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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Gabriella Grieco
Titolo: Colpevole - La mia morte è la tua
Genere Thriller
Lettori 1061 7 10
Colpevole - La mia morte è la tua
Cinque anni fa, 25 giugno
Rondini e gabbiani stridevano dall'alto, affaccendati per le vie del cielo.
Automobilisti e pedoni impegnavano la strada e i marciapiedi acciottolati mentre si dirigevano verso i loro impegni.
A poca distanza si udivano voci di bimbi che giocavano a rincorrersi tra le aiuole della Villa Comunale.
Era una tranquilla, soleggiata mattina di inizio estate. Una come tante altre, resa fresca dal vento di terra che proveniva dalle colline a est.
- Voio annare co' nonno, io! - iniziò a strepitare all'improvviso un bambino di circa due anni, disturbando la pace dell'ampio viale alberato. La madre lo sgridò cercando di zittirlo, imbarazzata dagli sguardi dei passanti che sembravano posarsi tutti su di lei.
- Voio annare co' nonno! - ripeté questi ostinato, pestando i piedi per terra, la manina aggrappata alla giacca dell'uomo anziano che camminava accanto a loro.
- Ma il nonno deve fare un servizio noioso. Tu vai con mamma, ti porta ai giardini a giocare coi piccioni, dai - cercò di blandirlo l'uomo. - Io devo prendere i soldini in Posta, così poi possiamo comprare il gelato, fai il bravo. -
- No, no, no, voio venire co' te! -
A ogni capriccio il volume della voce aumentava e l'insofferenza della donna cresceva.
- Insomma Andrea, ora basta! Nonno ha da fare, non puoi andare con lui - intervenne nuovamente la mamma cercando di afferrare il bambino in lacrime che si dimenava.
- E va bene, Maria, lascialo venire. Tanto non c'è folla, vedrai che in pochi minuti sarò fuori. -
- Ma come fai papà, non puoi, è troppo faticoso. -
- Sì che posso. Vieni qua, monello, vieni in braccio al nonno, forza. -
Era un uomo vigoroso, settant'anni molto ben portati a dispetto di barba e capelli completamente bianchi, che anzi gli davano un certo fascino. Tirò su il bambino senza difficoltà e se lo strinse al petto. Il nipotino gli diede un bacino ancora bagnato di lacrime mentre gli stringeva le braccia attorno al collo.
- Tu avviati dal pescivendolo, poi ci vediamo all'edicola del gelataio, va bene? Così quando ci incontriamo, gustiamo un bel gelato al limone. -
- Lo voio a coccolato, io! - protestò il piccino, subito rassicurato dal nonno. Se coccolato voleva, coccolato avrebbe avuto.
- Gliele dai sempre vinte - protestò la giovane donna. Ma il rimbrotto fu rovinato dal sorriso con cui lasciò andare i due.
- Ci vediamo ai giardini, vi aspetto! - li salutò. Il piccolo le fece ciao ciao con la manina da sopra la spalla dell'uomo.
