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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Steven Campagna
Titolo: Il Popolo Degli Specchi
Genere Azione Avventura
Lettori 1529 24 29
Il Popolo Degli Specchi
Si estendeva una vegetazione folta, ricca di insetti, odori e smorfie di paura. Immersi tra le piante, imponenti ruderi vegliavano sulla natura.
Centinaia di uomini avevano affondato il piede in quei percorsi, ma mai nessuno aveva osato spingersi così oltre.
Alla base di un triangolo di pietra, sotto la luna in fuga, un varco consentiva l'ingresso in uno spiazzale. Delle torce infuocate segnavano un sentiero ed un ritornello antico veniva intonato da quaranta cappucci grigi:
“Tutto è stirpe, tutto è stirpe” ripetevano, la voce era anche accompagnata da un movimento delle spalle che portava poi le braccia ed infine la mente ad ondeggiare ai ritmi dei diavoli.
Tra i presenti spiccavano due sagome: una di esse faceva sicuramente parte di quella camarilla; l'altra, appariva sdraiata su di una sporgenza rocciosa mentre si contorceva.
L'alba era prossima e gli uccelli in amore cantavano, ma senza coprire le suppliche del ragazzo legato al centro dello spiano. Non si intendeva bene cosa dicesse, gli occhi tribolavano d'orrore.
“Siamo pronti, che tutto abbia inizio”, il cerimoniere dalle caviglie scoperte si era pronunciato. In mano reggeva un oggetto verde ed ovale che emanava un gran riflesso; non era chiaro cosa fosse.
D'un tratto tutti flessero le ginocchia ed il maestro di cerimonia alzò la palla di luce:
“Che la verità venga svelata, in nome degli imperatori del mondo!”. Da quella tersa reliquia, resa immobile dalla presa delle mani, fuoriuscì un cono incandescente. Gli arbusti intorno all'altare presero fuoco. Il calore era divenuto insostenibile ed il prigioniero era stato ferito, sanguinava da un fianco
“In dono ad un bene superiore, in dono a noi stessi! Spiriti del tempo rivelateci la verità”, riprese il coro, poi un urlo, un altro ancora, dopodiché quiete.
Contrariamente a quanto si aspettassero i partecipi non avvenne nient'altro, il maestro concluse:
“Miei combattenti, potete andare”. Conservò in un sacco quella terribile palla verde ed andò via. Tra i rimasti, alcuni si apprestarono a rimuovere il corpo.
In mezzo alla folla si sentì qualcosa.
“Pss Pss! Non abbiamo molto tempo, guardami!” Uno di quei tizi dal viso coperto si voltò cercando di rintracciare il sibilo.
“Pss ... Pss!” Nuovamente.
“Fai piano, per carità! Non vorrai che ci scoprano” sussurrò l'altro.
“Questa sera abbiamo visto con i nostri occhi cosa sono in grado di fare, con quale crudeltà. Come fanno a conoscere la cerimonia? Appena rientriamo è priorità assoluta avvertire gli altri, la verità non è più al sicuro”.
Un terzo incappucciato si era nel mentre avvicinato sospettoso.
“Voi Helfer, cosa complottate! Mostratemi il simbolo!”
Si udirono dei colpi di pistola. Due dei tre implicati in quel battibecco caddero a terra come pere secche; il tonfo di chi aveva chiuso gli occhi per sempre.
Sopra ogni cosa, dall'alto della cima della pietra più appuntita, una minacciosa bandiera sventolava.

1 - Il risveglio

Siena – ore 19,15
Piazza del Campo: cuore della città di Siena e anche interiora, fegato e stomaco, dove tutto si vede e tutto accade. La storia della sua costruzione cominciò perché serviva qualcosa che arginasse le acque piovane, poi un muro divise il campo propriamente detto dalla zona del Mercato. Intorno al muro nacque una casa, e di lì un palazzo e, intorno al palazzo, altri.
Ecco la maestà architettonica della piazza.
Al centro si erge la monumentale Fonte Gaia, realizzata da Jacopo Quercia a ricordo dei festeggiamenti che accompagnarono l'arrivo dell'acqua in città. In alto, agli occhi di tutti, sovrasta poi una torre che prende il nome dal campanaro che vi batteva le ore: Giovanni di Duccio detto Mangia.
