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Autore: Dama Berkana
Titolo: La Ruota d'Argento
Genere Fantasy
Lettori 271
La Ruota d'Argento

Prologo

Il cervo maschio bramisce, nevi invernali


Mese di Samon
Diciassettesima notte


Sembrava che il mondo stesse per finire.
Era come se tutti gli elementi della natura si fossero stancati della presenza dell'uomo e di ogni altro essere vivente e si fossero uniti in tutta la loro potenza per spazzare via qualunque cosa. A stento si riusciva a capire la differenza tra cielo e terra. Il vento ululava fortissimo, quasi fosse un grido di battaglia, mentre l'acqua scorreva con prepotenza lungo le crepe del terreno, scavando con insistenza. Con un ritmo alternato, come se si trattasse di una danza, il cielo notturno si illuminava a giorno quando lampi e fulmini facevano capolino nella volta celeste.
Ma c'era un'altra fonte di luce che rischiarava con agonia quella tremenda notte: il villaggio di Duir, che ardeva spaventosamente, inghiottito dalle fiamme. Una pioggia di fulmini lo aveva colpito senza pietà, facendo divampare in pochi minuti un grosso incendio. Nessuno degli abitanti aveva avuto scampo.
Nessuno, tranne due.
Irven correva a perdifiato nel bosco, cercando di tenersi quanto più distante possibile dagli alberi, per evitare che i fulmini scansati poco prima potessero avere una rivincita su di lui e su suo figlio. Il piccolo Cahal piangeva con tutto il fiato che aveva in corpo. Suo padre lo teneva accucciato tra le proprie braccia, ignorando la richiesta supplicante delle proprie membra di fermarsi a riposare. Doveva trovare un riparo il più presto possibile.
Gocce d'acqua, vento e terra gli annebbiavano la vista e gli appiccicavano ciocche di capelli neri sul viso, facendolo procedere alla cieca fino a sbattere contro rocce e detriti causati dalla tempesta. Non erano i suoi sensi a spingerlo avanti, non era l'istinto di sopravvivenza a guidarlo verso il riparo più sicuro.
Era la speranza.
Tutto ciò che gli era rimasto era la speranza che gli Dei non volessero abbandonarlo del tutto e che, pur avendo appena perso l'amore della sua vita, non volessero strappargli via anche il suo unico figlio.
Tutto d'un tratto la terra e il cielo si scambiarono letteralmente di posto. Il fango si era avvinghiato con ferocia agli stivali di Irven e lo aveva fatto cadere malamente. L'uomo aveva preferito non attutire la caduta pur di proteggere il suo piccolo con entrambe le braccia.
Cahal piangeva sempre più forte, mentre Irven cercava la forza di rialzarsi e riprendere la sua corsa per la vita, ma il dolore causato dalla caduta unito alla stanchezza lo rendevano molto difficoltoso.
Irven aveva chiuso gli occhi per cercare un briciolo di forza dentro di sé e, proprio quando l'angoscia stava per impossessarsi di lui, percepì che qualcosa era cambiato. Aprì di colpo le palpebre e rimase stupito quando vide quanto surreale fosse la scena lì intorno.
Tutto taceva, tutto era immobile. Acqua e vento si erano improvvisamente fermati. Sembrava di essersi appena svegliati da un incubo, la cui presenza, però, era ancora visibile nella foresta martoriata e nella fanghiglia che circondava l'uomo.
Irven si alzò da terra con cautela, cullando lentamente Cahal per cercare di farlo calmare, e iniziò a scrutare con occhi increduli l'ambiente e il cielo.
Improvvisamente, il verso di un animale ferito lo fece sussultare e girare di scatto. Proprio davanti a lui, un cervo era steso al suolo agonizzante. Il povero animale doveva essere stato ferito da uno dei tanti rami spezzati e ora giaceva sofferente nei pressi di una vecchia casa abbandonata.
Irven si avvicinò alla povera bestia con prudenza, per non spaventarla e per capire se potesse fare qualcosa per aiutarla. Nonostante la sua condizione, il cervo non si spaventò minimamente quando lo vide. Fu l'esatto opposto. Si voltò verso di lui con sguardo deciso, quasi lo stesse aspettando.
Irven non fece molto caso alla reazione dell'animale e si limitò a osservargli la profonda ferita che aveva sul fianco. Capì che non gli restava molto tempo da vivere.
L'uomo era talmente assorto nei propri pensieri riguardanti la sorte della povera creatura, che non si accorse affatto del repentino cambio d'atteggiamento del cervo. Questi aveva smesso di lamentarsi nell'istante in cui i suoi occhi avevano fatto contatto visivo con quelli di Cahal. Fu come se il lamento dell'animale non fosse servito tanto per chiedere aiuto quanto per attirare l'attenzione del piccolo.
Ciò che avvenne dopo, fu qualcosa che Irven non dimenticò per il resto della vita.
Il cervo fissò dritto negli occhi Cahal che, ancora tra le braccia del padre, aveva cessato di piangere non appena aveva visto l'animale. Passarono alcuni istanti in cui sembrava che il cervo stesse scrutando l'anima del bimbo attraverso i suoi occhi, alla ricerca di qualcosa di estremamente importante. Poi, conclusa l'indagine, una luce abbagliante rischiarò la radura in cui si trovavano.
Gli occhi del cervo avevano iniziato a brillare ed emettere un'intensa luce giallastra che si rifletteva nelle pupille di Cahal. A differenza del padre, rimasto accecato dall'improvvisa luminosità e costretto a chiudere gli occhi prima di abituarsi al bagliore, il piccolo non distolse lo sguardo nemmeno per un secondo. Era come se quel forte chiarore gli stesse comunicando qualcosa. Come se si trattasse delle braccia confortevoli di una madre che rasserenano il proprio figlio, cullandolo dolcemente.
Dopo quella che sembrò un'eternità, la stessa luce emessa dall'animale si manifestò per un breve istante negli occhi del bambino per poi sparire improvvisamente da entrambi. Il cervo emise un ultimo respiro, accasciò dolcemente la testa sul terreno e spirò.

Avvenne tutto in un battito d'ali.
Fu come se gli elementi della natura, rimasti in silenzio religioso durante quello strano incontro, si fossero improvvisamente ricordati di ciò che stavano facendo. Per non venire meno all'azione svolta fino a poco prima, si rimisero in moto il più in fretta possibile. Una saetta diede nuovamente inizio allo spettacolo, seguita a ruota dai tuoni, dalla pioggia scrosciante e dal vento impetuoso.
Scosso e confuso da ciò a cui aveva appena assistito, Irven non ebbe il tempo di fare considerazioni sull'accaduto, poiché la tempesta nuovamente scatenata sembrava addirittura più potente di prima. Ricordatosi della casa abbandonata vicino alla quale si trovava, si alzò di scatto stringendo forte suo figlio tra le braccia. Cahal, però, non piangeva più. La furia di quella notte aveva smesso di fargli paura.
Irven s'infilò velocemente dentro l'unico riparo a sua disposizione. Seppur vecchio e in parte diroccato, appariva alla stregua di un palazzo reale agli occhi di chi lo vedeva come unica fonte di salvezza.
L'alba era ormai alle porte e, se da un lato la tempesta appariva inarrestabile, dall'altro s'iniziavano a scorgere i primi tentativi di separazione delle nubi. Dopo un ultimo rilascio della loro potenza, sembravano aver deciso di aver fatto abbastanza per quella notte.
Un nuovo giorno stava arrivando, portando con sé gli echi di un antico mistero.


