi dispiace e che le voglio bene, ma rimango ferma, aggrappata al lavello.
«Quando hai fatto vieni nello studio.» Sembra sconfitta, gli occhi spenti e sofferenti. La sento uscire dalla stanza.
Cerco di sistemarmi come posso, ma il dolore che provo mi rallenta, lavo il viso, i denti, lego i capelli, poi indosso una maglietta e un pantalone della tuta.
Scendo uno scalino per volta, tenendomi ben salda al corrimano, devo fermarmi un paio di volte per evitare di cadere e non posso fare a meno di notare come la casa sembri deserta. Mi chiedo dove siano finiti tutti.
Davanti allo studio del nonno una strana angoscia mi assale, le mani mi tremano e devo fare un grosso respiro.
Busso leggermente ed entro.
***
Vengo investita dalla luce di metà mattina, una luce così intensa che devo ripararmi gli occhi.
Avanzo verso il centro della stanza, permeata dall'odore di carta e inchiostro e più sotto da quello speziato del nonno.
È seduto dietro la scrivania, con un'espressione dura e seria.
Mi incute soggezione, come mai prima d'ora e tutta la strafottenza con cui intendevo affrontarlo, sparisce.
«Prima non vuoi fare colazione?» La mamma mi rivolge un timido sorriso.
Si è cambiata. Ha i capelli sciolti sulle spalle e indossa dei jeans e un maglione.
«Non ho molto appetito.» Cammino lentamente, le gambe mi fanno male e vado a sedermi sull'altra poltrona libera. Il velluto è soffice e la seduta è calda per il sole che vi batte sopra, un sollievo per il mio corpo.
«Dovresti mangiare.» Insiste mia madre, mentre mio nonno mi osserva, sembra soppesarmi.
Scuoto la testa con troppa energia. «Voglio solo sapere la verità.»
Un sapore acido mi risale dallo stomaco, respiro profondamente.
Il nonno sposta gli occhi su mia madre, come a chiederle il permesso.
«A volte l'ignoranza è una benedizione.» Esordisce, accomodandosi meglio sulla poltrona. Capisco, dall'espressione dei suoi occhi, che non lo sta dicendo a me.
Sospira e lascia vagare lo sguardo, come se cercasse le parole adatte.
«Sai che sono un alchimista e che sono riuscito a conquistare l'immortalità, ma non ti ho mai detto che per ottenerla ho dovuto pagare un prezzo altissimo.»
Il suo volto è calmo, come gli occhi, fissi nei miei. Anzi, qualcosa più della calma, è controllo quello che vedo.
«Diventare immortali sconvolge l'equilibrio degli elementi e la punizione per chi ci riesce è di essere maledetto.» Apre le labbra in un sorriso che mette i brividi e affondo le dita nei braccioli.
«Una maledizione», mormoro lanciando uno sguardo a mia madre.
Tiene le mani intrecciate, talmente strette che le nocche sono sbiancate e ha lo sguardo fisso, sbarrato. Trema e ha paura e mi chiedo se sono davvero pronta ad affrontare il resto.
«Siamo maledetti, siamo Domini Larvarum.» Ripete e il suo volto s'illumina di un orgoglio sinistro.
In quel momento non c'è mio nonno davanti a me, ma una versione più oscura e pericolosa. Da cui sono irrazionalmente attratta.
«Il nostro potere è anche la nostra maledizione e scaturisce dalla pietra filosofale. Le anime dei morti dovrebbero perseguitarci e torturarci, portarci alla follia, ma io ho scoperto come dominarle, piegarle al mio volere e usarle contro i miei nemici», spiega, distendendo le labbra in un sorriso che non riconosco.
«Ogni regola può essere infranta.» Scandisce piano, scrutandomi, con quegli occhi impenetrabili, estranei.
Mi accorgo di aver trattenuto il respiro, è come se lo vedessi per la prima volta.
La maschera è calata, davanti non ho l'uomo buono e premuroso o il padre amorevole, ma un uomo ambizioso, assetato di potere e conoscenza, disposto a tutto per ottenere ciò che vuole.
Vorrei alzarmi e andare via, questo non è l'uomo che mi ha cresciuta, che mi viziava dandomi i biscotti di nascosto e che mi portava a cavalluccio sulle spalle.
Non è la verità che mi aspettavo.
Ma rimango, incapace di muovermi, mentre qualcosa si agita nei recessi della mia anima.
Mi scruta e un'ombra oscura il suo viso, sa cosa sto pensando e abbasso lo sguardo.
«Ogni volta che usiamo i nostri poteri, la nostra anima si consuma.»
Qualcosa si accende nei suoi occhi e posso scorgere il potere assoluto di cui dispone, poi guarda verso mia madre, solo in quel momento, il suo sguardo si addolcisce. Tiene la testa piegata, i capelli a coprirle il volto, come un velo dorato.
«E la mamma?»
Lui sorride, si alza e va a inginocchiarsi davanti a lei.
Quello che vedo, quando le prende le mani e le scosta i capelli dal viso per asciugarle le lacrime, è qualcosa che va oltre l'amore, così intimo che mi sento di troppo.
C'è qualcosa, nel modo in cui si guardano negli occhi, un legame profondo e indissolubile che io non potrò avere mai, dal quale sono esclusa.
«Tua madre è speciale. È una Dominatrice innata. Il potere della pietra scorre dentro di lei.» Sussurra mio nonno e ancora una volta nei suoi occhi, vedo quella luce che mi fa tremare, perché è il suo potere che vuole che veda.
