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Fabio Giorgino Fabio Giorgino fin dall’infanzia dimostra un vivo interesse per l’arte in generale e per tutto ciò che è frutto dell’ingegno e della creatività. Nel 2010 inizia a coltivare il sogno di scrivere un thriller ambientato a Taranto. C’è un’idea di fondo, che piano piano si arricchisce sempre più di particolari fino a diventare la prima stesura, e dopo otto anni di riscritture e revisioni, a luglio 2019 vede la luce l'opera d’esordio dal titolo Le ragioni della follia, pubblicato con Amazon. Nel 2022, la nuova versione pubblicata con Ugo Mursia Editore nella collana Giungla Gialla Editore vince il premio speciale della critica al Premio Internazionale Città di Cattolica
Maristella Lippolis Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista Tuttestorie diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Nel 1999, con la raccolta di racconti "La storia di un’altra" ha vinto il Premio Piero Chiara.
Seguono i romanzi "Il tempo dell’isola", "Adele né bella né brutta" (finalista al Premio Stresa 2008), "Una furtiva lacrima", "Raccontami tu", "Non ci salveranno i Melograni", "Abbi cura di te". È componente del direttivo nazionale della Società italiana delle Letterate. Il suo ultimo romanzo è "La notte dei bambini", edito da Vallecchi Firenze.
Salvatore Basile Salvatore Basile svolge attività di sceneggiatore dal 1992. Tra le sue sceneggiature ricordiamo: Ultimo, San Pietro, Cime tempestose, La cittadella, Sarò sempre tuo padre, L’uomo sbagliato, Fuga per la libertà, Giovanni Paolo II, Sotto copertura, Il sindaco pescatore, I fantasmi di Portopalo, Gli orologi del diavolo, La fuggitiva, Il Commissario Ricciardi. È ideatore di serie tv come: Il giudice Mastrangelo, Il Restauratore, Un passo dal cielo e Una pallottola nel cuore. Il suo ultimo romanzo "Cinquecento catenelle d’oro" è uscito con Garzanti ad aprile del 2022.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Twiga Nakupenda
Titolo: L'amore all'equatore
Genere Romance
Lettori 370 1 2
L'amore all'equatore
Andrea sarebbe ripartito, non sapeva cosa avrebbe fatto dopo, non si poneva alcuna domanda, cercava di vivere il presente facendo scivolare via il tempo come se non le appartenesse. Festeggiarono l'ultimo dell'anno con sfarzo e lusso come era prevedibile, Andrea, era tornato allegro, almeno in apparenza sembrava non fosse successo niente; lo scrutava come fosse una bomba a orologeria temendo il momento in cui le avrebbe detto che partiva. Lo fece una mattina mentre passeggiavano sulla spiaggia, Irene si fermava ogni tanto a raccogliere delle conchiglie spiegando il nome di ognuna.
- Ho il volo domani! -
- Questa si chiama Lambis Scorpione, vedi? Gli assomiglia se la guardi bene? -
- Hai capito? Domani torno in Italia. -
- Ho capito, non sono sorda! -
- Voglio dire, se vuoi tornare con me, fare il viaggio insieme. -
- No, grazie, vai pure, io rimango qui, oppure torno in Kenya o in Tanzania, male che vada andrò a fare la salariata della subacquea in mar Rosso. -
- Che farai? -
- Te l'ho detto, sto considerando il Mar Rosso, lì c'è sempre richiesta di Istruttori, ho diversi amici in zona, ci si diverte anche, c'è movimento... -
- Fai la seria, cosa hai deciso? -
- Pensa, la sera si ritrovano in un bar dove per sfida si esibisce il computer, chi raggiunge i cento metri ha diritto a bere gratis, si chiama il bar dei cento, se ci vado gli sbatto il mio sul banco la prima sera. -
- Non dire cazzate! Non ci credo! -
- Pensi che ti dica quello che ho pensato per il mio futuro? Perché? Ti infastidisce partire e non sapere quello che farò vero? -
- Sì, mi sento responsabile, ti ho trascinato io in questa storia, se hai bisogno di qualcosa... -
- Mi stai offrendo dei soldi? A che titolo? Liquidazione? Stipendio arretrato per averti fatto la guida? No, grazie, non ne ho bisogno credimi. -
- Mi sentirei più tranquillo se... -
- Ci saluteremo oggi, appena torniamo al Pippilù prenderò tutti i miei pochi vestiti, i miei tre stracci da poveraccia e le mie attrezzature. -
Andrea rimase muto senza muovere un muscolo mentre guardava Irene preparare tutte le sue cose con calma, mise tutto in dei sacchi, la sua attrezzatura subacquea, la cinepresa, le macchine fotografiche, i libri e i cd, i souvenir comprati a Zanzibar insieme.