Altre tre persone avanzavano sullo stretto marciapiede di via Roma che correva parallelo al lungomare verso la piazza: lei, corti capelli neri, minuta ma con una bella pancia tonda da gravidanza inoltrata, camminava con aria serena e soddisfatta; lui, parecchio più alto di lei, con le spalle leggermente curve e lo sguardo mite, l'affiancava abbracciandola; la madre del ragazzo, anche lei alta, magra, con lunghi capelli ramati, posava occhi colmi d'affetto ora sull'uno e ora sull'altra.
La giornata era ideale per una tranquilla passeggiata, ma la giovane donna cominciava a essere stanca. Avevano progettato di arrivare fino al belvedere di Vietri per godere dall'alto lo spettacolare panorama della Costiera Amalfitana, tuttavia il cammino si era dimostrato più faticoso del previsto, nelle sue condizioni.
Mentre camminavano alzò lo sguardo sul compagno.
- Vuoi andare tu a vedere se è arrivata la carrozzina per il bimbo? - chiese. - Noi intanto compriamo una brioche e ci sediamo a mangiarla su una panchina, sono troppo stanca per andare avanti. -
Fece una smorfietta colpevole, poi si guardò la pancia. Giusto pochi giorni prima la dottoressa Savinelli l'aveva rimproverata perché aveva messo su troppo peso.
- E dai, con la camminata di oggi le avrò pur bruciate le calorie di una brioscina! Prenderò la più piccola, promesso! - disse al ragazzo che la stava fissando con aria di rimprovero.
La donna più anziana intervenne prima che il figlio potesse protestare:
- Stai tranquillo, ne mangiamo una in due. Tu vai pure. -
Lui lanciò un'occhiata d'intesa alla madre e indicò con la mano la panchina ombreggiata dalle palme al di là della strada.
- D'accordo, ci vediamo lì tra un quarto d'ora. -
- Bacetto! - ordinò la ragazza giocando a fare la bambina.
- Ma dai, il negozio è qui vicino, farò in un attimo - protestò lui indietreggiando, ma si arrese subito di fronte al suo visino triste. Le schioccò un rapido bacio sulla guancia e aggiunse:
- Adesso andate o si farà tardi. -
Si allontanò a passo tranquillo. Le due donne entrarono nel bar poco distante, uscendone in meno di tre minuti con un sacchetto di carta. Si fermarono sul ciglio del marciapiede per attraversare, dirette verso il mare. Il flusso di macchine era intenso come al solito, ma non caotico.
All'improvviso accadde qualcosa. Nell'aria risuonarono prima delle grida, poi un tonfo sordo, infine uno schianto, e in pochi secondi due corpi erano a terra, storti come pupazzi abbandonati. Una grossa autovettura si era accartocciata contro una delle palme che delimitavano la strada. Nella macchina, mezzo dentro e mezzo fuori dal parabrezza, un uomo ferito si lamentava. Il sangue in terra e sul cofano sembrava troppo poco per tutto quel disastro.