«Ma allora...» Attacco.
«I miei poteri sono bloccati... sono troppo pericolosi», si affretta a spiegare, evitando il mio sguardo, ma posso percepire il panico incrinarle la voce.
«Quindi anche io sono una Dominatrice di Anime?» Faccio rimbalzare lo sguardo da mia madre a mio nonno, aggrappandomi ancora di più alla poltrona, perché ho davvero l'impressione che la terra mi stia tremando sotto i piedi.
«Tu sei unica e speciale.»
La voce di mia madre mi sorprende, mi sorprende che sia lei a rispondere.
La sua espressione è cambiata e mi sorride.
«Sei metà Dominus e metà Vampiro», spiega mio nonno, con una tale naturalezza che mi lascia di sasso.
Mi agito sulla poltrona e i miei muscoli doloranti si ribellano, e la confusione aumenta.
«Cosa?!» Riesco a dire, quasi senza fiato. A giudicare dalla loro espressione, solo io sono sconvolta per la notizia.
La mano di mia madre si posa sul mio braccio e in quel momento ripenso a come l'ho trattata la sera prima e mi sento in colpa.
«Tuo padre è un Vampiro.» Lo dice come se fosse normale e i suoi occhi si illuminano, di quello che può essere solo amore.
«Si chiama Enea Adhara, appartiene al Clan di Vampiri che regna su Roma ed è il principe ereditario», aggiunge con un sorriso e un lieve rossore sulle guance.
«Un Vampiro... un Clan di Vampiri, regna su Roma.» Ripeto lasciandomi andare contro lo schienale. Volevo delle risposte, ma quello che mi hanno dato sono solo altre domande, e la testa riprende a girare così forte e sono talmente tante le cose che vorrei chiedere su mio padre che mi sento sopraffatta.
«Quindi, quello che mi è accaduto è perché sono metà Dominatrice e metà Vampiro.»
La mia è una constatazione, la mano corre all'Ankh e sento il suo calore attraverso la stoffa, lo sfioro con le dita e sento un impercettibile movimento che mi tranquillizza.
«È a questo che serve il gioiello che ti abbiamo donato. È un sigillo. Mantiene sopita la tua duplice natura. Sapevo che il risveglio dei tuoi poteri era vicino, ma lo shock di vedere tuo padre ha innescato il processo di trasformazione.»
Trasformazione.
È talmente ovvio a cosa si stia riferendo che è inutile chiedere, e per oggi non credo di sopportare altre rivelazioni, per quanto mi sia arrovellata il cervello negli anni e soprattutto negli ultimi mesi, non avrei mai immaginato di essere figlia di un principe dei Vampiri e di una Dominatrice di Anime, qualsiasi cosa voglia dire. Prendo un respiro e poi ancora un altro per calmarmi.
«Quindi, quando mi sono tolta l'Ankh, i miei poteri sono entrati in conflitto...»
Il nonno annuisce serio, ed è in quel momento che la verità si dispiega davanti ai miei occhi, talmente limpida che il mio cuore inizia a battere così forte che temo voglia uscire dal petto e la paura mi blocca.
Ho la sensazione di sprofondare e le parole mi escono da sole. «Io sono qualcosa che va contro natura, il sigillo è solo una soluzione temporanea.»
Le lacrime mi bruciano sulle guance e se solo riuscissi ad alzarmi, scapperei via da una verità che mi fa paura, e che ora vorrei dimenticare.
Io non dovrei neanche esistere.
Mai come in quel momento ne sono consapevole.
«Volevi sapere la verità, tesoro mio.»
La voce di mio nonno è dolce, talmente vicina che sento il suo respiro tra i capelli.
Mi stringe a sé, cercando di farmi calmare, artiglio il suo maglione, incurante di fargli del male.
«Non permetterò che ti accada nulla.»
Mi prende il viso tra le mani e mi costringe a guardarlo negli occhi. Sento il cuore in gola e un pensiero, freddo e tagliente come una lama, interrompe i miei pensieri.
«Sono destinata a morire.»
Un verso strozzato mi esce dalle labbra, quando mi rendo conto di averlo detto a voce alta.
Il dolore che ho dentro mi lacera. Sono rassegnata da tempo all'idea di dover passare l'eternità su questo lembo di terra, ma ora non vivrò abbastanza per rivedere mio padre.
«Selene, guardami!», dice mia madre, con una risolutezza che non pensavo le potesse appartenere. Mi volto.
«Mentirti non è stato facile. Io e tuo padre non volevamo questo per te.»
Posso vedere la sofferenza nei suoi occhi, così profonda e senza fine.
«Ma non c'era altra soluzione. Se Enea ha rinunciato a vederti crescere, è perché eravamo in pericolo. Se fossimo rimaste, probabilmente saresti morta.»
Mi sfiora il viso e poi si alza per abbracciarmi.
Sento il suo profumo leggero e la guardo negli occhi, pieni di lacrime trattenute. Sta cercando di essere forte per me.
«Ero già morta, perché non avete lasciato le cose come stavano?» La mia voce flebile è spezzata dalle lacrime.
Mia madre si scosta e il modo in cui mi guarda, mi fa capire che quello che ho appena detto è orribile.
Poi il suo sguardo corre a quello del nonno, che ci osserva serio, come se ora ne cercasse il consenso.
