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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Giusi Marinaccio
Titolo: Io appartengo al mare
Genere Narrativa
Lettori 1590 77 17
Io appartengo al mare
Nacqui di fronte al mare in un giorno di Settembre del 1989 . Il profumo del mare infatti, è quello che rincorre la mia mente ovunque io vada, poiché il legame di amore e odio che ho con la mia terra sono parte di me, di quel che ero e che sono diventata. Custodisco dentro le tradizioni, le feste di paese, odori e sapori di quella cittadina chiamata Octahan a cui devo tutto. La casa immersa nel verde della mia infanzia, col cinguettio degli uccelli che annunciavano un nuovo giorno. Il cielo me lo ricordo sempre azzurro, con il sole che scaldava quel lungo balcone dove io e mio fratello Mark giocavamo per interi pomeriggi. Gli alberi di nocciole profumavano di buono, insieme alle margherite e i fiori di campo. Io e Mark amavamo guardare le formiche che prendevano le briciole di pane che lasciavamo loro sul balcone, avviandosi tutte in fila verso la loro tana. Di fianco al balcone c'era la veranda dove mia madre Conceptiòn cuciva le scarpe fino a sera, difatti il silenzio della campagna veniva interrotto di tanto in tanto dal rumore della macchina da cucire. La casa in cui abitavamo era stata avuta da mio padre in eredità dalla sua famiglia, la quale viveva al piano terra di quella villetta insieme al fratello di mio padre. I genitori di mio padre Micheal erano contadini. Avevano le campagne con alberi da frutto, l' orto e gli animali da fattoria. Insomma nella mia ingenuità mi sentivo felice. Una bambina figlia di due operai, con un fratello di due anni più piccolo e un cane di nome Pongo. Col passare degli anni mi resi conto che sotto quella copertina da casa felice in campagna, si nascondevano grosse problematiche con la famiglia di origine di mio padre. I rapporti non erano buoni ma non sapevo veramente il perché. Nonostante io frequentassi i genitori di mio padre, capivo che c'era qualcosa di sbagliato che non mi appagava. Eppure la cornice era perfetta, gli alberi erano perfetti. Le api che impollinavano le rose di mia nonna. Quel tavolo enorme che lei aveva a cui avevamo mangiato poche volte. La sedia a dondolo di bambù sulla quale sedeva mio nonno. Tutto era perfetto all'apparenza, ma non mi faceva sentire davvero felice. La mattina andavo alla scuola elementare insieme a mio fratello Mark. In classe avevo legato con una bambina di nome Mary che mi fece approcciare per la prima volta all'amicizia. Per me lei era come una sorella, tanto che anche mia madre e la sua diventarono amiche. Cosi ogni tanto lei veniva a giocare a casa mia e io andavo a casa sua. Lei aveva una nonna che l'aspettava quando tornava da scuola. La coccolava, le preparava i dolci per la merenda e io avvertivo l' amore incondizionato di una nonna verso la nipote. Col passare del tempo iniziai a domandarmi come mai queste cose da parte dei genitori di mio padre non venivano fatte. Forse era proprio questa quella sensazione di insoddisfazione, quel buco nel petto che ogni tanto sentivo. Non ero solita parlare con i miei genitori delle emozioni che provavo. Mia madre lavorava tutto il giorno in quella veranda, e mio padre faceva uguale. Il pomeriggio dopo aver fatto i compiti giocavo con Mark, e inconsapevolmente sotterravo i pensieri che avevo. Ogni tanto sentivo mio padre e suo fratello litigare fuori dalla porta, insultandosi e picchiandosi per questioni ereditarie, mentre i miei nonni facevano finta di niente. Quando mio padre rientrava avvertivo la tensione e la rabbia. I suoi occhi erano rossi e le sue pupille dilatate. Dopo averci salutato, si sedeva a cena e raccontava a mia madre i motivi delle loro discussioni, che forse aveva già ascoltato migliaia di volte. Un giorno mia madre volle iscrivere me e Mark all'oratorio, cosi al pomeriggio andavamo a fare sport dalle suore. Io frequentavo il corso di pallavolo e Mark quello di calcio. La cosa mi piaceva anche se spesso la mia insicurezza mi faceva chiudere. Avevo 10 anni ero goffa, con i capelli arruffati, con le tute di quei colori eccentrici che mi faceva mettere mia madre. Le altre della mia squadra erano super fighe ai miei occhi. Avevano dei vestiti firmati e alla moda. Molte di loro mostravano già le prime scollature, e poi ci sapevano fare con i ragazzi. Io in fondo ero a conoscenza dei miei difetti e sapevo che non sarei mai diventata come loro. Però una cosa la sapevo fare. A pallavolo ero diventata bravissima, infatti