Capitolo 1

I segreti di Aramo


Cinque anni dopo


La fresca brezza marina danzava tra le onde dell'oceano. Il vento ne trasportava l'odore di salsedine in tutte le direzioni, facendolo mischiare con la pungente fragranza di pino che permeava l'accogliente foresta di Aramo. Il tiepido sole primaverile baciava una a una le piante dai mille colori del bosco, facendole brillare e cantare.
Tutta Aramo cantava.
Cinguettii, squittii, scricchiolii si diffondevano in ogni dove e rendevano quel pomeriggio tanto sereno quanto vivo. C'erano pace, serenità e quiete, poiché – nonostante la natura parlasse – lo faceva con il suo solito timbro di voce.
Quello di una madre.
Ed era proprio a sua madre che Cahal stava pensando.
Le piccole e sottili dita del bambino stringevano con forza il grosso medaglione circolare che portava appeso al collo. Con la schiena poggiata al muro della casa diroccata nella foresta, Cahal teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
- Questo me l'ha lasciato tua mamma Keelia, piccolo mio. Voleva che lo avessi tu. Voleva che ti ricordasse che lei ti sarà sempre vicina e che il suo amore non ti abbandonerà mai. Lo custodirai gelosamente, vero? Sì che lo farai, perché sei un bravo bambino... un bravo bambino... -
Le ultime parole di Irven risuonavano nella mente di Cahal come un eco lontano, ed erano cariche di affetto e malinconia. La stessa malinconia che stava provando Cahal.
La mano sinistra del piccolo continuava a tenere stretto il medaglione, mentre la mano destra aveva allentato la presa. Le dita avevano iniziato ad accarezzare la superficie del pendente con dolcezza.
Quanto gli mancava sua madre. Non che ne avesse memoria, era troppo piccolo. Tuttavia, percepiva ugualmente la sua assenza. Avrebbe tanto voluto che non fosse la natura intorno a lui a cantare con le parole di una madre, ma che fosse la propria a farlo.
Sì, il vuoto dentro il suo cuore era grande. Gli mancava sua madre... e gli mancava suo padre.
Che un giorno tutto quel dolore sarebbe sparito? A pensarci in quel momento sembrava impossibile.
- Cahal! Ero sicuro di trovarti qui! -
Il piccolo dai capelli neri e mossi si voltò verso il nuovo arrivato e sul suo sguardo spento si accese appena un impercettibile scintillio.
- Avanti, alzati di lì! Devi venire subito con me, devo mostrarti una cosa incredibile! -
Il bambino che aveva parlato era arrivato correndo all'impazzata e c'era mancato poco che non ruzzolasse sopra di lui. Si era fermato appena in tempo e se ne stava con le mani nei fianchi, ignorando il fiatone, a fissare con i suoi occhi curiosi il volto dell'amico. Era un bimbo bellissimo, con morbidi capelli biondi che sembravano aver catturato la luce del sole nascente per collocarla all'interno di una figura tanto piccola quanto regale. Non c'era bisogno di dire che fosse un principe, poiché l'aura che emanava parlava da sé.
- Che c'è? Non sei curioso di sapere cos'ho trovato? - , chiese il biondino cominciando a saltellare sul posto.
Cahal prese un gran respiro e, lasciando del tutto la presa sul medaglione di sua madre, si mise finalmente in piedi. Tre anni di differenza lo separavano dal principe, eppure sembrava molto più piccolo in confronto. Era più basso di svariate spanne e il suo viso rispecchiava alla perfezione quello di un bambino di sei anni, mentre il suo amico sembrava più maturo.
- Non molto, a dir la verità, Ailim. -
- Fantastico! Allora andiamo subito, non perdiamo altro tempo! - , rispose afferrando Cahal per un braccio e iniziando a trascinarlo con sé.
- Ma io veramente ho detto che... - , tentò di replicare invano il piccolo.
- Sì lo so che non vedi l'ora! Ma tranquillo, non è molto lontano da qui! -
Cahal lasciò stare qualsiasi altra opposizione. Sapeva che l'amico non gli avrebbe dato retta. Era il suo modo di volerlo aiutare, di non lasciarlo solo. Di farlo sentire amato.
I due amici si addentrarono sempre più nella foresta, evitando qualsiasi rampicante tentasse di farli cadere o qualunque fossa potesse farli scivolare. Conoscevano bene quella zona di Aramo, vi passavano la maggior parte del tempo, ed era grande. Molto grande, per due bambini così piccoli.
Ma ad Ailim non bastava.
Ailim voleva esplorare, scovare anfratti misteriosi e segreti. Voleva sapere, sapere, sapere. Era più curioso di qualsiasi altro ragazzino e, data la sua posizione a corte, poteva permettersi di girovagare per il regno come e quando voleva.
O almeno, quello era ciò che pensava lui. Ovviamente, in realtà, era l'esatto opposto. Suo padre, re Quert, rimproverava di continuo le sue fughe dalle guardie che avrebbero dovuto tenerlo sotto controllo. Ailim sosteneva di essere perfettamente in grado di badare a se stesso entro il perimetro del suo regno e che non c'era motivo di preoccuparsi. Certo, uscire dai confini di Ohn era impensabile alla sua età, quindi il principe lasciava quelle avventure per gli anni a venire. Per il momento, la foresta di Aramo bastava. Bastava eccome, dato che non l'aveva ancora esplorata tutta.
Dopo circa dieci minuti di camminata, i due si ritrovarono finalmente in un ampio spazio verde. Da un lato gli alberi formavano una sorta di recinto, oltre il quale era confinato il bosco, mentre dall'altro la vegetazione si faceva via via più rada fino a lasciar intravedere l'oceano in lontananza.
- Bene, siamo arrivati! - , Ailim si decise a lasciare il braccio di Cahal e si avvicinò al tronco dell'albero più grande che c'era, - Stai a vedere, Cahal! -
Passarono alcuni secondi in cui il principe rimase imbambolato davanti alla corteccia con un sorriso a trentadue denti stampato sulla faccia, mentre Cahal lo fissava con fare interrogativo.
Non succedeva niente.
- Ehm... cosa... cosa dovrei vedere? - , si decise a chiedere il bambino dai capelli scuri.
- Ssh! Ora arriva, non essere impaziente! - , ma sembrava più una frase detta a se stesso che all'amico. Ailim, infatti, non riusciva a far stare ferme le mani.
- Se lo dici tu... - , sussurrò il piccolo.
Ma ecco che, finalmente, qualcosa si mosse.
- Eccola! - , Ailim mise le mani a coppa e le avvicinò maggiormente all'albero.
Una palla di pelo, folta e marroncina, scese giù dalla corteccia e saltò direttamente fra le mani del principe, fissandolo con i suoi grossi occhi neri. A quel punto, Ailim si girò raggiante verso l'amico e gli mostrò orgoglioso l'animale che teneva in braccio.
- Guardala, non è bellissima? L'ho trovata mentre ti cercavo – ecco perché ho perso tanto tempo – ed è stato amore a prima vista! -
Ailim si era avvicinato a Cahal, che era rimasto impietrito sul posto, e aveva iniziato ad accostare lo scoiattolo per mostrarglielo meglio.
- Non avvicinarti! - , gridò il piccolo scuotendo i capelli neri.
- Ma... Cahal, guardala, è un adorabile scoiattolino! Non ti farà del male. -
- No, no! Mi fa paura... - , Cahal indietreggiò coprendosi il volto.
Il principe si fermò deluso e guardò con tristezza il suo amico.
- Scusami, non volevo spaventarti... Pensavo che Marvina ti sarebbe stata simpatica. -
Cahal percepì la voce del suo principe incrinarsi, pronta a far spazio alle lacrime. Si tolse lentamente le mani dal volto e scrutò quello di Ailim. Il bambino aveva puntato lo sguardo sulla testa dello scoiattolo e stava lottando con tutte le sue forze per non piangere.
Il medaglione di Keelia si fece improvvisamente più pesante e Cahal vi portò istintivamente una mano sopra. Lo accarezzò e, come se il pendente gli avesse infuso un gran coraggio, si avvicinò a passo risoluto verso l'amico.
- Le hai dato un nome - , disse a un palmo dalla palla di pelo.
Ailim alzò lo sguardo e, tirando su col naso, fece cenno di sì con la testa.
- Marvina. Significa - amico rinomato - . -
- - Amico rinomato - ? Cosa vuol dire - rinomato - ? - , chiese Cahal piegando la testa.
- Significa - famoso - ! Me l'ha insegnato il bardo Oskar! - , rispose Ailim riacquistando il suo solito sorriso.
- E perché hai chiamato - famoso - uno scoiattolo...? -
Il principe strinse l'animale tra le braccia e quello si strofinò affettuosamente su di lui, muovendo con gioia la folta coda.
- Perché un giorno diventerà famosa! Con tutte le avventure che vivremo, io, lei e te... diventeremo tutti famosi! Noi un nome già ce l'abbiamo e ce lo dobbiamo tenere, ma dato che per lei potevo scegliere... beh, sarà lei a portare simbolicamente la nostra fama! - , e così dicendo, Ailim portò in alto le mani, come a voler esporre lo scoiattolo al pari di un trofeo. O di un bene prezioso.
- Forse tu lo diventerai, io non di certo... -
Ma Ailim interruppe quei pensieri sul nascere e con una scherzosa gomitata all'amico gli portò nuovamente vicino Marvina.
- Allora, la accetti nel nostro gruppo? - , chiese speranzoso.
Gli animali erano stati una buona compagnia per Cahal fino ad allora, eppure quello scoiattolo lo metteva in soggezione. No, non quello scoiattolo, ma gli scoiattoli. Tutti, nessuno escluso. Era più forte di lui, quella specie gli metteva i brividi.
Eppure, con gran fatica, allungò una mano verso Marvina e le accarezzò la testa.
- Se a te fa piacere. -
- Sì! Grazie, grazie Cahal! Non te ne pentirai! - , e così dicendo il principe buttò le braccia al collo dell'amico, coinvolgendolo in un abbraccio a tre.
- Lo spero... - , disse mezzo soffocato dalla stretta di Ailim e dai peli di Marvina che gli s'infilavano nel naso.
- Principe Ailim! Principe Ailim rispondete, ve ne prego! -
Subito, gli occhi azzurri del piccolo dai capelli biondi saettarono in tutte le direzioni, cercando di capire da dove provenisse la voce. L'abbraccio si sciolse – con gioia di Cahal – e Marvina si arrampicò sulla spalla del suo padrone.
- Oh no, deve essere Pryderi. È proprio in gamba quella guardia! Riesce sempre a trovare le mie tracce - , sussurrò Ailim con un sorrisino sulle labbra mentre si guardava intorno preoccupato.
- Sei scappato di nuovo. E io che pensavo ti avessero dato il permesso di uscire da solo, per una volta. -
- - Scappato - ... Diciamo piuttosto che mi sono concesso un'ora di libertà! - , il principe afferrò nuovamente il suo amico per il braccio, - Dai, torniamo a palazzo prima che Pryderi ci trovi. Mi piace un mondo batterlo sul tempo! -
Cahal stava per replicare qualcosa, ma non ne ebbe modo. Ailim iniziò a tirarlo con tutte le sue forze e in men che non si dica i due – anzi tre – amici stavano correndo verso il Castello di Ohn.
Pochi istanti dopo, una giovane guardia fece capolino nello spiazzo verde che fino a poco prima aveva ospitato quelle buffe presentazioni. Il ragazzo indossava una casacca blu scuro sulla quale erano fissati i pezzi dell'armatura, mentre sul fianco sinistro portava il fodero con dentro la sua spada.
- Uffa, ero sicuro che l'avrei trovato qui. Il principe mi farà diventare matto un giorno, me lo sento! - , Pryderi si passò nervosamente una mano tra i capelli biondo ramato, tirandosi indietro le ciocche che gli erano ricadute sulla fronte durante la ricerca del reale. Poi, notando dei segni di scarpe nel terreno, si inginocchiò per vederli meglio.
- Ah, allora non mi ero sbagliato! E a giudicare dal numero delle impronte che ci sono qui il principe non era solo... - , un sorriso colmo di tenerezza si affacciò sul volto della guardia, - Sua altezza ha proprio un gran cuore. Non lascia mai solo il piccolo Cahal da quando è morto suo padre... -
Pryderi si alzò da terra e, stirando i muscoli delle braccia e delle gambe, diresse lo sguardo verso la capitale del regno di Iperborea. Le tracce conducevano indubbiamente lì, verso il Castello di Ohn.
- Oh beh, il palazzo non è poi così lontano da qui. A quest'ora quei due potrebbero persino essere già arrivati! Farò finta di non aver trovato queste tracce... Sua altezza se la merita un po' di libertà! - , e così dicendo tornò da dov'era venuto.
Pryderi stava per imboccare il sentiero che lo avrebbe ricondotto al villaggio, quando sentì un rumore alle proprie spalle.
- Chi è là? - , chiese guardingo.
I folti cespugli del bosco si mossero e da essi spuntò fuori il muso di un cavallo. Sembrava spaesato e intimorito.
- Ehi bello, e tu che ci fai qui? - , chiese Pryderi avvicinandosi a lui, ma il cavallo indietreggiò ancora più impaurito e si mise a nitrire.
- Buono, buono... Cosa ti ha spaventato? - , il ragazzo tentò invano di avvicinarsi per ammansirlo, perché l'animale si allontanò sempre più fino a correre via e sparire con la stessa rapidità con cui era arrivato.
- Che strano... Non aveva briglie, non penso sia scappato a qualcuno - , Pryderi meditò per qualche minuto sull'accaduto, ma non trovando risposta ai suoi dubbi s'incamminò una volta per tutte verso la capitale di Iperborea.

Lo stallone correva a più non posso tra gli alberi dai colori innaturali. Chiome gialle e rosse, tronchi fucsia e vinaccio. C'erano anche piante con sfumature più tenui, verdi e marroni. Nel complesso, Aramo era davvero un luogo suggestivo. Tuttavia, il destriero non riusciva proprio a lasciare che tanta meraviglia lo acquietasse. Era troppo confuso, troppo sconvolto.
Correva, correva, correva.
Era da qualche ora che lo faceva, ormai, e sembrava che nulla sarebbe riuscito a fermarlo e tranquillizzarlo. Poi, d'improvviso, l'aspetto della foresta mutò incredibilmente e la radura in cui si ritrovò lo destabilizzò al punto tale da riuscire a fargli interrompere la sua corsa forsennata.
Apparentemente non c'erano differenze con le altre zone di Aramo, eppure si percepiva che quel luogo fosse lungi dall'essere simile alle altre radure.
Il cavallo dal manto color miele si addentrò cautamente e iniziò ad annusare l'aria. C'era qualcosa di magico lì, ma allo stesso tempo era come se qualcosa si fosse spezzato. Come se lì dentro ci fosse una grande macchina che continuava a funzionare pur mancando qualche ingranaggio.
- Ma buongiorno, ben arrivato! -
Il destriero si girò di scatto e iniziò a scalciare in preda alla paura.
Non aveva minimamente percepito quell'uomo.
- No, non agitarti, sono un amico! Vedi? - , l'uomo alzò le mani in segno di resa e sfoggiò un sorriso rassicurante.
Aveva su per giù una sessantina d'anni e, sebbene non fosse troppo anziano, aveva il viso segnato da numerose rughe, come se più che il tempo fosse stato il dolore a generargliele. Portava una lunga tunica e un paio di sandali. Entrambi gli indumenti erano dello stesso color del legno. Una folta barba gli ornava il volto e corti capelli brizzolati brillavano alla luce morente del sole al tramonto.
- Cosa ti porta da queste parti? Sembri agitato. -
Il cavallo smise pian piano di dimenarsi e lasciò che l'uomo poggiasse il palmo della mano sul suo muso, dove una profonda cicatrice correva fino all'occhio sinistro.
- È dura la vita quando non sai dove andare, eh? - , l'uomo si mise a strofinare con dolcezza la mano e il destriero parve subirne un effetto benefico.
- Perché non racconti al vecchio Perth cosa ti affligge? Forse ti sentirai meglio, dopo! Non sai quanto desideri che qualcuno faccia lo stesso per me... - , l'animale lo guardò con aria interrogativa, - Come? Mi chiedi perché non ci sia qualcuno che ascolti il vecchio Perth? Oh amico mio, perché Perth non conosce nessuno! -
L'uomo si allontanò dall'animale e si mise a tracciare una circonferenza immaginaria col dito, racchiudendovi la radura al suo interno.
- Qui - , disse mentre continuava a muovere il dito, - Sempre e solo qui è dove trascorro le mie giornate. La mia casa è dentro il tronco di quella grande quercia - , stavolta puntò l'indice verso l'albero al centro della radura, - Lì dormo, mi sveglio, mangio e svolgo il mio lavoro. Che lavoro? Oh, non lo so nemmeno io. Ma so che è importante... -
Gli uccelli appollaiati sui rami del grande albero si misero a cinguettare, come per confermare il discorso dell'uomo. Dal canto suo, il cavallo se ne stava immobile al limitare del perimetro.
- Così com'è importante questo posto. È per questo che non mi allontano mai. Mai! Sono un uomo di parola, io! E so di aver dato la mia parola che non avrei abbandonato questo posto per nessuna ragione, anche a costo della vita! Solo... - , Perth si fermò bruscamente e fece ricadere flosciamente le braccia lungo i fianchi, - solo, non ricordo più a chi l'ho promesso. Io... io non ricordo più nemmeno chi sono. Conosco solo il mio nome... -
Tutta la paura, la tensione e il senso di disorientamento che avevano animato la corsa del destriero fino a qualche minuto prima erano completamente svaniti. Le parole di Perth avevano generato una tale tenerezza e un tale dispiacere per le sorti di quell'uomo che non era rimasto spazio per nient'altro nel cuore dell'animale.
Con sommessi nitriti, il cavallo si avvicinò a Perth, addentrandosi del tutto dentro quella radura tanto speciale quanto misteriosa.
- Oh amico mio, mi dispiace! Ti ho chiesto di parlarmi di te e invece ho finito per blaterare solo io! Ti chiedo scusa, la solitudine sembra non farmi bene. -
Era strano. Pur non avendo idea di chi o cosa fosse l'uomo che gli stava parlando, il cavallo non si sentiva a disagio in sua presenza. Si sentiva stranamente al sicuro.
Perth non gli aveva detto nulla che potesse risolvere i dubbi e le domande che gli riempivano la mente. L'animale continuava a non sapere cosa gli fosse successo e perché si trovasse in quella foresta. In quel mondo. Ma non aveva importanza. Il senso di tranquillità che l'uomo aveva infuso dentro di lui era stato sufficiente a fargli vedere tutto con più chiarezza. Lo aveva aiutato a fare ordine tra i propri pensieri. Non restava che soddisfare i quesiti mancanti.
Il cavallo strofinò il muso sulla guancia di Perth, come volendogli fare una carezza di conforto. Poi, si allontanò con cautela e, chinando il capo in segno di saluto, se ne andò.
L'uomo rimase al centro della radura a fissare il destriero fino a quando non riuscì più a scorgerlo in mezzo alla vegetazione.
- Oh beh, sono contento che almeno tu sia riuscito a venire a capo dei tuoi dubbi. Magari un giorno ci rivedremo, e per allora anche io avrò capito... - , Perth chiuse gli occhi con sofferenza, - avrò capito chi sono. -
L'animale correva di nuovo dentro Aramo, ma non più con paura.
Correva, correva, correva.
Ma, stavolta, era la determinazione a spingerlo. Lo spingeva a cercare il motivo della sua venuta.
Col cuore colmo di speranza, il cavallo si allontanava sempre più dalla radura e dallo strano uomo al suo interno. Un uomo che, in qualche modo, gli era sembrato familiare. Un uomo – e una radura – che, man mano che il destriero si allontanava, non solo si facevano sempre più distanti fisicamente, ma anche mentalmente.
Più il cavallo galoppava, più il ricordo di ciò che aveva appena visto si cancellava, come se si fosse trattato di un sogno. Uno di quei sogni che, per quanto sembrino reali, al risveglio vengono subito dimenticati.
Ecco, lui stava dimenticando.
E, giunto al limitare della foresta, non era rimasta più alcuna traccia di quell'incontro. Nulla avrebbe più potuto ricondurlo da quell'uomo in quella radura, perché né dell'uno né dell'altro era rimasta alcuna traccia.
Aramo li aveva nuovamente reclamati a sé.