Su questi luoghi, tagliati e ricuciti di tradizione, il sole aveva battuto fortemente per tutta la giornata e, adesso che se ne era andato, la gente poteva permettersi di respirare un po' d'aria fresca.
Le immagini dei bambini che si rincorrevano, le grida delle bancarelle e la musica di qualche talento disoccupato, avrebbero riempito qualsiasi paesaggio.
Vicino ad un grosso portone in legno, tra la gente ed i palazzi, un bizzarro uomo urlava ad alta voce richieste e profezie.
Nonostante l'aspetto trasandato aveva avuto il coraggio di rivolgersi alla seconda finestra dello stabile sotto cui si trovava.
“Salve Julian”, si intravide un'espressione giovanile.
“Salve Umberto, come va oggi?”
“Mio caro Julian, posso dirti come va ora, ma non come andrà oggi”, tale asserzione fu accompagnata da un grande strillo e da un gesto di libertà. Umberto aprì le braccia e, quasi stesse viaggiando nel cielo, fuggì via verso il centro della piazza senza preoccuparsi di chi lo stesse osservando. Niente avrebbe potuto ostacolare il suo tempo.
Quell'uomo era consueto inventarsi uno stravagante modo di vivere il quarto d'ora dopo le sette e mezza di pomeriggio; oramai faceva parte di quell'angolo di storia. Non che se fosse venuto a mancare sarebbe interessato a qualcuno, ma finché saltellava era divertente, finché non era dannoso era tollerabile.
Julian indossava una camicia. Educato e con qualche capello fuori posto mostrava un grande carisma.
Accanto a lui era stato posizionato un vecchio tavolo il cui aspetto la diceva lunga sulla qualità.
Improvvisamente la porta alle spalle di Julian si aprì, con quel tipico cigolio dovuto all'usura.
“Come sto?” Era entrata in camera una splendida ragazza. Poggiò sensualmente la mano prima sul torace e poi sul fianco più basso. Con addosso un vestito attillato ed avvolta dalle linee della luce, risultava incredibilmente sexy.
Julian non seppe cosa dire, la penna sgusciò via dalle dita. “Daria! Non ho parole.”
“Che stai facendo?” Domandò la donna.
“Non credo possa interessarti, comunque stavo rivedendo qualche appunto.”
“Davvero? Lavoro, sempre lavoro! Non ti scordare che tra mezz'ora dobbiamo andar via, inizia a prepararti.” Dopo essersi avviluppata tra le braccia ed avergli dato un bacio, assolutamente unico, scivolò verso i piani inferiori.
“Una femmina incredibile” mormorò Julian.
Sul letto, in fondo alla camera, era posizionato un gran bell'abito da cerimonia, uno di quegli abbinamenti che si sceglie e si indossa una volta l'anno. Julian si infilò il completo, ma non vi fu nemmeno il tempo di allacciarsi le scarpe che dalla tromba delle scale una voce sfuriò: “Sei pronto?”
“Un attimo ancora” fu la risposta in gran fiato. Si diresse in bagno e chiuse la porta.
“Allora?” Daria fece capolino dalla parete, l'impazienza era evidente; Julian fuoriuscì in un lampo.
“Sono pronto” disse assumendo una buffa posa da culturista e con le braccia a tutto tondo.
“Dai mister universo, andiamo! Non vorrai far tardi”, il frizzante uomo in cravatta le si avvicinò e, spingendola delicatamente per un fianco, la guidò verso la scalinata.
“Dopo di lei madame”.
La luce aveva cambiato tonalità e tutto sembrava più irreale di quanto non fosse. Dopo aver chiuso accuratamente la porta, Daria premette il pulsante della chiave dell'auto; le portiere si sbloccarono.
Davanti a loro si mostrava una macchina non troppo lussuosa e di colore verde-nero. I cerchioni raschiati, gli interni non in buonissime condizioni e la carrozzeria con due lievi ammaccature facevano del veicolo una normale utilitaria.


