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Writer Officina
Autore: Elena Andreotti
Titolo: Nickname: fil_vanz_88
Genere Thriller
Lettori 486 8 17
Nickname: fil_vanz_88
Le indagini di Fil Vanz.

Si decise a mettere piede nella stanza che aveva allestito con l'attrezzatura informatica, ma non aveva mai utilizzato. Preferiva che fossero gli altri a farlo. Troppi ricordi dolorosi erano legati a quando computers, reti e sicurezza informatica erano il suo pane quotidiano.
Ricordava quando una sera tardi, tornando dal lavoro, aveva trovato la sua bellissima casa troppo silenziosa per essere tutto a posto. Aveva girato per le molte stanze, chiamando sua moglie, senza ottenere risposta. Era andata via! Solo uno scarno biglietto dove dichiarava che aveva aspettato troppo, lo aveva aspettato troppo e invano.
Sono stanca di questa solitudine dorata. Abbi cura di te. Lidia
Quelle parole erano rimaste scolpite in modo indelebile nella sua mente. Amava sua moglie, ma non aveva saputo tenerla accanto a sé. Quel maledetto mondo virtuale, che fin dall'adolescenza aveva sempre anteposto a quello reale, gli aveva sottratto l'unico sentimento vero e concreto della sua vita, l'unico appiglio che lo teneva ancorato al mondo fatto di carne e sangue, di esistenze tangibili.
Aveva abbandonato tutto, venduto la sua società per la sicurezza informatica, che gli aveva permesso di vivere in una casa stupenda e frequentare i circoli più esclusivi, dove si presentava lo stretto indispensabile, solo per concludere affari milionari, lasciando poi la moglie a rappresentarlo. Con i soldi ricavati dalla vendita della società si era ritirato in quel castello nella campagna romana. Ora dipingeva acquarelli e si dedicava svogliatamente al golf, dimenticando il ragazzo d'oro che era stato.
Quella sera, però, aveva bisogno di riconnettersi al mondo che aveva ripudiato. Era una questione di morte, più che di vita. Cosa si celava dietro l'omicidio di un suo collaboratore?
Si sedette a un computer vagamente obsoleto, che aveva fatto configurare con del software open source; si sentiva arrugginito, ma non aveva dimenticato una sola azione che avrebbe dovuto compiere per raggiungere quel luogo dove da adolescente aveva passato notti insonni e adrenaliniche: il dark web. Aveva smesso quando, a metà degli anni '90, il migliore di loro era stato arrestato per aver violato i sistemi di una banca. Aveva, così, completato i suoi studi di ingegneria e messo a disposizione di clienti importanti le sue conoscenze di cyber security, dietro lauti compensi.
Smise di pensare al suo passato e si concentrò su ciò che stava facendo. Appena digitò il nome del browser che lo avrebbe proiettato nel lato oscuro della rete, intorno a lui scomparve ogni cosa. Sapeva cosa cercare, dove andare, come quando era un adolescente curioso. I dati di connessione sarebbero rimbalzati da un server all'altro. Il motore di ricerca che stava usando non memorizzava indirizzi ip, evitava tracciamenti e non raccoglieva o condivideva dati personali. Con un po' di fortuna avrebbe trovato ciò che gli serviva.

- Fil! Fil! - , gridava Francesca, attraversando il vasto campo da golf per raggiungere il suo capo, nonché carissimo amico, Filippo Maria Vanzitelli.
Arrivò finalmente ai margini del boschetto che costeggiava l'area verde dedicata al gioco del golf. Sapeva dove Fil amava andare con la sua attrezzatura per dipingere. Infatti, lo trovò lì, seduto sulla seggiola portatile, la tavola di legno su cui fissava il cartoncino per acquarello poggiata sulle gambe e un tavolinetto a fianco, dove aveva in bell'ordine i colori, i pennelli e il bicchiere con l'acqua.