Capitolo 2

Una speciale melodia


I vasti territori di Iperborea brulicavano di villaggi e cittadine, ospitando più o meno abitanti a seconda delle dimensioni. Il rispetto che quel popolo nutriva nei confronti della natura era tale da impedir loro di abbattere alberi per fare posto a nuovi insediamenti, o per allargare quelli già esistenti. Tuttavia, ciò non costituiva un problema per loro e la vita trascorreva serena in quella splendida terra. Ma quando qualcuno giungeva alla capitale, non poteva fare a meno di apprezzarne la vastità.
Ohn sorgeva ai piedi dell'unico promontorio di Iperborea, nella zona collinare più vasta e verdeggiante di tutta l'immensa isola. Il villaggio presentava una moltitudine di abitazioni e botteghe in cui c'era sempre un gran via vai, rendendolo vivace e allegro. Infine, situato esattamente sulla punta del promontorio, l'enorme Castello del re dominava il mare e l'intera pianura, avendo anche un'ottima visuale sulle colline più lontane e su tutto il bosco di Aramo.
Proprio dalla foresta, due minuscole figure si erano allontanate da alcuni minuti e avevano quasi raggiunto l'imponente palazzo, procedendo spedite ma cercando allo stesso tempo di non dare troppo nell'occhio.
- Voglio fare una sorpresa a mio padre! - , esclamò Ailim sottovoce.
- Non credo sia una buona idea... Al re non piacciono le sorprese - , Cahal fece sbucare la testa da dietro il muro per accertarsi che nessuno li vedesse.
- Questa volta sarà diverso! - , rispose il principe alzando leggermente il tono di voce.
- Shh! Vuoi farci scoprire? -
- Scusa... - , Ailim abbassò nuovamente il volume e continuò, - Dicevo, questa volta sarà diverso! Sono certo che appena vedrà Marvina mi regalerà un enorme sorriso e mi dirà, - Tua madre adorava gli scoiattoli. Sono proprio felice che tu ne abbia trovato uno in un periodo tanto vicino al suo compleanno! - . -
- Ma quando si parla della regina Nareen il re non è mai di buon umore... - , finalmente la via era libera e Cahal fece segno ad Ailim di seguirlo.
I due amici sgattaiolarono furtivamente tra le staccionate delle graziose case in pietra e legno del villaggio, nascondendosi tra le pecore che vi pascolavano. Quasi tutti possedevano quelle docili bestiole, che fornivano loro un ottimo sostentamento, mentre solo i pastori più benestanti potevano vantare la presenza di mucche, cavalli e galline nei loro possedimenti.
- Vedrai che non saprà resistere agli occhioni dolci della mia nuova pelosa amica! - , affermò il ragazzino dai capelli biondi.
- Vedremo - , Cahal fece spallucce e subito dopo i due corsero fuori dal nascondiglio, trovandosi finalmente nei pressi del Castello, davanti a uno degli ingressi della servitù.
- Ed eccoci qua! - , disse trionfante il principe, - Ho battuto Pryderi ancora una volta e ancora una volta mio padre non mi ha... -
- Scoperto? -
Ailim dava le spalle alla porta da cui sarebbero dovuti entrare in segreto, mentre Cahal vedeva bene chi ne era appena uscito pronunciando quella parola con tono severo. Il ragazzino rimase immobile, mentre il suo scoiattolo si voltò, osservando il re da sopra la spalla del suo nuovo padroncino.
- Guardami Ailim e non essere codardo. -
- Sire, il principe non ha colpe, era solo venuto a... -
- Tu fa silenzio, Cahal. Non importa quale sia il motivo. Mio figlio ha disubbidito ai miei ordini, ancora una volta - , re Quert fece un passo in avanti, mentre da lontano iniziava a scorgersi la figura di Pryderi a cavallo, - Non tollero un simile comportamento da parte di chi, un giorno, avrà tutto il peso di Iperborea sulle spalle. -
Ailim riuscì finalmente a trovare il coraggio di voltarsi, ma il tono di voce con cui stava parlando suo padre gli aveva fatto gelare il sangue nelle vene, che non sembrava per nulla intenzionato a riprendere a circolare normalmente.
- Padre, vi chiedo scusa. Non era mia intenzione farvi arrabbiare... -
- Certo che non lo era, perché avevi in mente di rientrare a palazzo come se nulla fosse. Avevi intenzione di mentirmi e non dirmi che eri fuggito - , Quert era un uomo alto e impostato, ma in quel momento Ailim ebbe l'impressione che fosse diventato un gigante. Lo osservava dall'alto con aria minacciosa e il suo bel volto era corrucciato, non lasciando spazio a segnali di un imminente perdono.
Il principe afferrò il proprio scoiattolo e lo mostrò al padre, facendo leva sul briciolo di coraggio che gli era rimasto. Era mosso dal tentativo di rabbonire Quert grazie alla sorpresa di cui aveva parlato a Cahal poco prima.
- No, padre. Pryderi mi stava cercando, vi avrebbe comunque riferito della mia fuga, non potevo nascondervelo. Tuttavia... - , Ailim alzò Marvina per metterla nel campo visivo del sovrano, - c'è un aspetto positivo in tutta questa faccenda: guardate chi ho trovato nel bosco! È una bellissima scoiattolina, proprio come piaceva alla mamma! Ho pensato che potesse farvi piacere vederla, dato che in questi giorni ricorre il compleanno di... - , mentre il ragazzino parlava con entusiasmo ma con voce tremante, insicuro sulla reazione del padre, Quert mutava espressione. Da severa divenne sbalordita per un attimo, ma poi si trasformò in furiosa.
- Taci! - , urlò infine, facendo sobbalzare Pryderi, che aveva finalmente raggiunto il gruppo, - Non nominarla neanche! Se hai intenzione di tenere quella bestiola con te fa' pure, ma tienimela lontana! -
D'istinto, Ailim abbracciò Marvina, come alla ricerca di protezione, e indietreggiò verso l'amico alle sue spalle.
- Sono stufo di vederti scorrazzare liberamente per il regno, devi mettere su giudizio! - , continuò a gridare il sovrano, - Sarai confinato nelle tue stanze fino a quando lo dirò io! -
- Ma... - , la voce di Ailim uscì in un sussurro, non facendosi udire da suo padre.
- Pryderi! - , disse Quert rivolgendosi alla giovane guardia, che era rimasta in silenzio a osservarli.
- Agli ordini, sire - , Pryderi scattò sull'attenti e qualche ciocca biondo ramato gli cadde nuovamente davanti agli occhi.
- Scorta mio figlio nella sua camera e assicurati che non ne esca fino a mio ordine. -
- Sarà fatto, mio re... - , il giovane si avvicinò con aria sconsolata al ragazzino e lo invitò a seguirlo, pregandolo con lo sguardo di non controbattere.
Non ci furono proteste, né da parte di Cahal né di Ailim. Entrambi erano rimasti atterriti dalla rabbia del re e nessuno dei due trovò la forza di opporsi al suo volere. Pryderi, dal canto suo, era ben lontano dall'essere felice di eseguire quell'ordine, nutrendo una profonda tenerezza nei confronti del principe, ma nulla poteva in quanto semplice guardia.
- È ora che impari cosa significa essere un reale - , disse Quert abbassando il tono di voce e guardando il trio allontanarsi dentro il Castello.
***