2 - L'ambito premio

Si erano fatte esattamente le nove meno cinque quando giunsero nei quartieri più ricchi. La fresca aria, che aveva preso sempre più piede nel pomeriggio, era stata adesso sostituita dai gas di scarico di decine di auto ben ordinate e da una grande folla davanti Ville Bel Ami.
“Hai visto quanta gente?” Bisbigliò Daria, nel mentre il lacchè all'ingresso si era offerto di posteggiare il veicolo. Due immensi manifesti fungevano da colonne portanti. Quando scesero dall'auto si sentì qualcuno gridare il cognome di Julian, tutti si voltarono in loro direzione.
“Perché ci guardano?” Esclamò la giovane.
“Sorridi e fai finta di salutare, questa è la legge delle anteprime”, qualche flash e finalmente giunsero all'entrata anche se in maniera piuttosto hollywoodiana.
“Prego, favorisca l'invito”, accanto all'addetto alla lista c'erano due robusti tizi che facevano pensare a dei buttafuori.
“Ecco a lei.”
“Entrate pure.”
La prima sala si concedeva ad una seconda ancora più grande ove numerosi frac e tajer ruotavano all'impazzata alla ricerca di qualche aperitivo.
“Finalmente siamo arrivati.”
“È meraviglioso, meglio di quanto mi potessi aspettare. Certo che Alberto ha fatto proprio un bel lavoro!” La musica di sottofondo assomigliava tanto ad un tango spagnolo, ma dai tratti cubani; chiunque entrasse nel locale doveva necessariamente battere un piede o far schioccare le dita: tutti erano presi dal ritmo della clave. D'un tratto una voce suadente all'orecchio destro, “Julian! Ben arrivato, mancavi solo tu.”
“Alberto eccoti qui.” Era arrivato uno strano gentiluomo dai mossi capelli. “Gran bel posto, davvero un gran bel posto” aggiunse.
“Daria! Come ho potuto non notarla subito; organizzare un meeting di un certo livello richiede anima e corpo ed ecco che poi si fanno le brutte figure”, nel mentre si era chinato per baciarle il guanto.
“Mi scuserebbe una seconda volta? Dovrei conferire in privato con Julian.”
“Certo, non vi preoccupate, ne approfitto per salutare alcune amiche”, fece scorrere il braccio da quello del suo uomo.
“A dopo” .
Alberto ringraziò, ma poi starnutì. “Quella donna ti ha proprio stregato” disse rivolgendosi a Julian.
“Quando mai sono esistite donne non in grado di stregare gli uomini?”
“Ecco perché nel medioevo le bruciavano tutte” replicò Alberto con quel suo strano sorriso.
Gli spessi occhialetti da riposo stavano frattanto producendo un leggero prurito alla parte alta del naso, cercò sollievo con una timida grattatina. “Oggi è un giorno importante per te e la tua famiglia, che mi dici?”
Nulla sembrava però scalfire il teso atteggiamento di Julian, dallo sguardo si evinceva uno di quei minuscoli timori che poi divengono terrore sul più bello.
“Julian, mi stai ascoltando?”
“Scusami Alberto, ammetto di essere un po' preoccupato per il discorso, non vorrei che la tensione giocasse brutti scherzi, dopotutto si tratta dell'epilogo di un'intera vita.”
“Non avere paura, i grandi nomi non deludono mai.”
La musica lasciò spazio al suono di un microfono appena acceso. Il pubblico si voltò in rotta del palchetto, le molte luci gialle si dissolsero, sostituite da uno spesso fascio bianco diretto nel punto di mezzo.
“Signori e Signore, innanzitutto vi do il benvenuto qui a Villa Bel Ami a nome di tutti coloro che si sono impegnati nella realizzazione di questa serata. Mi permetto di ringraziare la nostra cara Luise che ha messo a disposizione questa splendida dimora, nonostante i rischi che comporta una festa.
Rendo grazie anche al gentilissimo Leonardi Alberto, senza le sue accortezze sicuramente qualcosa sarebbe andato storto, ma chissà, forse parlo troppo presto”. Il viso e la sfrontatezza di quell'uomo erano quello che ci voleva per attirare l'attenzione anche dei più indaffarati.