- Fil! - , disse ancora una volta, spazientita, Francesca.
Filippo la guardò interrogativamente. La donna era davanti a lui a coprirgli la luce del sole, ineccepibile nel suo abbigliamento sportivo che esaltava la figura longilinea, i bruni capelli raccolti. Con gli occhi scuri gli trasmetteva tutta la sua esasperazione.
- Ti ho telefonato diverse volte. Perché non rispondi? - .
Filippo finì di apporre la firma, Fil Vanz, sulla sua ultima opera, e si decise a controllare il suo cellulare. Francesca era sempre più esasperata dai suoi modi blasé, anche se c'era stato un periodo, ormai remoto, in cui aveva provato attrazione, non corrisposta, per il suo capo. Del resto, a quasi cinquant'anni, qualcuno più di lei, era ancora un bell'uomo: alto, snello, con i capelli castani appena brizzolati e due occhi trasparenti, che a tratti mostravano un'innocenza fanciullesca. Fil guardò il piccolo display del suo cellulare obsoleto e notò le chiamate perse.
- Scusa, ma non ho sentito gli squilli - , disse con tranquillità.
- Potresti comprarti un nuovo cellulare, uno smartphone. Non so come faccia ancora a funzionare quell'arnese! - .
- Ancora non mi hai detto cosa vuoi - , fu la calma risposta di Filippo.
- Ha mandato una mail il tuo fornitore di acquarelli. Se avessi lo smartphone, avresti potuto controllare tu stesso la posta elettronica... Comunque, dice che quei colori che avevi chiesto, della marca inglese che preferisci, al momento non sono disponibili e se volessi ce ne sarebbe una equivalente. Invece, i cartoncini in fibra di cotone te li ha inviati - .
- Grazie. Ho ancora dei residui di colore e me li farò bastare, in attesa che la mia marca preferita sia di nuovo disponibile. Ora devo solo controllare che l'acquarello sia asciutto e poi torno col cart... Se vuoi, ti do un passaggio - .
Francesca guardò il lavoro del capo e notò per l'ennesima volta che era davvero bravo: i suoi acquarelli, che rappresentavano sempre la natura, richiamavano vagamente quelli inglesi, anche se con una nota più moderna.
- Non ti ho mai chiesto perché ti firmi così - .
- Da ragazzo ho letto tutti i gialli di S.S. Van Dine che avevano come protagonista l'investigatore Philo Vance. Ho visto i film con questo personaggio e le serie televisive. Mi piaceva perché io ero l'esatto opposto di come Philo appariva nei romanzi: sicuro di sé, elegante, distaccato, poliedrico... Notai che potevo abbreviare il mio nome in Fil Vanz, creando una simpatica assonanza. Tutto qui, salvo che poi ho cominciato a giocare a golf come lui, non certo al suo livello di handicap. Nel segreto della mia stanza io ero Fil Vanz, non certo lo sfigato Filippo Maria Vanzitelli - .
- Stento a credere che tu fossi una specie di nerd - .
- Perché non mi hai conosciuto all'epoca - , le rispose Fil, che cambiò subito discorso. - L'acquarello è asciutto, possiamo tornare al castello - .

Filippo e Francesca salirono sul cart e si diressero verso la grande costruzione che da circa una quindicina d'anni era la residenza dell'uomo: un castello in rovina acquistato dall'amministrazione comunale e riattato con gusto, rispettando lo stile dell'epoca, ma non disdegnando oculate scelte di gusto più moderno. Buona parte dell'ampio terreno era stato organizzato per ospitare un frequentato campo da golf.
- Dovresti fermarti in amministrazione per rivedere le condizioni contrattuali della gestione del negozio di articoli sportivi e del bar e ristorante del circolo - , disse Francesca.
- Per favore, pensaci tu. Per me va bene qualunque cosa tu decida. Io vado nel laboratorio - .