«Ti abbiamo mentito anche su questo. Sei nata viva.»
Spalanco le labbra per dire qualcosa, ma non ho voce. Quella verità mi spiazza, quasi quanto quella di sapere che sono figlia di un principe Vampiro.
Sento le labbra tiepide e morbide di mia madre baciarmi la fronte. Sorride e posso scorgere una luce che ho visto solo quando mi ha rivelato il nome di mio padre.
«Non vedevi l'ora di nascere e tuo padre e tuo nonno mi hanno aiutata. Eri bellissima amore mio, Enea ti teneva tra le braccia e lo hai guardato dritto negli occhi, afferrandogli un dito con la tua mano minuscola. Non l'avevo mai visto così emozionato e felice.»
I suoi occhi sono lucidi e il verde delle iridi è ancora più intenso. Posso scorgere minuscole pagliuzze dorate danzare all'interno di esse.
«So quanto ti sia sentita sola, non pensare nemmeno per un momento che io non me ne sia accorta.» Mi accarezza una guancia, mi sistema i capelli, e non riesco a provare rabbia, non dopo queste parole. Nonostante mi sia sempre sforzata di fingere che fosse tutto normale, che mi bastasse la spiaggia, la scogliera e il bosco, che avessi accettato questa vita solitaria e limitata, lei ha sempre saputo.
Mi prende il viso tra le mani, mi guarda negli occhi.
«Voglio che tu sappia che rifaremmo tutto. Non c'è nulla che sia più importante di te!»
Il modo in cui lo dice mi fa tremare, c'è un'ira celata dietro quegli occhi, qualcosa di sottile e pericoloso e so che quello che vedo è il suo potere. Quello che teme e che è intrappolato dentro di lei, che scalpita per uscire. Un potere terribile e immenso, incontrollabile.
Un mostro, in un involucro splendido.
Le lacrime tornano prepotenti a bagnarmi il volto.
«Perdonami mamma.» La mia voce è solo un soffio e mi attira tra le sue braccia con una forza di cui non l'ho mai creduta capace.
In quel momento, protetta e circondata dal suo calore, mi tornano in mente le parole di mio padre. Non riesco a credere di essermene dimenticata, di essere stata così egoista.
Accosto le labbra al suo orecchio.
«Mi ha detto che ti ama.» Le confido, come fosse un segreto tra noi.
«Lo so», bisbiglia, stringendomi ancora di più.
Tutti loro hanno sacrificato qualcosa per me. Mi chiedo se non ci sia un modo per rimediare, per restituire tutto quell'amore.
«Ora va a fare colazione. Dafne ha preparato i suoi speciali croissant.» Mi sorride, il mio stomaco brontola e ci ritroviamo a ridere.
Mi alzo lentamente, ancora dolorante.
La Selene che esce dallo studio è diversa da quella che è entrata, faccio qualche passo verso le scale e mi fermo, catturando brandelli di una conversazione che dovrebbe essere privata.
«Ora cosa facciamo?» Sta chiedendo mia madre.
Mi fermo, in attesa, ma la risposta di mio nonno non arriva.
***
Sento il bisogno di parlare con qualcuno, ma Dafne non è in cucina, né zio Jack in biblioteca a leggere, hanno davvero sgomberato il campo e non posso dare loro torto, non so quanto ci metterò a digerire la notizia.
Il mio stomaco si ribella ancora, torno in cucina per prendere un cornetto.
È all'arancia ed è ancora tiepido e fragrante.
Attraverso il giardino e arrivo alla fontana.
I ricordi mi travolgono. Sono di nuovo a piedi nudi, sento le sue mani sul viso, rivedo i suoi occhi come argento liquido e il suo sorriso, identico al mio, sento la musica e le sue parole, che ora hanno un senso.
Prometto che un giorno saremo di nuovo insieme, come una vera famiglia. Ma dovevo saperti al sicuro.
Al sicuro da cosa?
Da quelli come me.
Oltrepasso le siepi e comincio a scendere i gradini, mi ritrovo sull'erba che ben presto diventa fine sabbia.
Respiro il profumo del lago, raccolgo una minuscola conchiglia, lascio che l'acqua mi bagni i piedi, osservo il riflesso del sole sulla superficie.
Sorrido, ricordando le lezioni di nuoto del nonno, i castelli di sabbia che la mamma e Dafne mi aiutavano a fare.
Mio padre è un Vampiro, ripeto dentro di me, sorridendo, forse è per questo che amo la notte.
Rallento il passo, prendendomi tempo per passeggiare sulla sabbia, per riflettere su ciò che ho appena appreso, per decidere. Hanno scelto un posto meraviglioso per crescermi, ma quello che sto facendo è dire addio all'Isola.
Robert è seduto sul pontile, appoggiato all'ormeggio.
Il vento gli scompiglia i capelli castani e il sole glieli fa brillare. È assorto nella lettura e mi fermo a osservare la sua figura snella, i muscoli delle spalle, delle braccia e la curva del collo.
Sento il mio stupido cuore accelerare.
Mi avvicino e allungo la mano.
«Cosa credi di fare Nene?» Si volta di scatto, sembra divertito e mi dà un colpetto in testa con il libro, mettendosi a ridere.
Il viso è leggermente arrossato dal sole e i suoi occhi neri risplendono di riflessi ambrati. Sento il suo odore di sale e agrumi, il suo calore.
Volevo abbracciarti.
