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Salvatore Basile svolge attività di sceneggiatore dal 1992. Tra le sue sceneggiature ricordiamo: Ultimo, San Pietro, Cime tempestose, La cittadella, Sarò sempre tuo padre, L’uomo sbagliato, Fuga per la libertà, Giovanni Paolo II, Sotto copertura, Il sindaco pescatore, I fantasmi di Portopalo, Gli orologi del diavolo, La fuggitiva, Il Commissario Ricciardi. È ideatore di serie tv come: Il giudice Mastrangelo, Il Restauratore, Un passo dal cielo e Una pallottola nel cuore. Il suo ultimo romanzo "Cinquecento catenelle d’oro" è uscito con Garzanti ad aprile del 2022.
Patrizia Carrano è una giornalista, scrittrice, autrice radiofonica e sceneggiatrice televisiva italiana. Ha lavorato frequentemente anche ai microfoni di Radio2, e per Raiuno ha scritto alcune fiction di grande ascolto fra cui "Assunta Spina" e "Rebecca", ambedue con la regia di Riccardo Milani, e infine la serie "Butta la luna", con otto puntate dirette da Vittorio Sindoni. Dopo diversi libri che affrontano i temi della condizione femminile e quelli storici, si presenta al pubblico col suo ultimo romanzo, edito da Vallecchi Firenze: "La Bambina che mangiava i comunisti".
Daria Bignardi è una giornalista, conduttrice televisiva e scrittrice italiana. Nel 2009 esordisce con la sua biografia, intitolata "Non vi lascerò orfani". Segue il romanzo "Un karma pesante" pubblicato nel novembre 2010 e due anni dopo "L'acustica perfetta" che viene tradotto in undici Paesi. Nell'ottobre 2014 è la volta del romanzo "L'amore che ti meriti". Nel maggio 2015 esce il suo quinto libro: "Santa degli impossibili". Nel 2020 pubblica "Oggi faccio azzurro". Il suo ultimo lavoro è: "Libri che mi hanno rovinto la vita" per Einaudi.
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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Andrea Meli
Titolo: Il nome di Abel
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 851 1 2
Il nome di Abel
Mentre lo seppellivano, piangevano per lui e sussurravano bocca contro orecchio: che disgrazia morire così giovani, in così poco tempo, da luglio a novembre, e intanto pioveva e smetteva senza pace; mentre Adele pensava che davvero suo marito Abel era lì dentro, e davvero stava scendendo sottoterra, e la cosa più dura da digerire era che un attimo prima di andarsene le aveva concesso una lunga carezza sulla guancia, ma ancora una volta chiedendo di Blanca – dime donde está, donde está Blanca?, quiero hablar con ella; mentre Javier, lo zio italiano di Abel, piangeva immobile, appoggiato a un albero, distante da tutti, mano nella mano con sua moglie Sara, e a poco a poco i partecipanti andavano via, cercavano la loro macchina, si abbracciavano e sparivano; mentre tutto questo accadeva, Giulia non riusciva a staccarsi le dita dalla faccia: la pelle era ancora gonfia e il taglio adesso aveva preso la forma di una mezza luna attorno all'orbita dell'occhio sinistro; a causa dei punti sembrava la rondella scoperta di una bambina meccanica.
Sperava non se ne accorgesse nessuno e che nessuno le chiedesse cosa fosse successo. Sono caduta, avrebbe detto mentendo e vergognandosi. E se uno di loro avesse chiesto: è stato lui?, è stato papà?, lei avrebbe insistito a proteggerlo, anche se quel giorno in cucina papito le aveva quasi fatto saltare via l'occhio con un pugno secco. E il motivo? Forse era stata capricciosa perché voleva continuare a fare il gioco degli oggetti, mentre papito era stanco, aveva bisogno di riposare; forse perché era saltata giù dalle sue ginocchia senza desistere, tirandolo per la cintura della vestaglia – l'ultima volta e basta, lo giurava – o perché all'ennesimo no gli aveva detto che era malo, come gliel'aveva detto mille volte, solo che lui, invece di rincorrerla minacciandola di mangiarle il culetto, si era alzato in piedi – con la fatica di uno che si arrampica su se stesso – e aveva urlato che non era vero, l'aveva tenuta ferma per una spalla e poi aveva fatto quello che aveva fatto.
Lì in cucina c'erano anche sua madre Adele, nonna Dea e lo zio Javier. Adele si era tuffata su Giulia, se l'era caricata sul petto, con una mano sulla faccia nel tentativo di fermare il sangue, ed era corsa via urlando: Che cazzo hai in testa? Che cazzo hai in testa?
I medici le avevano detto che un tumore al cervello di quel tipo poteva fare di questi scherzi, che era come se Abel non avesse più alcun freno inibitorio, nessuna struttura capace di contenere il suo inconscio: tutto quello che c'era dentro veniva a galla a fiotti. Va bene. Ma per Adele la questione a quel punto era: quale cosa spaventosa c'è dentro mio marito? Poche setti- mane prima di morire, Abel la guardava ormai senza riconoscerla, o comunque, come spiegarlo?, sembrava non avere con lei alcun legame; poi il suo stato di inebetimento si scuoteva, diventava una febbre lenta, un fare su e giù per casa, borbottando, spingendo sedie, quadri, tappeti, e mano a mano che ciò che stava cercando gli sfuggiva, il suo corpo si induriva, il suo monologo si riempiva di uno spagnolo ripescato nero dai ventitré anni che aveva vissuto a Madrid prima di trasferirsi in Italia, ed era questo che a Adele procurava un senso di affollamento, di ladri in casa: Madrid che veniva fuori dalla bocca di Abel, tutti i suoi abitanti e la carovana gialla e rossa sulla cui coda, come sempre, la misteriosa Blanca cavalcava nuda, enorme e presuntuosa.