i miei allenatori per le partite della Domenica mi mettevano sempre in campo. La mia super schiacciata era la mia arma segreta. Anche il mio baker si era perfezionato. Ero molto competitiva, e questo mi aiutava con quel briciolo di autostima che avevo. C' era anche un'altra cosa che amavo fare ed era cantare. All'oratorio oltre allo sport facevamo tantissime attività come il teatro e il canto e durante l'estate c'erano anche giochi d'acqua, attività di ricamo a cui ero iscritta e varie attività di bricolage e fai da te. Il teatro mi metteva ansia. Quella cosa di stare sul palco davanti a tutti mi faceva venir voglia di sotterrarmi in un buco buio da sola. Difatti la mia timidezza non mi faceva emergere più di tanto, e gli animatoti mi assegnavano sempre parti di sfondo, tipo le nuvole, gli angeli o le foglie che si muovono. Questo era il massimo della recitazione che potevo fare insomma. Anche con il canto avevo un grosso problema di timidezza. Ogni tanto l'animatore Marco che sapeva suonare il pianoforte mi chiedeva di cantargli qualcosa, ma siccome diventavo rossa e mi sudavano le mani al pensiero, gli dicevo che conoscevo solo le canzoni delle suore. Ma lui pur di sentirmi cantare si accontentava pure di quelle. Ero veramente un disastro. Io amavo le attività di lettura, dove non ero al centro dell'attenzione. Le ragazze che frequentavo ballavano e si muovevano con ondeggiamenti di bacino supersexy sulla canzone Don't tell me di Madonna,mentre io restavo seduta a guardarle. Almeno non mi escludevano non so se per pena o per qualche altro motivo, in ogni caso ero nel loro gruppo. Per Mark invece è stato più semplice. Lui aveva il suo giro e i suoi amici e lo vedevo gironzolare per l'oratorio con aria fiera e tranquilla. Non ci consideravamo più di tanto fuori casa. Alla sera invece, ritornavamo a fare il fratello e la sorella che inventavano giochi insieme. Un pomeriggio tutto questo clima amichevole e spensierato cambiò. Dalle suore veniva sempre un tizio di nome John loro amico, che le aiutava quando si rompeva qualcosa. Faceva il manutentore e dopo il lavoro si fermava a guardare gli allenamenti o parlava con gli animatori. Ogni tanto interagivo con lui con un saluto niente di più. In quei giorni era venuta una ragazza nuova all'oratorio con la quale avevo legato fin da subito. Si chiamava Abby e passavamo molto tempo insieme. Era di qualche anno più grande di me e non si allenava nella squadra di pallavolo con me. Cantavamo per i cortili, e sognavamo il futuro, io da astronauta e lei da mamma. Ero con lei quando a un certo punto John mi chiamò da parte dicendomi che doveva farmi vedere una cosa. Io lo seguii e in attimo ci trovammo appartati dietro un muretto e con la zip abbassata mi chiese di fargli del sesso orale. Ma come poteva chiedere questo un uomo di cinquant'anni a una bambina di dieci. Non ero neanche sicura di cosa fosse veramente il sesso orale. La sensazione di schifo fu tale che scappai da Abby a raccontarle tutto. Ci chiudemmo in bagno perché per la prima volta ebbi veramente paura. La prima cosa che mi venne da fare fu di andare dalla Madre Superiore a dirle quello che era successo. Ebbene lei non mi credette. Nessuno lo fece tranne Abby. Passai per bugiarda, una ragazzina che aveva accusato un uomo adulto come John che aveva sette sorelle e quattro fratelli. Mi sentii disperata, senza forze e con le lacrime agli occhi, presi la cento lire che avevo in tasca, la misi nello sportellino della cabina telefonica e chiamai mio padre dicendogli di venirmi a prendere che non stavo bene. Tornata a casa per la prima volta fui sincera con i miei. Erano increduli a quello che gli stavo raccontando. La faccia di mia madre era pallida, mentre quella di mio padre era furiosa. Il giorno dopo mio padre venne all'oratorio un po' prima, lo insultò e poi tornammo a casa. Non parlammo mai più di quello che successe. Io decisi di non andare più dalle suore mentre Mark continuò. Dopo diverso tempo mia madre cominciò a non stare bene. Non voleva più vivere in quella casa e la notte non riusciva a dormire. I litigi tra mio padre e la sua famiglia continuavano e cosi mia madre stufa di tutto questo, disse a mio padre di cercare un'altra casa. Lui non era d'accordo ma acconsentì. Alla fine dell'anno scolastico iniziammo a preparare tutte le nostre cose per il trasloco per poi portarle a case dei nonni materni,dove saremmo andati a vivere finché non avremmo comprato una casa nuova. Ero triste perché non avrei più rivisto Mary tutti i giorni, e poi c'era