«Volevo buttarti in acqua.» Dico invece, mettendomi seduta accanto a lui.
Le nostre braccia si sfiorano, mi concentro su quel fugace contatto.
«Non ci riuscirai mai, ti ho fiutata da che hai messo il naso fuori casa.» Mi rivolge un sorriso beffardo, poi mette il libro da parte e si fa serio, mi guarda e io mi volto a guardare il lago.
«Come stai?»
Non so come rispondere a questa domanda, sono tesa come una corda sul punto di spezzarsi.
«Bene, almeno credo...»
Fisso le mie scarpe che sfiorano il pelo dell'acqua.
Sto bene per una la cui duplice natura molto presto la ucciderà.
Respiro e scaccio quel pensiero.
«Mio padre è un Vampiro.»
Lo sento prendere un lungo respiro e capisco che l'ha sempre saputo.
«Sono anche per metà una Dominatrice di Anime.» Anche se lo dico come se sapessi cosa significa, non è così, e l'istinto mi dice che dovrei avere paura, se mia madre ha deciso di vincolare il suo potere per sempre. Sento un nodo alla gola e non voglio che si sciolga.
Robert si passa una mano tra i capelli e poi fa per mettermi una mano sulla spalla, ma si ferma e capisco che sa anche questo.
«Lo sai che potrai sempre contare su di me?» La sua voce è calma, le assi scricchiolano sotto il suo peso, mentre cambia posizione. È ancora voltato verso di me, ma non ho il coraggio di guardarlo negli occhi. Neanche immagina quanto vorrei che mi abbracciasse.
«Anche io ero sotto incantesimo, così che non potessi dirti nulla.» Spiega a disagio, abbassando lo sguardo. L'ho visto in questo stato solo quando, a sedici anni, gli ho dichiarato i miei sentimenti e mi ha risposto che per lui ero come una sorella. Allontano quel ricordo, ora è inutile rimuginare.
«Non era tuo il compito di dirmi la verità, solo una cosa non capisco. Se la mia vita non dipende dall'Isola, perché tutte le volte che ho tentato di lasciarla sono stata male?»
«Cosa stai dicendo?» Sembra sorpreso, mi giro verso di lui e sorrido divertita, notando l'espressione che ha sulla faccia.
«La mia sopravvivenza non è legata all'Isola, ma non posso ugualmente lasciarla.»
Si scosta i capelli dal viso, aggrotta la fronte e mi guarda pensoso, poggiando il mento sul ginocchio piegato.
«Deve aver legato la tua energia a questo posto. Legare il flusso vitale di un essere vivente a un luogo specifico non è cosa da poco.» Si passa una mano tra i capelli, sembra preoccupato.
«È di certo magia antica.» Aggiunge sovrappensiero, fissando la superficie dell'acqua.
«La fai sembrare una cosa sbagliata», borbotto e si volta.
«Lo è. Ci sono incantesimi che sono proibiti, perché pericolosi», spiega senza smettere di guardarmi.
«Anche quest'Isola ha qualcosa di strano. È protetta da un numero impressionante di incantesimi. Solo tuo nonno può permetterci di entrare ogni volta. Nemmeno mio padre sa dove si trova», aggiunge pensieroso.

Dovevo sapervi al sicuro.
Non c'è nulla che sia più importante di te.

Le parole dei miei genitori mi riecheggiano nella mente.
«È davvero così potente mio nonno?» Voglio una conferma a quello che in realtà ho già capito.
«Nicolas Flamel?» Mi guarda con aria grave. «Se non fosse il mio mentore, lo temerei.» Abbassa lo sguardo, quasi si vergognasse di averlo ammesso.
Mi giro verso la distesa d'acqua azzurrina che il sole riempie di bagliori arcobaleno.
Prima di oggi non gli avrei creduto, ma oggi ho conosciuto un uomo diverso. Un uomo disposto a qualunque cosa per i suoi scopi, fiero del suo potere, un uomo da temere, ma è pur sempre mio nonno e io gli voglio bene.
Porto una mano sull'Ankh.
«Voglio conoscere mio padre, ma non conosco nulla del mondo fuori da quest'Isola», dico di slancio ed è in quel momento che Robert mi mette un braccio sulle spalle e mi attira a sé.
«Non andrai sola, ci sarò io con te. Ti porterò ovunque tu voglia.» Mi stringe ancora e sono felice, non solo per quell'abbraccio inaspettato, ma perché con Robert accanto avrò meno paura di quel mondo di cui ho letto solo sui libri.
***
Guardo il sole che sta tramontando dal balcone della mia camera.
Mi sembra tutto diverso ora, come se lo guardassi davvero per la prima volta.
Ho deciso di chiedere al nonno di permettermi di lasciare l'Isola.
Non mi importa se è pericoloso.
La mia mano si posa sul sigillo che riposa sul mio petto, sotto la maglietta.
Non so quanto tempo mi resta, non so se il nonno troverà un modo per farmi sopravvivere, ed è per questo che voglio andare da mio padre e conoscerlo.
Un sorriso triste increspa le mie labbra e mi fermo a pensare a come i desideri si realizzino nella maniera più inaspettata, a come tutto stia accadendo in fretta.
Percorro con l'indice i contorni dell'Ankh e all'improvviso una scossa di terremoto mi fa perdere l'equilibrio.
Non faccio in tempo a mettermi in piedi che un'altra scossa, più violenta, mi scaraventa a terra.