L'ombra della grossa meridiana al centro dei giardini reali aveva superato la tacca dell'ora di cena da un pezzo. In quel periodo dell'anno le giornate si facevano più lunghe e il sole tramontava solo poco prima che tutti andassero a letto. Grazie alla presenza dei suoi raggi anche di sera, Ailim era riuscito a capire – osservando il grande strumento che segnava lo scorrere del tempo – che sarebbe andato a dormire senza mettere qualcosa sotto i denti.
Il ragazzino si allontanò dalla finestra che dava sui giardini e si appallottolò sopra il letto. Marvina colse l'occasione per saltare sul materasso e andarsi ad acciambellare ai piedi del suo piccolo amico. Sembrava affranta quanto lui.
- Chissà cosa starà facendo Cahal in questo momento. Tutti lo prendono in giro da quando suo papà Irven è morto - , Ailim strinse forte i pugni, - Sono solo invidiosi del fatto che viva a palazzo! Quanto sono sciocchi, non trovi, Marvina? -
Lo scoiattolo mosse la testa in assenso e mise le zampe sui fianchi, facendo ben intendere che la parola - sciocchi - non era quella che avrebbe usato lei in quel contesto.
- Io non voglio che Cahal si senta solo, Marvina - , continuò sconsolato il principe, - ma facendo di testa mia ho finito per imporgli la solitudine per chissà quanto tempo! Fino a quando mio padre non mi lascerà uscire di nuovo non potrò vederlo e lui non ha altri amici all'infuori di me... -
Ailim aveva appena finito di pronunciare la frase, quando udì un lieve ticchettio alla porta. Il piccolo attese qualche istante, non convinto di aver sentito bene, ma quando il rumore tornò con più insistenza non ebbe più dubbi. Stavano bussando.
- Ehm... Avanti? - , perché chiedere il permesso di entrare mentre era in punizione?
La porta si aprì con cautela per non far cigolare i cardini e una giovane testa dalla folta chioma castana s'infilò dentro.
- È permesso, vostra altezza? - , disse l'affascinante ragazzo che aveva bussato, sfoggiando uno dei suoi migliori sorrisi.
- Oskar! - , Ailim saltò giù dal letto, entusiasta di vedere il suo bardo preferito.
Il ragazzo, avente un completo di casacca e pantaloni viola scuro e un corto mantello rosso, aprì un po' più la porta, riuscendo finalmente a entrare.
- Sono lieto che siate tanto felice di vedermi. Come ve la passate? -
Da dietro il bardo arrivò una gomitata che per poco non lo fece cadere.
- Ma che razza di domande fai, stupido? Sai che è stato messo in castigo dal re - , sbraitò sottovoce Pryderi.
- Suvvia, amico! Era solo un modo per sdrammatizzare! - , si difese Oskar.
- Sdrammatizzare. Vai a dirlo al sovrano se ti becca qui! Fa' in fretta, piuttosto - , Pryderi spinse il bardo ancor più dentro la camera del principe e richiuse la porta spazientito.
Ailim aveva osservato divertito l'intera scena, ricordando tutte le altre volte in cui quei due avevano dato vita a buffe situazioni come quella.
- Chiedo scusa, vostra altezza, questa guardia qui fuori è troppo severa - , disse Oskar aumentando di proposito il tono di voce.
- Ti sento, sai! - , rispose Pryderi da dietro la porta.
- Certo che lo so - , disse il bardo soffocando una risata, - ma ora veniamo a noi - , concluse rivolgendosi ad Ailim.
- Cos'è quella? - , chiese il principe non riuscendo a celare la propria curiosità e indicando l'oggetto che il ragazzo portava dietro la schiena.
- Avete occhio, eh? Questa è il motivo per cui sono venuto a trovarvi - , Oskar prese l'arpa che teneva nascosta e la mise davanti allo sguardo estasiato di Ailim, - Vi presento l'Arpa Una, mio principe! È uno strumento molto speciale e prezioso che viene affidato solo ai bardi più meritevoli. Oggi, il mio maestro ha lodato le mie abilità, affermando che sono finalmente pronto per usarla! -
L'Arpa rifletteva i tenui raggi del sole morente sulla propria superficie dorata, dando l'impressione di generare essa stessa luce. Le sue corde brillavano e sembravano così delicate che Ailim temette si sarebbero rotte al primo tocco.
- Che meraviglia... Cos'ha di tanto speciale quest'Arpa, Oskar? - , domandò il piccolo senza staccare gli occhi di dosso dallo strumento musicale.
- Oh, altezza, mi date sempre così tanta soddisfazione! La vostra voglia di conoscere appaga la mia volontà di insegnare - , il bardo fece un cenno col capo in direzione del letto, chiedendo il permesso di potersi sedere. Ailim glielo concesse e si mise al suo fianco sul grande letto a baldacchino.
- L'Arpa Una, in tempi remoti, era chiamata col nome del suo originale possessore. L'Arpa di Dagda... - , il bardo venne immediatamente interrotto dal principe.
- Dagda?! Il - padre potente - , il - rosso della scienza perfetta - , il...! -
- Sì, principe Ailim, proprio lui. Uno degli Dei più forti e importanti di tutti - , continuò il bardo ridacchiando per l'esaltazione del ragazzino, - Dagda possedeva oggetti dai poteri straordinari e l'Arpa era uno di essi. Si dice che sia in grado di causare tristezza in chi ne ascolta il suono o di placarne l'ira, se colto da grande tensione. -
- Cosa significa - si dice - ? Basta provarla per vedere se funziona, no? - , Ailim era sbigottito.
Marvina si arrampicò sulla spalla del bardo e puntò il muso verso l'Arpa, come volendo sottolineare la lecita domanda del suo piccolo amico. Oskar fece una carezza alla testa dell'animale e indirizzò nuovamente lo sguardo sul principe.
- Non è così semplice, altezza. I poteri dell'Arpa non si svelano facilmente a chiunque. Ci vuole uno speciale apprendimento per sbloccarne le capacità e un'indole adatta per metterle in atto. Finora, beh, nessuno sembra esserne stato in grado - , segni di delusione si dipinsero sul volto di Ailim. Oskar, allora, si affrettò ad aggiungere, - Ma io non sono un bardo qualsiasi, giusto? Riuscirò laddove gli altri hanno fallito, ve lo assicuro! -
La porta della camera si aprì e Pryderi varcò per metà la soglia d'ingresso, gettando continuamente occhiate al corridoio.
- Spero che tu sia riuscito a dire tutto ciò che volevi al nostro principe, perché adesso devi andartene. È quasi l'ora del cambio guardia e chiunque verrà mandato al mio posto non tollererà la tua presenza qui. -
- Perché, tu mi hai mai tollerato? - , scherzò Oskar alzandosi dal letto e riponendo l'Arpa nella sacca sulle proprie spalle.
- Quanto basta, Oskar. Ma sto iniziando a pentirmene... - , il giovane soldato guardò l'amico con aria torva, mentre gli sfrecciava accanto, uscendo fuori dalla stanza in un batter d'occhio.
- Non ci giurerei, caro Pryderi. Se ti allontanassi da me chi ti porterebbe tutte quelle belle fanciulle direttamente ai tuoi alloggi? - , chiese ammiccando.
Pryderi fece per spintonarlo, ma il bardo era ormai fuori portata e si dileguò subito dopo, non prima di aver rivolto, però, un inchino ad Ailim.
- Prima o poi lo farò sbattere nelle segrete - , disse esasperato il giovane dalla divisa blu.
- Grazie per quello che hai fatto, Pryderi - , affermò il reale con voce decisa e serena.
La guardia non si aspettava quelle parole. D'altronde, era sempre lui a dargli la caccia quando scappava dal Castello.
- Per aver permesso a Oskar di venirmi a trovare - , continuò il piccolo, intuendo che il ragazzo non avesse capito il motivo di quel ringraziamento, - Mi ha messo di buon umore. -
Pryderi si grattò il capo leggermente in imbarazzo e puntò lo sguardo dritto sui propri stivali.
- Era il minimo che potessi fare, vostra altezza. Mi dispiace vedervi chiuso qui dentro. Tuttavia, è giusto che sappiate che l'idea non è scaturita né da me né da Oskar. È stato Cahal a chiederci questo favore, sperava potesse confortarvi. -
Ad Ailim si scaldò il cuore venendo a conoscenza di com'erano andati realmente i fatti. Il suo amico non aveva smesso di pensare a lui, esattamente come il principe. Questi aveva temuto che Cahal si sentisse solo senza di lui, ma la verità era che, in fondo, era stato Ailim a sentirsi perso senza il proprio amico.
- Quando finisci il tuo turno qui va' a ringraziarlo da parte mia, per favore. -
- Con molto piacere, vostra altezza - , rispose Pryderi sorridendo e, inchinandosi anche lui come aveva fatto Oskar, si congedò chiudendo nuovamente la porta.
Il sole era calato del tutto, ormai, ma i morsi della fame non erano più un problema. Con un nuovo mistero nella mente – relativo all'Arpa Una – e l'affetto di Cahal nel cuore, Ailim poté finalmente prendere sonno tra le morbide lenzuola del proprio letto.
Tra i corridoi del palazzo, semi immersi nell'oscurità, una figura camminava furtiva per non farsi scorgere da occhi indiscreti.
Era diretta agli alloggi del re.


Capitolo 4

Gli Oscuri


L'oscurità piombò sulla Valle Capovolta, come un grosso macigno in uno stagno. Il tonfo sul soffice terreno argilloso fu talmente forte che avrebbe dovuto echeggiare fino ad arrivare alle attente orecchie di Aife, ma ciò non avvenne. Il suono morì ancora prima di nascere. Tuttavia, la Custode era riuscita comunque a percepirli.
Figure tozze, esili, robuste e scheletriche presero ad aggirarsi furtivamente tra gli arbusti, ma tanta attenzione fu inutile. Aife sapeva che erano lì.
La donna alzò lo sguardo verso l'alto e vide la nuvola che aveva oscurato la Luna. La vide scrutando attraverso la superficie riflettente che costituiva il cielo del suo popolo.
La vide attraverso l'acqua del fiume.
Iperborea era tutta lì, oltre il confine d'acqua che separava Aife e i suoi compagni dalla terra che un tempo era appartenuta anche a loro.
- Maledizione - , imprecò la Custode, - Non ci voleva quella nuvola. Non stanotte che la Luna è tanto brillante. -
Due guardie, dalle armature sottili ma robuste e scintillanti come pietre preziose, si precipitarono al fianco della donna. Una delle due si avvicinò per farsi udire meglio, pur mantenendo una certa distanza in segno di rispetto.
- Custode Aife, temiamo che il buio che sta dilagando possa portare i Dokkalfar allo scoperto. Forse dovremmo... -
Aife iniziò ad avviarsi verso la parte della foresta da cui aveva percepito il tonfo sordo pochi istanti prima, sovrastando con la sua voce il discorso della guardia.
- Sono già qui. Radunate tutti gli uomini dislocati lungo il perimetro - , i passi della donna si fecero sempre più rapidi, - Raggiungetemi il prima possibile. -
Le ultime parole pronunciate dalla Custode furono sentite dai due guerrieri solo perché trasportate dal vento. Aife, infatti, era già svanita nell'oscurità della vegetazione.
La Custode, dal corpo snello e agile, si muoveva come se fosse parte integrante della foresta. Planava delicatamente quando cadeva una foglia, strisciava in silenzio se appariva un serpente, balzava felina se le si affiancava una volpe. Quando finalmente giunse in una zona in cui l'unica flora presente erano dei bassi e rachitici arbusti, si arrestò di colpo. Divenne così immobile tanto da sembrare il tronco di un albero spezzato.
- Il vento ulula parole fugaci, cullando la scintilla d'una fiamma donata - , Aife portò delicatamente una mano all'indietro, afferrando il manico della lunga Lancia che teneva saldamente bloccata alla schiena dentro uno spesso fodero. Le inquietanti figure che si erano mimetizzate con gli arbusti si lanciarono occhiate perplesse tra loro.
- Oh radioso Lugh, che il tuo calore risplenda sugli animi corrotti! - , la Custode tirò la Lancia fuori dal fodero con un rapido movimento del braccio. Nello stesso istante l'oscurità balzò fuori dal suo nascondiglio, puntando dritto alla gola della donna.
E subito venne annientata.
Una potente fiamma ardeva sulla sommità della lancia di Aife. Il suo calore e la sua purezza avevano ricacciato indietro le tenebre. Tuttavia, la Custode sapeva bene che era ancora troppo presto per esultare.
Non appena la potenza del fuoco diminuì, un'altra orda di Dokkalfar venne fuori dal buio della notte, stavolta facendo molta più attenzione alla strana arma brandita dalla donna. Le creature dai lunghi capelli neri e artigli affilati come lame, si disposero a cerchio intorno alla loro avversaria, sfidandola ad attaccare di nuovo. Quando si accorsero che Aife attendeva che la fiamma – divenuta poco più di uno zampillo – tornasse alla sua precedente grandezza, capirono che quello era il momento perfetto per sferrare il contrattacco.
Il più grosso e inquietante tra tutti fu il primo a farsi avanti, allungando ancor più i propri artigli e caricando lo sguardo di puro odio e malvagità. Gli altri fecero un passo verso la Custode, rendendole inaccessibile qualsiasi via di fuga. Il Dokkalfar massiccio, infine, si decise a fare la sua mossa.
- Dì addio alla tua luce, - Somma - Custode! - gridò con voce possente e profonda mentre protraeva gli artigli. E gridò ancor più forte quando se li vide mozzare.
Una schiera di soldati, con le stesse armature delle due guardie precedenti, sbucarono alle spalle dei Dokkalfar, mentre il pugnale di un esperto tiratore si conficcava nel suolo dopo aver reciso gli artigli della creatura. Questa si accasciò a terra agonizzante, mentre sangue scuro sgorgava dalle ferite inferte. I soldati non diedero ai Dokkalfar il tempo di capire cosa stesse succedendo per potersi riorganizzare e li attaccarono immediatamente. Il rumore metallico delle spade tirate fuori dai foderi fendette l'aria quasi fosse il primo colpo che veniva sferrato su quegli esseri. Subito dopo, il vero attacco arrivò.
Le lame calarono sulle teste degli Oscuri, tranciandone qualcuna e ferendone altre. Dopo un primo attimo di smarrimento generale, i Dokkalfar iniziarono a schivare i colpi e a far cozzare spade e artigli.
- Allontanatevi, Somma Custode! Almeno finché la fiamma della Sléa Bùa non sarà di nuovo attiva! - , urlò la guardia più vicina alla donna, cercando di sovrastare il frastuono della battaglia.
- Non ho intenzione di tirarmi indietro solo per proteggere la fragilità della mia carica - , Aife legò nuovamente la Lancia alla schiena e tirò fuori due corti pugnali dalla cintura, - Proteggerò i miei uomini anche a costo della vita. -
La guardia avrebbe voluto concedersi un momento per ammirare il coraggio e la tenacia della Custode, la figura più importante e potente del loro Regno. Più importante persino della Regina Niamh. Il combattimento, però, non permetteva alcuna distrazione e così l'uomo tornò a concentrarsi completamente sul nemico che gli si era parato di fronte.
Aife si afflosciò al suolo, schivando prontamente il lungo artiglio di un Oscuro e, ruotando su se stessa, piantò il pugnale nella gamba del suo avversario. La creatura si abbassò nel tentativo di strappare via l'arma e buttarla lontano, dimezzando così la difesa della Custode. Tuttavia, quando il Dokkalfar portò la mano verso il pugnale, vide che non c'era più. Era già stato estratto da Aife che stava sgusciando via, passando tra soldati e Oscuri come acqua che scorre.
Attacchi e poi fuggi? – pensò sogghignando il Dokkalfar, convinto di averle messo paura. Quell'idea, però, ebbe vita breve.
Esattamente come chi l'aveva formulata.
Aife non era fuggita, aveva semplicemente lasciato l'onore di finire quella creatura al soldato che gli si era parato dietro. Schizzi di sangue nero come l'Abisso macchiarono il verde manto erboso, mischiandosi ai corpi dei caduti.
Mentre la Custode si lasciava dietro quello spettacolo terribile, sentì vibrare la Sléa Bùa dentro il fodero, quasi le stesse stretto e volesse liberarsene. Dopo aver preso un respiro profondo, la donna tirò nuovamente fuori la Lancia e la piantò saldamente per terra con la punta rivolta verso il basso. Quando vide che la fiamma si era completamente immersa nel suolo, chiuse gli occhi.
- Che il tuo calore risplenda sugli animi corrotti. -
Tra i fili d'erba iniziarono a formarsi numerose crepe, dalle quali fuoriuscì una intensa luce abbagliante. Sembravano tanti piccoli fiumi di lava quelli che si stavano formando nel terreno, ma se per errore una guardia li toccava non provava alcun dolore. Solo i Dokkalfar si ustionavano brutalmente. La proliferazione di quelle vie di luce si arrestò solo giunta ai margini del bosco. Solo allora, si sprigionò il vero bagliore.
D'improvviso si fece giorno. Tutto il perimetro venne invaso dalla luce per diversi minuti. Infine, quando la potente luminosità si diradò, nemmeno un Dokkalfar era rimasto tra quelli dentro al raggio d'azione.
La Sléa Bùa aveva fatto il suo dovere.
Per quella notte, l'oscurità era stata respinta.