anche Joseph, mio compagno di classe del quale avevo una cotta segreta, cosi segreta che ne lui e ne nessun altro ne era a conoscenza. Nello stesso tempo però mi sentivo eccitata di vivere in una nuova città, di conoscere nuove persone e frequentare una scuola nuova. Durante il trasloco nessuno dei parenti di mio padre venne a salutarci. Stavamo lasciando tutto per colpa loro e non ci degnavano neanche di un ciao. In quel preciso instante ho imparato l'odio. Ero arrabbiata e delusa, odiavo tutto di quel posto, la casa e le persone che abitavano in quel paese. In un attimo avevo dimenticato tutte le cose belle e i legami che avevo stretto negli anni. Si, andare via era la giusta decisione. A casa dei nonni sembrava tutto bello. Mia nonna Annabelle pensava alla casa e a mia mamma che continuava a non stare bene. Il vero rapporto ce l'avevo con mio nonno Angel, il quale mi regalava l'amore che fino a quel momento avevo elemosinato dalla famiglia di mio padre. Lui mi insegnava a giocare a carte, mi cucinava la polenta e portava me e Mark al parco comunale a mangiare il gelato. Passavamo i pomeriggi insieme e appena vedevo qualcosa in vetrina che mi piaceva, lui era già entrato nel negozio a comprarmela. Mia mamma peggiorava di giorno in giorno ed era sempre più magra in viso. La forza fisica cominciò a mancarle e dovette sospendere il suo lavoro. Nel frattempo iniziai il primo anno di medie. Finalmente ero in un ambiente nuovo, con amici nuovi che mi avevano accolto benissimo e che mi avevano ridato un po' di serenità. Studiavo e portavo buoni voti a casa. Mi piaceva studiare, amavo leggere e amavo quella scuola. Tutte le mattine mio nonno mi svegliava dolcemente, mi preparava la colazione e mi augurava la buona giornata. Col passare dei giorni mia madre era costretta a letto. Faceva fatica a parlare e piangeva disperata. Mio padre era rimasto nella casa vecchia e veniva a trovarci la sera dopo il lavoro e ultimamente discuteva con mia nonna per quale cura fosse la più giusta per mia madre. Annabelle era disperata e si rivolse ad una sensitiva che le leggeva le carte e le diceva cosa aveva sua figlia. E lei ci credeva. Mio padre invece si affidava ai medici che fino ad all'ora erano stati incapaci di capire cosa avesse veramente mia madre. Nonostante i miei nonni facevano finta che andasse tutto bene, io sapevo che non era così. Iniziai ad ascoltare le conversazioni tra lei e mio nonno dietro le porte socchiuse, e le parole che trapelavano erano fattura, demonio ed esorcista. In pratica mia madre era impossessata dal Demonio?! Ma come faceva Annabelle a credere a queste stronzate? Non interferì e lasciai fare agli adulti il percorso che ritenevano necessario. Nei mesi successivi mia madre si riprese e continuava il suo percorso dall'esorcista, mentre mia nonna andava a un gruppo di preghiera. Qualunque fosse stato il modo che aveva rimesso in piedi mia madre, per me era quello giusto. Dopo qualche tempo venne fuori il vero carattere di Annabelle, che pretendeva che io l'aiutassi in casa,cosa che già facevo. Si lamentava con mio nonno per qualunque cosa non le andasse bene di me e Mark, dal consumo dell'acqua durante la doccia piuttosto che il consumo della corrente se guardavamo la televisione. Anche per questi motivi i miei genitori acceleravano nella ricerca della casa. La casa dei nonni, porto sicuro per tutti i miei amici, casa piena d'amore e comprensione, per me stava diventando luogo di disagio e tristezza. La storia si ripeteva ancora una volta. Elemosinavo ancora l'amore dei nonni. Non potevo cambiare le cose ma solo sopportare, cosi quando cominciò la primavera io e Mark andavamo nel cortile del palazzo a giocare. Il cortile pieno di oleandri fioriti dall'odore quasi nauseabondo, circondavano il prato in cui stavamo. Il tutto confinava con uno spazio diviso solo da un muretto, dove vi erano due bellissimi cavalli. Uno di loro appena mi vide, avvicinò il suo grande muso verso di me per farsi accarezzare. Tutta quella vicenda di mia madre e la delusione che provavo verso Annabelle, mi avevano lasciato una ferita della quale non potevo parlare a nessuno. Chi mi avrebbe creduto che mia madre frequentava un esorcista perché era impossessata dal Demonio?! Sarei passata per bugiarda come la questione di John. Il mio amico cavallo forse lo sapeva. Lui conosceva la mia sofferenza. Andavo a trovarlo tutti i giorni finché non lo trovai più. Non seppi mai che fine fece, ma il suo insegnamento l'ho portato con me. La comprensione e l'ascolto che si trova in