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"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Writer Officina
Autore: Francesco Grimandi
Titolo: L'eremo nel deserto
Genere Thriller Storico Medievale
Lettori 1662 11 13
L'eremo nel deserto
Palestina, monastero di San Gabriele, Anno Domini 1196.

I – Ora et labora

Le tre montagne salutarono nella pienezza della loro potenza la nascita del nuovo giorno. L'alba spense le stelle e colorò di rosso le cime silenziose. Dal suo rifugio tra i dirupi il falco spiccò il volo sulla pianura, raggiunta dalle prime luci, lanciando un grido di caccia che riecheggiò tra i burroni e le gole selvagge. La superficie di pietre e sabbia si accese di tinte ardenti e un vento tiepido discese a valle infrangendo la quiete di cristallo.
Il falco planò su un macigno appuntito, a strapiombo sulla piana, pulendosi le penne con il becco ricurvo mentre nell'antico monastero i novizi di guardia attendevano con impazienza il cambio.

I monaci montanti che prima indugiavano ai tavoli del refettorio tra occhi stretti e sbadigli si ritrovarono al pozzo esterno a fare scorta d'acqua, ognuno con la sacca presa in cucina. Qualche battuta tra un cigolio e l'altro della catena che risaliva l'oscurità tirando su il secchio, poi si divisero.
A Guigo, uno dei giovani, era capitata in sorte la torre di vedetta più distante e ne era dispiaciuto.
Mentre il gallo salutava il mattino con il suo richiamo squillante si avviò sul lastricato che costeggiava la chiesa, verso la porta degli orti. Chiunque aveva scelto quel nome, si disse, doveva essere un inguaribile ottimista.
La striscia di terra da cui il monastero traeva sostegno non assomigliava per nulla a un luogo rigoglioso. Il lavoro dei monaci, a causa della grande arsura, stentava non poco e l'orzo e il frumento raccolti bastavano appena.
Guigo ritenne di non doversi lagnare, avendo ricevuto dalla provvidenza tutto ciò che potesse servirgli. Proseguì, ammirando le spesse mura a protezione del monastero e i giochi di ombre disegnati dal sole.
Salendo al torrione di levante rimpianse il giaciglio da cui era stato strappato. In fondo non gli importava, pensò, era felice comunque del suo turno. Poteva godere delle ore più fresche della giornata.
L'agitava ancora il ricordo di Havelok, un confratello di guardia un pomeriggio oltremodo caldo perfino per quel luogo. Chi era salito a portargli il cambio riferiva di averlo trovato immobile sotto la tettoia di rami d'acacia, gli occhi sbarrati.
Le cure avevano vinto la febbre che si era impadronita di lui ma da allora non era più stato lo stesso.