Sento il mio cuore accelerare, la paura mi paralizza, mentre il sigillo brucia sulla pelle.
«Selene!» Sento urlare il mio nome, il nonno sopraggiunge alle mie spalle, mi afferra per un braccio e mi solleva.
È trafelato per la corsa e nei suoi occhi leggo paura e qualcos'altro che mi fa tremare.
«Seguimi!» La sua voce è urgente, strozzata, mi volto appena e quello che vedo mi terrorizza. Nel cielo ci sono delle crepe, come se fosse qualcosa di solido che si sta rompendo. Non riesco a smettere di guardarlo così il nonno mi strattona e rientriamo nella stanza.
Una scossa ci fa fermare, sento il panico bloccarmi e le gambe mi cedono.
«Ascoltami, ci hanno trovato!»
Mi afferra per le spalle e mi scuote. Lo seguo, mentre mi tiene per mano, ma non riesco a pensare, a parlare e a capire cosa stia accadendo.
Un'altra scossa ci blocca a metà della scalinata. Vedo la zia Alex attraversare di corsa l'ingresso, affiancata da Jack. Tengono in mano qualcosa, sembrano armi.
«Dove sono Robert e la mamma?» La mia voce è stridula e la domanda non ottiene risposta, mentre il nonno continua a trascinarmi.
Attraversiamo il salone dove abbiamo ballato, entriamo da una porta in fondo alla sala, scendiamo altri gradini che sembrano non finire mai e ci ritroviamo nel sotterraneo dove c'è il suo laboratorio.
Sono stata molte volte qua sotto, per nascondermi da Dafne o dalla mamma.
Lo vedo fare dei segni con le mani e una porta si apre dove prima c'era solo una parete di pietra.
«Cosa succede!?» Chiedo con voce tremante, mentre mi spinge dentro e si richiude la porta alle spalle con un rumore che mi fa accapponare la pelle.
Ci ritroviamo nel buio più completo.
«Non c'è tempo Selene!» La sua voce grave vibra in quell'oscurità. Sento gli occhi riempirsi di lacrime, mentre altre scosse arrivano dai piani superiori.
«Dov'è la mamma?»
Tace, ma lo sento mormorare qualcosa e soffoco un urlo di sorpresa, quando il fuoco divampa all'improvviso.
La stanza ora è rischiarata da alcune candele. Fa freddo, l'aria è stantia e teli polverosi coprono quelli che sembrano essere armadi e altri mobili accatastati.
Un'esplosione viene dal piano di sopra e d'istinto mi abbasso, mentre il nonno sta cercando qualcosa dentro un armadio sbilenco e nel richiudere le ante, emette un leggero bagliore.
«Ho paura.» Mi avvicino e cerco di abbracciarlo.
«Non averne, prendi questa.»
È sbrigativo mentre mi mette tra le mani una sfera opaca, fatta di un qualche strano minerale. La sua superficie è percorsa da un gioco di incastri e sembra vuota all'interno.
«Cos'è?»
Non risponde, la sua espressione è esitante, resa ancora più cupa dalla luce delle candele e dalla polvere che riempie l'aria.
Si allontana ancora e quando torna ha in mano un cofanetto. Lo apre.
Contiene due anelli a fascia di grandezze diverse.
Li prende e li soppesa nella mano, ma esita ancora, forse non è sicuro se sia giusto darmeli.
«Dovevano essere usati per un giorno di gioia», bisbiglia.
Senza aggiungere altro, li prende e li incastra l'uno dentro l'altro e me li infila all'anulare della mano destra.
«Appena me ne sarò andato, usa la sfera.»
Se ne va chiudendomi dentro, senza darmi tempo di chiedere nulla e lo spostamento d'aria fa spegnere alcune candele.
«Nonno!» Batto i pugni sulla porta, cerco di aprirla, ma è inutile.
Un altro scossone mi fa gridare, mi porto le mani alle orecchie e corro a nascondermi sotto un tavolo.
Sento le lacrime che ricominciano a rigarmi il viso e sento il cuore in gola. Il battito è scandito dai forti rumori che provengono dai piani superiori. Tutto sta crollando.
Mi accorgo che sto stringendo con forza la sfera, ma non so come usarla.
Guardo gli anelli, me li sfilo per osservarli. Quello più piccolo è realizzato in un metallo che vira sul dorato, ha inciso il simbolo alchemico della luna, l'altro invece, ha un colore più freddo e riporta quello del sole. Entrambi hanno una strana incisione all'interno.
Non capisco, io non so nulla di magia e alchimia e questi oggetti sono inutili nelle mie mani. Io sono inutile.
Chiudo gli occhi e mi rannicchio. Perdo la cognizione del tempo, mentre le scosse continuano, intervallate da boati che mi scuotono nel profondo, sembra che tutto debba crollare da un momento all'altro.
Non so se siano passati minuti o ore quando sento la porta spalancarsi con violenza.
Il terrore mi paralizza e trattengo il respiro.
Sento delle voci e vi riconosco quella di Jack e del nonno. Sono così presi da ciò che stanno facendo che non si accorgono di me.
«Sei sicuro Nicolas... potremmo tentare.» La voce di Jack trema.
«Il suo sangue è avvelenato... morirà.» Il tono del nonno è piatto e fermo, un brivido mi percorre la schiena. Jack non risponde, sento i loro passi allontanarsi e la porta chiudersi ancora.