***

Respinta, ancora una volta.
Le sottili dita della Regina provarono a oltrepassare la barriera invisibile per l'ennesima volta, ma senza successo. Continuava insistentemente a ricacciarla indietro. Aife le aveva rivelato l'ubicazione del luogo in cui la sovrana stava tentando di accedere e solo per quello la donna era in grado di vederlo. Ma ciò non significava che vantava anche il diritto di poter entrare.
- Sapete che solo io posso varcare la barriera - , disse la Custode sbucando fuori da chissà dove, - Perché desiderate tanto entrare, maestà? -
Niamh tentò di celare l'imbarazzo per essere stata colta in flagrante, cercando invece di motivare il proprio sussulto all'improvvisa apparizione della Custode. Allontanò una volta per tutte la candida mano dalla barriera e se la passò tra i lisci capelli dorati.
- Vi stavo solo cercando, mia dolce Aife - , disse la Regina tentando di riacquistare un certo contegno, - Non trovandovi da nessuna parte ho pensato di controllare qui. -
Aife si accostò alla sovrana, che non aveva mai smesso di fissare i grossi blocchi di pietra davanti a lei, e la guardò con tenerezza. Sapeva di essere l'unica vera amica su cui Niamh potesse contare, l'unica che – pur non mancandole mai di rispetto – la ascoltava non con l'orecchio di un suddito ma di un confidente sincero.
- Di cosa volevate parlarmi, vostra altezza? -
Niamh accarezzò con mano tremante la corona dorata che portava sul capo e si prese qualche minuto prima di rispondere. Aife notava come si sforzasse di mantenere lo sguardo sulla linea dell'orizzonte, per evitare di guardare più in alto di quanto avesse dovuto. Per non guardare dove avesse voluto.
- Mi chiedevo solo se ci fossero stati altri segni di un possibile attacco da parte dei Dokkalfar dopo l'ultima notte di Luna piena - , disse infine la Regina tutto d'un fiato.
La Custode rimase qualche altro secondo a fissare la sua amica, per leggere nel suo sguardo la conferma ai propri dubbi. Quando la trovò, si allontanò di qualche passo, volgendo le spalle ai grandi massi che stavano al di là della barriera. Sfiorò il braccialetto di nastri intrecciati color oro e argento che portava al polso e indirizzò i propri pensieri a sua sorella Edana per una manciata di secondi. Nonostante tutto, non riusciva a dimenticarla.
Prima che la sovrana potesse cogliere lo sguardo malinconico tra gli occhi verdi della Custode, Aife si riprese del tutto e si apprestò a rispondere.
- Mi avete fatto la stessa domanda ieri, Regina Niamh - , la donna dal vestito bianco come una nuvola si morse il labbro, maledicendosi per non esserselo ricordata prima, mentre Aife continuò il discorso, - e, come ieri, vi rispondo di no. Fortunatamente sembra che la situazione si sia momentaneamente stabilizzata. Gli Oscuri non si aspettavano che possedessimo un'arma tanto letale per loro. D'altronde, la Sléa Bùa è stata ritrovata solo da poco. -
L'aria era limpida e pulita, l'erba fresca di rugiada e gli uccellini volavano sereni sopra le loro teste. Quell'atmosfera avrebbe reso tranquillo e sereno chiunque. Chiunque, ma non Niamh.
La Regina si sentiva stretta in una spira letale, graffiata da un groviglio di rovi spinati. Sentiva che non era quello il luogo in cui desiderava stare e sapeva che la prossima frase pronunciata da Aife sarebbe stata rivolta proprio a tale argomento.
Così fu.
- Ora che ho risposto alla vostra domanda, potete dirmi qual è il vero motivo per cui mi stavate cercando. O meglio... - , la Custode fece qualche passo indietro, oltrepassando la barriera invisibile. Così facendo, divenne invisibile anche lei, ma la sua voce continuò a librarsi nell'aria, - potete dirmi perché volevate entrare nel Nemeton. -
Il cuore della sovrana iniziò a battere furiosamente. Si era aspettata che la conversazione virasse in quella direzione da un istante all'altro, eppure ciò non era bastato per prepararla.
- Non vi manca, mia cara Aife? - , disse evitando di rispondere direttamente alla domanda.
La donna sapeva benissimo a cosa si riferisse la bellissima Regina che le stava di fronte. Non avrebbe nemmeno avuto bisogno di vederla alzare lo sguardo – proprio sopra quella dannata linea d'orizzonte – per accertarsene. Niamh non poteva vedere Aife lì dentro, ma sapeva che lei, invece, poteva farlo. Sapeva che la stava osservando mentre alzava gli occhi al cielo. Un cielo fatto di specchi e riflessi.
- Non dovreste guardarla, mia Regina. Lo dico per il vostro bene - , ma mentre pronunciava quelle parole, anche Aife gettava lo sguardo verso l'alto, - Vi farà stare solo più male. -
- Eppure sono certa che anche voi la stiate osservando. Proprio adesso. -
Aife abbassò immediatamente gli occhi, pur sapendo bene di non poter essere scorta dalla sua amica. Provava ugualmente vergogna, dato che Niamh non si era sbagliata.
- Mia Regina, Iperborea non potrà mai più essere la nostra casa. -
- Lo so, Aife, lo so... - , c'era titubanza nel suo tono di voce e la Custode si chiese perché, dato che sapeva bene non ci fosse alcun modo per loro di oltrepassare definitivamente lo specchio d'acqua.
- Allora perché continuare a rivolgerle la nostra attenzione? - , aveva usato di proposito il plurale, - Io posso raggiungerla a volte, è vero, ma è doloroso farlo sapendo di non potervi restare. Evito di affezionarmici, così che non mi possa mancare, come dite voi. -
Gli occhi della Regina furono catturati dal volo di un pettirosso, che sfrecciò a tutta velocità proprio davanti alla porzione di cielo che Niamh stava osservando. La sovrana seguì la traiettoria del volatile e aguzzò l'udito, nella vana speranza di udirne il cinguettio. Un cinguettio che non giunse mai. Come sempre.
- Eppure sono certa che invece vi manchi il suono della natura, cara Aife - , iniziò a dire con voce tremante, - Il canto degli uccelli, il gracchiare delle rane, il sibilo dei serpenti - , copiose lacrime minacciarono di solcare il volto angelico della donna, - Quando tornate qui non riesco a credere che non sentiate la mancanza dello sciabordio delle onde del mare, del ticchettio delle gocce di pioggia sulle foglie. -
Aife era uscita dal cerchio di pietra ed era nuovamente visibile alla Regina. La osservava perplessa mentre parlava, non riuscendo a interpretare l'estremo attaccamento che l'amica sembrava dimostrare per un mondo che mai aveva conosciuto personalmente.
Prima della venuta degli Oscuri anche la nostra Valle brulicava di suoni – pensò Aife – è forse in loro memoria che soffre?
La Custode avvicinò il polpastrello al volto di Niamh, catturando la prima lacrima che aveva iniziato la sua discesa nella guancia. A quel punto, la donna si girò ad osservarla.
- Non può non mancarvi la vita, Aife. La vita vera... A me mancherebbe tantissimo - , sussurrò infine.
Il mondo in cui vivevano era stupendo, verdeggiante e ospitale, ma era un semplice specchio. E per quanto ciò che si riflettesse al suo interno fosse meraviglioso, restava sempre e solamente quello.
Un riflesso.
Si possono riflettere i colori, le forme e le luci, ma non si potranno mai riflettere suoni e odori. La vita non si cattura in uno specchio.
- È passato molto tempo dalla notte in cui i Dokkalfar ci hanno attaccati - , asserì la Custode dopo svariati minuti di silenzio assordante, - Quanti anni credete che siano passati a Iperborea, nel frattempo? -
- Chi lo sa, forse un anno, forse tre - , il tempo scorreva diversamente là fuori, Niamh lo sapeva bene, - So solo che ce lo stiamo perdendo, amica mia. -
Un sassolino cadde nell'acqua del fiume, facendo vibrare tutta la superficie specchiante che Niamh e il suo popolo avevano finito per chiamare cielo. Man mano che il sassolino precipitava giù, iniziava a dissolversi e mutare. Quando giunse poco sopra le chiome più alte della Valle Capovolta, si trasformò completamente in farfalla e volò via.
- Sono certa che ci stiamo perdendo davvero tante cose. -