Lui, la mano poggiata sulla maniglia della porta, il sorriso della commessa già pronto ad accoglierlo, sentì il fracasso delle lamiere, si voltò e si mise a correre verso la fonte del rumore, terrorizzato all'idea che fossero coinvolte proprio loro...
Udì un colpo secco provenire dalla sua destra, ma non ci fece caso. Doveva correre!
E corse, infatti. Ma non arrivò.

Il reparto delle ombre

Tre anni fa, 9 gennaio
L'infermiera Stefania De Vivo era appena arrivata per il suo turno di assistenza ai malati. Aveva un aspetto molto giovanile e dimostrava assai meno dei suoi quarant'anni, ma numerose cicatrici dell'anima le avevano invecchiato precocemente lo spirito.
Molti colleghi non apprezzavano quel reparto, lei invece amava le sale tranquille e i pazienti silenziosi. Aveva sempre avuto difficoltà a relazionarsi troppo intimamente con gli altri, quindi giudicava oltremodo piacevole poter interagire con individui in coma: nessuno di loro l'avrebbe mai messa in imbarazzo con uno sguardo cattivo o una frase poco felice.
Così le risultava più facile. Donava la sua competenza e il suo affetto in maniera del tutto particolare, senza mettere in gioco i sentimenti. Controllava i parametri, lavava i pazienti, li massaggiava, muoveva loro gli arti per stimolare i muscoli ed evitare che si atrofizzassero, e nel frattempo chiacchierava a ruota libera, descrivendo la sua giornata, i piccoli atti quotidiani, rivolgendo domande che non avrebbero mai ricevuto risposte. Ne era consapevole, ovvio, ma le andava bene così.
Aveva due pazienti preferiti, tra gli altri. Il primo, Giovanni, era un ragazzo di neanche vent'anni, alto, un fisico atletico da giocatore di rugby, il corpo ancora abbastanza tonico sotto il pigiama. Non era da molto in quella stanza, ma lei li vedeva i suoi muscoli, quei bei muscoli forti che una volta guizzavano a ogni movimento delle braccia e delle gambe, li sentiva cedere sotto i massaggi, arrendersi un poco alla volta all'immobilità forzata. Nonostante il suo impegno.
Le si stringeva il cuore. Il giovane atleta assomigliava molto a suo fratello gemello, di cui nessuno aveva più notizie da anni. All'incirca alla stessa età di quel paziente - il ricordo del volto congelato a quel momento - Federico era uscito di casa ed era scomparso nel nulla.
Spesso Stefania si domandava quale delle due famiglie avesse avuto il destino peggiore.
Lei ignorava quale sorte avesse avuto suo fratello. Poteva illudersi che fosse ancora vivo. A volte lui ritornava, almeno in sogno.
I genitori di Giovanni invece avevano solo un corpo da guardare. Eppure anche loro si illudevano, a volte. L'accenno di movimento sotto le palpebre chiuse, un nervo che sembrava muoversi appena sotto pelle destavano in loro... niente. Erano giochi di luce o semplicemente il desiderio. Il figlio non sarebbe mai più uscito da quell'anticamera della morte.
Lei, almeno, aveva ancora la speranza, per quanto vaga.
Spes, ultima dea. Già, la speranza, la dea dei disperati.
Giovanni era un gran bel ragazzo. O meglio, lo era stato prima che la cicatrice dell'incidente gli deturpasse il viso. Padre e madre non si davano pace. Erano stati così attenti, avevano preteso che dopo aver ottenuto la patente frequentasse un ulteriore corso di guida prima di regalargli, non la macchina che desiderava - troppo potente per un principiante - ma una di piccola cilindrata. E nonostante ciò, ecco la fine che aveva fatto.
Quante volte, dopo essere stati accanto al suo letto, si erano poi attardati a parlare con lei per un impossibile conforto, rivangando tutte le precauzioni che avevano preso in un inconsapevole e vano tentativo di autoassoluzione.
L'aspetto che più di tutto li faceva penare era che il tragico incidente fosse avvenuto uscendo dalla concessionaria dove aveva appena ritirato la macchina. Non erano nemmeno riusciti a vedere la gioia sul suo volto mentre guidava verso casa. Loro lo stavano aspettando per festeggiare, ma la torta a forma di automobile era rimasta intatta sul tavolo in sala da pranzo.
Il dolce era stato buttato nella spazzatura, ma la bottiglia e i bicchieri erano ancora lì, a ricoprirsi di polvere nell'attesa di un ritorno che non sarebbe avvenuto.
- Ma non è stata colpa tua - diceva spesso Stefania mentre gli pettinava i capelli.
Ormai nessuno si meravigliava più nel sentirla dialogare coi pazienti.
- Tu glielo diresti se potessi, vero? Andavi piano, non sei uno di quei fanatici che giocano a fare i duri. E la tua macchina poi! Mica una di quelle sportive, che come schiacci il pedale schizzano! Non è stata colpa tua, semmai di quell'ubriaco che ti è venuto addosso a tutta velocità e tu, ovvio, eri troppo inesperto, hai avuto paura, hai sbagliato a sterzare e, nonostante i tuoi riflessi pronti da rugbista, invece di scansarti ti sei fatto beccare in pieno, poverino.
Ti chiedi forse come faccio a saperlo, se non ti conosco? Ma io ti conosco, sai? Attraverso i tuoi genitori, che mi hanno anche raccontato di come tu avessi giurato prudenza, per amore loro. Non avresti mai voluto infliggergli questo dolore, se solo avessi potuto evitarlo. Sei un bravo ragazzo, tu. Anche il mio Federico... - e qui le parole le venivano meno, come ogni volta che sulle sue labbra si affacciava il nome del fratello scomparso.