Le ore parevano eterne mentre il sole arrostiva crudele la terra brulla. Guigo esaminò l'orizzonte: ogni luogo che prometteva un minimo d'ombra, ogni fessura che potesse garantire refrigerio, era contesa tra gli esseri che abitavano quel mondo ostile e roccioso.
Scosse la testa. Se si trovava lì era a causa del destino, rifletté; suo padre aveva scelto che entrasse nell'ordine per non dividere i beni di famiglia, elargendoli al primogenito. E ora eccolo, appollaiato come un uccello.
“Almeno loro hanno le ali e volano dove vogliono!”, meditò. Poi come a volte gli capitava quei ragionamenti si annodarono ad altri e in breve dimenticò quello a cui stava pensando.
Gli sembrò allora di vivere come su un'isola sperduta, circondata da un mare sconfinato. Le dune pietrose erano onde tranquille e se tendeva l'orecchio ne udiva il rumore.
Da anni viveva lì, ma quel luogo non era sempre stato così, meta un tempo dei pellegrini cristiani che venivano a espiare i peccati e conseguire la santa indulgenza, fino alla grande sciagura.
Fu forse volere di Dio punire i principi cristiani poiché avevano badato più ai loro interessi di dominio sulle terre occupate anziché servirlo. Il nemico era sceso in Palestina come una falce affilata pronta a mietere il grano.
I musulmani avevano trovato un temibile condottiero in Salah al Din che aveva riunito Egitto, Persia e Siria.
Guigo strinse gli occhi, come a scorgere il suo esercito travolgere ogni difesa. I conquistatori recavano l'annuncio di una fede che dai deserti arabi era giunta nei luoghi della tradizione cristiana: l'Islam.
Contee e principati cristiani rivali erano capitolati uno dopo l'altro in modo umiliante, e il ricordo a Guigo doleva ancora.
Il generale Salah al Din puntava a Gerusalemme presa cent'anni prima dal nobile cavaliere Goffredo di Buglione. Aveva studiato il sistema di guerreggiare dei crociati e per sconfiggerli aveva studiato di farli uscire dai loro castelli, affrontandoli in campo aperto. Aveva pertanto attaccato la città di Tiberiade e lasciato che le staffette con le richieste d'aiuto arrivassero alla corte di Guido di Lusignano, re di Gerusalemme.
Questi, contro il giudizio dei consiglieri, aveva mosso in soccorso alla città. Per colpa della scelta sconsiderata, i soldati cristiani erano stati costretti a marciare per quindici miglia in piena estate, in una regione deserta, carichi delle loro pesanti armature.
Giunti alle fonti di Hattin, senza i cavalli morti di sete, i saraceni li avevano accerchiati e sterminati.
Altri capoluoghi erano caduti nelle mani del Saladino, oltre Gerusalemme. L'odio, il disprezzo e il fanatismo che infiammava il cuore dei vincitori avevano infine prevalso. I bagni di sangue reclamati con rabbia dai musulmani altro non erano che la vendetta per le appropriazioni e gli eccidi altrettanto atroci dei crociati. Per questo i maomettani preferivano uccidere i prigionieri anziché renderli schiavi.
La loro ostilità era rivolta soprattutto contro i cavalieri templari. Salah al Din aveva promesso una ricompensa a chi li catturava e ne aveva fatti decapitare a centinaia.
Sangue chiama altro sangue, rifletté Guigo con dolore. Perdonare un nemico quando si è stati barbaramente offesi sembra impossibile.
Soltanto un miracolo e la pietosa mano del Redentore avevano permesso all'eremo di scampare ai massacri; per contro era stato tagliato fuori da qualunque contatto con le terre cristiane raggiungibili solo a costo di grandi sacrifici.
I religiosi, temendo il saccheggio delle sacre reliquie, le avevano nascoste in un luogo segreto. Poi, il tempo era scivolato via come il respiro del deserto, estinguendo l'eco di quei fatti, finché non se n'era più parlato.
Il mondo li aveva dimenticati e loro sembravano avere scordato il mondo, meditò Guigo. Erano trascorse diverse stagioni da allora e lui, che all'epoca aveva quindici anni, adesso era un giovane uomo.

“Non si muove proprio niente”, considerò Guigo con malinconia. Lo sguardo perso lontano, la mancina alzata a proteggere gli occhi dalla luce accecante scrutò il profilo scabro delle alture sotto il sole violento.
Sperava di distinguere almeno il volo lento di qualche poiana.
Giorni prima i frati di guardia avevano riferito di una strana agitazione tra i rapaci. I loro voli alti e concentrici si erano tramutati in vere e proprie incursioni verso i monti che delimitavano a nord la piana deserta ma nessuno aveva saputo trovare una spiegazione.
Guigo dimenticò le poiane e si rimboccò le maniche.
Se avesse potuto si sarebbe tolto il saio; grosse chiazze di sudore formavano aloni indistinti sul ruvido abito. Prese il mestolo, attinse al secchio e bevve lasciando che l'acqua gli rigasse le gote irsute.
D'un tratto gli sembrò di vedere due sagome palpitanti nel riflesso abbacinante della distesa attorno al monastero.
Avanzavano, come vomitate dalle crepe del deserto, e più che marciare sul terreno torturato dal calore parevano librarsi nell'aria tremolante. Quegli esseri, simili ad anime evocate da una qualche maledizione, sembravano diretti al luogo santo.
Vedendoli Guigo ripose il mestolo gocciolante con un senso di ansia. La mano gli vacillò e una strana agitazione lo ghermì. In quel momento si rese conto di avere paura.