“Ringrazio poi il direttore Martinelli e la C.E.S. company non solo per aver finanziato questo meeting, ma anche per aver investito in qualcosa che da sempre coinvolge tutti noi, motivo di stupore e simbolo di progresso: la ricerca. Ho questa sera l'onore di presentarvi un grande uomo, nonché mio carissimo amico ed esperto in materia. Non voglio entrare nel dettaglio, lascio che sia direttamente lui a raccontarsi.
Signore e signori ecco a voi, per due volte premio Nobel “Storia e Terra”, Derfini Enrico”. Un applauso accompagnò l'ascesa sul palco. Un anzianotto brizzolato stava adesso al centro dell'attenzione.
“Salve a tutti e benvenuti a questo incontro. Non mi sprecherò in convenevoli data la magnifica introduzione di Gilberto, ma cercherò piuttosto di non farvi annoiare. Un tempo potevo contare sulla bella presenza, ma con l'età che mi ritrovo, dovrete accontentarvi di parole e reperti”. Gli uditori apprezzarono molto la graffiata di sottile ironia.
“Come vi è già stato anticipato dai diversi dazebao e volantini, il tema di questa serata si pone proprio al confine tra scienza e speranza esoterica, tra leggenda e realtà; facciamo tremila passi indietro.
La cultura greca, come tutti ben sapete, ci ha lasciato un enorme bagaglio pieno di guerre, scoperte sensazionali, ma anche credenze. E' proprio basandomi su queste credenze che mi permetto di citarvi un famosissimo mito”. Tirò fuori dalla tasca un foglietto ben piegato.
“All'inizio vi era solo il Caos, poi apparve Gea, terra e madre della stirpe divina. Gea generò i Monti, il mare e, simile a sé, Urano ( il cielo ) affinché potesse coprirla. Dall'incesto nacquero i dodici Titani, sei maschi e sei femmine. Furono poi generati anche i Ciclopi e gli Ecatonchiri, i cosiddetti mostri dalle cento braccia”.
Ogni concetto espresso veniva affiancato da una didascalica immagine proiettata su di un grande muro bianco.
“Le vicende familiari, i tradimenti, le vendette portarono però al susseguirsi di diverse generazioni, tra le quali ve ne fu una in cui Zeus uccise i Titani e dalle cui ceneri presero forma i primi uomini. Questi uomini avevano però mantenuto il “gene” del titanismo, si trattava di creature giganti, quasi inverosimili” .
Nessuno in sala sapeva dove volesse arrivare il vecchio.
“Sappiamo che gli spagnoli di Cortes, che sbarcarono in America, appresero dai saggi indigeni come "un tempo esistessero uomini e donne di statura molto alta...". La Bibbia stessa è fonte di ulteriori informazioni, vi riporto un passo tratto dalla Genesi 6,1-4

"Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero [...] C'erano sulla terra i giganti a quei tempi [...]"

Non sono però certo qui per elencarvi tutte le fonti né tanto meno per affrontare dibattiti. Il segreto ed allo stesso tempo la vittoria di noi uomini di scienza sono i fatti.
Grazie all'intuito ed alla grandissima capacità della mia collaboratrice Maria Frendi e naturalmente all'impegno di tutta l'equipe, in questo ultimo viaggio di ricerca è stata compiuta una delle più importanti imprese degli ultimi tempi. Frutto di una campagna in Svizzera, assieme a più di tremila gioielli dal grandissimo valore, è stato ritrovato qualcosa di incredibile ed unico. Sì miei cari! Proprio dietro questa tenda rossa si cela la rivelazione dell'anno.
Ci sono voluti mesi di studio ed accertamenti effettuati dai migliori esperti ed anatomisti, ma finalmente, sotto gentile concessione del municipio di Lucerna, ho l'onore di presentarvi la prova vivente dell'esistenza dei giganti.
Signore e signori ecco a voi colui che rivoluzionerà la storia dell'uomo: “Il gigante di Lucerna”“.
La musica si interruppe e la tenda si aprì. Gli spalti ammutolirono, poi ecco il fruscio di chi è sbalordito. Un monumentale scheletro era contenuto all'interno di una cabina trasparente, le luci immortalavano il tutto.
“Si tratta in parte di una ricostruzione, ma le proporzioni risultano rispettate: è alto 5,80 metri”.