L'altra paziente a cui Stefania rivolgeva un pensiero particolare era Isabella. Non c'era un motivo ben preciso per il suo sentimento, non era come per Giovanni che le rammentava il gemello.
Tuttavia qualcosa in lei andava a sfiorare le corde più nascoste del suo cuore, facendole risuonare. Forse rivedeva in Isabella la sua stessa solitudine.
Era una donna sui quarantacinque anni dai lineamenti fini, il naso sottile e sempre più pronunciato per via del viso che si andava affilando col trascorrere dei mesi, i lunghi capelli ramati che andavano ingrigendosi. Eppure, quando il sole li colpiva di taglio filtrando attraverso la finestra vicina, sembravano brillare di nuovo.
Gli altri infermieri avrebbero voluto tagliarli, non era semplice tenere in ordine dei capelli così lunghi in una paziente in quelle condizioni, ma Stefania se ne era assunta la cura esclusiva e con grande pazienza li spettinava per poi spazzolarli con garbo. Infine li intrecciava per tenerli in ordine. Certo, era un compito impegnativo, ma lei lo faceva al di fuori del suo orario di lavoro così da non sentirsi dire che sottraeva tempo agli altri pazienti. Nessuno l'avrebbe mai detto, in verità, ma in tal modo Stefania si sentiva autorizzata a indugiare quanto voleva. Tanto, a casa non c'era nessuno che l'aspettasse a parte il gatto, e il suo gatto non si lamentava mai.
- Erano di un colore così bello quando sei arrivata qui - le diceva mentre li spazzolava con garbo. - Da ragazza dovevi essere uno splendore! Però non vuoi che te li taglino, vero? Sì, ti piacciono anche grigi, sono... raffinati, eleganti. Se dovesse venire qualcuno già avrebbe difficoltà a riconoscerti, così smagrita, pallida, coi capelli grigi. Se in più avessi anche i capelli corti non ti riconoscerebbe di certo. Tu li hai sempre portati lunghi, vero? Non sei tipo da taglio sbarazzino, sei troppo seria.
Peccato che non venga mai nessuno a trovarti. -
Eccolo, il motivo recondito della sua simpatia verso la donna, la risposta a una domanda inespressa. Anche Stefania era sola. - i genitori consumati dal dolore erano morti anni prima - anche lei sarebbe potuta finire abbandonata in un letto d'ospedale, senza la carezza di una mano amica sul volto.
Chissà, magari queste attenzioni regalate a chi forse non avrebbe potuto mai ringraziarla le avrebbero assicurato un credito col karma, e se mai ne avesse avuto bisogno, pure lei avrebbe trovato un sorriso dolce.
Durante i primi mesi della degenza di Isabella erano venute alcune persone, in realtà, perlopiù colleghi universitari e pochi amici, ma non è facile far visita a un corpo inerte, parlare a chi non risponde. Nel giro di pochissimo tempo le visite si erano prima diradate e poi cessate del tutto. Occorrono rapporti di sangue per desiderare di mantenere a ogni costo il contatto, ma non si era mai presentato nessun parente a chiedere di lei. Sì, pareva che ce ne fosse almeno uno, ma nessuno l'aveva mai visto. Si trattava del figlio. Qualcuno aveva messo in giro la voce che fosse un poco di buono, un carcerato, un tossicodipendente che aveva ammazzato due persone durante una rapina finita male.
L'infermiera non ci poteva credere, una persona così fine, così signorile, una professoressa universitaria (due lauree, mica una!) poteva mai avere un figlio del genere?
- Ne avrai passati di brutti momenti, con un ragazzo così. Ma sono sicura che se quella macchina non ti avesse investito gli avresti impedito di ridursi in quel modo, dico bene? -
- Infermiera De Vivo. -