un'animale,non si trova in nessun essere umano. L'anno scolastico intanto era finito e noi finalmente avevamo una casa, sempre ad Octahan. Avevamo intrapreso la nostra nuova vita nella casa nuova, ricominciò l'anno scolastico e mi dovetti riambientare ai compagni nuovi, a quella scuola per me nuova e dovetti tentare di farmi piacere il mio paese che fino ad allora mi aveva causato solo brutti ricordi. Dovetti infatti aggiungere la rottura dell'amicizia con Mary che non faceva che informare mia madre delle mie cose personali, compresa la cotta che avevo per Joseph. Quell'episodio mi fece litigare con mia madre che per molti versi era molto all'antica, e che mi vietava cotte per i ragazzi in tutti i modi. Mi sentivo ferita da quello che mi aveva fatto Mary. Come aveva potuto tradirmi in questo modo. Io le raccontavo i miei segreti più profondi e lei spifferava tutto a mia madre facendo il doppio gioco. Non mi fidavo più di lei. Con lei decisi di chiudere definitivamente, e cosi decisi di frequentare un'altra compagnia, fatta di ragazze e ragazzi anche un po' più grandi di me, con i quali uscivo il sabato sera nella piazza del paese. Mi trovavo bene ma non ero me stessa. Passai le mie serate con loro fino ai 14 anni mentre l'anno prima ricevetti il mio primo cellulare. Me l'aveva regalato Annabelle per il mio compleanno, un Siemens C55. Era il mio primo cellulare e potevo mandare sms e squillare i miei amici. La cosa mi gasava un sacco. Era una sera d'estate quando mi presentarono Albert. I suoi fratelli andavano all'oratorio con Mark, quindi mi era capitato di vederlo durante la mia infanzia dalle suore. Aveva un anno in più di me e un sorriso che illuminava la piazza. Il comune aveva organizzato il beach volley, e la sera grandi comitive come la mia seguivano le partite. Albert mi chiese il numero di telefono, e io senza farmelo ripetere due volte glielo lasciai. Ero felice come una bambina quando riceve il suo gioco preferito. Ci sono stati quattro giorni di messaggi romantici, nei quali lui mi scriveva che gli piacevo e che voleva rivedermi. Il quarto giorno uscii con le mie amiche come sempre, finché non arrivò lui e insieme decidemmo di andare a fare un giro nei dintorni della piazza del beach volley. Durante la camminata non ci dicemmo una parola. Avevo le mani sudate e il cuore che batteva forte come un tamburo. Arrivammo nei pressi della stazione e ci sedemmo su una panchina, Albert prese la mia mano e avvicinò le sue labbra alle mie. Dai movimenti della sua bocca e da come cercava di unire la sua lingua con la mia, mi resi conto che aveva già esperienza su come si bacia davvero qualcuno. Io cercavo di seguire a fatica i suoi movimenti, ma era evidente che ero impacciata. Nella mia testa speravo che non ci vedesse nessuno, e non vedevo l'ora che finisse quel bacio che durò tantissimo. Le mie labbra erano bagnate della sua saliva e la cosa non mi sembrò poi cosi romantica. Il mio primo bacio l'avevo immaginato diverso, magari al mare e soprattutto con qualcuno che mi dicesse qualcosa di carino. Mi aspettavo qualcuno che mi dicesse che ero carina con quel vestito o che mi sussurrasse all'orecchio poesie d'amore. Volevo qualcuno che mi abbracciasse forte così da non sentire più le mie insicurezze e le mie paure, e invece Albert non era niente di tutto questo. Infatti appena finito tornammo subito dagli altri e lui sparì salutandomi con freddezza. Quando tornai a casa mi ficcai subito a letto senza però riuscire a dormire. Come aveva potuto Albert rovinare le mie prospettive sul mio primo bacio?! Come aveva fatto ad essere così superficiale e soprattutto come facevo io a provare qualcosa per lui! Non potevo provare amore per uno che mi aveva salutato a stento e che non si era più fatto sentire durante tutta la sera. Quando i miei pensieri furono abbastanza consumati e le forze iniziarono ad abbandonarmi, decisi che il giorno successivo non avrei mai più pensato a lui. Mi addormentai con quel pensiero. Il mattino seguente mi svegliai,ma la prima persona a cui rivolsi il primo pensiero fu Albert. Quando accesi il cellulare mi accorsi che mi aveva mandato un messaggio. ‘'QUANDO CI RIVEDIAMO? SEI IMPORTANTE PER ME TI AMO.'' Cosa stavano leggendo i miei occhi. Albert mi ama. Ama proprio me! In un attimo si scacciò via il pensiero di non voler più stare con lui. Io Albert lo volevo eccome. Così mi strofinai per bene gli occhi e iniziai a digitare con attenzione le lettere del telefono. ‘' E' STATO BELLISSIMO IERI SERA, STASERA I MIEI NON MI FANNO USCIRE, SE VUOI