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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Drew Kaufmann
Titolo: Sandy is Gone - Forever -
Genere Narrativa Romanzo Distopico
Lettori 476 4 4
Sandy is Gone - Forever -
- Non saprai mai chi sei veramente -

Era una notte umida di marzo del 2045. Il flusso di aria malsana che spingeva le nuvole oltre l'orizzonte preannunciava una calamità silenziosa, ma al contempo pungente e scoppiettante, che dolcemente si lasciava accompagnare da un lieve ronzio di insetti notturni. Una zona residenziale e anonima di villette a schiera, distante un paio di isolati dal centro storico di Hillscott Town, divenne teatro di un orrendo misfatto che sconvolse l'intero quartiere di Holland Avenue.
Sandy Walker aveva trascorso la giornata standosene rinchiusa in camera, in compagnia del notiziario dell'emittente nazionale che comunicava solo cattive notizie. Niente di entusiasmante, niente cartoni prima della buonanotte. Inutile escogitare una via di fuga dalla realtà. Secondo la percezione di una bambina di undici anni, era del tutto normale pensare che fosse stata l'ombra dell'apocalisse ad aver ridimensionato le vite degli abitanti della contea di Dalesburg, costringendoli a dubitare l'uno degli altri.
Sandy non faceva altro che osservare ciò che la circondava rendendosi sempre più conto di come la situazione fosse degenerata.
Da quando l'epidemia si era diffusa nell'area metropolitana del North Verrida andarono a delinearsi progressivamente due tipi di persone: chi cercava di fuggire e chi seminava il panico.
Sandy pensava a Marvin; lui sì che avrebbe avuto il diritto di scappare, ma non aveva fatto in tempo poiché quell'arma batteriologica si era insinuata dentro di lui facendogli patire sofferenze inimmaginabili. Così aveva esalato l'ultimo respiro due settimane prima e suo padre l'aveva convinta a scavare una buca in giardino, avallando l'ipotesi che fosse stata la vecchiaia a ridurlo in quello stato. Continuava a ripeterle che doveva essere forte, prendere la vanga e scavare. Non importava fino a che punto si sarebbe sporcata le mani, perché solo in quel modo sarebbe stata in grado di affrontarlo. Tuttavia, le mancava tremendamente Marvin che scodinzolava intorno a lei o si accucciava al suo fianco in attesa di una tenera carezza, e il solo pensiero le procurava una sensazione di insopportabile isolamento.
L'unica colpa di Sandy era quella di essere un'anima innocente, in un periodo storico per nulla promettente. Si considerava troppo piccola per affrontare ciò che c'era lì fuori, e troppo grande per imprimere in modo permanente qualunque trauma nella sua coscienza.
Guardava fuori dalla finestra e ipotizzava di trovarsi intrappolata in un gioco di cattivo gusto, dettato da pessime regole di coesistenza.
Gerald, suo padre, era in mezzo alla strada e lottava con altra gente disperata per accaparrarsi le ultime provviste rimaste, gentilmente messe a disposizione dal magazzino dell'emporio di Mr. Jackson.
Ethan, dalla casa di fronte, spegneva e accendeva una piccola torcia in continuazione, nel vano tentativo di comunicare un messaggio in un codice che a quanto pare lei ancora non conosceva.
Sandy lo guardava accigliata, pensando fosse un tipo alquanto strano e a come le loro strade si fossero divise durante il primo anno di scuola media. Forse erano cresciuti troppo, non avrebbe saputo spiegarselo, ma era convinta che qualcosa le fosse sfuggito di mano. Nello stesso momento in cui lo pensò, Ethan si era arreso e aveva afferrato il walkie-talkie.
- Si può sapere che ti prende? Non conosci il codice Morse? Tre lampi di luce brevi, altri tre lunghi seguiti da una sequenza di tre segnali appena percettibili. È un S.O.S! Ripeto, è un S.O.S. Passo! - La sua voce stentorea perforò l'altoparlante, destandola da un breve momento di scombussolamento.
- Ethan, è notte fonda. Lasciami dormire. Passo e chiudo. -
- Ti ho visto e sei più sveglia di un gufo. Sei sovrappensiero, per caso? Tuo padre è in pericolo. Vedi quel tizio dietro la ringhiera? - Aveva ragione. Un tipo sospetto era appostato dietro la folla con un passamontagna a coprirgli il voto.
- Ha una pistola. Si vede benissimo che è un giocattolo - commentò Sandy scostando la tenda, con la sua solita aria da saccente.