- Non puoi andare via così, senza dirmi che farai per vivere! Poi ci vedremo ancora, magari fra un paio di mesi mi libero. -
- Non ti preoccupare Andrea, hai fatto tanto per me. Sono tranquilla, sbriga i tuoi impegni, non sentirti obbligato in nessun modo, io me la cavo sempre... -
- Ti lascio il mio indirizzo, il mio telefono... -
- Non importa, hai tutti i miei recapiti, da qualche parte mi troverai. Ti saluto adesso, addio Andrea! -
- Come addio, io pensavo che magari domani potevi venire all'aeroporto, passare l'ultima notte insieme. -
- Non mi chiedere questo, non te lo concedo, lasciami andare via per prima. -

Rimasto da solo sul Pippilù, Andrea prese una bottiglia di whisky e bevve fino a quando non sentì meno male, pensò a Irene per tutta quell'ultima notte a bordo, nella sua mente aveva pensato a un addio in grande stile, con una cena romantica e una nottata di sesso appassionato. Trovarsi da solo con i suoi pensieri non gli faceva bene. Il giorno dopo si rese conto che Irene si era portata via tutte le foto scattate insieme, non era rimasto niente di lei, a parte i vestiti di lusso e quella pesante noce di cocco. Si sentì stanco e vecchio per la prima volta guardandosi allo specchio si controllò i capelli bianchi e lo stato degli addominali. Di profilo davanti allo specchio si disse che era uno stronzo.

Irene arrivò a casa di Antonella come avevano stabilito da giorni, in uno stato di trance, aveva combattuto contro se stessa per non rimanere con Andrea anche l'ultima notte, sarebbe stato troppo doloroso, non l'avrebbe retto. Si sistemò in una specie di capanno per gli attrezzi riadattato a camera da letto. Antonella aveva dipinto tutto di giallo, sistemato un letto nel mezzo avvolto da una zanzariera rossa, un piccolo tavolo blu e una sedia verde. Al posto dell'armadio un filo steso. Non si dissero quasi niente, Irene si chiuse nella stanzetta e cominciò a piangere, finalmente riusciva a sfogarsi, dopo tanti giorni, ora poteva piangere e disperarsi senza limite. Finalmente pianse per Marco e la loro separazione, pianse per la delusione avuta da Francesca, pianse per Samantar e tutti gli equivoci mai chiariti, pianse per Andrea, per quanto era stata bene con lui, per quanto si era illusa, pianse perché si sentiva stanca, pianse per i suoi genitori che la credevano felice in uno dei posti più belli del mondo con un “ragazzo a posto”. Bastava che pensasse a qualsiasi cosa, la più banale e piangeva, si sentiva un po' come Elena, ma almeno lei fra poco avrebbe avuto il suo bambino e non sarebbe stata più sola. Piangeva perché comunque la vita andava avanti, e ogni mattina Antonella le portava il thè con il pane e la marmellata e le chiedeva se voleva andare al mare. Rimase in uno stato di dolore come quando erano morti i suoi nonni e non sapeva rassegnarsi al fatto che non gli avrebbe più rivisti. Charlie e Antonella la rispettavano, la lasciavano fare, sapevano bene quanto sarebbe stato importante per lei sfogarsi per bene, ci voleva tutto il tempo necessario.
Un giorno rientrando a casa Antonella sentì un profumo familiare di pomodoro e soffritto di cipolla.
- Che cazzo! Irene! -
Entrò in cucina e vide Irene con i capelli tagliati all'altezza delle spalle, si era lavata e cambiata e stava cucinando degli spaghetti al pomodoro.