CI VEDIAMO DOMANI. TI AMO ANCH'IO'' Non riuscivo a credere di aver scritto un messaggio del genere. Avevo scritto il mio primo ti amo ed ero fidanzata. Wow cosa era cambiato in così poco tempo, insomma nel giro di una sera da farmi ritrovare impegnata con qualcuno il giorno dopo?! Ero felice e per me era l'unica cosa che contava. Durante la giornata si susseguirono infiniti messaggi romantici ma l'ultimo fu quello che mi colpì più di tutti. ‘'AFFACCIATI AMORE MIO '' cosa?? Che voleva dire che era giù, ma come aveva fatto a venire... oddio ero nel panico, i miei erano in casa e poi ero in tuta. Mi vergognavo ma feci quello che disse. Mi affacciai dalla finestra ma nel cortile non vedevo nessuno. Improvvisamente vidi una mano da lontano che mi salutava e che mi mandava dei baci. Era Albert che aiutava a lavare le auto a suo padre che difatti aveva l'autolavaggio proprio di fronte al mio palazzo, separati solo dai binari del treno. Ho pensato che fosse proprio un premio del destino. Lo salutai timidamente con la mano e gli mandai un bacio con velocità prima che i miei se ne accorgessero. Fu il gesto più romantico che avevo ricevuto fino ad allora. Andai a letto felice e chiedevo alla notte di passare in fretta per poter rivedere presto il mio Albert. La sera ero pronta e super emozionata, dopo tutte le parole che ci eravamo detti ero sicura che sarebbe andata meglio della prima sera. Mi ero messa una minigonna di jeans con un top fuxia, mi ero truccata e avevo lasciato i capelli sciolti sulle spalle. Andai nella solita piazza del beach volley e dopo mezz'ora che ero la con le mie amiche mi arriva un messaggio. ‘' NON CI VEDIAMO STASERA E' MEGLIO CHE CI LASCIAMO ‘' Il mio cuore si spezzò in un istante. Provai a chiamarlo e a chiedere spiegazioni, ma non ricevetti mai una risposta. Sentii le mie gambe tremare e il fiato mancare. In un secondo si erano frantumati tutti i miei sogni di essere felice. Piansi di nascosto senza farmi vedere da nessuno. Ero distrutta, persa ed esausta. Quella sera tornai a casa prima del solito e mi chiusi in camera nella disperazione. Misi la testa sotto il cuscino e piansi per quasi tutta la notte. Stavo provando un dolore enorme e niente aveva più senso. I mesi successivi li passai ad osservare Albert che lavorava all'autolavaggio affacciata al balcone. Nel frattempo iniziai il primo anno di liceo dove conobbi tante belle persone. Non uscivo più con la vecchia compagnia del mio paese perché molte ragazze si erano fidanzate ed io ero rimasta da sola. Ma non per molto perché in classe avevo legato con un paio di ragazze di una cittadina a pochi chilometri dalla mia di nome Somves city. Addy e Ele erano diventate le mie nuove amiche inseparabili. Con loro ero me stessa e dopo la delusione di Albert avevo capito che la mia corazza si stava rafforzando sempre di più. Mio padre tutti i fine settimana mi accompagnava a casa di Addy e poi veniva a riprendermi dopo la serata. Mi piacevano le serate a Somves city, conoscevo gente nuova ed ero spensierata. Avevo quasi accantonato del tutto il male che mi aveva fatto Albert e proseguivo le mie giornate tra il liceo e gli amici. Anche in famiglia le cose sembravano andare bene, mia madre era in forma e mio padre anche. Tutto era perfetto. Aspettavo con ansia l'estate per andare in vacanza per tutto il mese di Agosto. Il mare era la meta preferita di tutta la famiglia, per questo i miei prendevano sempre un appartamento al mare in affitto. Io e Mark avevamo una grande compagnia di amici e insieme andavamo a ballare in discoteca. Avevo perfino imparato a ballare il latino americano sfidando finalmente la mia timidezza. La mia vita proseguì in maniera tranquilla per quasi un anno e io stentavo a crederci. Mi ero appassionata alla musica rock e passavo quasi tutto il mio tempo a tradurre i testi dall'inglese all'italiano con il vocabolario,parola per parola. Mi ritagliavo del tempo per leggere i libri di poesie e di letteratura. Amavo ‘'A Silvia ‘' di Leopardi, ‘'La Divina commedia di Dante , ma il mio libro preferito in assoluto era ‘' Giulietta e Romeo'' di Shakespeare. Ero una sognatrice, lo sono sempre stata. La sera prima di addormentarmi inventavo storie nella mia testa, con persone che non conoscevo. Sognavo una vita alla grande fuori da Octahan. A quattordici anni ero ambiziosa, sapevo cosa volevo e chi volevo essere. Volevo insegnare alle superiori, essere il punto di riferimento dei ragazzi incompresi a scuola e diventare una donna indipendente. Un sabato sera proposi a Addy di venire da