- Come fai a dirlo? Sembra essere più pesante rispetto a quelle che usavamo anni fa per giocare in giardino. -
- Secondo te siamo ancora dei bambini? -
- Che razza di domande fai? Siamo pronti a conquistare il mondo! -
- Voglio dire... perché non siamo giù in strada, con i nostri genitori? Potremmo essere d'aiuto. -
- Sei proprio una zuccona! Lo capisci o no che è per il nostro bene? Vogliono proteggerci, tenerci al sicuro. E ovviamente non ne possono più delle nostre lamentele. Abbiamo sempre fame, giusto? -
- Sì, giusto. La fame. Ne vedo tanta in giro, ultimamente. -
- Te lo dico da giorni. Meno notiziari, più libri. Solo così puoi evadere dalla prigione in cui siamo rinchiusi. -
- Quindi stare chiusi in casa per te è come essere in prigione? -
- Perché, non lo è? -
- Non saprei. Non abbiamo fatto nulla di male. -
- Tutto sommato trovo sia una reclusione piacevole. Posso leggere quanto voglio e passare più tempo con mia madre. Dovresti assaggiare la nostra crostata di mirtilli! Abbiamo così tanta farina che non sappiamo cosa farne! -
- Non posso credere che lo pensi veramente. -
- Che c'è di male in quello che ho detto!? -
- Andiamo! Come fai a non rimpiangere l'aria fresca, il profumo della pioggia o quella volta che bucammo le ruote al signor Florence... Ricordi la sua faccia? Era incavolato nero! -
- Sì, mi ricordo... quando dietro a ogni pasticcio c'eravamo noi. Tutto il vicinato ci odiava! -
- Sembra passata un'eternità. Mi mancano quei momenti. -
- Se vuoi posso venire a farti compagnia... -
- Neanche per idea! È troppo rischioso. Potresti beccarti il morbo. -
- Sì, hai ragione. E tutti i sacrifici dei miei genitori si vanificherebbero se io morissi. -
- Meglio non essere avventati. -
- Meglio non esserlo, decisamente. -
Sandy guardava sempre più in basso, e con le unghie scorticava la vernice bianca del davanzale in legno. Era solita farlo quando era preoccupata, e le sue paranoie le avevano procurato dei sintomi di bruxismo. Non voleva darlo a vedere, ma era costretta da mesi a portare un bite in resina sull'arcata dentale superiore. Quando il dentista glielo aveva consegnato, raccomandandole di indossarlo anche durante il giorno, all'inizio aveva provato qualche fastidio soprattutto quando sentiva il bisogno di dire qualcosa. Biascicava le parole e aveva l'impressione di fare la figura di una stupida. Aveva impiegato settimane prima di poter imparare a gestire un corpo estraneo nella sua bocca. Ciononostante, bastava poco per rivelare un goffo camuffamento che poteva essere oggetto di angherie da parte di individui poco sensibili, e questa possibile minaccia l'aveva costretta a chiudersi in se stessa. Ethan non riusciva a ricordare l'ultima volta che l'aveva vista sorridere, e nutriva un vago sospetto che la colpa fosse un po' la sua.
- Secondo te cosa c'è lì dentro? - chiese Ethan riferendosi allo scatolone delle provviste.
Da alcuni giorni era un'usanza comune. Chi possedeva viveri di ogni tipo era sollecitato a distribuirli nel quartiere di riferimento, allestendo un lungo bancone in mezzo alla strada.
Mr. Jackson, che dalle prime ore del tramonto stava cercando di adempiere al suo dovere di cittadino, fu beccato in fronte da un proiettile. Il suo gesto di nobile altruismo, macchiato indelebilmente dalla crudeltà d'animo di un giovane avventato, cessò d'un tratto di esistere. Dopo aver aperto il fuoco, quell'individuo con il passamontagna buttò l'arma a terra e si precipitò sul bancone facendo crollare tutto a terra.
- Sandy! Hai sentito anche tu? Passo! - Ethan ebbe un sussulto improvviso.
- Sì, riesco a vederlo benissimo da qui. Mr. Jackson... -
- La sua testa è esplosa! Che sta succedendo? -
- Non lo so, sono tutti agitati. Non riesco a vedere più mio padre - mormorò digrignando i denti.
Erano tutti inferociti e si strattonavano a vicenda, nell'intento di strapparsi di mano l'ultimo pacco di scorte alimentari.
Quel giovane dal volto ignoto sembrava essersi pentito di aver lasciato l'arma in quel modo. Non aveva considerato di dover fare i conti con le conseguenze della sua azione.
- Aspetta un attimo! Sono rimaste solo delle merendine... Sullo scatolone c'è scritto twinkies! - puntualizzò Ethan, che cominciò ad analizzare la scena con un binocolo.
- Mr. Jackson era un uomo generoso e sono sicura che attingeva da una scorta privata. Potrebbero esserci tante altre cose! -
- Dovresti sentirti quando parli, sembri un agente segreto! -
- Non per niente sono la figlia dello Sceriffo! -
- Sì, guarda, eccolo finalmente! È lì in mezzo e sta raccogliendo la pistola. Aspetta... ma... sta sparando! -
Due colpi in aria. Tutti si spaventarono e indietreggiarono improvvisamente. Gerald avanzò verso il ragazzo. Gli puntò la pistola contro e lo fece fuori. Nessuna esitazione. La mano ferma. Un bel buco profondo in mezzo agli occhi. Sembrava un'opera d'arte, ma nella vita reale era omicidio, e avrebbe dovuto pagare. Sandy non sapeva perché lo avesse fatto. Le fece una paura tremenda. Provò a sollevare lo sguardo per vedere come Ethan avesse reagito, ma si sentiva paralizzata. Non avrebbe mai immaginato che suo padre potesse essere capace di sparare a qualcuno a sangue freddo.