Sento un rantolo e nonostante la paura, esco carponi dal mio nascondiglio.
C'è un corpo a meno di due metri da me, mi blocco. Respiro e mi avvicino ancora, quando sento un altro lamento.
No, fa che non sia lui!
L'ho solo visto una volta, eppure non potrei mai confondere il suo viso.
«Papà... no...» Qualcosa si spezza dentro di me e mi accascio accanto al corpo, incurante dei rumori, dei detriti che cadono dal soffitto, non mi importa più di nulla. Non riesco a pensare, a respirare, vorrei urlare tutta la mia disperazione ma non ci riesco.
«Selene...»
La sua voce è flebile, priva di forze. Mi sollevo, cerco la sua mano e mi avvicino. Lo sfioro e mi accorgo che è coperto di sangue. Una ferita gli lacera il petto e vene nere gli deturpano un lato del collo.
Non può morire, i Vampiri guariscono in fretta.
«Papà, tu guarirai», singhiozzo, come se dirlo a voce alta potesse farlo avverare.
Lo vedo scuotere debolmente la testa. Scopre i denti e vedo i canini affilati. Tossisce e un grumo di sangue fuoriesce dalle labbra, gli cola sul mento, sul collo.
«Se riuscissi a portarti via di qui.» Tasto il pavimento intorno a me e recupero la sfera.
«No.» La sua voce è flebile, eppure trova la forza di cingermi il polso per costringermi a guardarlo.
I suoi occhi sono sempre trasparenti, preziose pietre grigie.
«Devi ascoltarmi, lui l'ha presa... è stata colpa mia, non sarei dovuto venire da te...»
«Non dirlo», gemo, prendendo il suo viso tra le mani. Guardo con orrore i viticci neri che si allungano fino alla tempia.
Il suo sangue è avvelenato. Morirà.
«Papà», mormoro e una lacrima gli cade sulla fronte, non posso aiutarlo, non so come aiutarlo.
«Ho rovinato tutto e ora lei...»
«Cercalo...», rantola, prima che il suo corpo abbia un violento spasmo, poi i suoi occhi si fanno vitrei e le sue mani scivolano dalle mie.
«Papà», dico piano.
«Papà!». Ripeto disperata. Lo urlo. Urlo il suo nome e continuo finché la gola non mi fa male e gli occhi mi bruciano.
Un boato scuote il palazzo facendolo tremare. Poggio la testa sulla sua spalla.
Se il mio destino è morire, allora rimarrò accanto a mio padre.
La sfera è vicino ai miei piedi, la spingo via in un gesto di rabbia e mentre rotola sul pavimento sento degli scatti.
Chiudo gli occhi e lo abbraccio, incurante del sangue che impregna i miei vestiti.
«Selene.»
Sto sognando.
«Selene!» Stavolta la voce è più vicina e tradisce impazienza.
Alzo lo sguardo, senza staccarmi dal corpo.
«Finalmente!»
Un bagliore mi avvolge e mi trascina, allontanandomi da mio padre.
Tento di urlare, ma non ho fiato nei polmoni.
Tutto è buio.
NEL LIMBO

L'oscurità è densa come pece, eppure riesco a vedere benissimo.
Non ci sono odori o rumori, non c'è nulla. Trattengo il fiato, troppo spaventata per emettere qualsiasi rumore, per muovermi. Davanti a me c'è un essere singolare.
Lunghissimi capelli corvini incorniciano un viso a punta, ha labbra sottili e occhi enormi, talmente scuri che l'iride sembra avere inghiottito la pupilla.
Indossa un semplice vestito pastello e numerosi monili decorano le braccia sottili.
Una specie di mantello le ricopre le spalle, ma quello che sembra tessuto, si muove e si libra in aria circondandola.
Guardo meravigliata le ali iridescenti che rischiarano appena quel posto.
Ho già visto un essere così sui libri che parlavano dei mondi specchio.
«Tu sei una Fata», mormoro esterrefatta, mentre mi alzo in piedi e getto occhiate furtive cercando qualcosa in quel buio infinito.
Sorride mettendo in mostra piccoli denti affilati. «Io sono Lancetta e tu devi essere Selene.»
«Che posto è questo? Devo tornare indietro!» La mia voce tradisce tutta la mia ansia.
«Questo non è possibile.»
«Non posso rimanere.» Imploro, facendo un passo verso di lei, che arretra puntandomi un dito contro. Ha piccole mani dalle dita affusolate, decorate con tatuaggi di un colore appena più scuro della sua pelle diafana.
«Hai usato la sfera.»
«No, non è vero, gli ho solo dato un calcio», confesso lasciandomi cadere seduta, priva di forze e volontà.
La Fata incombe su di me, mi guarda con un'espressione che gronda disappunto e mi rivolge ancora un sorriso ambiguo.
Scuote la testa e incrocia le braccia esili.
«Dare un calcio a una sfera del desiderio, mai sentita una cosa del genere.»
Non sembra arrabbiata, ma non riesco a decifrare la sua espressione, capire se vuole scherzare o altro.
Sento le lacrime pungermi gli occhi e mi mordo il labbro, finché non sento il sapore metallico del sangue.
«Mio padre è appena morto e...»
Lancetta si china su di me e mi guarda negli occhi.
«È stato tuo nonno a dirmi di portati in salvo. Qui sei al sicuro», spiega dolcemente.