- Cazzo Irene! I capelli! Cazzo! -
- Mi sono alzata con la voglia di spaghetti pomodoro e basilico, poi ho iniziato a pettinarmi e non ce la facevo più, ho visto le forbici! Ho dato un taglio al passato! -
- Dove li hai messi? Ma è vero che non te li tagliavi da almeno... -
- Praticamente mai tagliati in vita mia, non li sopportavo più! Ho riempito un paio di sacchetti di plastica. -
- Cazzo Irene, si fa così! Sei una ganza, che cazzo te ne frega di quel deficiente, a parte quella caccola di anello che ti ha regalato, a parte che era un fico della Madonna, a parte... -
- Antonella, basta! Così mi deprimi ancora, e poi aggiungi anche che era ricco sfondato e aveva un certo stile, a letto una bomba! -
- Guarita? -
Irene cominciò a piangere e a ridere, Antonella fu contagiata e iniziò anche lei, intanto il pomodoro cominciò a bruciacchiarsi.
- Cazzo Irene, il pomodoro no! -
Risero insieme e si abbracciarono strette. Si sistemarono a tavola mangiando spaghetti fino a scoppiare, sempre parlando e facendo considerazioni.
- Ma scusa Irene, come si fa a iniziare una vita a due, prima in un Villaggio di lusso, poi con un Safari da urlo, e per finire il tipo cosa ti offre? Una crociera alle Seychelles con un catamarano da miliardari con l'unico problema per lui se stappare una bottiglia di Brunello o una di Champagne e per te se metterti in lungo o in corto per essere più carina. Non poteva funzionare, troppo sopra le righe, troppo, troppo ecco! -
- Infatti, lui è stato uno troppo. Uno di quelli che fa male quando lo incontri. Ma è passata, sento che il peggio è passato, in fondo in questi tre mesi che mi è successo di strano? Mio marito mi ha lasciata, il fidanzato anche e l'amante? Non ho avuto nemmeno il tempo di salutarlo! -
- Samantar ti ha lasciato qualcosa. -
- Basta! Non ci devo e non ci voglio pensare più. Come diceva mia nonna, anno nuovo, vita nuova. Da domani comincio a lavorare con Charlie, ho deciso accetto il posto di video operatrice subacquea, anche perché da ora in poi mi dovrò guadagnare da vivere! -
Le amiche brindarono alla decisione e continuarono a fare progetti e buoni propositi per l'anno nuovo. Antonella mise al primo posto la sua ferma intenzione di diventare mamma, poi di finire di pagare la barca di Charlie, comprare delle galline e magari una mucca, dipingere la casa di un altro colore; Irene ascoltava l'amica e pensava a quello che avrebbe dovuto fare lei, in Italia, scacciò subito via pensieri di avvocati e tribunali e si concentrò sul nuovo lavoro.
Era la cosa che sapeva fare meglio: le riprese subacquee, Charlie avrebbe accompagnato i gruppi di sub e lei si sarebbe offerta per girare filmati su richiesta. Fu un successo, tutti volevano quel ricordo, quella videocassetta da guardare a proprio piacimento al ritorno delle vacanze. Le sue riprese erano originali, mai monotone, includeva qualche trucco e qualche effetto particolare, mischiando riprese terrestri e marine. Faceva due o tre immersioni al giorno, i video li montava di notte o al mattino presto, nella cabina che Charlie le aveva messo a disposizione. Viveva il mare nel modo che preferiva, per la prima volta senza essere la fidanzata o la moglie di nessuno, senza dover giustificare nessun sbalzo di umore. Le pubbliche relazioni le svolgeva Antonella, Charlie faceva l'accompagnatore, lei era semplicemente un tecnico, distante dai clienti quanto basta per non dover fare chiacchiere di circostanza la sera. Era quello il momento più critico per Irene, lo spazio temporale fra la cena e il letto, si trovava quasi sempre da sola su un divanetto nell'albergo a bere una birra o un succo di frutta e a dover contenere i suoi pensieri per non farli andare troppo lontano. Il lavoro la ripagava di tutto, guadagnava bene, rimaneva anche qualcosa per Charlie anche se doveva sempre insistere per fargli accettare un percentuale sulle vendite. Le giornate scivolavano via fra attrezzature da far asciugare, bombole da caricare, filmati da vedere, tagliare e montare. Irene riposava poco, ogni tanto si prendeva un giorno di pausa quando il computer da polso le segnalava insistentemente che era satura di azoto, allora saliva sulla bici con un libro e cercava un posticino tranquillo per starsene fuori tutto il giorno, leggeva i romanzi che i turisti lasciavano in albergo, polpettoni romantici o interminabili thriller. Ogni tanto si arrampicava da Antonella impegnata nella costruzione di un pollaio dai colori improbabili.
