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Writer Officina
Autore: Lucio Freni
Titolo: Benzina
Genere Thriller Psicologico
Lettori 72
Benzina

Roma, 4 Giugno
Anche un morto può scrivere un libro.
Può confessare, può vendicarsi, però non si accorge delle stelle che lo guardano, le stesse stelle che stanno inutilmente aspettando fuori dalla finestra stanotte.
Il sangue nella penombra diventa inchiostro.
Lo schermo del computer portatile stampa un ritaglio nero in mezzo alla luce della luna sulla parete di fronte. In mezzo c'è un uomo, la forma si muove appena: le unghie curate vanno su e giù per la tastiera, simili a soldatini in marcia. Sembra di sentire l'odore del silenzio: aroma di terra umida che entra dalla finestra socchiusa, tagliato dal whisky che rimane nel bicchiere; tutto mescolato all'attesa.
Bianco su bianco, il monitor si anima.
Paola, ore 23:58
Ciao Alfiere, ma non dormi mai?
Alfiere si allunga sulla sedia, accendendosi l'ennesima sigaretta e mescolando il fumo con quello che sale dal portacenere dove la precedente ancora agonizza. Da tre ore attende il contatto; tre ore di silenzio trascorse mordicchiandosi il labbro e cercando con la punta delle dita la cicatrice poco sopra il mento, ripercorrendola poi, sempre
con lo stesso stupore. Lo sguardo corre dal monitor al cassetto della scrivania. Si costringe a respirare regolarmente, anche se nessuno lo guarda, o lo sente. Un respiro più profondo...
Alfiere, ore 23:58
sera Paola. Come stai?
Paola, ore 0:00
Sono molto stanca ... tornata adesso.
Alfiere, ore 0:00
Capisco ... e il resto?
Paola, ore 0:03
Tutto ok.
Alfiere, ore 0:03
Il piccolo come sta?
Paola, ore 0:07
Lui sta benone. È emozionato per domani.
Alfiere, ore 0:07
E che succede domani?
Paola ore 0:10
Succede che non posso andarlo a prendere a scuola, nemmeno mio marito può e quindi tornerà da solo. Va beh che non è tanto, saranno otto, novecento metri da casa e poi il paese è così piccolo che ci conosciamo tutti.
Alfiere ore 0:10
Ormai è un ometto :)
Paola ore 0:13
Si, la gioia della mamma e del papà. Mi ci è voluto parecchio tempo per calmarlo e metterlo a dormire. Parto domattina preso e dovrei tornare in serata
Alfiere ore 0:15
Tranquilla che sarà bravo.
Paola ore 0:20
Si, scusa ma stasera vado a letto mi si chiudono gli occhi. Notte Alfiere.
Alfiere ore 0:20
Notte a te.
Alle 0:22 il nome di Paola diventa grigio sulla chat di Facebook, assumendo il colore spento di chi rientra nella vita reale; il mondo dove sei chi gli altri vedono quando ti incrociano per strada. Alto basso magro grasso: la sostanza di un uomo o di una donna, non l'anima, non l'anima colorata e agghindata con foto scaricate da Google, e con frasi prese da Wikipedia. Solo la faccia che ti porti dietro ogni giorno; la stessa, tutti i giorni uguale.
Alfiere prende nella mano sudata il bicchiere e lo vuota in un sorso; subito dopo, si versa ancora una dose abbondante di whisky. Attende immobile qualche secondo tenendo il bicchiere in mano mentre studia la bacheca del suo bersaglio.
Paola ha riempito il suo profilo con foto del figlio. Nello spazio rimanente, qualche barzelletta e qualche poesia messa lì da Alfiere Nero stesso. Le poesie amano le donne, le donne amano la poesia. Le donne amano gli uomini che amano le poesie. Il passo successivo è che gli uomini che scrivono poesie sul muro delle donne, vengono valutati
come sensibili e degli uomini sensibili non si deve aver timore.
Facebook è una miniera, se solo sai mettere due parole assieme.
L'ultimo post è di tre ore fa. Alfiere aveva copiato e incollato una poesia che gli era parsa intrigante.

SABBIA
Non trovo più in questo giorno
d'un luglio lontano
le piccole valli dei tuoi piedi nudi;
il mare e il vento hanno scritto la pagina che hai dimenticato...
