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Autore: Marcella Nardi
Titolo: L'Architetto dei Labirinti
Genere Legal Thriller
Lettori 269
L'Architetto dei Labirinti

Le indagini dell'avvocato Joe Spark Vol. 2


SEATTLE – 2020
Una macabra scoperta

L'edificio oltre gli alberi era stato, in un tempo lontano, una chiesa, e su quello stesso terreno si trovava il vecchio cimitero. Ora, la chiesa era stata trasformata in una grande abitazione: una specie di villa.
Sebbene stesse violando una proprietà privata, Steve Norris si disse che aveva il diritto, come chiunque altro, di stare lì. Dopotutto, sua nonna aveva frequentato la chiesa del Buon Pastore per cinquant'anni, fino a quando le alte sfere del clero avevano deciso di chiuderla, adducendo il fatto che i parrocchiani erano sempre di meno e i costi erano diventati troppo alti per la manutenzione dell'intero edificio.
Anni prima, la chiesa era stata sconsacrata, e solo relativamente di recente, la proprietà era stata messa in vendita.
Si diceva che una singola famiglia avesse acquistato la chiesa e il terreno e che avesse commissionato i lavori a un architetto dalle idee moderne, seppur talora bislacche. Questi, seguendo l'esempio di altri colleghi in giro per il mondo, aveva ristrutturato completamente l'interno, usando come struttura base la chiesa sconsacrata del Buon Pastore.
Il giorno in cui venne ufficialmente annunciato l'inizio dei lavori per la costruzione di strutture abitative all'interno della chiesa, la nonna di Steve lo aveva considerato un vero e proprio tradimento.
Dovevano lasciar riposare in pace i morti, si era lamentata spesso, le guance coriacee rigate dalle lacrime. Poiché legalmente i resti sottoterra non potevano rimanere nell'area della chiesa sconsacrata, le parrocchie vicine si erano prese l'onere di spostare le tombe in altri cimiteri. Dove era stato possibile, avevano rintracciato i parenti ancora in vita per avvisarli di quanto stava accadendo.
Steve non riuscì mai a capire perché l'anziana donna se la fosse presa così tanto. Lui non credeva in nulla che non potesse vedere o toccare. A conferma delle sue teorie, considerava che un'intera vita di fede non aveva salvato sua nonna quando nel suo cervello si era formato un grumo di sangue che l'aveva portata alla morte.
Perché preoccuparsi di una piccola intrusione in una zona privata, se ne capitava l'opportunità?
Steve era all'esterno della chiesa, nella parte posteriore, vicino agli alti muri di arenaria che circondavano la proprietà.
Non sarebbe comunque potuto tornare a casa fino alla ricezione di un sms che gli avrebbe dato il via libera per rientrare.
Da quando era morta la nonna, la madre passava intere giornate in uno squallido bar periferico di Seattle, nel tentativo di abbordare qualsiasi uomo le ricordasse il padre che Steve non aveva mai conosciuto. Quando ci riusciva, per arrotondare i suoi miseri incassi, aveva bisogno della casa per i suoi convegni amorosi, che erano la sua unica fonte di reddito. Al ragazzo non dispiaceva essere lasciato libero di scorrazzare: amava sentirsi padrone della sua vita e fare ciò che voleva.
Aveva percorso tutto il perimetro esterno alla ricerca di un'automobile su cui sfogare il suo desiderio di possesso, ma fino a quel momento non aveva visto niente d'interessante. A un tratto, si accorse che qualcuno aveva lasciato aperto il cancello posteriore della chiesa e che la luce dell'allarme non lampeggiava. Non ebbe un attimo d'esitazione. Entrò. I territori proibiti lo avevano sempre affascinato e forse, chissà, avrebbe messo a segno qualche furtarello fruttuoso, se il campo fosse stato libero.
Steve era abituato a vivere di espedienti.