I fotografi del momento si accinsero a montare obiettivi per un primo piano da prima pagina. Nessuno riusciva a distogliere lo sguardo da quelle ossa giallo chiaro, perfino Julian era rimasto attonito. Qualcuno tra gli invitati iniziò ad applaudire, immediatamente tutti si unirono: un successo.
“Sono stati forse loro gli autori delle costruzioni megalitiche che vanno dal Perù alle splendide Piramidi? Le risposte le troverete nel mio ultimo libro: “Il terrore dei Giganti”. Questo è solo uno dei tanti misteri che pervade la nostra storia.
Oggi mi duole inoltre comunicare alla comunità il mio ritiro ufficiale, vado in pensione. Vi lascio questo gigante come omaggio ed augurio, spero che ciò che ho realizzato non vada perduto, ma anzi continuato. Grazie ancora”. L'arzillo oratore staccò le mani dall'asta, un ultimo applauso nacque sincero, qualcuno delle seconde file addirittura si alzò in piedi.
“Signori, vi ricordo che è stato ufficialmente aperto il buffet, se volete potete avvicinarvi.” Gilberto aveva nuovamente preso possesso del gelato metallico, ma prima di poter concludere, la sua voce fu scartata dalla musica. Le luci si fecero nuovamente più intense provocando una strana ma piacevole sensazione di stordimento.
Gilberto ed Enrico stavano scendendo dal palco per calarsi nella folla.
“Mi devo davvero complimentare, questa serata merita realmente di essere ricordata. Come mai questa dichiarazione?” La domanda nacque sincera, non trasparì alcuna invidia.
“E' giusto che sia così Gilberto” disse l'anziano ricercatore.
Julian si era nel mentre avvicinato, mano nella mano, con Daria che poi si era allontanata.
“Enrico! Magnifico discorso.”
“Julian! Quando la smetterai di chiamarmi per nome!”
Enrico era un signorotto dall'aspetto regale, il peso degli anni era evidente nonostante la vivacità mostrata. Nel frattempo, Gilberto li aveva abbandonati per raggiungere delle dolci signorine, “non voleva che si annoiassero” aveva detto. Ci si accalcava comunque in prossimità del buffet.
Mentre Julian ed Enrico chiacchieravano, comparvero alle loro spalle un uomo ed una donna davvero chic.
“Enrico è davvero un piacere fare la sua conoscenza, sono Ermanno Sarti e questa è mia moglie Emma.” In un primo momento Enrico non li riconobbe.
“Sarti! Uno dei più affermati giornalisti del momento. Ho letto molti suoi articoli, piacere! Questo è mio nipote”.
“Tu devi essere Julian. Giunge voce che il talento si tramandi, sono sicuro che presto i giornali parleranno di te così come è stato per Enrico”. L'inattesa discussione non era iniziata male, i complimenti fanno sempre piacere.
“Purtroppo sig. Sarti la ricerca è proprio come lo show business: un' odiosa dea traditrice”.
Tutti risero.
Ermanno era un bell'uomo, dalla voce suadente e dal grande fascino malgrado le rughe camuffate dalla cosmesi.
“Potrei proporre uno scambio? Julian, lei intrattiene mia moglie mentre io azzardo due chiacchiere in privato con Enrico, questione di qualche minuto” esclamò Ermanno.
“Se per te Enrico non ci sono problemi, io posso essere solo onorato.” Julian ed Emma si avviarono verso il lato sinistro della sala mentre, dondolando i fianchi, Ermanno cercava di distrarre lo sguardo diretto del vecchio.
“Caro Enrico, vedrò di arrivare al nocciolo della questione. Sono a conoscenza del vostro impegno con la C.E.S. per “Il terrore dei giganti ”. Come certamente sapete rappresento una pietra miliare per il giornalismo e la critica italiana, ho inoltre importanti agganci con il mondo della “lettura” ed anche con la comunità scientifica. Se vogliamo intenderci in termini monetari, il mio parere pesa notevolmente sulle percentuali di copie vendute.
“Non capisco ancora dove voglia arrivare sig. Sarti, ma la ascolto”, nel contempo si offriva ad accendergli il sigaro.