Dopo due mesi Andrea non si era fatto vivo in nessun modo, come si era immaginata. Il tempo stava cambiando e la notte violenti temporali la svegliavano. I clienti iniziarono a diminuire e il suo visto turistico stava scadendo. Antonella stava progettando un rientro in Italia e le chiese se voleva accompagnarla. Charlie avrebbe tirato la barca in secca per le manutenzioni annuali, le chiese di tornare a lavorare con lui in luglio, prima ci sarebbe stato ben poco da fare. Irene ci pensò ma al momento non fu in grado di accettare, non voleva vincoli, di nessun genere. Decise di comprarsi un biglietto per Nairobi-Mombasa. Antonella e Charlie la salutarono un mattino grigio inconsueto per quelle latitudini, una pioggia umida e inconsistente bagnava qualsiasi cosa. Anche a Nairobi pioveva, quando Irene scese dall'aereo rabbrividì. A Mombasa un'afa eccessiva le mozzò il fiato. Una corsa in taxi e di nuovo a Kilifi, da sola.























Andrea sarebbe ripartito, non sapeva cosa avrebbe fatto dopo, non si poneva alcuna domanda, cercava di vivere il presente facendo scivolare via il tempo come se non le appartenesse. Festeggiarono l'ultimo dell'anno con sfarzo e lusso come era prevedibile, Andrea, era tornato allegro, almeno in apparenza sembrava non fosse successo niente; lo scrutava come fosse una bomba a orologeria temendo il momento in cui le avrebbe detto che partiva. Lo fece una mattina mentre passeggiavano sulla spiaggia, Irene si fermava ogni tanto a raccogliere delle conchiglie spiegando il nome di ognuna.
- Ho il volo domani! -
- Questa si chiama Lambis Scorpione, vedi? Gli assomiglia se la guardi bene? -
- Hai capito? Domani torno in Italia. -
- Ho capito, non sono sorda! -
- Voglio dire, se vuoi tornare con me, fare il viaggio insieme. -
- No, grazie, vai pure, io rimango qui, oppure torno in Kenya o in Tanzania, male che vada andrò a fare la salariata della subacquea in mar Rosso. -
- Che farai? -
- Te l'ho detto, sto considerando il Mar Rosso, lì c'è sempre richiesta di Istruttori, ho diversi amici in zona, ci si diverte anche, c'è movimento... -
- Fai la seria, cosa hai deciso? -
- Pensa, la sera si ritrovano in un bar dove per sfida si esibisce il computer, chi raggiunge i cento metri ha diritto a bere gratis, si chiama il bar dei cento, se ci vado gli sbatto il mio sul banco la prima sera. -
- Non dire cazzate! Non ci credo! -
- Pensi che ti dica quello che ho pensato per il mio futuro? Perché? Ti infastidisce partire e non sapere quello che farò vero? -
- Sì, mi sento responsabile, ti ho trascinato io in questa storia, se hai bisogno di qualcosa... -
- Mi stai offrendo dei soldi? A che titolo? Liquidazione? Stipendio arretrato per averti fatto la guida? No, grazie, non ne ho bisogno credimi. -
- Mi sentirei più tranquillo se... -
- Ci saluteremo oggi, appena torniamo al Pippilù prenderò tutti i miei pochi vestiti, i miei tre stracci da poveraccia e le mie attrezzature. -
Andrea rimase muto senza muovere un muscolo mentre guardava Irene preparare tutte le sue cose con calma, mise tutto in dei sacchi, la sua attrezzatura subacquea, la cinepresa, le macchine fotografiche, i libri e i cd, i souvenir comprati a Zanzibar insieme.