«Io voglio stare con loro e...» La mia voce si spezza, inizio a singhiozzare, senza riuscire a fermarmi, senza riuscire a lenire il dolore che sento.
«Non dire sciocchezze! Sei esattamente dove dovresti essere.» Il suo volto ora è spazientito e contrasta con la calma del suo tono.
«Io posso portarti ovunque tu voglia, avverare un tuo desiderio.»
Scuoto la testa e la guardo, sentendomi svuotata da tutto.
«Voglio solo che siano salvi...» Riesco a dire mentre fisso le mie mani sporche di sangue rappreso. Sangue di un rosso talmente scuro da sembrare nero: il sangue di mio padre.
La Fata mi guarda con un sorrisetto inquietante, sollevando un sopracciglio. Attorno a noi l'oscurità sembra quasi tangibile. Un brivido mi percorre la schiena e chiudo le mani a pugno e ancora quella sensazione di inutilità mi investe.
«Dove sono?»
Il viso della Fata si rianima di colpo, come se si aspettasse quella domanda.
«Puoi consideralo un Limbo, un luogo sospeso fuori dal tempo e dallo spazio. È un privilegio concesso a pochi, ma dovevo un favore a Nicolas.»
Sono stupita di come parli di mio nonno in maniera così confidenziale, come se lo conoscesse da sempre.
«Se volessi uscire?»
«Impossibile, solo tuo nonno può farlo.»
La guardo esasperata e per tutta risposta mi afferra il viso tra le mani, avvicina il suo al mio, tanto che i nostri nasi si sfiorano. La Fata profuma di fiori e quel contatto mi mette in soggezione.
«Come immaginavo. I tuoi occhi sono puri e innocenti. Sei davvero estranea a questo mondo.»
Mi ritraggo e mi massaggio le guance, mentre Lancetta continua a scrutarmi con quegli occhi indefinibili, che sembra vogliano scavarmi dentro.
«Sono vissuta su un'Isola, non è stata una mia scelta.»
La Fata rimane in silenzio.
«Hai detto che posso esprimere un desiderio...»
Annuisce, senza distogliere lo sguardo.
«Allora il mio desiderio è cancellare ciò che è appena accaduto.»
Lancetta esplode in una risata cristallina e porta una mano davanti alle labbra senza smettere di guardarmi con i grandi e inquietanti occhi scuri.
«Mai sentita una sciocchezza del genere, ma è molto divertente.»
«Veramente ero seria», replico seccata.
«Se fosse così facile, credi che accadrebbero cose come quella che è appena avvenuta?»
Il suo tono accondiscende mi irrita, ma non posso biasimarla. Io non so nulla di cosa succede fuori dall'Isola, non so nulla di magia o alchimia, nulla di cosa abbia portato a tutto questo dolore.
Sospiro e ripenso a mio padre, a come mi è stato strappato nonostante lo avessi conosciuto da poco.
«Portami dove tutto è iniziato, forse potrò essere d'aiuto e combattere coloro che lo hanno ucciso.»
«Non ti rendi minimamente conto di quello che hai chiesto!» Fa un passo verso di me, costringendomi ad arretrare. Alzo le mani in segno di resa.
«Non c'è bisogno di arrabbiarsi.»
«Potresti cambiare il destino, alterare l'equilibrio, nessuno ha il diritto di agire su esso.» Inveisce, facendo vibrare le ali.
«Siamo tutti artefici del nostro destino!»
Lancetta mi guarda e la sua espressione cambia, le labbra rosee si aprono in un sorriso bonario.
«Illusioni! Il destino di ogni essere vivente è scritto. Ogni scelta che facciamo è stata già prevista.»
Il suo viso si intristisce e so che ha ragione. Abbasso lo sguardo sui miei abiti intrisi del suo sangue.
«È così sbagliato desiderare di conoscerlo. Sapere come si sono incontrati, come si sono innamorati e perché hanno deciso di mentirmi?» Non la guardo, fisso le mie mani che non sanno fare nulla, se non creare disastri e mi sento stupida.
«Questo potrebbe essere possibile.» Il suo tono enigmatico mi fa alzare di scatto la testa.
«Cosa? Rimandarmi indietro per conoscerli?»
«Non nella maniera che pensi. Saresti solo in grado di osservare...» Puntualizza, catturando con lo sguardo ogni mia reazione.
«Osservare? Ma sarebbe inutile, io...» Protesto debolmente.
«Basta Selene!» Mi zittisce. «Comprendo come ti senti, ma agire su eventi passati per cambiare ciò che non ci piace è proibito.» La sua è un'espressione che non ammette repliche, ma sono troppo testarda per mollare.
«Se è proibito, allora significa che è possibile!» Obietto con una punta di soddisfazione, ma la Fata, per tutta risposta, mi punta il minuscolo dito ingioiellato contro.
«Non ho mai detto che è impossibile, altri prima di te hanno provato a viaggiare nel tempo nel tentativo di alterare gli eventi, ma nessuno è riuscito mai nel suo intento.»
«E come fai a sapere queste cose?» Incrocio le braccia e la guardo con aria di sfida.
Raddrizza le spalle. «Io sono la Fata Maggiore del Tempo, il mio compito è vegliare su di esso.»
«Ma è possibile», insisto, è in quel momento che le labbra della Fata si piegano ancora in quel sorriso inquietante.