“Le faccio un'offerta che sicuramente non potrà rifiutare” sollevò il braccio sinistro ed accarezzò la balaustra in marmo; in quel frangente ne approfittò per effettuare una grande aspirata.
“Per questa stagione le offro il mio pollice in su per “Il terrore dei giganti”. Il libro avrà successo, lei entrerà a far parte del giro dei grandi studiosi-letterati e nuoterà in un lago di ricchezza e fama; uno splendido congedo. Le mie richieste, al confronto, sono banalità. Le chiedo di impegnarsi a cooperare con il sottoscritto nella stesura di una seconda edizione e di accettare un'ultima clausola.”
“Il tutto sembra davvero conveniente, ma ho visto troppa televisione per non essere certo che vi sia un prezzo da pagare; mi parli di questa clausola.”
“Quello che lei ha definito “prezzo da pagare” preferirei intenderlo come giusto compenso. Si tratta del 9% sui suoi diritti di autore per questa stagione”.
I fumi oppiacei del sigaro avevano infastidito l'aria ed Enrico.
“Andrò anche io subito al nocciolo, sig. Sarti. Leggo in questa sua dichiarazione un retroscena vicino al ricatto.”
“Sig. Derfini la devo contraddire, la nostra è una discussione, niente di più.”
“In trent'anni mai nessuno aveva osato tanto e proprio oggi, il giorno del mio ritiro, lei si presenta con queste assurde pretese?”
“Non si scaldi Enrico, conosco bene i suoi legami con il caso Agarthi”.
Enrico sbiancò quasi fosse stato calato in una vasca d'acqua gelata. Ermanno tirò fuori dalla tasca della giacca uno dei suoi biglietti da visita e lo porse all'anziano signore.
“Lo tenga, sono sicuro che saprà farne buon uso, si ricordi soltanto che la stampa sa essere davvero pericolosa se ben informata. Arrivederci”.
L'orologio segnava le dieci di sera e le finestrelle poste sopra il quadrante si erano aperte. Era fuoriuscito dall'interno di quel vecchio marchingegno non un uccello, come vuole la tradizione, ma uno scimpanzé, avvolto da un lenzuolo, con in mano due piatti da banda musicale.
Alberto si era subito avvicinato.
“Non ho potuto fare a meno di vederla discutere con Ermanno. Diverse e brutte voci circolano sul suo conto, non vi consiglio di inserirlo nel libro delle persone da frequentare”, reggeva un calice contente una qualche prelibatezza.
“Ho già potuto constatare caro Alberto, ho già potuto constatare ... Dimmi invece, come procede la serata?”
“Tutto a gonfie vele, ma ora che ci penso, non mi sono ancora complimentato per le bellissime parole e per l'incredibile reperto.”
“Grazie. Spero mi scuserai, ma debbo fare una telefonata urgente, pochi secondi; non allontanarti”, si spostò di qualche passo.
La temperatura era stranamente salita, o meglio questa fu la sensazione che ebbe Alberto. Come anticipato, Enrico chiuse la conversazione prestissimo.
“Dirigiamoci verso il tavolo delle bevande, non ti nascondo che ho la gola secca.”
“Sicuro che non sia stato questo bel bicchiere di brandy ad ispirarla?” Esclamò alzando leggermente il drink; Enrico prese a braccetto il collega: “Sì, probabilmente, in parte è legato a questo”.
Qualche banale commento accompagnò il cammino.
“Che vi succede Enrico? Vi vedo pallido, state bene?”
“Non ho niente se non uno spesso nodo alla gola, berrò un bicchiere d'acqua e mi passerà tutto”, afferrò saldamente la bottiglia senza nemmeno aspettare l'aiuto del domestico.
Perfino coloro che erano impegnati in un qualche gioco amoroso sul belvedere, udirono il gracchio emesso da un contenitore di vetro che si frantumava.
“Julian! Vieni qui presto.”
L'occhio di Enrico appariva spento, ecco che le due mani di scatto si appoggiarono al petto.
“Chiamate aiuto presto, chiamate un medico.”
Enrico si accasciò, privo di sensi, sul compagno. L'orchestra suonava un famoso brano di Astor Piazzolla mentre tutti gli invitati si erano radunati attorno a quell'abbraccio inatteso.
Steven Campagna
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