Capitolo 5

Il crollo


Il terreno era umido e freddo e le foglie radunate alla base del tronco dell'albero erano tutte cariche d'acqua. Erano tante piccole conche colme di pioggia che, sebbene fossero illuminate dal sole del primo pomeriggio, restavano irremovibilmente bagnate. La temperatura autunnale non permetteva a niente e nessuno di scaldarsi a dovere. Qualche nuvola grigia vagava ancora disorientata nel cielo, ma ormai il brutto tempo era passato e tutti erano usciti nuovamente dalle abitazioni, pronti a riprendere ciascuno il proprio lavoro.
Solo tre persone erano rimaste all'aperto mentre la pioggia calava sulle loro teste e, ora che il campo d'allenamento era nuovamente illuminato dal sole, quelle figure brillavano come cristalli. Le goccioline d'acqua depositate su di loro acciuffavano i raggi solari e ne sprigionavano la potenza riflettendoli.
- Certo che avete un maestro proprio duro, eh? - , Oskar venne fuori da dietro uno dei pali che circondavano il campo. Lo spazio verde in cui si stavano addestrando Ailim e Cahal era situato nella parte più esterna del Castello, al limitare con gli alberi che s'infittivano verso Aramo.
I ragazzi, sentendo la voce del bardo, presero a rinfoderare le spade, ma Pryderi li bloccò subito.
- Non provate a smettere proprio adesso, voi due! Continuate il vostro allenamento e non date retta a questo scansafatiche d'un bardo - , sentenziò l'uomo incrociando le braccia muscolose.
- Ma ci stiamo allenando da ore ormai! - , esordì esasperato il giovane Ailim, mentre i suoi lunghi capelli biondi dondolavano dietro al collo, completamente fradici.
- Sì, ed è per questo che una mezz'ora in più non la percepirete nemmeno, giusto? - , Oskar intanto si era posizionato accanto alle foglie traboccanti d'acqua, ignorando l'umidità del terreno, e aveva iniziato a strimpellare col liuto, - E tu sei venuto ad - allietarci - con il tuo accompagnamento musicale? -
- Oh, non badate a me. Io sono qui solo per infastidire Pryderi - , disse rivolgendosi ai due ragazzini, - Voi fate pure ciò che vi dice, ci penso io poi a vendicarvi! - , concluse in tono melodrammatico.
Ailim non riuscì a soffocare una risata, mentre Cahal era già tornato in posizione di combattimento e aspettava che il suo amico facesse lo stesso. Pryderi, dal canto suo, aveva prontamente dato le spalle al bardo, nel tentativo di ignorarlo.
- Allora, vogliamo starcene qui tutto il giorno? - , disse, infine, il soldato, - O preferite andare voi stessi a dire al re che vi eravate stancati? -
Il giovane principe, che portava i suoi quindici anni con splendida regalità, tornò immediatamente serio e riprese ad allenarsi con Cahal, pur impacciato nei movimenti a causa dei vestiti zuppi d'acqua. L'amico, al contrario, sembrava perfettamente a suo agio e persino più agile.
- Ah, Oskar! - , sussultò Ailim come ricordando improvvisamente qualcosa di molto importante, ma senza smettere mai di attaccare Cahal, - Sei riuscito a far - funzionare - l'Arpa Una? -
- Non proprio, ma penso di esserci quasi, vostra altezza - , Pryderi gettò un'occhiataccia al bardo, temendo che la sua presenza potesse deconcentrare i ragazzi, - Sarete il primo a saperlo, comunque! -
- Ci tengo proprio tanto che sia così, Oskar - , replicò il principe col fiatone.
- Non dubitatene - , concluse con solennità il bardo.
D'improvviso si udì un fruscio provenire da dietro l'albero a cui si era appoggiato Oskar. Subito dopo, vennero fuori il re in persona e un grande destriero dal manto color miele.
- Vedo che l'addestramento sta dando i suoi frutti se siete capaci di allenarvi e parlare nello stesso momento - , esordì Quert con una lieve nota di rimprovero.
- Maestà! - , dissero in coro Pryderi, Oskar e Cahal.
- Padre! - , Ailim gettò la spada per terra e gli corse incontro, - Siete tornato! -
- Oh Ailim, la tua spada, non dovresti gettarla in quel modo... - , ma il sovrano non riuscì a completare l'ammonimento perché si vide gettare al collo le braccia del figlio, - ... Beh, non importa - , disse rassegnandosi e mostrando un enorme sorriso, mentre ricambiava l'abbraccio.
- Come sono andati i giri di perlustrazione, sire? - , chiese Pryderi, raccogliendo la spada da terra.
- Meglio di quanto immaginassi. E, come se non bastasse, guarda un po' cos'ho trovato sulla strada di ritorno... Anzi, chi ho trovato! - , Quert prese il destriero per le briglie e lo fece incedere verso Ailim.
L'animale non mostrava alcun segno d'irrequietezza, ma non sembrava molto interessato al principe. Al contrario, fissava con insistenza Cahal.
- Ehi, ma io quel cavallo lo conosco! - , disse sbalordito Pryderi dopo averlo squadrato meglio, - L'ho visto aggirarsi tutto solo dentro Aramo qualche anno fa -
- Ne sei proprio sicuro? - , chiese dubbioso il re.
- Sicurissimo! Non ho mai visto un altro destriero di questo colore, così intenso... e poi - , indicò il muso dell'animale, su cui una grande cicatrice arrivava fino all'occhio sinistro, - quella è una caratteristica inconfondibile. -
- L'ho trovato che vagava nei pressi di Ohn, senza briglie né padrone - , Quert cercò di avvicinare l'animale al principe, ma la bestia non ne voleva sapere, - Era un così bel cavallo che ho pensato potesse essere perfetto per te... figlio mio. -
Ailim stava osservando lo stallone da ogni angolazione possibile, tanta era forte la curiosità che animava il suo spirito in qualsiasi situazione. Ma, udendo le parole del re, si arrestò di colpo.
- Davvero? - , chiese sprizzante di gioia, - Oh, padre mio, vi ringrazio tantissimo! -
Quert tirò insistentemente le briglie del cavallo per donarlo una volta per tutte ad Ailim, ma proprio in quel frangente il destriero diede uno strattone alla corda e il sovrano dovette lasciare la presa. L'animale si mise immediatamente a correre verso Cahal, che stava assistendo alla scena dallo stesso punto in cui aveva interrotto l'allenamento.
- Attento Cahal! - , gridò Pryderi cercando di riacciuffare il cavallo, senza successo.
Il ragazzino di dodici anni, tuttavia, non si scansò minimamente. Quando l'animale era ormai a un passo da lui, questi fermò prontamente la propria corsa. Tutti erano rimasti col fiato sospeso, convinti che il destriero l'avrebbe travolto.
Tutti, tranne Cahal. Lui continuava a guardare il cavallo, con la testa inclinata di lato, lanciandogli uno sguardo interrogativo. Come volendogli rispondere, l'animale iniziò a nitrire.
- Ma cosa gli è preso? - , re Quert si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore.
- È facile, maestà. -
Tutti si girarono verso Oskar, che non aveva mai smesso di strimpellare col suo liuto.
- Ah, sì? - , chiese stranito il sovrano.
- Certo! È il cavallo a scegliere il suo cavaliere, non il contrario - , concluse il bardo come se avesse dovuto rispondere alla domanda più sciocca del mondo.
Per alcuni minuti rimasero tutti in silenzio e solo le note emesse dallo strumento di Oskar svolazzarono nell'aria. Il destriero, intanto, aveva avvicinato il muso alla guancia di Cahal, strofinandola con dolcezza. Il ragazzino dai capelli neri e ondulati non si era spaventato per via di quel contatto, ma si era sentito in soggezione sentendo la frase del bardo.
Lui, essere scelto da qualcuno? Impossibile.
Vedendo che l'animale non mostrava alcun segno di volersi allontanare da Cahal, il re sospirò in un misto di rassegnazione e soddisfazione.
- E sia, dunque - , disse Quert, - Da oggi tu e quel cavallo vi appartenete, mio caro Cahal. Vedi di prendertene cura con tutto il tuo cuore. -
Udendo quelle parole, Cahal sgranò gli occhi e li fece balzare prima in quelli di Ailim e poi in quelli del re. Entrambi brillavano in segno di approvazione.
- Ma... e Ailim? - , balbettò il ragazzino, sentendosi a disagio per essersi preso il regalo destinato all'amico.
- A me va bene così, Cahal! Vorrà dire che dovrò aspettare un altro po' per avere il mio animale affine! - , il giovane sentì un pizzicotto nel braccio e, gettando giù lo sguardo, vide Marvina che lo osservava furiosa, - Intendevo come destriero, gelosa che non sei altro! -
Tutti scoppiarono a ridere, mentre la scoiattolina non sembrava affatto soddisfatta della risposta ricevuta. Notando l'espressione offesa che aleggiava ancora sul suo piccolo volto, re Quert le fece un'amorevole carezza sulla testa.
- È parecchio rancorosa per essere una creatura tanto piccola! - , Marvina sembrò arrossire. - In ogni caso - , disse il re tornando serio, - sono felice che abbia scelto te, Cahal. D'altronde, anche tu sei mio figlio, giusto? -
Pryderi sentì affiorare dentro di sé una gioia indescrivibile. Era davvero bello vedere come il sovrano si fosse finalmente ripreso dalle morti dei suoi cari e avesse finalmente ricominciato a donare amore ai suoi figli.
- Comunque - , continuò Quert, mentre Cahal abbassava lo sguardo imbarazzato ma felice, - ero venuto giusto per lui - , indicò il cavallo con la punta del mento, ricoperta di una fine barba bionda, - Ora però devo partire di nuovo. -
- Cosa? Ma siete appena tornato! - , la delusione si dipinse immediatamente sul volto del principe.
- Mi dispiace, figliolo, ma non ho ancora completato i giri di controllo per la sicurezza di Iperborea - , il re si abbassò per far coincidere i suoi occhi con quelli di Ailim, - Quando sarai re ti renderai conto che spesso dobbiamo mettere al primo posto il bene degli altri, a dispetto del nostro. Perché, così facendo, ci tornerà indietro cento volte più potente, alimentato dalla gratitudine di chi abbiamo aiutato. -
Ailim sapeva che le parole di suo padre erano sincere, ma avrebbe voluto comunque poter passare più tempo insieme. Ora che lui, Quert e Cahal erano finalmente una famiglia che si amava, il principe non desiderava altro che creare nuovi splendidi ricordi con loro. Ma come fare se suo padre era sempre impegnato?
- Tornerò presto, te lo prometto. E quando sarò nuovamente a casa, annullerò tutti i miei appuntamenti e i miei doveri per tre giorni interi, così da fare tutto quello che tu e Cahal volete! Affare fatto? - , il sovrano porse la mano al figlio, per stipulare il patto.
Sul volto del principe scaturì un sorriso bellissimo e gioioso, che contagiò anche Cahal – seppur brevemente.
- Affare fatto! - , e così dicendo, Ailim strinse con vigore la mano del padre.
Pryderi si era avvicinato all'amico bardo, poggiandogli un braccio sulla spalla. Oskar, intanto, aveva iniziato a dare vita a una splendida melodia.
- A presto - , salutò il re, allontanandosi dopo aver dato un'ultima carezza al figlio, - E vedete di andare subito ad asciugarvi a dovere voi due, o rischierete di prendere un brutto raffreddore! - , concluse, sparendo subito dopo tra gli alberi.
- Sì, padre! - , Ailim agitava il braccio per salutarlo, - A presto! -
Dalla parte opposta del campo d'allenamento, un uomo avente più o meno la stessa età di Oskar e Pryderi si stava avvicinando rapidamente. Indossava larghi pantaloni grigi, una casacca marrone e un mantello color terra bruciata. I suoi corti capelli neri si agitavano leggermente mossi dal vento.
- Mio principe - , cominciò a dire l'uomo a voce alta, essendo ancora distante da Ailim, - vostro padre mi ha informato che starà fuori per ancora alcuni giorni. Quindi, come sempre, sarò io a occuparmi di voi mentre lui non c'è - , finalmente giunse abbastanza vicino da poter smettere di urlare, - e, a giudicare dal vostro aspetto, la prima cosa da farvi fare è senz'altro un bel bagno caldo. -
- Sì, Draucus, io e Cahal veniamo subito - , rispose mestamente Ailim al consigliere del re.
- Non siate triste, sono certo che lo rivedrete prima di quanto immaginiate - , disse Draucus mentre conduceva i due ragazzi tra le mura del Castello.
- Giusto... - , il principe parve rianimarsi, pensando alla promessa che il padre gli aveva appena fatto, - giusto! -
Cahal, che stava portando il cavallo con sé per le briglie, si fermò di scatto. Draucus lo guardò torvo, seccato di dover dare retta anche a lui, e non solo al principe.
- Voi andate pure avanti - , disse il ragazzino, - io devo prima portare Isara nelle scuderie. -
- - Isara - ? - , domandò Ailim, incuriosito dall'immediata scelta del nome del destriero.
- Significa - impetuoso - - , rispose orgoglioso il ragazzino, ricordando quando anni addietro Ailim gli aveva spiegato il motivo del nome - Marvina - , - Penso gli si addica, che ne dici? -
- Vedo che stai imparando a destreggiarti con l'assegnazione dei nomi, Cahal! Lo trovo perfetto! -
- Sì bene, è fantastico - , s'intromise scocciato Draucus, - Portate pure il vostro cavallo nelle stalle, signorino Cahal, ci raggiungerete subito dopo. Andiamo. -
Lo stallone cominciò a incamminarsi verso le scuderie, quasi conoscesse perfettamente dove andare, e Cahal dovette corrergli dietro per non perderlo di vista. Il consigliere del re e Ailim, intanto, erano già spariti tra i meandri del Castello. Pryderi e Oskar erano rimasti esattamente nella stessa posizione di prima.
- Hai intenzione di continuare a inzupparmi la spalla con i tuoi vestiti bagnati o vuoi andare a cambiarti anche tu, Pryderi? - , lo stuzzicò il bardo.
La guardia, che in seguito ai numerosi allenamenti aveva sviluppato un fisico asciutto e muscoloso, diede una gomitata all'amico, facendogli quasi perdere l'equilibrio.
- Fatti gli affari tuoi! - , e così dicendo, Pryderi si allontanò, dirigendosi dalla parte opposta a quella presa da Draucus e dal principe. Gli alloggi delle guardie stavano in un'altra ala del palazzo reale.
Oskar tenne gli occhi fissi sulla figura di Pryderi fino a quando non lo vide sparire dentro a una vecchia porta di legno.
- Se mi facessi gli affari miei, morirei di noia prima del calar della notte - , mormorò tra sé e sé. Subito dopo, s'incamminò anche lui verso casa.