Francesca volse gli occhi al cielo. Cosa doveva fare con quel capo tanto bello quanto annoiato dalla vita com'era Filippo?
- Va bene, ci penso io... Ma non potresti farti realizzare le cornici dei quadri da chi sa farle? Ogni volta che ne realizzi una ti riempi anche di tagli alle mani! - .
Filippo non si curò di risponderle e si avviò nell'area privata dell'edificio. Attraversò grandi saloni arredati con gusto e si rifugiò all'interno di uno spazio che aveva dedicato a laboratorio. Luminoso e ampio, era riempito di ogni tipo di attrezzatura per bricolage, ma lui lo usava per realizzare cornici per i suoi quadri che sceglieva molto meticolosamente.
Lavorò per qualche ora finché non fu soddisfatto della sua opera, quindi si recò nel suo studio e dedicò del tempo a decidere dove il suo acquarello avrebbe dato il meglio di sé. Tutto lo spazio delle pareti era occupato dai suoi quadri, ma trovò un ritaglio di parete vuota a fianco all'enorme camino di pietra. Con meticolosità si dedicò ad appenderlo, poi si sedette alla poltrona di cuoio inglese dove lo aspettava un buon libro. Non amava gli alcolici che riservava alle poche persone ammesse nel suo spazio privato, perciò si preparò un tè speziato, all'angolo bar, attrezzato per prepararsi caffè o altre bevande calde. Accese il giradischi stereo dove faceva girare i vinili che collezionava sin da ragazzo. Scelse un pezzo di Aretha Franklin e chiuse gli occhi.
- Cosa fai qui, invece di star fuori a prendere il sole? - . La voce della sua ex moglie Lidia gli fece aprire gli occhi.
Si erano lasciati da una quindicina d'anni, ma, dopo il primo momento che aveva lasciato un retrogusto amaro ad ambedue, anche se per motivi diversi, erano stati sempre in buoni rapporti. Per Filippo non era difficile, perché l'amava ancora e non aveva amato altre che lei, mentre Lidia provava un grande affetto per lui. Dopo il divorzio, si era sposata con un cantante lirico e si erano lasciati dopo pochi anni, sostanzialmente per gli stessi motivi addotti nella separazione da Filippo: si sentiva trascurata. Aveva avuto qualche altro flirt, ma ora era libera e frequentava il campo da golf del castello.
- Sei bellissima oggi. Dove devi andare? - , le disse Fil, osservandola nel suo abito di lino, semplice e dalla linea scivolata che rendeva armoniosa la sua figura di cinquantenne ancora in forma. I capelli, dai riflessi dorati, erano raccolti morbidamente e gli splendidi occhi da gatta erano ancora brillanti e lo guardavano sorridenti.
- Sono stata invitata a cena dai Francis qui vicino e ho pensato di passare a salutarti - .
- Lo sai che mi fa sempre piacere vederti. Bevi qualcosa? - .
- No, ti ringrazio... - . Lidia attese un attimo, poi osservò: - Ti vedo sempre un po' annoiato, non mi sembri felice. Non so se tu abbia fatto la scelta giusta cambiando la tua vita in questo modo. Sì, ci sono stati momenti di euforia, quando c'era da realizzare questo progetto importante del castello e del campo da golf, ma ora mi sembra che tu non abbia più entusiasmo e motivazioni. Mi ha detto Francesca che da un po' di tempo non giochi più a golf. Forse non dovevi lasciare il campo dell'informatica - .
- Non dire così. La mia scelta nasce da una valutazione di tipo esistenziale. Quando mi occupavo di informatica non vedevo altro che il mondo virtuale e mi sono perso quello reale. No, ormai ho chiuso. Non aggiorno neanche il modello del cellulare... - .
- Forse anch'io sono stata un po' egoista... - .
A questa affermazione Filippo fissò più intensamente gli occhi di Lidia. Era la prima volta che si assumeva una parte delle responsabilità della fine del loro matrimonio.