Se in quel momento, dalle abitazioni all'interno della ex chiesa, fosse uscito qualcuno e gli avesse chiesto il perché della sua presenza, lui avrebbe risposto con un sorrisino innocente, chiedendo se c'era qualche lavoretto da sbrigare.
Il giovane camminava furtivamente con le mani in tasca lungo un sentiero elegantemente lastricato che, dall'ingresso posteriore, portava verso la parte anteriore della chiesa. Nel back-yard, il giardino sul retro, le piante la facevano da padrone. Semi di dente di leone vagavano pigramente nell'aria, la digitale si alternava coi cespugli ai bordi del sentiero e l'edera aveva iniziato ad arrampicarsi sui muri laterali dell'edificio.
Tutto intorno, i bordi del sentiero erano stati piantumati con arbusti di bosso potati a forma rettangolare.
Il pensiero dei cadaveri che un tempo erano seppelliti sotto il suolo che stava calpestando non lo turbava affatto: ormai quei pochi resti erano stati rimossi, così come le lapidi.
Per il ragazzo, i morti tornavano in vita solo nei film che guardava la sera tardi. E non era neppure superstizioso: le scale erano fatte per passarci sotto e gli specchi per essere rotti.
La nonna aveva definito la rimozione delle tombe e delle lapidi un gran sacrilegio. A nome di coloro che non potevano più parlare per sé, la donna se l'era presa con i burocrati che avevano decretato il cambiamento dei tempi e il fatto che la casa del Signore dovesse essere trasformata in un rifugio privato per ricchi.
Iniziati i lavori, anni dopo la sconsacrazione, c'era stato qualche vago tentativo di rivendicare i diritti di passaggio su una porzione della proprietà da parte di alcuni cittadini, ma la famiglia che aveva acquistato in blocco l'area era stata ben attenta a scoraggiare gli eventuali visitatori, e il cancello posteriore veniva tenuto sempre chiuso.
A lavori terminati, circa un anno prima, la struttura esterna della chiesa aveva mantenuto lo stile neogotico. L'edificio, come aveva notato il ragazzo, era circondato da un giardino ben curato, e dove un tempo c'era il cimitero, ora c'era un prato con un gazebo e alcune panchine.
Steve pensò che se fosse riuscito a rubare qualcosa, sarebbe stata una giusta punizione per la famiglia che non aveva dato il consenso al passaggio su quella parte di terreno: se ne era appropriata, come fanno spesso i ricchi, pensò il ragazzo. Forse persino sua nonna non avrebbe disapprovato quello che stava facendo, e magari lo avrebbe considerato come una specie di moderno Robin Hood. Proprio il tipo di uomo che, secondo Steve, doveva essere stato suo padre, nonostante tutti i brontolii dell'anziana donna sull'irresponsabilità di quest'ultimo e sulle condanne penali che aveva subito.
Il cielo era coperto, l'atmosfera umida.
La sua maglietta era bagnata di sudore e appiccicata al corpo esile. Le scarpe da ginnastica, che aveva rubato da Walmart, gli facevano male agli alluci. Nugoli di moscerini ronzavano intorno ai rami di una quercia, che faceva ombra sul gazebo. A una mezza dozzina di passi davanti a sé notò uno scoiattolo. Gli occhietti dell'animale brillavano, e a Steve parve quasi che lo sfidasse a non procedere oltre. Il ragazzo si dirigeva verso il lato opposto del complesso, dove c'era l'ingresso dell'ex chiesa. Lanciò un sassolino e la bestiola scappò via furtiva, nascondendosi tra alcuni cespugli piantati ad arte qua e là ai lati del sentiero e sul prato.
Dopo aver raggiunto l'angolo della chiesa, Steve girò di nuovo. Davanti a sé apparve l'ingresso principale.