Il richiamo la riscosse dalle sue fantasticherie. Era il dottor Melillo, neurologo del reparto, che passava per il giro pomeridiano.
- Buonasera, dottore. I pazienti sono stabili. -
- Li ha già controllati? Non è che si è fermata a parlare con i suoi amici e ha dimenticato gli altri due? -
Il dottore la prendeva sempre in giro per quell'abitudine, ma sapeva che era una persona coscienziosa e affidabile.
- Sì, certo, già fatto. Poi, non appena lei va via... -
- Lo so, lo so - la interruppe bonariamente. - Non appena volto le spalle lei riprende a chiacchierare! -
Stefania arrossì mentre rispondeva.
- Sa benissimo che compio il mio dovere anche quando parlo con loro. -
- Mia cara, come è facile metterla in imbarazzo! - protestò l'altro in tono amichevole. - Non me ne voglia, a me piace scherzare con lei proprio perché conosco la sua serietà professionale. -
Il dottor Melillo sorrise, quindi riprese il giro in silenzio, compiendo tutti i controlli di routine e senza registrare alcuna novità.
Era proprio quello il dramma del reparto neurovegetativo, la totale mancanza di novità. Le persone che arrivavano avevano poche speranze di riprendersi. Ah sì, certo la possibilità di un risveglio c'era sempre, ma piuttosto remota. Negli ultimi cinque anni nessuno era uscito sui suoi piedi da quella stanza, quella in cui prestava servizio Stefania.
Nelle camere coi pazienti in coma superficiale o indotto farmacologicamente avvenivano spesso mutamenti di condizione, ma dal coma profondo ben pochi si svegliavano. Più spesso si finiva per andar via al momento del decesso. Era molto triste, e anche per questo in genere gli infermieri resistevano per poco tempo. Un paio d'anni al massimo, ecco quanto duravano, poi l'angoscia di prestare le cure a pazienti insensibili, immobili nei loro letti, incapaci di sorridere o ringraziare o anche lamentarsi, li spingeva a chiedere il trasferimento in altro reparto. Solo la De Vivo prestava servizio da un lustro e i colleghi si domandavano quanto ancora sarebbe durata.
Stefania però non dava segni di cedimento. A chi le chiedeva come facesse a trovare la forza di recarsi ogni giorno in quella sorta di anticamera dell'obitorio, l'infermiera rispondeva sempre che stava aspettando che almeno uno di loro le rispondesse. Ma non era vero, non era questo che avrebbe dato un senso al suo lavoro. In realtà ogni giorno trascorso in quella placida routine quietava la sua coscienza. Lei, a differenza di altri, non dimenticava mai di avere di fronte degli esseri umani sfortunati, non solo i pazienti dei letti numero uno, due, tre e quattro, e si adoperava al meglio per loro.
Quel giorno non era diverso dai precedenti. Tornata sola, andò a sedersi sulla poltroncina collocata nella saletta adiacente, sfogliando un giornale in attesa del fisioterapista. Di norma avrebbero dovuto essere costantemente presenti due infermieri, uno ogni due pazienti, ma gli ultimi tagli al budget avevano costretto l'ospedale a ridimensionare gli effettivi, per cui veniva garantita la presenza continuativa di un infermiere col supporto temporaneo del collega per le specifiche esigenze di riabilitazione.
Quei momenti, nell'intervallo tra la visita del medico e l'arrivo del fisioterapista, le erano particolarmente graditi. Un piacevole silenzio l'avvolgeva, a malapena disturbato dal ronzio dei macchinari in funzione, apparecchiature che garantivano il respiro e il nutrimento ai ricoverati. Nessun altro suono nella stanza mentre la luce del giorno lentamente sfumava nell'oscurità.