- Forse ci siamo sposati troppo giovani, senza comprendere le esigenze reciproche. Comunque, quel che è stato è stato - . All'improvviso, Fil non aveva più voglia di parlare del loro matrimonio e preferì cambiare discorso. - Dai, usciamo all'aperto, ché ancora c'è un po' di sole e l'aria è piacevole - , la invitò prendendola delicatamente per il braccio.

Filippo e Lidia si sedettero all'ombra dei gazebo ai margini del campo da golf, in prossimità del bar. Osservavano i golfisti esperti in lontananza che mettevano a punto i loro tiri più efficaci, e i principianti seguiti dai maestri del circolo: giovani promesse e anziani che volevano mantenersi in forma, oppure signore non più giovanissime annoiate dalla loro vita monotona.
- Vedo che le signore preferiscono Peter per tenersi allenate - , osservò, maliziosa, Lidia.
- Peter è la nostra attrazione - , disse Filippo, facendosi una risata. - Peccato che lui abbia occhi solo per Alessandra, la nostra barista - .
- Una coppia ben assortita. Alti, biondi, occhi azzurri, coi loro colori sembrano venuti direttamente dalla Svezia - .
- Invece sono di Frascati! - . Risero insieme, continuando a osservare la variegata fauna del golf club.
- Vedo che hai messo un bel po' di telecamere - , osservò Lidia.
- Mi sono dovuto decidere, anche per la sicurezza dei soci. Ci sono stati diversi furti, in particolare nel negozio di abbigliamento sportivo, così, oltre al classico sistema d'allarme, ho fatto installare quelle telecamere. È coperta tutta l'area, compresa la vista sul campo da golf - .
- Buon pomeriggio, Fil - , lo salutò un'affascinante signora di mezz'età.
- Chi è quella? Assomiglia tanto a Virna Lisi... - , domandò Lidia.
- È la moglie di un ex funzionario italiano all'estero. Si dice che la portò via dalla Germania dell'Est, appena prima del crollo del muro di Berlino - .
- Facendo due conti avrà intorno ai sessantacinque anni! - .
- Sì, ma sembra molto più giovane - .
- Gioca bene a golf, da quello che vedo - .
- Dice che ha imparato nel periodo in cui è stata in Inghilterra con il marito - .
- Sai molte cose della signora - , insinuò Lidia, divertita.
- Curo molto i miei clienti. È mio compito sapere chi frequenta il club. Non vorrei che l'ambiente si rovinasse - .
Continuarono a guardare i giocatori in silenzio.
- E quella ragazzina imbranata lì a destra? - .
- Quella è l'erede diretta di un ricco commerciante, che vuole fare la scalata sociale e pensa che una figlia ben educata e che sappia stare negli ambienti di chi conta, possa trovare un buon partito e aprire per lui le porte della ricca borghesia o meglio ancora della nobiltà capitolina - .
- C'è ancora chi ragiona così? - .
- La metà dei miei clienti, penso. In questo posto si stringono affari, si allocano le proprie figlie; qualcuno cerca una ricca signora per sistemarsi o sopravvivere alla giornata... Qui offro uno spazio neutro. Volendo si potrebbe organizzare anche un crimine - .
- Un crimine? Non dire sciocchezze. Ogni tanto il tuo lato oscuro fa capolino. Va bene... Mi piacerebbe stare ancora con te, ma è ora che vada. Ci vediamo, Fil - .
Lidia si allontanò, camminando nel suo modo che a Filippo era sempre piaciuto. Gli sembrò che lo stesse accentuando apposta.
“Che vado a pensare... Dopo tutti questi anni, solo perché è momentaneamente libera, credo che sia di nuovo interessata a me. Sei proprio patetico, Filippo Maria Vanzitelli - .