Il ragazzo non sapeva niente di architettura, eppure anche lui capiva che quello era stato un luogo destinato a ispirare un timore reverenziale. Per far entrare più luce all'interno, ora che la chiesa era abitata, i nuovi proprietari avevano fatto aprire alcune finestre ai lati dell'antica navata, e il tozzo campanile era stato fornito di un sistema d'allarme, collegato a un circuito di sorveglianza su tutto il perimetro esterno della chiesa. A Steve, questi particolari non sfuggivano mai.
Una luce al cancello avvisava dell'inserimento o meno dell'allarme. Steve sapeva che la lucetta rossa avrebbe dovuto lampeggiare, se l'allarme fosse stato inserito.
Invece... non lampeggiava. Ecco perché era entrato nella proprietà.
Che strano, aveva pensato. Dovrebbe essere sempre inserito.
Avvicinandosi alla facciata principale, notò un'altra cosa strana: una delle due ante della porta in quercia era socchiusa. La tentazione era troppo forte, e lui non aveva alcuna intenzione di resistervi. Spinse la pesante maniglia in ottone e la porta si aprì emettendo un cigolio simile a un gemito sconsolato.
Non appena oltrepassò la soglia, ebbe conferma che davvero c'era qualcosa che non andava.
Lì dentro faceva freddo, nonostante il caldo che regnava all'esterno, ma non si trattava solo di quello.
C'era un silenzio che pareva ingoiare anche il più piccolo rumore.
Nessuna casa con le porte aperte, nel cuore della città, poteva essere così tranquilla ed emanare un tale odore ferroso e dolciastro.
Non aveva paura di essere colto in flagrante: a terrorizzarlo era il fatto che lì dentro ci fosse qualcosa che non riusciva a comprendere bene.
Cominciò a tremare e la gola gli si seccò all'improvviso.
Davanti a lui, la navata era stata interrotta dal costruttore che aveva realizzato un'alta parete affrescata con un ampio arco che dava su una sorta di preingresso e che terminava con una elegante porta in noce scuro, finemente intarsiata.
Percorso quel breve tratto, si accorse che anche quella porta era accostata.
Scappo via? Si chiese mentre il cuore iniziò a battergli forte.
Non aver paura...
Entrò.
Un vestibolo si apriva in un ampio salone. La parete opposta all'ingresso terminava con un altro arco a porte scorrevoli, anch'esse semi aperte.
Incapace di fermarsi, andò avanti fino a quando si trovò sotto l'arcata.
Guardò oltre e il sangue gli si gelò nelle vene.
Al centro di una seconda sala, si allungava il tappeto più grande che avesse mai visto.
Ma non fu quello a sconvolgerlo.
Di colore chiaro, il tappeto era macchiato: grandi chiazze scure.
Sangue dappertutto... e dei corpi a terra...
La vista di quei corpi lo colpì come un pugno in pieno viso.
Non tutti i morti del Buon Pastore sono al sicuro sottoterra, pensò mentre ogni cosa parve girargli attorno.
C'era una grande quantità di sangue, più di quanta Steve ne avesse mai vista in uno qualsiasi dei suoi film di mezzanotte.
Dopo il capogiro, si sentì invadere da un'ondata di nausea e tentò di chiudere gli occhi, ma non ci riuscì.
Del sangue era schizzato sul muro più lontano, come se un artista pazzo avesse usato la parete a mo' di tela.
Sul pavimento c'erano tre persone.
Due di queste, dalla posizione, sembrava volessero avvicinarsi l'una all'altra, come se nell'attimo prima di spirare avessero tentato di unirsi in un estremo abbraccio.
La terza dava qualche flebile segno di vita e mormorava qualcosa che Steve non riuscì a capire bene, che gli sembrava senza senso. Quel corpo allungò un braccio, forse per indicare un oggetto sul pavimento, a una distanza di circa mezzo metro. Poi esalò l'ultimo respiro.
Steve ingoiò a vuoto, lacrime inconsapevoli gli velavano la vista, ma registrò cosa fosse l'oggetto a cui la donna puntava: un animaletto di peluche privo di occhi.
L'orsacchiotto di un bambino.

Marcella Nardi
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