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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Giuseppe Pensieroso
Titolo: Fino alla fine (la Juve a Roma)
Genere Sportivo
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Fino alla fine (la Juve a Roma)
Siamo dentro.
La speranza di entrare è divenuta realtà. Siamo mio fratello ed io, nel bel mezzo della Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma, il cuore del tifo giallorosso che oggi diventa feudo bianconero.
È il 22 maggio del 1996, il giorno della finale della Coppa dei Campioni tra Ajax e Juventus e sul biglietto, acquistato per quattrocentomilalire, c'è scritto Curva Nord, Ajax. Al primo varco l'omino che controlla mi fa: - perché questo biglietto è di colore diverso? -
Con nonchalance rispondo: - Perché è un biglietto di Curva Nord, ma noi siamo della Juve. -
- Ah va bene, prego. -
Ed entriamo, così, senza neanche dover forzare la resistenza di un controllo rivelatosi meno scrupoloso del previsto.
Quanta pena per quel biglietto. Ho chiamato i club dei tifosi, ho cercato in tutte le ricevitorie, ho partecipato a improbabili concorsi, ma l'unica soluzione è stata andare il giorno prima davanti allo stadio con un milione delle vecchie lire nelle tasche. Era la cifra limite che potevo spendere per due biglietti. Li ho comprati da un bagarino e lo scambio tagliando-soldi si è consumato furtivo, dietro un albero, quasi fosse l'acquisto di droga.
D'altra parte, quando ti ricapita? La Juve che arriva in finale di Champions e la finale che quell'anno si disputa proprio a Roma. Il destino voleva che noi ci fossimo per quella storica sfida.
Dunque siamo dentro, abbiamo oltrepassato i controlli e siamo nel bel mezzo della curva, ammirando gli striscioni già appesi e iniziando a sognare.
È una Juve straordinaria quella che Lippi ha portato in finale. Durante la fase eliminatoria Del Piero ha regalato prodezze indimenticabili tirando fuori dal cilindro una serie di “gol alla Del Piero” rifilati nell'ordine a Borussia Dortmund, Steaua Bucarest e Glasgow Rangers.
Poi c'è stata la doppia sfida ai quarti con il Real. A Madrid abbiamo perso per 1 a 0 (e solo grazie alle prodezze di Peruzzi che ci ha risparmiato un bel più amaro parziale), ma a Torino abbiamo sfoderato una partita epica, ribaltando con un 2 a 0 l'infausto risultato dell'andata.
La semifinale con il Nantes è stata poco più di una formalità ed eccoci davanti all'Ajax, un immenso Ajax che mette paura, una squadra che domina da qualche anno nelle massime competizioni e che parte da favorita.
Mentre mi passano davanti agli occhi le immagini di quell'incredibile percorso europeo, lo stadio si riempie. Si riempie. Si riempie ancora di più. A un certo punto non ci sono più spazi, ma continua a entrare gente.
In teoria ci sono ottantamila spettatori. In realtà, pochi minuti prima dell'inizio del match, ce ne sono molti, ma molti di più. Mai vista così tanta gente in questo stadio.
Niente uscite di sicurezza, niente corridoi di fuga. Le uscite strabordano di persone. È un fiume in piena quello che dagli ingressi rovescia gente sugli spalti dove la marea bianconera è infinita.
Del caravanserraglio che precede il match ricordo poco o nulla. C'è Alba Parietti che presenta l'evento, ma a noi non interessa il contenitore, solo il contenuto. E alla fine, la partita comincia.
Dopo pochi minuti, un'azione confusa che si svolge sotto la curva opposta alla nostra, porta Ravanelli a segnare il gol dell'uno a zero. Dalla Sud non si capisce subito che è gol, ma appena Penna Bianca si mette la maglietta sopra la testa, in un gesto diventato iconico, lo stadio esplode letteralmente di gioia. Siamo in vantaggio, siamo in finale e stiamo vincendo. Ma prima dell'intervallo Litmanen pareggia. Quella che segue è una lunga sofferenza. Il pareggio rimane tale per tutta la partita e non bastano nemmeno i supplementari a sbloccare l'1-1.
Dalla curva rendiamo omaggio ai nostri campioni che si sono battuti come leoni: grazie ragazzi! Nella sua semplicità il coro fa capire ai giocatori che comunque finirà, saremo contenti di loro, perché hanno dato tutto.
Arriva il momento della lotteria dei rigori.
Undici metri. Dentro o fuori, tutto o niente.
Vialli non guarda. È girato spalle alla porta, gli occhi sui fili d'erba del prato bagnato. Ha già perso una finale di Coppa dei Campioni con la Sampdoria e sa che non avrà più occasioni. Non ne giocherà altre dopo di questa. Nel futuro di Vialli c'è un cancro che lui saprà sconfiggere, ma non lo sa. Il suo futuro è tutto in un tiro che sta per essere scoccato.