Sebbene fioco e incerto, dopo due anni di silenzio un mormorio improvviso giunse dal secondo letto a destra, quello vicino alla finestra.

Ritorno alla vita

Un anno fa, 18 marzo
Il primo giorno completamente suo! Aveva deciso da tempo di riprendere in mano sé stessa con l'inizio della buona stagione. In quella che lei definiva la sua vita precedente, le era sempre piaciuta la primavera. Anche adesso, seppure con prospettive diverse, rimaneva il periodo preferito.

Erano stati due anni interminabili. Non rammentava quasi nulla del suo risveglio, solo una vaga idea di spaesamento e solitudine. Aveva aperto gli occhi in quello che aveva poi capito essere un ospedale, senza conoscere nulla di sé. Di quel momento ricordava solo il sorriso di una sconosciuta che l'aveva salutata come una vecchia amica ritrovata, ricordava poi quella specie di frenesia che aveva colto tutti coloro che le si erano accalcati intorno, e poi ancora la stessa donna che le teneva la mano e l'accarezzava con incomprensibile affetto.
Non aveva riconosciuto nessuno. Si era sentita straniera in terra straniera. Perché era lì? Perché l'infermiera le parlava come se fossero amiche, e lei non riusciva a seguire le sue parole, troppe, troppo affettuose e tutte insieme, che rotolavano una sull'altra senza far presa, e le sfiorava i capelli con un'intimità che le sembrava sbagliata? E, soprattutto, chi era lei, estranea a sé stessa? La sua unica consapevolezza era quella immanente, vissuta attimo per attimo.
Non poteva ritrovarsi in un istante. Ma furono pochi istanti alla volta, frammentati da lunghe assenze, man mano ammassati in una memoria ogni giorno più cosciente, che la condussero fino al completo ripristinarsi dei ricordi, alla disperata scoperta dell'accaduto.
Era sola.
E da sola affrontò il lungo calvario della riabilitazione, gesti, parole e pensieri riacquistati lentamente, con doloroso affanno.
Di questi due anni ciò che più le era rimasta impressa era la fatica: la fatica necessaria alla sua mente per risvegliarsi e ai suoi arti per riacquistare il pieno controllo del movimento; la fatica di ricordare chi era e cosa faceva, chi amava e chi le era indifferente; e, connesso alla fatica, il dolore fisico e mentale.
Due fatiche, due dolori differenti. Da una parte la fisioterapia, gli esercizi estenuanti ma necessari che attraverso il dolore le avevano restituito la padronanza del corpo. Erano stati un tormento necessario per la sua indipendenza e lei, che agognava essere autonoma, li aveva pazientemente eseguiti senza lamentarsi.
Dall'altra parte, la mente. E il cuore. E lo strazio. E avrebbe mille volte preferito non destarsi più.
Tutto aveva avuto un nuovo inizio da lì, da uno sguardo sul mondo, occhi aperti a fissare il soffitto di una camera d'ospedale, dopo l'annullamento di sé concesso dal coma.
Se avesse potuto scegliere, se qualcuno le avesse chiesto “pillola rossa o pillola blu?”, lei avrebbe certamente preso quella blu. Si sarebbe riaddormentata, e fine della storia. Ma non era successo. Si era svegliata, non sapeva perché. O forse sì, lo sapeva. Dentro di sé l'aveva sempre saputo.
E dopo il dolore, dopo lo sconforto, attraverso la lenta risalita alla normalità era giunta la decisione.
Avrebbe ottenuto giustizia.
All'inizio aveva dovuto lavorare quasi esclusivamente sulla ripresa fisica, aiutata dai vari fisioterapisti e logopedisti, tutte persone gentili e disponibili, indispensabili al corpo ma inutili alla sua mente man mano che questa riacquistava memoria. Adesso occorreva lavorare su un altro fronte.

Ore sette e trenta, la suoneria della piccola sveglia emise solo un breve trillo prima che la sua mano la spegnesse, sfiorandola. Fu subito in piedi. Aveva tante cose da fare.
Nei lunghi mesi trascorsi in terapia aveva programmato i passi necessari da compiere nel momento in cui avesse riacquistato la piena autonomia. Prima di tutto doveva sapere con precisione cosa era successo. Doveva capire perché la sua vita era andata in pezzi. La conoscenza era fondamentale, poiché fino a quel momento era riuscita a ottenere solo frammenti dell'accaduto.