me per poi uscire in piazza ad Octahan. Avevo preso appuntamento con un nostro compagno di classe che sarebbe passato a farci un saluto in piazza. Si chiamava Craig e quando lo vidi arrivare non era da solo, si presentò infatti con suo cugino Antony di diciannove anni. Era molto simpatico e passammo una bella serata tutti e quattro insieme al bar. Quando ricominciò la settimana scolastica Craig mi disse che Antony voleva approfondire la conoscenza nei miei confronti. Io ne fui lusingata ma presi del tempo per me per pensarci. La mia decisione fu rispettata da entrambi e ne fui felice. Ci pensavo veramente ad Antony ma ne avevo timore. Era più grande di me di cinque anni e io oltre a dare un bacio ad Albert non avevo nessun altra esperienza. La mattina mettevo le cuffie, andavo alla stazione e prendevo il treno per andare al liceo. Mentre ascoltavo le canzoni dei Green Day pensavo a tutti i pro e i contro se avessi detto di si ad Antony. Dopo un paio di settimane mi feci coraggio e decisi di vederlo a qualche metro da casa mia. Sera dopo sera si instaurò una bella alchimia e scoprii un ragazzo buono e onesto che lavorava come commesso in un negozio di biancheria per la casa. Lui ascoltava le mie paure e io le sue. Mi aprii con facilità a lui perché per la prima volta qualcuno mi ascoltava per davvero. Quando ci baciammo per la prima volta non fu come con Albert. Non c'era paragone. Antony mi tirò verso di lui e mi abbracciò cosi forte che il mio cuore in pezzi si riattaccò pezzo per pezzo. Mi disse che mi amava, ma io non ricambiai subito i suoi sentimenti. Nonostante avevo la sensazione che lui fosse davvero sincero, io avevo bisogno ancora di tempo. Non volevo correre, volevo scoprire la sua bella anima senza fretta. Così la sera con la scusa di portare giù il cane m' incontravo dieci minuti con Antony. Per lui quei pochi minuti in cui ci vedevamo erano il mondo, e non c'era mai una sera che non venisse. Anche la mattina mi accompagnava a scuola in macchina e io partivo prima da casa, cosi avevamo un po' di tempo per stare insieme e per calmare i nostri ormoni che ormai non tenevamo più a freno. Ci baciavamo con passione fino a screpolarci le labbra a vicenda. Faceva caldo anche se eravamo in pieno inverno. Avevo un fuoco che non avevo mai provato in vita mia e la cosa mi piaceva da morire. Non eravamo mai andati oltre perché il pensiero di perdere la verginità non mi era mai sfiorato in testa .Non ci avevo mai pensato seriamente alla cosa. A casa mia l'argomento fidanzati e sesso era un tabù e quindi non potevo avere nessun tipo di confronto con mia madre su quello che sarebbe potuto accadere. La nostra relazione la tenni per me, con qualche compagna di classe di cui mi fidavo e con Craig ovviamente che ne era felicissimo. Anche andare a studiare da lui era un buon pretesto per vedermi con Antony. Anzi a casa di Craig eravamo più tranquilli, senza la paura che qualcuno in paese ci potesse vedere per poi andare a fare la spia a mio padre. Dopo un po' di tempo guardai Antony negli occhi e gli dissi che lo amavo. Provavo davvero quei sentimenti che mi avevano travolto in attimo. Dopo i primi mesi bellissimi, la nostra relazione incominciò ad avere dei problemi. Antony mi faceva delle scenate di gelosia per ogni ragazzo con il quale mi fermavo a parlare. Ogni mio amico secondo lui voleva venire a letto con me. Era diventato così pesante che mi faceva passare anche la voglia di uscire con lui. Quando litigavamo dopo un po' lui mi prendeva le mani e piangeva. ‘'TU SEI BELLISSIMA E IO HO PAURA DI PERDERTI ‘' mi diceva ‘' SENZA DI TE NON SONO Più NIENTE. VORREI UCCIDERE TUTTI I MASCHI CHE SI AVVICINANO A TE ''. Io lo abbracciavo e lo rassicuravo, ma nel mio cuore sapevo che era sbagliato. Anthony era un ragazzo molto insicuro, che sapeva trasformare la sua dolcezza in gelosia ossessiva. Mi faceva mancare l'aria. Rimasi senza fiato anche quando mi regalò un anello. Provai a spiegargli che era presto e che io non avevo bisogno di tutti quei regali. Ma come sempre faceva di testa sua. Il litigio prima della nostra rottura definitiva avvenne prima che io partissi per le vacanze con la mia famiglia. Antony non voleva che io me ne andassi, ma non avevo molta scelta data la mia giovane età. Quando partii per il mare io ed Antony stavamo ancora insieme ma qualcosa si era rotto. Durante le vacanze quando lui mi telefonava io cercavo scuse per interrompere presto la telefonata. Avevo già preso la mia decisione, ma gliel'avrei comunicata da vicino. Dopo la fine delle