- Non puoi andare via così, senza dirmi che farai per vivere! Poi ci vedremo ancora, magari fra un paio di mesi mi libero. -
- Non ti preoccupare Andrea, hai fatto tanto per me. Sono tranquilla, sbriga i tuoi impegni, non sentirti obbligato in nessun modo, io me la cavo sempre... -
- Ti lascio il mio indirizzo, il mio telefono... -
- Non importa, hai tutti i miei recapiti, da qualche parte mi troverai. Ti saluto adesso, addio Andrea! -
- Come addio, io pensavo che magari domani potevi venire all'aeroporto, passare l'ultima notte insieme. -
- Non mi chiedere questo, non te lo concedo, lasciami andare via per prima. -

Rimasto da solo sul Pippilù, Andrea prese una bottiglia di whisky e bevve fino a quando non sentì meno male, pensò a Irene per tutta quell'ultima notte a bordo, nella sua mente aveva pensato a un addio in grande stile, con una cena romantica e una nottata di sesso appassionato. Trovarsi da solo con i suoi pensieri non gli faceva bene. Il giorno dopo si rese conto che Irene si era portata via tutte le foto scattate insieme, non era rimasto niente di lei, a parte i vestiti di lusso e quella pesante noce di cocco. Si sentì stanco e vecchio per la prima volta guardandosi allo specchio si controllò i capelli bianchi e lo stato degli addominali. Di profilo davanti allo specchio si disse che era uno stronzo.

Irene arrivò a casa di Antonella come avevano stabilito da giorni, in uno stato di trance, aveva combattuto contro se stessa per non rimanere con Andrea anche l'ultima notte, sarebbe stato troppo doloroso, non l'avrebbe retto. Si sistemò in una specie di capanno per gli attrezzi riadattato a camera da letto. Antonella aveva dipinto tutto di giallo, sistemato un letto nel mezzo avvolto da una zanzariera rossa, un piccolo tavolo blu e una sedia verde. Al posto dell'armadio un filo steso. Non si dissero quasi niente, Irene si chiuse nella stanzetta e cominciò a piangere, finalmente riusciva a sfogarsi, dopo tanti giorni, ora poteva piangere e disperarsi senza limite. Finalmente pianse per Marco e la loro separazione, pianse per la delusione avuta da Francesca, pianse per Samantar e tutti gli equivoci mai chiariti, pianse per Andrea, per quanto era stata bene con lui, per quanto si era illusa, pianse perché si sentiva stanca, pianse per i suoi genitori che la credevano felice in uno dei posti più belli del mondo con un “ragazzo a posto”. Bastava che pensasse a qualsiasi cosa, la più banale e piangeva, si sentiva un po' come Elena, ma almeno lei fra poco avrebbe avuto il suo bambino e non sarebbe stata più sola. Piangeva perché comunque la vita andava avanti, e ogni mattina Antonella le portava il thè con il pane e la marmellata e le chiedeva se voleva andare al mare. Rimase in uno stato di dolore come quando erano morti i suoi nonni e non sapeva rassegnarsi al fatto che non gli avrebbe più rivisti. Charlie e Antonella la rispettavano, la lasciavano fare, sapevano bene quanto sarebbe stato importante per lei sfogarsi per bene, ci voleva tutto il tempo necessario.
Un giorno rientrando a casa Antonella sentì un profumo familiare di pomodoro e soffritto di cipolla.
- Che cazzo! Irene! -
Entrò in cucina e vide Irene con i capelli tagliati all'altezza delle spalle, si era lavata e cambiata e stava cucinando degli spaghetti al pomodoro.
- Cazzo Irene! I capelli! Cazzo! -
- Mi sono alzata con la voglia di spaghetti pomodoro e basilico, poi ho iniziato a pettinarmi e non ce la facevo più, ho visto le forbici! Ho dato un taglio al passato! -
- Dove li hai messi? Ma è vero che non te li tagliavi da almeno... -
- Praticamente mai tagliati in vita mia, non li sopportavo più! Ho riempito un paio di sacchetti di plastica. -
- Cazzo Irene, si fa così! Sei una ganza, che cazzo te ne frega di quel deficiente, a parte quella caccola di anello che ti ha regalato, a parte che era un fico della Madonna, a parte... -
- Antonella, basta! Così mi deprimi ancora, e poi aggiungi anche che era ricco sfondato e aveva un certo stile, a letto una bomba! -
- Guarita? -
Irene cominciò a piangere e a ridere, Antonella fu contagiata e iniziò anche lei, intanto il pomodoro cominciò a bruciacchiarsi.
- Cazzo Irene, il pomodoro no! -
Risero insieme e si abbracciarono strette. Si sistemarono a tavola mangiando spaghetti fino a scoppiare, sempre parlando e facendo considerazioni.