Camminò allora per strade mai percorse, visitò edifici ignoti, esplorando corridoi polverosi e scuri. Frequentò persone che non aveva mai incontrato prima e neppure immaginato di dover conoscere.
Indagò.
Con fermezza implacabile affrontò colloqui estenuanti e spesso inutili, replicò a domande poste per scoprire quali risposte volesse, e perché.
Lesse vecchi articoli di giornale, resoconti morbosi e macabri redatti non per raccontare la verità, ma per soddisfare l'insana curiosità della gente. Non erano diretti a lei, e tuttavia li cercò ugualmente.
Adesso urgeva appagare il bisogno di sapere quanto più possibile, a qualsiasi costo.

Passi necessari

Un anno fa, giugno
Primo passo, la scoperta.
Le occorreva un esperto, ma a chi chiedere consiglio? Non voleva rivolgersi ai suoi colleghi dell'Università, era convinta che avrebbero solo tentato di dissuaderla, senza peraltro suggerirle nessun nome utile.
Allora un investigatore privato. O forse un avvocato. No, in questo momento non le servivano consigli legali, bensì informazioni più approfondite di quelle che era riuscita a trovare con le sue forze. Non aveva ottenuto grandi risultati, ma adesso sapeva almeno cosa chiedere.
Aveva cercato un nome, uno qualsiasi, in internet. Una volta avrebbe usato le Pagine Gialle, aveva un'età in cui l'utilizzo di certi oggetti era ancora passato prossimo, ma da tempo ormai si era modernizzata pure lei. La ricerca sul web era più rapida, accurata e vasta. E in effetti anche più semplice che sulle Pagine Gialle.
Non voleva un investigatore squallido, di quelli che tirano a campare lucrando su vicende penose, le sarebbe piaciuto uno di quei personaggi da romanzo, seri, corretti, molto professionali. Ma tant'è, occorre prendere dalla vita ciò che la vita offre. Si era resa conto di non saper giudicare, dalle pagine pubblicitarie dei diversi siti, quale differenza ci fosse tra i vari professionisti. Non erano poi molti, a dire il vero, e offrivano più o meno i medesimi servizi. Aveva finito col puntare il dito a caso, basandosi sui criteri della vicinanza e della disponibilità immediata.
Al terzo tentativo aveva trovato un nome che sembrava rispondere alle sue esigenze. L'investigatore che aveva assunto non si era mostrato neanche troppo sorpreso per la sua richiesta e in un tempo ragionevolmente breve le aveva consegnato il resoconto di quanto era accaduto tre anni prima, insieme ai nomi che voleva.

Secondo passo, la chiarificazione.
Dopo aver reperito le corrette informazioni e assolutamente certa dei suoi argomenti, si era infine avviata con passo ormai leggero da colui che avrebbe dovuto ascoltarla e porre rimedio.
Era tornata a casa sentendosi tradita, le parole di quell'uomo continuavano a girarle in testa.
- È inutile, si rassegni. Chi vuole che le creda? A che pro rivangare un passato che tutti hanno dimenticato? Dimentichi anche lei, tanto... -
Fu quel tanto, espresso con tale assoluta certezza dell'inutilità, che fece tracimare l'ira e il dolore che si erano andati accumulando in quei giorni, dalla mente dove fino allora era riuscita a confinarli, al cuore, dove esplosero con tutta la potenza dell'animo di una madre.
Forse era stata la coscienza sporca a parlare per l'avvocato, la consapevolezza di non avere neanche lontanamente compiuto il suo dovere. Oppure il desiderio di dimenticare uno spiacevole episodio. O forse l'uomo era semplicemente convinto che suo figlio fosse davvero colpevole. Quel che è certo, si era rifiutato di aiutarla. Di più. L'aveva esortata a desistere, nonostante i documenti che lei gli aveva mostrato e che secondo lui erano solo carta straccia.
Rientrò in casa, chiuse la porta alle sue spalle e strinse con forza il fascicolo che aveva preparato.
“Se non vogliono ascoltarmi” pensò rabbiosa, “troverò comunque il modo di costringerli”.