L'antica pista carovaniera, la stessa percorsa da quelle creature, non era usata da tempo. Il tracciato era andato in gran parte perduto e ciò che restava sfumava nel paesaggio brullo, tra i rilievi che serravano l'altopiano.
Era una strada maledetta, evitata anche dalle famiglie beduine che di tanto in tanto passavano con i loro animali nei pressi dell'eremo. Dagli anziani, Guigo aveva appreso strane storie, frutto di superstizioni, secondo cui da alcuni pozzi lungo il suo percorso risalivano risate agghiaccianti, specie la notte, unite a cori di lamenti e sospiri provenienti dalle anime dei dannati e dai loro aguzzini.
Padre Liutprando, istruttore dei novizi, aveva il suo da fare a zittire quelle dicerie, calmando i più emotivi. Guigo aveva sempre sorriso di quei racconti, ma non ora.
L'antico avversario era lì.
Sentì il timore incendiargli l'animo e la sua ragione fu sul punto di vacillare.
Saldo negli insegnamenti ricevuti afferrò il crocefisso che aveva al collo quasi strappandolo al suo laccio, l'alzò come uno scudo, chinò il capo e iniziò a macinare orazioni contro il maligno.
Pian piano le figure diafane si delinearono nel riflesso. Gli esseri diabolici acquisirono gambe e braccia, poi volti, infine sembianze umane. Guigo li osservò meglio.
Zanne e corna da tentatore luciferino svanirono; anche l'aria perse il suo odore sulfureo tornando respirabile.
Guigo vide due uomini, ne era certo perché non erano più tanto lontani, procedere stremati verso il monastero tra i cespugli secchi e le erbe spinose.
Ricordando il suo dovere, pose mano al simandro e lo suonò con tale foga da far vibrare l'eco in tutto il cenobio.

— Chi suona il segnale? — esclamò l'abate.
L'assemblea dei monaci radunati a pranzo si accese di mormorii. Dal leggio nel refettorio non pervenne più alcun discorso, anche il lettore s'interruppe udendo i primi colpi.
Domne Damianos si piegò verso il frate che gli sedeva accanto, alto e dall'incarnato scuro in contrasto con il candore della barba, delle folte sopracciglia e gli intensi occhi chiari. — Theophilus, controllate che cosa sta succedendo — gli sussurrò all'orecchio.
Annuendo, Theophilus chiamò il novizio che li stava servendo.
Questi trinciava carne alla tavola dell'abate, preparava i tagli e li disponeva con cura su un vassoio di ulivo da cui lui e domne Damianos avevano appena preso con le mani riempiendo il piatto.
Sentendosi chiamare il novizio si accostò e il priore lo istruì mandandolo a informarsi mentre un brusio crescente serpeggiava tra i tavoli.
— Silenzio! — intimò l'abate.
Damianos attese che i monaci si calmassero, poi iniziò a parlare: — Presto sapremo — annunciò solenne. — Nel frattempo vi diffido dal continuare: siete al cospetto di Dio e dovete portare rispetto alla Regola.
Guardò la sala, nessuno osò incrociare il suo sguardo. Per paura di punizioni tutti mantennero il capo chinato.
— Poiché abbiamo capito i nostri errori e riconosciuto le nostre mancanze uniamoci nella giusta lode al Signore. Fratelli, preghiamo l'Altissimo, l'Onnipotente, affinché il suo sguardo misericordioso ci mondi da qualsiasi colpa — ordinò l'abate alzando le braccia al cielo.
— Flectemus genua — scandì il lettore, modulando la voce, mentre l'assemblea si inginocchiava.
— Oremus — ingiunse Damianos unendo le mani.