- Sandy, tuo padre... - Ethan fece fatica ad allontanare il binocolo dagli occhi.
Sandy non gli rispose. Non ne aveva il coraggio.
- Sandy, ho bisogno che tu dica qualcosa! -
- Non capisco. Quello che ha fatto... non è da protocollo. Lui... -
- Sì, avrebbe dovuto ammanettarlo e richiedere rinforzi. -
- No, i rinforzi non sarebbero arrivati. Le pattuglie sono troppo impegnate con il putiferio che è scoppiato in città. Se vedessi più televisione ne saresti già al corrente! -
- Aspetta! Mia madre gli sta andando incontro. Mamma, non farlo... -
La madre di Ethan, una donna coraggiosa e pronta a rendere giustizia, avanzò verso Gerald con le mani alzate per invogliarlo a ragionare. Le persone che non erano scappate si mantennero a debita distanza, come se avessero a che fare con un individuo fuori di testa.
Sandy riconosceva il signor Florence, Mr. White e sua moglie, ma gli altri le sembravano degli estranei. Probabilmente la notizia di un nuovo approvvigionamento aveva attirato l'attenzione di gente affamata proveniente da circoscrizioni differenti della città.
- Stanno discutendo... riesci a sentire cosa dicono? -
- No, da qui possiamo soltanto osservare. Vedrai, mia madre riuscirà a farlo rinsavire. È una tosta, lei! -
- Sì, hai ragione. È stato solo un brutto incidente. Sapranno sistemare la faccenda e riappacificarsi come solo gli adulti sanno fare. -
- Sì, sono adulti, dobbiamo avere fede in loro. -
- Tutto si sistemerà, giusto? -
- Sì, questione di pochi minuti! -
La madre di Ethan iniziò a inveire contro Gerald pronunciando parole che non riuscivano a comprendere, e lui sollevò il braccio puntandole la pistola. L'ultimo colpo in canna sembrava essere riservato a lei.
- No, c'è qualcosa che non va! Che cosa sta facendo? Perché? Si conoscono da anni, da prima che noi nascessimo, e sono anche amici, almeno credo. Perché le sta puntando contro quell'arma? -
- Non lo so. Forse tua madre ha esagerato con le parole. Magari è lei a essere impazzita! -
- Spari stronzate! -
- Mio padre sa fare il suo mestiere e sa bene qual è il suo compito. Tutto quello che ha fatto è stato solo per mantenere l'ordine! -
- Infatti, apri gli occhi. La situazione non ha fatto altro che peggiorare! -
- Aspetta... lo stanno accerchiando da dietro. Papà, girati dannazione! - Fece per aprire la finestra.
- Non farlo, Sandy! Regola numero uno: mai aprire le finestre senza precauzioni! Vuoi beccarti il morbo, per caso? -
L'aria era contaminata da spore invisibili e sarebbe stato troppo rischioso. Tuttavia, suo padre era nel bel mezzo di un agguato e voleva aiutarlo. Non fece in tempo a pensare a un'altra soluzione che due tipi afferrarono Gerald per le spalle, facendolo cadere a terra. Esplose un proiettile che fortunatamente non trovò alcun obiettivo. Tentarono di strappargli la pistola di mano, ma lui reagì alzando il braccio e allontanandoli a suon di gomitate. Si era rialzato, barcollando sulle ginocchia, e aveva dato un calcio sul petto a uno di quei sabotatori, a cui cominciò a sgorgare sangue dalla bocca.
- Chiamo un'ambulanza. Quell'uomo è ancora vivo! -
- No, lascia perdere. Non farebbero in tempo. -
- Come fai a saperlo? Vuoi che quell'uomo muoia dissanguato? Sarebbe la seconda vittima di tuo padre. Davvero vuoi lasciare che accada una cosa del genere? -
- Il centralino è oberato di richieste d'emergenza. Chiunque possa essere, non avrebbe la priorità assoluta. Quel che fatto è fatto, ma... lo hai visto anche tu, no? Mio padre ha cercato di difendersi. Non ha colpe! -
Gerald prese lo scatolone delle provviste, dirigendosi verso casa. Il signor Florence tentò di fermarlo, ma si fece da parte quando si rese conto di non trovarsi più di fronte l'uomo che un tempo credeva di conoscere. Intimorito, decise di non infierire ulteriormente.
La madre di Ethan, imperterrita, seguì la sua ombra sputandogli addosso accuse e parole denigratorie. Gerald d'istinto si voltò premendo l'indice sul grilletto; l'arma ormai scarica si inceppò, ma lui estrasse con prontezza d'animo la pistola di servizio, che teneva infilata nella fondina sul passante dei pantaloni. Uno sparo. La madre di Ethan cadde a terra, sbattendo violentemente la testa sull'asfalto.
- Mamma... - mormorò Ethan, incapace di metabolizzare l'accaduto.
- Papà, perché... - disse Sandy con un filo di voce, sentendosi complice di una tragedia.
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