Nel futuro di mio fratello c'è una versione di greco.
Oggi le finali si giocano di sabato e se vinci, hai tutta la notte a disposizione per far baldoria, ma nel 1996 no, nel 1996 si giocano il mercoledì e Simone domani avrà il compito in classe e qui l'hanno già tirata troppo per le lunghe.
Nel futuro di metà dei tifosi ci saranno altre cinque finali perse, ma non lo sanno. Loro ne hanno già perse due di finali e un'altra l'hanno vinta, ma al caro prezzo di trentanove morti. Forse per questo la chiamano la coppa maledetta.
Nel futuro di tutti gli spettatori, almeno di quelli che vivranno fino al 2020, c'è una pandemia, ma non lo sanno. Questa partita nell'anno 2020 si giocherà a porte chiuse, senza pubblico, per evitare il contagio e nel 2021 con la capienza ridotta a un quarto. Oggi invece siamo tutti ammassati per celebrare l'ultimo atto di una competizione che si chiamava Coppa dei Campioni e che ora è diventata Champions League.
Ho urlato, saltato, strillato, ho respirato l'aria e il sudore di tutta questa gente. Domani soffrirò di mal di gola, ma solo per aver gridato troppo, nessuno mi contagia con un virus che ancora non esiste.
I rigori si tirano dalla parte opposta, nel punto a noi più lontano, cento e più metri di distanza, ci vorrebbe il binocolo.
Davids e Silooy sbagliano. Ferrara, Pessotto e Padovano per noi e Litmanen e Scholten per loro segnano.
Mancano tre tiri, ma se il prossimo entra, gli ultimi due non serviranno.
Dieci secondi ci separano dal paradiso o dall'inferno. Un calcio sbagliato può voler dire aspettare altri dieci o venti o trent'anni prima di vedere la tua squadra protagonista in un evento di tale portata.
Il cuore è caldo, ma le mani sono fredde, sudo tutta la mia tensione. È il momento.
L'arbitro fischia, lo stadio ammutolisce, qualcuno accende un fumogeno, troppo presto.
Jugovic fa un ghigno, che sembra quasi un sorriso, prende la rincorsa e tira...
La Juventus è campione d'Europa.
Trionfiamo sotto il cielo di Roma ed io esulto a casa del mio nemico, festeggiando su quelle gradinate dove i romanisti hanno perso la loro finale.
Lo stadio impazzisce, Di Livio in mutande sventola sul campo il bandierone degli ultras; Del Piero abbraccia Peruzzi, che di rigori ne ha parati due; Torricelli e Vierchowod, che hanno blindato la difesa, si congratulano con Paulo Sousa, Deschamps e Conte, impenetrabile cerniera di centrocampo; gli unici due panchinari che non hanno giocato, vale a dire il ruvido Porrini e l'affidabile Rampulla, ottimo portiere di riserva, osservano questo delirio mentre gli altoparlanti dello stadio sparano a tutto volume gli inni della Juve.
Questa nottata, passata a strombazzare con lo scooter per il lungotevere e ad agitare il palloncino gigante della Coppa, rappresenta “la Juve a Roma”.
Galleggio tutta la settimana a un metro da terra. Non chiamo nessun romanista per prenderlo in giro, ma mi siedo sulla riva del fiume in attesa di veder passare il cadavere del nemico. E dopo sette giorni, il cadavere passa. Squilla il telefono di casa e mia mamma annuncia Fabio all'altro capo del filo. Io non devo far altro che avvicinare la cornetta allo stereo, dove da giorni avevo inserito una musicassetta dei Queen, e spingere play. Parte a tutto volume We are the Champions. Mi siedo, chiudo gli occhi e ascolto tutta la canzone, prima di parlare con il mio amico e di chiedergli come sta.
Non ho mai rivisto quella partita in tv. Ogni tanto incrocio un fotogramma del gol di Ravanelli o del rigore decisivo, ma tutti i ricordi che ho, sono legati solo alla visuale distorta della curva e si stanno pian piano sfilacciando.
L'unica partita di Champions League che vedo dal vivo in uno stadio è in pratica l'unica finale che vinciamo e tra l'altro ci permette di giocarci la Supercoppa Europea contro il Paris Saint Germain, schiantato con uno storico 1-6 in Francia e 3-1 nella partita di ritorno, disputatasi a Palermo, per un totale complessivo di 9-2, lo scarto più ampio mai registrato in competizioni Uefa.
Tutte le altre finali di Coppa Campioni sono amare come il fiele.
Giuseppe Pensieroso
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