vacanze, la prima cosa che feci fu incontrare Antony. Credo che lui già sapesse cosa gli volessi dire perché l'espressione della mia faccia aveva preceduto le mie parole. ‘' TI LASCIO ANTONY, NON PERCHè NON TI AMI, MA PERCHé LA TUA GELOSIA MI STA FACENDO IMPAZZIRE. MI MANCA L'ARIA''. Fece un cenno con la testa e mi disse semplicemente ‘' HO CAPITO'' . Gli restituii l'anello augurandogli tanto amore e fortuna. Mentre tornavo a casa piansi, ma mi sentivo il petto leggero. I giorni successivi furono difficili per me. Non facevo altro che pensare al male che gli avevo fatto e ai miei sensi di colpa. Antony era una persona fragile e insicura e nonostante anche io per certi versi lo ero, qualcosa non ci ha fatto incastrare alla perfezione. Quella storia mi fece crescere molto, maturare e soprattutto capire che l'amore è impegno, dedizione e soprattutto rispetto. E io non mi sentivo rispettata , non ero proprietà di nessuno e non volevo esserlo. Volevo poter esprimere i miei pensieri, senza essere aggredita, parlare con qualunque ragazzo senza avere paura di ritorsioni ed essere me stessa con pregi e difetti. Dopo Antony stetti per un anno da sola. Avevo compiuto ormai quindici anni e continuavo a uscire con Addy ed Ele a Somves city. Ero al secondo anno di liceo e la letteratura e la storia continuavano ad essere le mie materie preferite. Avevo ragazzi che mi venivano dietro che mi regalavano i miei dischi preferiti, ma nessuno mi interessava veramente. Dopo un anno di freddezza mi accorsi che non riuscivo più a provare grandi emozioni, e per me che anche una canzone messa al momento giusto mi faceva sussultare il cuore, era una sensazione che mi provocava vuoto. Io vivevo di emozioni e non potevo farne a meno, la calma piatta mi metteva ansia. Volevo una vita intensa e se non avessi provato a riaprirmi con qualcuno, sarei rimasta col cuore di pietra per chissà quanto tempo. La delusione di Antony mi aveva segnata più di quanto potessi veramente immaginare. Così una sera mentre ero con Addy in piazza, si avvicinò un ragazzo che conoscevo di vista e che avevo visto al liceo. Gabriel,era il suo nome, passò la serata con noi. Sapevo di piacergli cosi decisi di frequentarlo. Ci baciavamo nelle scale dell'istituto scolastico e passavamo del tempo insieme. Gabriel mi faceva ridere. Il suo carattere spiritoso mi faceva sentire leggera. Non provavo dei sentimenti per lui però almeno ero riuscita ad uscire dal mio guscio dopo un anno. Il mio cuore batteva ancora e questo mi regalava serenità. Dopo qualche tempo Gabriel iniziò a pretendere di più di qualche bacetto o attenzione da parte mia. Lui voleva fare l'amore con me e me lo disse apertamente. Le mie guancie infuocate dall'imbarazzo mi fecero solo dire di no. Non volevo fare l'amore con Gabriel. Non lo amavo e non era la persona giusta. Così dopo un pò di tempo Gabriel andò a cercarsi qualcun'altra che poteva dargli quello che voleva. Meglio cosi, i suoi baci erano così appiccicosi che neanche mi piacevano. Percepii me stessa ancora una volta. Sapevo che ero l'unica persona che si sarebbe voluta bene e accettata sempre e comunque nel bene e nel male. Non volevo perdermi.

Era una calda Domenica di Maggio quando conobbi Philip. C' era la festa patronale a Somves City e Addy mi pregò di accompagnarla a fare una scampagnata in montagna insieme a un gruppo di suoi amici. Provai a dirle che non mi andava, non solo per la salita di quattro ore da fare ma anche perché veniva pure Gabriel e non sarei stata a mio agio. Ovviamente da brava amica dovetti acconsentire a questa cosa e la mattina alle sei partimmo per quest'avventura. Non facevo altro che guardare l'alba, il cielo era uno spettacolo e l'aria fresca faceva alleggerire il cammino. Il profumo dei Castagni inebriava il sentiero e nonostante non ci volessi andare, mi stavo godendo a pieno questa esperienza. Durante il tragitto Gabriel non faceva altro che guardarmi mentre baciava la sua nuova fiamma. Era ridicolo, pensava davvero che io fossi gelosa di lui?! La verità è che il mio senso di serenità prevaleva sulla coppia del momento, e per questo non ero minimamente interessata alle loro effusioni. La salita proseguiva e per arrivare in cima mancava ancora qualche ora, però mi sentivo carica e di buon umore. Mentre mi guardavo intorno, vedevo grandi compagnie di ragazzi e ragazze salire, la fatica e la voglia di arrivare in cima ci univa tutti, quindi era anche molto semplice fare amicizia tra di noi. Quando io, Addy e gli altri siamo partiti, camminavamo di fianco a un