«Nessuno è mai pronto alle conseguenze, potresti addirittura peggiorare le cose.» Il suo tono è calmo, ma i suoi occhi bui mi scrutano, aspettando una mia reazione che non tarda ad arrivare.
«Cosa può andare peggio di così?!»
«Potresti non nascere.» M'informa con la sua vocetta acuta. «Io non lo permetterò, sei sotto la mia tutela.» Prosegue modulando il tono in uno più dolce.
Sto per replicare, ma la Fata avvicina l'indice alle mie labbra.
«Posso fare in modo di riportarti indietro, farti conoscere gli eventi che hanno portato a questo, ma anche in quel caso, potrebbe essere pericoloso.»
La guardo e sento le lacrime velarmi gli occhi, l'espressione della Fata si addolcisce.
«Voglio farlo e sono certa che tu sappia perfettamente cosa sono.»
Prendo un profondo respiro, mentre annuisce seria, guardandomi con rammarico.
«Allora sai anche che prima o poi morirò, io stessa sono qualcosa che va contro natura.»
Sento il sapore delle mie lacrime. Sono amare, come la verità che ancora fatico ad accettare. Lancetta mi guarda senza proferire parola.
«Farò tutto quello che mi dirai, accetterò ogni conseguenza.» Mi sfrego gli occhi con il dorso della mano.
Lancetta sospira, tiene le labbra serrate e sembra ci stia riflettendo.
«E sia!» Il suo tono è secco.
«Ma sappi che ti richiederà un grande sforzo e non potrai interagire con loro. Potrai sentire i loro pensieri ed emozioni. Sarai come un fantasma, nessuno potrà vederti, nemmeno chi ha il potere di farlo.»
Il suo volto è così serio che per un attimo mi chiedo in cosa mi stia cacciando. Ho paura, sarò sola in questo viaggio, non ci sarà nessuno con me a dirmi cosa fare, solo questa Fata dai modi ambigui, ma non ho scelta.
«Cosa significa?»
«Significa che solo la tua anima potrà uscire dal Limbo. Ma un corpo, se rimane separato dall'anima troppo a lungo, muore e lo spirito si dissolve.»
Quelle parole fanno vacillare, per un istante, la mia volontà.
«Voglio farlo!»
«Non ho mai fatto quello che mi chiedi. Non so cosa potrebbe accadere, potresti sparire all'improvviso o rimanere chiusa fuori dal Limbo.»
Quella rivelazione mi spiazza e nessuna delle due parla. Rimaniamo così a fissarci, finché non mi stanco. «Accetterò il rischio.»
La Fata annuisce e gli occhi neri si animano di una strana luce.
Mi afferra il braccio e lo trattiene con forza, ignorando i miei lamenti. Veloce traccia delle linee sulla mia pelle, con una bacchetta così sottile da sembrare un ago, poco sopra il polso. Un leggero bruciore accompagna quei movimenti e quando finisce, mi porto il braccio al petto e sfrego il punto, in cerca di sollievo.
Osservo lo strano tatuaggio e una sensazione di déjà-vu mi assale. Forme geometriche si legano alle altre da linee sinuose.
«Cos'è?»
«Il marchio del tempo. Potremmo definirlo un orologio fatato», spiega con soddisfazione.
«Rammenta sempre di controllarlo, più la tua anima sarà distaccata dal corpo, più il simbolo sbiadirà. Se scompare del tutto non potrò aiutarti.»
Annuisco istintivamente, guardando il marchio.
Lancetta mi sorride e all'improvviso una luce mi avvolge e assieme a essa una sensazione di calore si propaga per tutto il mio corpo, mi sento leggera. Mi sembra di fluttuare. Quello che provo è strano, guardo le mie mani, tocco i miei vestiti. Inizio a ridere, la tensione si allevia e compio brevi giravolte.
«Selene!»
La voce di Lancetta mi richiama all'ordine.
«Selene, voglio che ricordi bene quanto è importante che torni qui, altrimenti la tua anima si consumerà fino a sparire e morirai definitivamente.» Quelle parole terribili sono accompagnate da un tono dolce e un'espressione preoccupata.
Annuisco mentre guardo me stessa accasciata a terra, gli occhi chiusi, i capelli formano una aureola rossa attorno al mio viso. Sembro addormentata, provo a toccare il mio corpo e non ci riesco, la mia mano ci passa attraverso, ed è in quel momento che realizzo davvero cosa sta accadendo.
Sarò sola, per la prima volta in vita mia sarò davvero sola. Trattengo le lacrime.
«Non avrò freddo, vero?» Indosso solo una camicia leggera e un paio di jeans, indossati al ritorno dalla spiaggia.
«Finché sarai qui non avrai né freddo, né fame.»
Annuisco ancora, ma sono un fascio di nervi, perché mi rendo conto solo in parte di cosa sto per fare. Questo non è come buttarsi dalla scogliera, arrampicarmi sugli alberi per avvicinarmi alle stelle o tentare di nascondermi dal nonno per evitare le lezioni di storia e matematica.
Se fallisco, morirò senza averlo conosciuto.
«Sei pronta ad andare?»
«Dove?»
«Ti ho portato nel momento esatto del tempo in cui tutto è iniziato.»
«E quando?»
La Fata sorride misteriosa. «Presto lo scoprirai...»
Mi lascio guidare dalla sua voce e penso a mia madre, poi la luce mi circonda e mi ritrovo in una stanza.
Flavia Baghini e Patrizia Sabatini
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