***

La casa diroccata in mezzo al bosco di Aramo era il nascondiglio perfetto. Ma, allo stesso tempo, decisamente scontato.
Isara brucava lì vicino, fingendo disinteresse verso il proprio padrone. In realtà, gli lanciava continuamente occhiate attraverso le parti crollate della casupola ed era tentato di avvicinarsi per rincuorarlo. Tuttavia, restava al proprio posto. Sapeva bene che Cahal non gli avrebbe permesso di alleviare il suo dolore e l'avrebbe respinto. Dunque, lo stallone si limitava a tenerlo d'occhio, almeno fino a quando non sarebbe arrivato qualcuno più adatto di lui.
E, poco dopo, quel qualcuno arrivò.
- Non capisco se vieni a nasconderti qui con l'intento di essere trovato da me, o se davvero non ti rendi conto che questo è il luogo più prevedibile in cui cercarti. -
Cahal ignorò l'intervento di Ailim e si strinse ancor più tra le ginocchia, nascondendo il viso e soffocando i singhiozzi. Non appena il principe sentì che l'amico stava piangendo, mise totalmente da parte qualsiasi forma d'ironia e si fece serio.
- Cos'è successo? Chi è stato, stavolta? - , disse il ragazzino con fare inquisitore, mentre sentiva la rabbia montargli dentro.
Cahal, appallottolato tra le mura della vecchia abitazione, teneva le iridi bagnate fisse sul medaglione di Keelia, senza rispondere.
- Dimmelo, Cahal. Dimmi chi ti ha insultato! - , il nervosismo gli aveva fatto perdere il controllo, ma rendendosi conto che urlando non avrebbe risolto nulla, Ailim cercò di calmarsi.
Il principe posò Marvina sul dorso di Isara, ben consapevole del fatto che Cahal ne avesse ancora paura e che non fosse il caso di avvicinargliela proprio in quel momento. Poi, si mise a scavalcare i pezzi di roccia che ostruivano l'ingresso e si sedette al fianco dell'amico, mettendogli una mano sulla schiena.
- Sono solo invidiosi. Stupidi e invidiosi del fatto che un ragazzino abbia più valore di tutti loro messi insieme! -
- Non dire così... - , singhiozzò Cahal, - Sono solo diffidenti. -
- Come puoi tentare di giustificarli? Sono undici anni che fai parte della nostra comunità, non sei più un estraneo! Quindi perché dovrebbero essere diffidenti? -
- Perché me ne sto sempre per i fatti miei. -
- Non è vero, tu stai con me. Stai con Pryderi e con Oskar. E con nostro padre. -
- Tuo padre... - , mormorò il ragazzino, mentre cercava di frenare le lacrime, - Il mio l'ho perso anni fa. -
- Ma cosa dici? - , Ailim scattò in piedi e il suo gesto improvviso fece alzare la testa a Cahal, - Re Quert ti ha preso con sé quando Irven è venuto a mancare e ti ha trattato come un figlio. Ti ha dato amore e te ne ho dato anche io - , lo sguardo che il principe rivolse all'amico era carico di tristezza, - Non basta questo per renderci una famiglia? -
Il freddo era diventato ancora più pungente negli ultimi giorni, poiché l'inverno era ormai alle porte, ma Cahal non stava tremando per quello. Tremava perché le emozioni che stava provando erano così tante e così difficili da gestire che si sentiva esplodere. I suoi occhi nocciola si persero nel mare azzurro delle iridi di Ailim e, trovandovi quiete, riuscì finalmente a calmarsi.
- Scusami, hai ragione tu. Voi siete tutto ciò che conta per me - , qualsiasi lacrima rimasta scivolò via dal suo volto, - D'ora in poi m'interesserò solo delle vostre opinioni, non importa ciò che diranno gli altri. -
A quel punto, lo sguardo del principe tornò a essere quello di sempre, gioviale e spensierato. Senza aggiungere altro, Ailim prese l'amico per mano e gli indicò Isara, che li stava osservando con tenerezza.
- Andiamo a fare un giro! Mentre aspettiamo il ritorno di nostro padre scoveremo nuovi luoghi misteriosi, così da esplorarli per bene quando saremo tutti e tre insieme! D'accordo? -
- D'accordo - , asserì Cahal con un sorriso.

Alcuni minuti dopo, i due ragazzini, in sella allo stallone – e con l'immancabile Marvina al loro fianco – stavano perlustrando una nuova zona di Aramo. Era un tratto brullo, in cui solo due o tre alberi facevano capire di essere ancora dentro la foresta. Eppure, aveva un certo fascino.
- Ho sentito dire che c'è una Cava abbandonata qui vicino - , Ailim studiava attentamente il terreno intorno, - Potrebbe essere un buon posto per scovare tesori segreti! -
- Non so, mi sembra rischioso, invece. E se fosse instabile? -
- Tu sei sempre troppo prudente - , sbuffò il principe, ma poi prese a puntare il dito verso una direzione ben precisa, - Ehi, guarda lì! E quello cos'è? Sembra una grotta! -
- Ma non volevi cercare la Cava? - , domandò allibito il ragazzino bruno.
- Ci siamo imbattuti in un mistero più impellente, adesso. Per la Cava ci sarà tempo. Forza, andiamo! -
Ailim fece partire Isara al galoppo, dritto verso la meta. Quella grotta sarebbe stata perfetta per fare un pranzo al sacco con Quert, una volta tornato. Il re amava mangiare all'aria aperta, quando poteva.
Sì, ci avrebbe senz'altro portato suo padre, pensò Ailim.
Lo avrebbe fatto.
All'improvviso, un rumore assordante squarciò la quiete di Aramo. Come il rombo tremendo di un tuono, si propagò in tutta la valle. Allo stesso tempo, la terra prese a tremare. Isara s'impennò, mentre i ragazzi si aggrapparono al suo collo per non cadere. Qualche minuto dopo, terra e rombo avevano smesso di urlare e dimenarsi, facendo ripiombare il silenzio. Silenzio che fu nuovamente rotto da un suono acuto.
Qualcuno stava gridando aiuto.
Ailim e Cahal si scambiarono uno sguardo terrorizzato. Marvina li osservò in attesa che si riprendessero, ma vedendoli paralizzati per la paura, saltò giù dalla groppa del destriero e iniziò a correre verso l'origine delle urla.
- Marvina, dove vai?! Torna qui, potrebbe essere pericoloso! - , il principe era tornato in sé non appena aveva visto il suo scoiattolo saettare via.
- Ailim... - , l'amico gli pose una mano sulla spalla, - Non credi sia il caso di seguirla? Voglio dire, è evidente che qualcuno necessiti soccorso. -
- Cosa vuoi dire? - , la voce del ragazzino tremava.
- Ecco... In assenza del re sei tu alla guida del regno. Le urla non sembrano distanti da qui, non possiamo far finta di niente. Tu non puoi far finta di niente. -
Lo spirito d'avventura scorreva nelle vene di Ailim. Lo spingeva a curiosare ovunque, a non essere prudente quanto avrebbe dovuto. Eppure, in quel momento, sembrava fosse svanito nel nulla. C'era troppo timore nel suo cuore, troppa paura per ciò che avrebbe potuto trovare sul luogo da cui provenivano le grida per spronarlo a muoversi.
I due rimasero a fissarsi negli occhi. Di Marvina non c'era più traccia e le urla sembravano essere momentaneamente cessate. Ma, poco dopo, ripresero a squarciare i timpani di Ailim e Cahal con insistenza. C'era una profonda disperazione in colui che stava gridando.
Cahal strinse tra i pugni le briglie di Isara e serrando gli occhi diede un forte strattone. Il principe sobbalzò e per poco non perse l'equilibrio.
- No! Cosa fai?! -
- Ciò che dovresti fare tu. -
Il cavallo partì al galoppo nella direzione in cui era sparita Marvina. Attraversò la boscaglia di Aramo a un'incredibile velocità, fino a spuntare in una zona che i due amici non conoscevano. Era vasta, prossima alla costa e priva di arbusti. Lo spazio era tutto occupato da una grandissima Cava in pietra.
Cava che stava crollando a pezzi.
Cahal vide un giovane picchiare con forza l'entrata distrutta, nel tentativo di creare un passaggio. Tirava come un forsennato le rocce verso di sé, ma nessuna voleva saperne di cedere.
- Padre! Padre! - , il ragazzo aveva la voce roca tanto aveva urlato forte, - Vi prego, ditemi che riuscite a sentirmi! -
Con un agile balzo, Marvina salì prontamente sulla sua spalla e gli strattonò la camicia per farlo voltare verso i due amici appena giunti. Nel momento in cui gli occhi del giovane fecero contatto con quelli di Ailim la speranza tornò ad accendersi in lui.
- Oh mio principe! - , gli corse subito incontro, - Aiutatemi, ve ne prego! Mio padre Nels è rimasto intrappolato nella Cava! -
- Io... - , Ailim era rigido sulla sella, - Non so cosa fare, io non... -
Cahal scese rapidamente da cavallo e mise le redini di Isara in ma-no al biondino.
- Va' a chiamare aiuto. Resto io con lui. -
- Ma... -
- Ailim, va'! - , colpì il fondoschiena del destriero per spingerlo a correre verso la capitale e Isara partì subito sotto quella spinta. Il principe soffocò qualsiasi protesta e si aggrappò saldamente all'animale, sparendo nuovamente dentro la foresta.
Cahal si rivolse verso il giovane terrorizzato al suo fianco.
- Sei... sei Kayne, giusto? Il figlio del pastore? - , l'altro annuì, - Cos'è successo? -
- Io e mio padre avevamo portato il gregge al pascolo, ma una pecora si è allontanata dalle altre ed è entrata lì dentro - , disse indicando la Cava mentre le si avvicinava nuovamente insieme al ragazzino, - Non appena mio padre è entrato per recuperarla la struttura ha ceduto... -
Le scosse si erano affievolite, non si sentivano massi cadere all'interno. Ma non si sentiva nemmeno la presenza di Nels.
- Dobbiamo tirarlo subito fuori di lì. Sono sicuro che la Cava non reggerà ancora per molto e tuo padre potrebbe aver perso i sensi. -
- L'entrata è bloccata, le pietre sono incastrate! -
- Appena arriveranno gli aiuti dal villaggio spingeremo tutti con forza. Riusciremo ad aprire un varco, non temere. -
Kayne scrutava con diffidenza il ragazzino, non nutriva stima nei suoi confronti. Ma il principe se n'era andato e se farsi aiutare da Cahal poteva salvare suo padre, non gli importava altro che quello.
Dopo un istante, un forte brusio invase Aramo e ben presto vennero fuori moltissime figure dalla foresta. In testa al gruppo, c'era Ailim a cavallo d'Isara.
- Siamo qui, Kayne! - , disse Pryderi mentre si faceva strada a gomitate tra la folla, - Salveremo Nels, tu resta in disparte. -
La guardia scattò in direzione della Cava, seguito dagli uomini più muscolosi di Ohn e, insieme a loro, iniziò a tentare di tirar via i primi sassi. Non appena lo fece, le pareti di pietra ricominciarono a tremare e un forte rumore poco rassicurante riecheggiò all'interno. Le rocce avevano ripreso la loro caduta.
- No, no! Maledizione, no! - , Pryderi tentò di rimettere a posto i sassi rimossi per fermare il crollo, ma senza successo.
Kayne corse nuovamente verso la Cava e si mise a urlare in preda al panico. In pochi attimi, la più totale confusione si era espansa in tutta la zona. Tra i soldati che armeggiavano con le pietre, i popolani che tentavano di rassicurare Kayne e Ailim impietrito a cavallo, non si capiva più nulla.
D'istinto, Cahal si tappò le orecchie. Ma fu tutto inutile. Le grida del figlio di Nels gli penetravano fino al cuore. Erano strazianti e invocavano tutti gli Dei, imploravano di salvare suo padre.
Suo padre...
Cahal alzò lo sguardo di scatto e vide una piccola apertura in mezzo alle pietre che ostacolavano l'entrata. Era talmente irrisoria che nessuno le aveva prestato attenzione. Ma lui sì.
Il ragazzino bruno balzò in piedi e si mise a correre forsennatamente verso quello spiraglio. I polmoni gli bruciavano per lo sforzo e la gola gli doleva mentre cercava di trattenere le lacrime.
Kayne avrebbe perso suo padre se non lo avessero tirato fuori in tempo. Sarebbe rimasto ferito, distrutto. Solo.
- Cahal, dove vai?! Cahal! - , Ailim lo chiamava invano.
L'amico si era infilato da qualche minuto nella fessura individuata tra le rocce quando un agghiacciante suono rimbombò per tutta la valle. Un suono tremendo e distruttivo.
Il suono del crollo della Cava.