...a me sono rimasti piccoli grani vetrosi
che non scendono nella mia clessidra
e il rumore del mare salato sul mio viso.

Corredata da una foto in bianco e nero: orme di piedi nudi sul bagnasciuga. Davvero niente male.
Alfiere Nero clicca sulla - x - in alto e chiude la finestra sul mondo di Facebook. Nessun cigolio, nessuna finestra che sbatte, nessuno da salutare. Semplicemente, Il mondo si dissolve, e anche Alfiere Nero si dissolve, risucchiato da Ruggero Landi che lo ripone nella sua mente.
* **
Controllo su Google Maps se tutto è ancora li dov'era. Ho preparato tutto... Ancora un attimo... Non posso sbagliare... Finalmente spengo il computer per darmi qualche ora di sonno. Il desktop nudo è interamente occupato dalla foto leggermente sgranata di una donna sulla trentina, le labbra sottili, che tiene per mano un bambino di sette,
otto anni. Un bambino con grandi occhi azzurri: piccoli laghi ancora non troppo profondi, capelli castano chiaro e un sorriso accennato, sospeso tra la sfida e l'innocenza.
La luce del monitor si affievolisce e muore. L'unico chiarore proviene da una luna che non vedo.
Apro il primo cassetto a destra della scrivania, le dita incontrano una forma fredda che comincio ad accarezzare soffermandomi sulle zigrinature, sulla canna liscia. Agirò domani. Mi fermo un attimo e giro la testa verso la finestra.
Lassù nel cielo solo una falce; sembra un sorriso, falso, mandato agli uomini da quelli del piano di sopra. Secondo me è un sorriso cattivo, di quelli che fai quando stai per assaggiare il dolore.
Agirò domani.
Domenica
Poca gente per strada: è domenica. Come immerso nei suoi pensieri, l'uomo possente sprofonda le mani nelle tasche del cappotto ed entra nel bar tabacchi. Odore di disinfettante e detersivo. L'orologio automatico sul muro segna le 19:30, bisbigliando di un meritato riposo, tra poco. La ragazza assunta oggi sta lavando il pavimento. Il
proprietario ha lo sguardo torvo. Alza la mano destra. Poi, davanti alla pistola, l'espressione cambia e la sinistra la segue. Perla di sudore cerca la strada tra le rughe. I soldi escono dalla cassa. L'uomo fugge. La ragazza continua a lavare il pavimento meccanicamente, senza alzare gli occhi.
Sampietrini lucidi di pioggia. Un uomo con i soldi in mano esce dal bar.
Sampietrini lucidi di pioggia. Il poliziotto tira fuori l'arma che si riflette nella pozza d'acqua. Uno, due, tre. Sampietrini lucidi riflettono il braccio fuori dall'Alfasud targata Torino, la pozza rossa di luce per tre volte. Il barista ha ancora l'urlo che raspa la gola; è sdraiato sui sampietrini lucidi, le braccia aperte, la faccia nell'acqua. Anche il
poliziotto dorme, sulla schiena. Sampietrini lucidi. l'Alfasud è schizzata via, sfreccia per le strade danzando scomposta nella pioggia, taglia Roma ferendo l'asfalto. La pantera ruggisce, le sirene urlano per ipnotizzarti. La curva a gomito, l'amante gelosa non ti segue... sei libero. L'ago buca il contachilometri, la strada si sgonfia, si stringe, la
perdi. Gli alberi viaggiano veloci: vicini, vicini, troppo. Fuggi dall'abbraccio. Troppo tardi... Il tuo amico ha la testa sul volante, un rivolo di sangue rosso si allarga sempre di più. Le parole sono bolle di sangue che brucia. Il sacchetto di carta del pane, è finito in grembo a lui e mescola il pane e il vino della sofferenza. Franco è come crocifisso sul volante. Con un braccio ti ha spinto via. E tu? Ti guardi intorno sbattendo gli occhi nocciola mentre i piedi martellano nel fango tanto da farti venire un infarto. Scappa! Scoppi come fosse capodanno, le luci blu si lamentano d'averne trovato solo uno e tu cosa fai? Hai ancora nelle narici l'odore che ti stordisce, un odore isterico che ti rimane
attaccato come l'incenso quando ti cacciano da una chiesa: benzina.
Corri uomo, corri.