- Ma scusa Irene, come si fa a iniziare una vita a due, prima in un Villaggio di lusso, poi con un Safari da urlo, e per finire il tipo cosa ti offre? Una crociera alle Seychelles con un catamarano da miliardari con l'unico problema per lui se stappare una bottiglia di Brunello o una di Champagne e per te se metterti in lungo o in corto per essere più carina. Non poteva funzionare, troppo sopra le righe, troppo, troppo ecco! -
- Infatti, lui è stato uno troppo. Uno di quelli che fa male quando lo incontri. Ma è passata, sento che il peggio è passato, in fondo in questi tre mesi che mi è successo di strano? Mio marito mi ha lasciata, il fidanzato anche e l'amante? Non ho avuto nemmeno il tempo di salutarlo! -
- Samantar ti ha lasciato qualcosa. -
- Basta! Non ci devo e non ci voglio pensare più. Come diceva mia nonna, anno nuovo, vita nuova. Da domani comincio a lavorare con Charlie, ho deciso accetto il posto di video operatrice subacquea, anche perché da ora in poi mi dovrò guadagnare da vivere! -
Le amiche brindarono alla decisione e continuarono a fare progetti e buoni propositi per l'anno nuovo. Antonella mise al primo posto la sua ferma intenzione di diventare mamma, poi di finire di pagare la barca di Charlie, comprare delle galline e magari una mucca, dipingere la casa di un altro colore; Irene ascoltava l'amica e pensava a quello che avrebbe dovuto fare lei, in Italia, scacciò subito via pensieri di avvocati e tribunali e si concentrò sul nuovo lavoro.
Era la cosa che sapeva fare meglio: le riprese subacquee, Charlie avrebbe accompagnato i gruppi di sub e lei si sarebbe offerta per girare filmati su richiesta. Fu un successo, tutti volevano quel ricordo, quella videocassetta da guardare a proprio piacimento al ritorno delle vacanze. Le sue riprese erano originali, mai monotone, includeva qualche trucco e qualche effetto particolare, mischiando riprese terrestri e marine. Faceva due o tre immersioni al giorno, i video li montava di notte o al mattino presto, nella cabina che Charlie le aveva messo a disposizione. Viveva il mare nel modo che preferiva, per la prima volta senza essere la fidanzata o la moglie di nessuno, senza dover giustificare nessun sbalzo di umore. Le pubbliche relazioni le svolgeva Antonella, Charlie faceva l'accompagnatore, lei era semplicemente un tecnico, distante dai clienti quanto basta per non dover fare chiacchiere di circostanza la sera. Era quello il momento più critico per Irene, lo spazio temporale fra la cena e il letto, si trovava quasi sempre da sola su un divanetto nell'albergo a bere una birra o un succo di frutta e a dover contenere i suoi pensieri per non farli andare troppo lontano. Il lavoro la ripagava di tutto, guadagnava bene, rimaneva anche qualcosa per Charlie anche se doveva sempre insistere per fargli accettare un percentuale sulle vendite. Le giornate scivolavano via fra attrezzature da far asciugare, bombole da caricare, filmati da vedere, tagliare e montare. Irene riposava poco, ogni tanto si prendeva un giorno di pausa quando il computer da polso le segnalava insistentemente che era satura di azoto, allora saliva sulla bici con un libro e cercava un posticino tranquillo per starsene fuori tutto il giorno, leggeva i romanzi che i turisti lasciavano in albergo, polpettoni romantici o interminabili thriller. Ogni tanto si arrampicava da Antonella impegnata nella costruzione di un pollaio dai colori improbabili.
Dopo due mesi Andrea non si era fatto vivo in nessun modo, come si era immaginata. Il tempo stava cambiando e la notte violenti temporali la svegliavano. I clienti iniziarono a diminuire e il suo visto turistico stava scadendo. Antonella stava progettando un rientro in Italia e le chiese se voleva accompagnarla. Charlie avrebbe tirato la barca in secca per le manutenzioni annuali, le chiese di tornare a lavorare con lui in luglio, prima ci sarebbe stato ben poco da fare. Irene ci pensò ma al momento non fu in grado di accettare, non voleva vincoli, di nessun genere. Decise di comprarsi un biglietto per Nairobi-Mombasa. Antonella e Charlie la salutarono un mattino grigio inconsueto per quelle latitudini, una pioggia umida e inconsistente bagnava qualsiasi cosa. Anche a Nairobi pioveva, quando Irene scese dall'aereo rabbrividì. A Mombasa un'afa eccessiva le mozzò il fiato. Una corsa in taxi e di nuovo a Kilifi, da sola.























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