Capitolo 3

Un guscio vuoto


I dipinti appesi ai muri del Castello scrutavano con aria severa la figura incappucciata mentre avanzava nel corridoio. Le grosse torce che illuminavano le varie aree del palazzo non erano presenti lì e solo la luce lunare permetteva all'incappucciato di non urtare qualche antico manufatto e farsi sentire dalle guardie. La penombra rendeva i soggetti dei quadri molto più sinistri di quanto non fossero. Uno in particolare attirò l'attenzione dell'intruso.
L'individuo arrestò il proprio incedere attento e silenzioso e si mise a osservare la donna del dipinto. I capelli rossi e voluminosi le ricadevano delicatamente sull'abito regale, mentre la corona le brillava sul capo. Gli occhi verdi erano stati riprodotti con tale fedeltà che lo sguardo determinato che lanciavano sull'osservatore sembrava reale. La bellezza e il portamento di Nareen erano stati perfettamente racchiusi in quella tela.
- Dispiace anche a me, mia regina - , gracchiò sottovoce la figura incappucciata che, pur avendo un corpo tozzo e poco esile aveva un buon passo felpato.
Un rumore di passi la fece allarmare e cercò rapidamente un nascondiglio vicino, ma invano. Il ticchettio degli stivali sul pavimento di pietra si fece sempre più vicino e da dietro l'angolo venne fuori un giovane in divisa da soldato. Il ragazzo sussultò alla vista della figura davanti a sé e, portandosi una mano sul cuore, le si avvicinò.
- Per l'amore di tutti gli Dei, Grania. Mi avete spaventato. Pensavo foste già arrivata dal re - , dichiarò Pryderi.
Due grosse mani rugose vennero fuori da sotto le lunghe maniche della toga e andarono ad abbassare il cappuccio che celava il viso di Grania.
- E io pensavo che non ci fosse nessuna guardia stasera presso gli alloggi di sua maestà, come da sua disposizione - , replicò scocciata la donna avanti con gli anni.
- No, infatti. È anche vero, tuttavia, che sarebbe stato da incoscienti lasciare sua altezza reale totalmente scoperto. Per questo mi ha avvisato della vostra visita e mi ha chiesto di restare. -
- D'accordo, d'accordo - , il basso ma muscoloso corpo di Grania si fece avanti con impazienza, spintonando quello di Pryderi, - Basta ciarlare adesso, devo raggiungere il re. -
- Ovviamente - , rispose il giovane, offeso per essere stato quasi ignorato del tutto, - Ha ragione Oskar quando dice che siete acida come l'Idromele andato a male... - , bisbigliò.
Grania si fermò di botto proprio a un palmo dalla porta del sovrano e tornò sui propri passi con incedere nervoso.
- Senti un po', ragazzo! - , la guardia si pentì immediatamente di ciò che aveva detto, - A differenza di quello scapestrato di un bardo tu mi stai simpatico, vedi di non farmi cambiare idea! - , e portando il suo grosso indice davanti al naso di Pryderi in segno di ammonimento, Grania si diresse nuovamente verso la sua destinazione. Bussò due colpi alla porta e quando ne sentì uno di rimando provenire dall'interno, entrò.
Il silenzio ritornò ad aleggiare nel corridoio semi illuminato dalla Luna e per qualche istante si udì solo il respiro di Pryderi.
- Caspita - , mormorò infine il soldato, - Se con me, che mi trova simpatico, si comporta così, non oso immaginare ciò che fa a chi non le piace. -

L'intero Castello di Ohn era composto da immensi blocchi di pietra, e così ogni stanza al suo interno. Tuttavia, in alcune di maggiore importanza – come la sala del trono o gli alloggi dei reali – le pareti e i pavimenti erano stati levigati e trattati con delle sostanze particolari, al fine di renderli splendenti. La camera da letto di re Quert, ovviamente, era una di quelle.
Il vano era abbastanza ampio da ospitare un grosso letto matrimoniale con coperte finemente ricamate, un massiccio tavolo di legno sul quale era momentaneamente riposta la corona e un armadio ricavato dal legno più pregiato e resistente. A completare l'arredamento, c'erano numerosi scaffali con ninnoli vari, un vasto tappeto che ricopriva metà del pavimento della stanza e, infine, un grande camino con di fronte un comodo scranno.
Nel momento in cui Grania fece il suo ingresso, trovò il sovrano seduto proprio davanti al fuoco scoppiettante.
- Vedo che avete seguito il mio consiglio, maestà - , disse la donna indicando il camino, nonostante il re non potesse vedere quel gesto, - Stare al caldo vi fa bene. -
- Non ti manderei a chiamare se poi decidessi di non seguire le tue raccomandazioni - , Quert si voltò abbozzando un sorriso. Aveva un'aria decisamente stanca.
La donna si avvicinò al tavolo di legno e cominciò a riporvi diverse boccette che aveva saldamente posizionato sulla cinta, sotto la mantella.
- Che sorriso smagliante, vostra altezza! Mi sento molto più tranquilla adesso - , rispose Grania con tono sarcastico.
- È il massimo che posso fare al momento. Non sono dell'umore giusto - , bofonchiò il re passandosi una mano tra i morbidi capelli dorati. Erano dello stesso colore del figlio, ma molto più corti. Ailim preferiva farseli crescere, dicendo che quando sarebbe stato grande li avrebbe voluti portare legati e che questo lo avrebbe reso più attraente. Era davvero buffo sentirglielo dire, pensò Quert.
- Siete mai dell'umore giusto, mio re? -
L'uomo alzò il capo e incontrando lo sguardo severo della donna non poté fare a meno di sentirsi in soggezione. Grania era una signora dai mille talenti – era la miglior panettiera della contea, sapeva creare unguenti miracolosi e aveva fatto nascere quasi tutti i bambini di Ohn – ma ciò in cui eccelleva era il suo pugno di ferro. Poteva anche essere bassa, ma quello che perdeva in altezza lo guadagnava in rispetto. Sarebbe stata un ottimo comandante delle truppe reali, se solo lo avesse voluto.
- No, in effetti no... - , rispose infine col tono di chi è appena stato richiamato dalla propria madre.
Grania si mise nuovamente a trafficare con gli oggetti che aveva posizionato sul tavolo, aprendo delle boccette e versandone il contenuto in una fiala vuota. Quando riprese a parlare, però, fu come se il suo sguardo accigliato fosse ancora puntato sul volto colpevole di Quert.
- Ho saputo ciò che avete fatto oggi. Le vostre urla si sentivano fino ai confini del villaggio! Non vi sembra di essere stato troppo duro col principe? -
- L'ho fatto per il suo bene. Un giorno questo regno sarà suo e se vorrà guadagnarsi il rispetto del suo popolo dovrà essere il primo a dare il giusto esempio. -
- Oh, io non credo proprio che lo abbiate fatto per questo motivo - , l'ultima goccia del liquido azzurrino finì dentro la fiala, riempiendola del tutto, - Anche se non lo date a vedere, so bene quanto siete fiero di vostro figlio. Non siete cieco, vi accorgete pure voi che il suo buon cuore è amato da tutti qui a Ohn e che le sue fughe dal palazzo non sono segno di indisciplina, ma di pura curiosità. Il piccolo Ailim ha solo voglia di conoscere meglio il suo mondo e questo non lo renderà di certo un cattivo sovrano. -
La donna prese la fiala e si avvicinò allo scranno su cui era accasciato il re.
- No, io credo che voi lo abbiate punito per lo stesso motivo per cui continuate a punire voi stesso allontanando qualsiasi forma d'affetto. Per paura. -
Il sovrano afferrò la boccetta dal liquido azzurro e scattò in piedi, allontanandosi dalla signora e appoggiandosi al bordo della finestra. Fuori, la Luna rischiarava meravigliosamente quella notte.
- Attenta a ciò che dici, Grania. Mi avrai pur visto crescere, avrai pur fatto nascere mio figlio, ma non ti permetto d'insultarmi. -
- Credete che avere paura sia una debolezza? Solo un folle non ne proverebbe! E voi non siete matto, siete solo prudente. Eppure... - , Grania poggiò una delle sue grosse mani rugose sulla spalla del re, - la vostra prudenza si è trasformata in un timore troppo grande da gestire, e questo non va bene. Comprendo che a causa della morte di vostra moglie, prima, e del vostro caro amico Irven, dopo, abbiate sofferto molto. Questo, però, non significa che dovete rendere il vostro cuore più duro della pietra di questo Castello per non soffrire più. Anzi, così facendo vi farete solo ancora più male. -
- Non m'importa nulla del mio cuore, io voglio solo proteggere quello di mio figlio. -
- E pensate che allontanarlo da voi sia la strada giusta? Pensate che spezzargli il cuore adesso lo renderà più forte dopo? -
Quert alzò la fialetta che aveva tra le mani fino a farla brillare della luce lunare.
- Quello che so è che avrei dovuto prendere esempio da mio padre. Così non mi sarei lasciato indebolire dai sentimenti. -
Udendo quelle parole, Grania andò su tutte le furie. Afferrò saldamente entrambe le spalle del sovrano, lo sollevò di peso e l'obbligò a guardarla dritto negli occhi.
- Non è ciò che pensate davvero! Voi odiavate vostro padre, e facevate bene! Era un uomo arrogante, testardo ed egoista. Non pensava mai al suo popolo e, seppure tutti vivessero bene sotto il suo comando, non erano per nulla felici. Con voi invece è diverso! - , la donna strinse ancora più forte la presa, - Il popolo è sereno e gioioso, adesso, ed è tutto merito vostro e di quei sentimenti che voi dite vi abbiano indebolito! Senza le passioni e i dolori ad animarci non siamo niente più che gusci vuoti. E Iperborea non necessita di un guscio che la governi, ma di un uomo. Iperborea vuole voi e vuole vostro figlio. -
A quel punto le mani di Grania lasciarono lentamente le spalle del sovrano e si afflosciarono sui fianchi.
- Iperborea ha bisogno di umanità, sire. E solo un cuore colmo di emozioni può dargliela. -
Quert rimase impietrito nella posizione in cui l'aveva messo la donna e non riuscì nemmeno a raddrizzarsi. La fissava con occhi spalancati e colmi di lacrime.
Grania notò subito il luccichio negli occhi del re e, addolcendo il tono di voce, gli prese una mano.
- Piangete, sire. Vi farà bene. -
La corazza del sovrano andò in mille pezzi. Cadendo in ginocchio, l'uomo si portò le mani al viso, iniziando a piangere copiosamente. Grania gli massaggiò la schiena con tenerezza infinita e vide quanto fragile fosse quel condottiero che appariva tutto d'un pezzo ai suoi sottoposti. Vide quanta tristezza si nascondesse sotto il suo giovane corpo muscoloso che nulla sembrava poterlo scalfire.
Per svariati minuti il pianto del re d'Iperborea inondò la stanza con ritmo cadenzato. Non c'era spazio per altre parole. Poi, sfogatosi e riuscito finalmente a calmarsi, Quert si tirò su e cercò di ritrovare un po' di contegno.
- Ti ringrazio, Grania. E grazie anche per la tua discrezione - , disse riferendosi alla fiala azzurra che aveva appoggiato sul bordo della finestra.
- Ho aggiunto una nuova erba al miscuglio che vi farà riposare ancora meglio. Dovete assumerne tre gocce prima di coricarvi. -
La donna dai lunghi capelli brizzolati legati in un'alta coda di cavallo, che sembravano di paglia tanto erano secchi, prese la fiala dal cornicione e la pose al re. L'uomo la portò nuovamente sul tavolo di legno e ne versò il contenuto in un piccolo cilindro nelle cui pareti era stata segnata una tacca. Quert versò il liquido fino a che non la raggiunse e poi inghiottì il miscuglio, mettendo da parte quello rimasto.
- Ci pensate ancora? - , chiese all'improvviso la donna non appena il sovrano ebbe finito il procedimento.
- E perché mai dovrei? Erano solo i deliri di un vecchio morente, non hanno significato. -
- Vi ostinate ancora a mentirmi quando sapete bene che so riconoscere una bugia? -
L'uomo dai capelli biondi come il sole sbuffò, arrendendosi all'evidenza. Non c'era modo di nascondere qualcosa a quella donna.
- Hai ragione – come sempre – ma non ho mentito quando ho detto che si è trattato solo di puro delirio - , Quert strinse forte i pugni, - L'hai detto anche tu. Re Morfran non aveva a cuore le sorti del suo popolo. Quindi perché mai avrebbe dovuto cambiare idea proprio prima di esalare l'ultimo respiro? -
- Si dice che quando un uomo è prossimo alla morte si renda conto che, davanti a lei, siamo tutti uguali. Forse anche vostro padre lo ha capito e ha voluto porre rimedio alla sua strafottenza. -
Quert prese la corona poggiata in un angolo del tavolo e iniziò a rigirarsela tra le mani, senza rispondere all'affermazione di Grania. Quest'ultima chiuse gli occhi come per cercare un antico ricordo sopito nella mente e, avendolo trovato, prese un bel respiro.
- - Figlio mio, se mai dovessero tornare, proteggi il tuo popolo. Gli Oscuri non hanno pietà, tu non averne per loro - - , la donna riaprì gli occhi e li puntò anche lei sulla sfavillante corona, che brillava sotto la luce della Luna, - Le ultime parole di vostro padre sono sicuramente enigmatiche, ma una cosa è certa: voleva che il popolo fosse al sicuro. -
- Sì, ma al sicuro da chi?! - , esclamò Quert esasperato.
- Non lo so, sire. Forse il tempo ce lo dirà. -
Il cielo stellato era limpido e sereno. Una sola nuvola vagava sperduta alla ricerca delle proprie sorelle, che però non erano presenti nella volta celeste. Non sapendo dove andare, infine, decise di avvicinarsi alla fonte luminosa più grande e confortevole che trovò. Così facendo, la Luna venne oscurata, facendo piombare la valle nelle tenebre.
- Il tempo... - , sussurrò il re nel buio della notte.
A una certa distanza dal Castello, il fiume Uati smise di scorrere placidamente proprio al celarsi della Luna. L'acqua iniziò a incresparsi e orrende chiazze scure presero forma nelle sue profondità.

Dama Berkana
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