Terzo passo, la ricerca.
L'investigatore Biagio Pagliaro era un uomo avido, insoddisfatto del suo lavoro e della sua vita. Da ragazzino voleva entrare in polizia, attratto dal connubio tra potere e legalità tipico delle forze dell'ordine, tuttavia non aveva la disciplina necessaria per cominciare dal basso e obbedire agli ordini come un qualunque subordinato. Nella sua vita aveva lasciato tutto a metà: voleva fare il poliziotto, ma dopo aver prestato il servizio di leva nell'Arma aveva lasciato perdere; aveva frequentato l'università, facoltà di Giurisprudenza, ma non si era laureato, scoraggiato dalla difficoltà di alcuni esami; aveva avuto un paio di ragazze, ma non era mai stato seriamente intenzionato a impegnarsi e le aveva mollate. Ora si ritrovava ad aver girato la boa dei cinquant'anni da solo, senza famiglia, senza nessuno da poter chiamare davvero amico e con un lavoro che gli era venuto a noia. Gli piacevano solamente i soldi e non aveva molta importanza la loro provenienza. E adesso la strana tipa dell'altra volta si rifaceva viva, dopo tre mesi, con nuove richieste.
- I soldi non sono un problema - gli aveva risposto la donna quando lui aveva fatto presente la pericolosità e la natura poco lecita dell'incarico, reclamando quindi un bel mucchietto di banconote. Adorava quella frase!
La cosa più difficile era stata duplicare l'incartamento conservato nell'archivio della polizia, ma “i soldi non sono un problema” ed erano stati in due a guadagnarci, lui e lo sbirro compiacente.
Lei ignorava se l'investigatore avesse avuto un pizzico di umana comprensione nei suoi riguardi, o se avesse acconsentito per semplice avidità, ma aveva fatto un buon lavoro. In un paio di occasioni l'uomo era stato costretto a rasentare l'illegalità, ma sostanziosi pagamenti avevano messo a tacere la sua e l'altrui coscienza.
Lo sapeva: il corruttore trova sempre il corruttibile, è solo questione di prezzo.

Quarto passo, la preparazione.
Cinque mesi dopo aver ottenuto l'incartamento, la donna sostava di nuovo davanti al monitor del computer, in cerca di aiuto e strategie. Indubbiamente internet era un'ottima fonte di informazioni e di materiale utile.
La sua azione prevedeva rimedi estremi per estremi mali e nel web trovò il suo più grande alleato. C'era tutto o quasi. Quello che non aveva trovato in rete riuscì a procurarselo autonomamente. Era in possesso sia delle competenze tecniche necessarie alla preparazione degli elementi mancanti grazie alle sue due lauree - una in ingegneria biochimica e l'altra in elettronica - sia del luogo in cui metterli a punto: si trattava di un piccolo laboratorio in cui lavorava un tempo per sporadiche forniture ad aziende specialistiche. I contatti con le aziende erano cessati dal tempo dell'incidente, ma il laboratorio era suo - compreso nella palazzina in cui viveva - ed era rimasto intatto.
I soldi non costituivano un problema, come ben sapeva l'investigatore Pagliaro. Ne aveva a disposizione molti, e molti altri se li procurò vendendo tutto ciò che possedeva. Per quello che aveva in programma, i beni materiali rappresentavano solo un ostacolo.
Passò gli ultimi mesi a tagliare ogni legame residuo col mondo. Fu semplice, dopotutto non intratteneva rapporti che non fossero d'affari. Non ci sarebbe stato nessuno a preoccuparsi per lei. Figlia unica di genitori anziani deceduti ormai da tempo, madre single per scelta, poco socievole per predisposizione d'animo, non aveva mai stretto amicizie che potessero definirsi veramente tali. Le erano sempre stati più che sufficienti il figlio e il lavoro, per riempirle la vita.

Dopo aver venduto la casa si trasferì in un camper di seconda mano, con la sua nuova identità. Nulla nello scarso bagaglio la ricollegava alla vita precedente.
Aveva solo un ultimo compito da adempiere prima di iniziare: andare al cimitero.
Gabriella Grieco
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