Ma Abel sta male, diceva sua madre. Adele, mi hai capito? Il tumore l'ha trasformato. Cosa pretendi? Purtroppo è così: Abel non è più Abel. E Blanca? Blanca è solo un nome.
Adele avrebbe potuto rassegnarsi al fatto che un tumore stesse facendo impazzire suo marito, invece si era impuntata: la massa ramificatasi dietro la fronte di suo marito – e che si chiamava glioblastoma, nome alieno e pericoloso – stava illuminando elementi della sua storia rimasti imprigionati appena dentro i confini di Madrid, e questa Blanca ne faceva sicuramente parte.

Dovevano vederlo in che stato era quando, durante una gita in Toscana con amici, l'aveva conosciuto: silenzioso, magro, sul punto di lasciarsi andare; quella faccia, quelle spalle schiaccia- te, il corpo chiuso in una busta trasparente. Certo, c'era una parte della storia di cui Abel sembrava non averle nascosto nulla. Un pezzo della loro famiglia era lì a Firenze, dove al momento Abel viveva con suo zio Javier e Sara. Ma un altro pezzo era a Madrid. Perché le due famiglie sembravano essersi spezzate piuttosto che separate? E perché avevano battezzato Javier come lo zio italiano?
Per risponderle, il giovane Abel l'aveva portata sotto il mandorlo di guardia alla porta di casa. Disteso lungo dentro un angolo d'ombra, aveva raccolto le idee. La sua famiglia era nata già fratturata: suo nonno Jesus era spagnolo e sua nonna Elsa italiana – di Firenze, aggiunse indicando la terra su cui il mandorlo si era saldato negli anni. L'aveva conosciuta anche lei prima che se ne andasse via con los angelitos, ricordava? Una donna quadrata, con il cuore muscoloso, le mascelle capaci di masticare tutto, che decise di andare via da Madrid il giorno dopo la morte di suo marito Jesus. Per paura, forse. Ora guardava Adele con quei suoi occhi rinchiusi e irreali. Sabes, c'è gente che non se ne accorge nemmeno, gente che capisce ma sottovaluta, gente che apertamente protesta o aderisce, e gente come mia nonna che escapa prima che diventi impossibile vivere. E non è stato facile, perché, sabes, Javier era un niño e va bene, ma Francisco, mio padre, era grande e non voleva andare: lavorava, voleva sposarsi, diceva, ma soprattutto a lui Franco piaceva. La cattolicissima Spagna, l'Impero y tantas otras tonterías nacionalistas. Quindi la frattura era venuta fuori completamente: dei paesi, delle idee e delle lingue. Una parte a Firenze, con Elsa e il figlio piccolo Javier – lo zio italiano, per l'appunto – e una parte a Madrid, dove da Francisco e Charo era nato Abel. Tutto qui. Quindi era tornato supino a godersi l'ombra.
Anche Adele allora si era distesa a guardare il cielo spezzettato dalle foglie, la luce che ondeggiava insieme al vento, e aveva fatto la seconda domanda: e tu?
Abel guardava oltre i rami. La luce giocava sulla sua pelle magra e lo faceva somigliare a una città sommersa. Mio padre non era un uomo gradevole, disse infine, a occhi chiusi. Punto. Si era girato di nuovo verso di lei: cosa le importava? Era per questo che si erano incontrati, no? Perché lui era andato via da Madrid e lei era in Toscana in viaggio. Che le importava di Madrid? Es una ciudad, solamente, le disse all'orecchio. Cuanto mas está lejana, tanto nosotros estamos cercanos.
***
La bara scendeva sottoterra e Adele ripercorreva tutto l'inferno, il veleno, la paura, l'incredibile che quel nome aveva portato con sé una volta sbucato come un ladro dalle labbra malate di Abel. Evidentemente nascondere suo marito dentro una buca non bastava. Stavano mettendo via un corpo, nient'altro. Lo giurava, ci stava provando, ma non era facile. Tutte le scene che aveva immaginato le sembravano intagliate direttamente dentro gli occhi: Abel che annusa il corpo di Blanca; Abel che parte e le dice non dimenticarmi; Abel che tiene il fiato per dieci anni e poi si ammala, non riesce più a gestirsi, e la forza di volontà gli trema addosso, di notte la sogna e la chiama. No. La buca, la bara, la morte stessa non erano abbastanza grandi. Miriadi di cose dolorose traboccavano dalla terra, mentre Abel andava a trovare i vermi. Lo giurava su quello che volevano che ci stava provando, ma più si sforzava, più si convinceva che non c'era altra via che quella: farlo sparire, toglierlo di torno, bruciare, tagliare, strappare, spaccare, inabissare, cancellare tutto quello che Abel aveva avuto, visto, toccato e, perché no, pensato nella sua vita.
Una volta coperta la buca e messa la lapide, potevano venire tutti in fila, per l'ennesima volta, a farle la predica. Perché, guarda un po', improvvisamente ognuno di loro – Javier, Sara, persino sua madre – era stato talmente intimo con Abel da poterla rassicurare su un passato con cui, a quanto pareva, lo stesso Abel aveva poca dimestichezza.
Andrea Meli
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