gruppo di amici e durante tutta la scalata li abbiamo tenuti dietro di noi sul sentiero. Quando mi capitava di girarmi notavo questo tizio che non faceva altro che guardarmi il sedere e quando incrociavo i suoi occhi lui faceva finta di niente. Arrivati quasi a metà cammino, si avvicinò un ragazzo che voleva conoscere me e Addy. Si chiamava Ryan e ci disse che aveva piacere a continuare il cammino con noi e che aveva anche un amico da presentarci. Io e Addy ci guardammo un po' divertite ma accettammo la sua compagnia. Arrivati a cento metri circa dall'incontro c'era il suo amico. Si avvicinò e allungandomi la mano si presentò come Philip. Non potevo crederci. Lo stronzo che mi guardava il sedere da più di due ore voleva interagire con me oltre che col mio fondoschiena. Non persi occasione per dirglielo, mi presentai, gli strinsi la mano e senza peli sulla lingua gli dissi ‘' HAI FINITO DI GUARDARE IL MIO FONDOSCHIENA? '' Philip diventò rosso come il cielo dell'alba di quella mattina, sgranò gli occhi e imbarazzato mi sorrise. Il suo amico Ryan si era divertito alla mia battuta e cominciò a corteggiarmi. Lo lasciai fare,infatti nella salita più ripida della montagna Ryan mi teneva per mano e mi aiutava a salire. Philip dopo la mia frase restò un po' freddo, ma teneva il suo sguardo su di me. Avevo capito di piacergli, anche se in realtà piacevo anche a Ryan. Non detti importanza a nessuno dei due e finalmente arrivammo in cima. Il panorama era mozzafiato e tutta quella fatica ne era valsa davvero la pena. Anche Gabriel e la sua dama erano arrivati, e tutti insieme cercammo un posto dove poterci sedere. Conoscemmo tanta gente nuova io e Addy, e addirittura rincontrai un mio vecchio compagno di classe delle medie che mi presentò la sua ragazza. Mi guardai intorno e mi piaceva ciò che vedevo, il posto e anche la gente. Il paradosso fu che nonostante avessi fatto quasi tutta la salita con Ryan, in cima invece stavo conoscendo Philip un po' meglio. Tra i due fisicamente ero più attratta da Ryan, alto bello e moro dallo sguardo magnetico. Mentalmente invece ero presa da Philip, basso e dalla pelle pallida. Avevamo molto in comune e la sua dolcezza nei modi di fare mi faceva dimenticare il fatto che non era proprio il mio tipo fisicamente. Mi diceva che ero bella, che i miei occhi non gli facevano capire più nulla e che il mio carattere forte lo affascinava. Il sole era cocente e ci mettemmo sdraiati vicino con la testa sotto l'ombrello, come da volerci isolare dagli altri e dal mondo. Eravamo vicinissimi e le sue labbra erano per me come una calamita. Non lo baciai. D'altronde lo conoscevo solo da cinque ore e io non ero una di quelle che bacia una persona appena conosciuta. Non mi riconoscevo in questa immagine e non volevo che pensasse che fossi una facile. La giornata fu piacevole e la discesa la facemmo insieme mano nella mano. Ci eravamo dati appuntamento per la sera stessa, e quando ci incontrammo in piazza a Somves city non ci riconoscemmo subito. Non eravamo più in abiti da montagna e io non avevo più i miei capelli mossi. Avevo passato la piastra e indosso avevo un jeans e una maglia trasparente. Philip invece aveva una camicia nera abbinata al jeans e un orecchino sull'orecchio sinistro. Sembravamo due persone diverse e quando ci guardammo ci emozionammo. I suoi occhi penetranti guardavano i miei che però non riuscivano a mantenere il suo sguardo. Era stata sempre una mia difficoltà quella di guardare negli occhi le persone. Non volevo che nessuno mi leggesse veramente dentro, perché sapevo bene che quello che non dicevo con la bocca lo rivelavano gli occhi. Avevo il mare negli occhi e non volevo mostrarlo a nessuno. Passeggiammo e ci scambiammo i numeri di telefono, mentre Addy e Ryan si baciavano appassionatamente. Eravamo imbarazzati, ma io volevo aspettare. Un minimo di corteggiamento me lo meritavo. Volevo metterlo alla prova e vedere di cosa era capace. Cosi iniziammo una serie di messaggi e telefonate, partendo dal buongiorno fino ad arrivare alla buonanotte, con frasi romantiche e parole dolci. I complimenti erano il punto forte di Philip, me ne faceva tantissimi e mi lusingavano molto. Al quinto giorno dalla nostra conoscenza non ci eravamo più visti, ma lui al telefono pronunciò ‘'TI AMO''. Il mio cuore si sciolse come neve al sole, e stranamente non volli aspettare nel rispondergli ‘'ANCH'IO''. Cavolo l'amavo sul serio e non era paragonabile ai precedenti. Era un' amore che m
Giusi Marinaccio
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