Mattino
Sono sudato nel mio letto, ho fatto l'amore con la morte. Sbatto gli occhi, mi tocco il viso; una bava di luce si arrampica tra le prime stecche in basso delle persiane. Prendo un momento per pensare, ripercorrendo la mia giornata ideale che sta prendendo forma, con gli occhi incollati al soffitto bianco e regolare come una lapide. Ripercorro il tragitto della mia giornata speciale. Ho dipinto colori nel buio, senza saperlo, e ora quei colori cominciano a formare un disegno perfetto. Mi alzo dal letto, stirandomi; sento lo specchio che si riempie orgoglioso di me in piedi e della mia forma atletica. Vedo l'ombra sul muro spatolato verde acqua allungare un braccio e spostare il riflesso in malo modo. Quel muro mi è costato una fortuna, con un - esperto decoratore" accampato in casa per oltre un mese che andava e veniva dalla camera facendo dondolare
secchi di vernice, stracci, spatole e altra roba.
Entro nel bagno scavalcando il cassetto a terra e aspetto che i Metallica riempiano l'ambiente: non mi basta. Con il telecomando alzo il volume: voglio che la batteria stacchi le mattonelle dal muro. Abito in un'unifamiliare, ancora per poco, non rompo mai le palle a nessuno, e se una volta lo faccio? Beh, problemi loro.
- ...You think about the woman or the girl you knew the night before... - .
Sai James, ormai è passato parecchio tempo senza aver conosciuto nessuna donna o ragazza. Vai avanti. Apro l'acqua. Mi è sempre piaciuto lo scroscio sulla pelle, stamattina
ancora di più; mi percuote ogni centimetro quadrato, ogni muscolo teso, andando a cercare i nervi. Non so da quanti minuti sto qua sotto, le mani che sembrano voler spingere il muro e offrire la nuca alla forza dell'acqua. Potesse lavarmi il cervello, i ricordi e il futuro, che è una
penna sempre intinta nel passato.
- There I go turn the page - . Annuisco alle note e alla voce rabbiosa vomitate dalle casse.
- There I go turn the page - . Vado. Volto pagina. Quasi tremonell'accappatoio mentre mi asciugo i capelli.
Nella cabina armadio guardo la fila degli abiti. Completi neri, grigi, blu, gessati. Tutti rigidi sugli attenti: un esercito in attesa di un soldato che si crede generale. Prendo invece un paio di pantaloni Kombat grigi, una camicia di lino bianca e un paio di vecchie scarpe da ginnastica in pelle nera al polpaccio. Tutto diverso da quello in cui mi sono nascosto ogni giorno, diverso dal vestito di sartoria, le scarpe lucidissime e la cravatta che con i suoi colori sgargianti e il prezzo ha spesso abbagliato i miei interlocutori. La cravatta, ho sempre detestato la cravatta. Mi è sempre sembrato d'essere un cane al guinzaglio. Ma a mio padre piace, come gli piace che il mio viso non abbia nemmeno l'idea dell'ombra di barba, e dato che lavoro in ufficio sotto la sua autorità... Ma da una settimana ho detto che sto male, problemi influenzali, e quindi adesso ho una bella
barba da porcospino, anche se un po' a chiazze. Sensazione strana. Sette giorni che rimango chiuso in casa. Fin quando c'è il sole, fin quando la gente lavora leggo: specialmente cose che pensavo d'aver dimenticato.
Le sere e le notti a caccia, sulle tracce di un fantasma.
In cucina è tutto un casino da quando ho licenziato la domestica: pare sia scoppiata una bomba nel lavello pieno di bicchieri e piatti sporchi.
La pattumiera è strapiena di involucri per microonde e fondi di caffè.
Riempio la moka e lascio che la fiamma la avvolga. Rimango a guardarla mentre ascolto il rumore rauco dell'ebollizione. Bevo il caffè amaro e caldo davanti al televisore spento che occupa mezza parete del salone.
Lascio la tazzina sul piano di vetro del tavolo, e mi infilo nel garage.
L'ho fatto allargare, aprendo anche una porta che conduce direttamente in cucina.
Aspetto solo pochi secondi per abituare gli occhi alla semioscurità.