Il novizio inviato da Theophilus piombò nel refettorio come una folata di vento: — Stranieri! Stranieri diretti qui!
A Damianos, che aveva ripreso a mangiare, il boccone per poco non andò di traverso. Con fare nervoso accantonò quel che aveva nel piatto; ormai aveva perso l'appetito.
— Quanti? — domandò con voce profonda.
— Due, a piedi — ansimò il novizio con il fiato scarso che gli era rimasto dopo avere corso dalle mura fin lì.
Damianos lo congedò con un gesto sbrigativo.
— Cosa ne pensate? — lo interrogò Theophilus.
Damianos prese un pane e lo spezzò. Pulì le mani con la mollica come di abitudine a fine pasto strofinandole, poi si alzò.
Quaranta occhi lo scrutarono.
— Ascoltate! Non sappiamo chi siano questi stranieri, ma poiché paiono intenzionati a raggiungerci gli offriremo la nostra ospitalità. Se rifiuteranno, proseguiranno il loro cammino e non sarà un male ma, se accetteranno, dovremo stare in guardia.
Una strana energia sembrò gravare nell'aria, pregna di dubbi e inquietudini.
— Non conosciamo i motivi del loro arrivo: ogni loro gesto o discorso voglio mi sia riferito. Non tacetemi nulla, nemmeno i minimi particolari perché potrebbero svelare i loro propositi.
I frati assentirono.
— Punirò di persona ogni mancanza senza distinzioni. E ora usciamo. Andiamo a conoscere questi viandanti così temerari.
Damianos si aggiustò la tonaca, dirigendosi alla porta; dietro di lui gli altri monaci lasciarono le panche, uscendo secondo il rango.
Il breve seguito abbandonò il refettorio, attraversando il chiostro di fronte alle celle del dormitorio. Al riparo dal sole seguì il portico fin alla chiesa diretto all'ingresso delle mura.
— Domne, inviamo loro incontro qualcuno? — chiese Theophilus.
L'abate scosse la testa, serio: — È meglio che nessuno si avventuri all'esterno, la venuta di questi sconosciuti può celare delle insidie.
Giunti all'entrata del monastero, i monaci più giovani salirono di corsa al bastione principale per spiare l'arrivo; gli altri presero posto accanto a Damianos mentre l'ampio portale veniva aperto.
Quando gli stranieri si presentarono, quasi trascinando i piedi, trovarono una schiera di volti muti e sospettosi.
I due dovevano essere in viaggio da giorni, considerò l'abate, dalle condizioni in cui versavano. Un'espressione risoluta sembrava accomunarli ma forse era solo la fatica. In tutti i casi, parevano troppo deboli per essere pericolosi.
Portavano vesti ridotte all'essenziale che li coprivano appena; gambe e braccia esposte al caldo del deserto erano coperte di piaghe e da loro emanava un odore opprimente.
Vedendoli così macilenti, molti frati si segnarono. Ai loro occhi dovevano apparire poco raccomandabili, stimò l'abate, ma erano sempre creature del Signore.
— Conduceteli alla foresteria! — comandò. — Fate in modo che siano medicati.

Guigo, che aveva preferito assistere in disparte, lasciò che la piccola folla coi misteriosi viandanti si allontanasse.
Di quello che era accaduto non gli interessava. La sua attenzione era rivolta ad altro e i suoi occhi vagavano sulle distese pietrose, lontano, oltre le fortificazioni dell'eremo.
Un colpo d'aria scosse il bordo del suo saio e mulinelli di polvere presero a danzargli intorno.
Quando i pesanti battenti del portale si richiusero con un muggito profondo e la trave che li serrava ritornò al suo posto, allora, solo allora, Guigo si destò dall'ottundimento che l'aveva rapito. Grande fu il suo stupore nel trovarsi di nuovo avvinto alla croce che portava.
Francesco Grimandi
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