Vicino a me l'argento della Mercedes spider afferra la luce che filtra dalla porta, restituendola come un filo che corre sulla fiancata. La sagoma scura della Maserati accanto, fa sembrare più piccolo l'ambiente. Passo tra l'una e l'altra e raggiungo la parete opposta. Come se stesse dormendo, sotto la coperta con impressa l'aquila, c'è lei. Tolgo
il telo lentamente, lo piego e lo ripongo sopra il tavolo da lavoro.
Sembra incredibile che la sua trisavola sia nata nel 1901 dall'accoppiamento fra un telaio di bicicletta e un motore di motosega.
William e Arthur: due ragazzi di Milwaukee, venti e ventun anni, che in
un garage di tre metri per cinque hanno creato una leggenda. Sono andato nel Wisconsin con Paolo e Enrico qualche anno fa... Da qualche parte ci dovrebbe essere ancora una foto dove sorridiamo come ebeti davanti alla fabbrica delle Harley Davidson.
La prima volta che la vidi, quella fresca sera di quattordici anni fa, mio padre, rigido nel suo blazer blu, era in piedi accanto a quello stesso telone. Un sorriso et... voilà! La moto era lì, splendida. Ora lo è ancora di più. Solo il cuore è come prima, tutti gli altri pezzi sono stati scelti, prenotati molti comprati in America verniciati. Perché amare le Harley Davidson? Forse perché ti senti dio in scala ridotta.
Un sacco di gente mi ha offerto grandi cifre per la moto. L'ultima è stata la proposta di Luca, il figlio dell'ingegner Sauri che aveva appena preso l'appalto per costruire una nuova autostrada. Eravamo a ponte Milvio di fronte al Bar del Gambero. Mi aveva offerto tante migliaia dieuro, ma gli avevo risposto allargando le braccia: - Non posso vendere la mia bambina! - . - Tutto si compra, tutto si vende, - aveva risposto quel testa di cazzo - Hai così poca fantasia che vuoi comprare proprio la mia? - . Non mi aveva nemmeno sentito, si era appoggiato pesante su un'auto parcheggiata, nuova di zecca, aveva tirato fuori il libretto d'assegni e la penna d'oro. Lo avevo lasciato fare. Mi aveva sventolato sotto il naso un assegno azzurrino col mio nome e una somma molto più grande di quella offerta a voce. Credeva non l'avessi preso sul serio,
aveva un sorriso onnipotente che ancora mi fa girare le palle. Non avevo problemi economici. Avevo preso quel foglio e lo avevo ridotto in coriandoli che ero rimasto a guardare contorcersi fra i gas di scarico delle auto. Non l'avrei mai venduta.
Il garage rimbomba quando accendo il bicilindrico. Le chiavi inglesi vibrano sul loro tavolo di metallo. Tengo la moto al minimo, posso contare gli scoppi del motore mentre trangugia lentamente la benzina.
Inizio a dare accelerate sempre più profonde, l'urlo è rauco e possente.
Spengo: per adesso mi è bastato sentirne la voce. Un cavallo di metallo, per andare a scovare antichi fantasmi. Ecco la mia compagna per la caccia che comincerà tra poco.
Afferro il borsello che uso per tenerci i documenti della moto: è abbastanza grande da contenere una pistola. L'aroma di caffè è rimasto ancora impigliato nella cucina, lo sento mentre salgo gli scalini a due a due col borsello in mano.
Nella luce del giorno ogni granello di polvere sulla superficie liscia dello schermo nero spicca bianca. Alla destra della scrivania, Minerva, stampata osserva tutto. È una copia. L'originale è appeso nel mio ufficio. Sotto il diploma, una libreria carica di vecchi libri, tutti di studio e, sul ripiano più alto ricordi: La foto di quel giorno in America, un pistone rotto della mia ex-Ferrari, altre foto prese in una cala della Corsica; e il trofeo vinto l'anno scorso al torneo di tennis del Circolo.
Per chi fa un lavoro come il mio è indispensabile far parte di un circolo esclusivo. Parecchi affari chiusi nel giro di un set. Un altro posto dove basta che paghi e sei qualcuno. Credo che molti soci accendano un finanziamento per potersi permettere di rigirare tra le mani la tessera color oro bruciato. Se mi vedessero ora non mi riconoscerebbero.
Mi prendo un attimo per mettere in ordine i modellini sul ripiano; ecco adesso sono tutte alla stessa distanza l'una dall'altra.
La spia rossa della segreteria telefonica pulsa veloce, urgente: ci sono nuovi messaggi. Spingo il tasto di ascolto, anche se non vorrei farlo. La scatola che trasforma ogni voce in un irritante gracidio inizia a parlare.
- Dottor Landi sono Sonia, volevo dirle che è passato... -
Non è importante ascoltare il messaggio lasciato dalla mia segretaria.
- Ciao Ruggero sono mam... - Il prossimo.
I Metallica sono stati sostituiti dai Guns 'n' Roses. Come quando alla pioggia succede la grandine. November rain, appunto; forse se non mi sono mai sposato la colpa è anche loro e del video del matrimonio dove lei muore subito.
- Dottor Landi sono il direttore della ban... -
Afferro la segreteria telefonica, la osservo come un esploratore osserva un animale mai visto e do uno strappo. La spia rossa si spegne subito prima che la scatoletta vada in frantumi ammaccando lo spatolato del muro, visceri elettronici sparsi per terra.
Mi lascio cadere sulla sedia che sbuffa. Indugio un attimo sul pensiero di accendere il computer per gli ultimi controlli; ma decido di lasciar perdere. Scanso il portatile e apro il cassetto. Ho il viso fradicio, come se fossi ancora sotto la doccia. Mi passo le mani sui pantaloni e ad uno ad uno prendo gli oggetti dal cassetto disponendoli sul tavolo. Una
pistola, una busta da lettere chiusa e una scatoletta bianca lunga poco meno di un palmo, con una striscia rossa che corre intorno. Pistola e scatola mi sono costate un bel po' di soldi. Chissà dov'è ora, Giuseppe.
Sicuramente si sarà già bruciato i duemila euro che gli ho dato. È una specie di parente di mio padre che lavora come uomo di fatica da qualche parte. Ha l'abitudine del poker e il vizio della polvere bianca.
Sono stato molto attento mentre mi spiegava che per sparare bisogna che il punto rosso sul calcio sia visibile. Ho seguito le sue dita tozze dalle unghie incorniciate di nero mentre estraevano il caricatore e con l'unghia del pollice ci infilavano un proiettile. Mi ha spiegato anche che per mettere il colpo in canna bisogna far fare indietro-avanti al carrello e che quell'operazione si chiama - scarrellare - . Avrebbe dovuto fare il professore. Ripeto tutto ciò che mi ha fatto vedere: è semplice, i proiettili freddi scivolano da soli nel caricatore. Non credevo che ne contenesse così tanti. Col palmo della mano rimetto il caricatore nel calcio e non scarrello.
Se non vedo il rosso, non spara; se vedo il rosso che la levetta della sicura lascia libero, allora spara. Se cade a terra, non spara perché il blocco oscillante evita incidenti. Rigiro tra le mani l'arma, fredda, la avvicino alla fronte gustandone il contatto. Prendo il borsello dal pavimento di legno lucido; infilo la Beretta nella tasca centrale e in quella laterale metto la lettera. Il portafogli è sul tavolo. Lo apro e tiro fuori la patente. Guardo la foto-tessera di un diciottenne. Sotto c'è scritto - Ruggero Landi nato a Roma il X/X/1972 - quindi è la mia. Pare che sia passato un secolo e la cosa non mi piace.
Rimango assorto per alcuni secondi, assaporando il momento in cui regolerò i conti. Metto il rettangolo di carta telata, dal quale l'incosciente nella foto continua a sorridermi, nella tasca al ginocchio destro dei pantaloni.
Sono pronto, col giubbotto di pelle nero con le fiamme arancioni e il borsello a tracolla, come una bandoliera. La porta del garage si apre con un ronzio e, un attimo dopo, tutto l'ambiente sembra gemere e sgretolarsi sotto gli scoppi del bicilindrico dell'Harley. Il numero di giri sale e vibrano anche i vetri della casa. Aggiusto il casco, innesto la marcia e do gas. Gli occhiali da sole guardano la mia ombra. Esco dal cancello: una mano sull'acceleratore a poco più del minimo; con l'altra accarezzo il serbatoio come fosse il collo d'un cavallo. Nello specchietto retrovisore la porta del garage, incorniciata simmetricamente dai pilastri del cancello, rimasta aperta sembra un bambino stupito.

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