Come ogni mattina, salvo altri impegni, Fil prese la sua attrezzatura per dipingere e si recò al bordo del boschetto. Scelse uno scorcio che lo ispirava: sarebbe stato il soggetto del suo acquarello. Si era portato dietro un vecchio registratore stereo a nastri, funzionante anche a batteria. Già gli pareva di sentire la voce di Francesca che lo rimproverava perché non si decideva ad aggiornare le sue attrezzature personali, ma a lui andava bene così. Aveva scelto una cassetta con della musica classica, Vivaldi per l'occasione, una rara esecuzione sulle partiture originali. Si immerse nella sua personale bolla, dove nessuno poteva arrivare e impugnò il pennello.
Stava procedendo con delle velature, che personalmente apprezzava nella tecnica pittorica ad acquarello, quando fu disturbato da movimenti che percepì con la coda dell'occhio. Alzò lo sguardo e vide la giovane Alessia Barbari, la figlia di un noto commerciante di stoffe, che si inoltrava nel boschetto. Avanzava con la sua andatura, leggermente saltellante e, obiettivamente, era un bel vedere: un figura armoniosa incorniciata da lunghi capelli mogano; i suoi occhi sempre sorridenti mandavano lampi di giada: la sua giovane età le permetteva ancora tanta spensieratezza.
“Con chi sta conversando?”, si domandò Filippo, sentendo delle voci. Ormai si era distratto e la sua innata curiosità, sebbene sopita da anni, fece capolino.
- Vorrei dirlo a papà - , diceva la ragazza.
- Aspettiamo ancora un po' - , rispondeva una voce maschile.
Fil non riusciva a vedere chi fosse ma gli sembrava di riconoscere la voce di Alessandro, uno degli istruttori più quotati sul campo da golf e anche fuori, a volerla dire tutta: si concedeva molto generosamente alle socie del club. Filippo lo aveva richiamato varie volte perché non voleva chiacchiere o, peggio, litigi all'interno della sua struttura. Comunque, come dare torto alle signore? Ale era una vera bellezza, così biondo, atletico e perennemente abbronzato.
- Cosa te lo impedisce? - , insisteva la ragazza.
- Ho paura di non essere abbastanza alla tua altezza - .
“Cerca una scusa più originale!”, si trovò a suggerire, almeno nella sua mente, Filippo.
- Ma per favore! - , lo derise Alessia.
- Senti... Ho un affare per le mani. Se va in porto avrò denaro a sufficienza per poterti sposare! - .
- Se aspetto che fai soldi... - , dichiarò, indispettita, la ragazza.
I due giovani continuarono con il loro tira e molla, alzando via via il tono di voce, finché Alessia si zittì. Ci fu qualche altro mormorio, come se si fossero allontanati, poi Filippo la vide uscire dal folto degli alberi, infuriata, almeno così gli pareva; certamente andava molto di fretta. Ale non uscì dietro di lei.
“Nel pomeriggio gli parlerò. Deve smettere questi intrallazzi. Le signore un po' âgées conoscono le regole del gioco, ma una giovane donna, che si aspetta l'amore romantico, può rimanere scottata e non voglio che accada, come non voglio che un padre imbufalito venga a fare una chiassata qui al club”, fu la decisione di Fil in merito.
Purtroppo, l'ispirazione, ormai, era svanita. Riprese ad ascoltare la musica, godendo della sua armonia e respirando l'aria pulita del mattino, ma era distratto. Come mai Ale non usciva dal boschetto? Era da almeno un quarto d'ora che Alessia era andata via. Passò qualche altro minuto, quando vide arrivare su un cart Gitta Kraussmann, la moglie dell'ex funzionario d'ambasciata. La donna lo lasciò al bordo del campo da golf e si inoltrò nel bosco. Passò al massimo qualche minuto e uscì in modo frettoloso e al contempo guardingo.
Filippo, che non era stato visto da nessuno di loro, era un bel po' curioso di capire cosa stesse succedendo, anche perché Ale non era più uscito dal bosco. Abbandonò la sua postazione e si inoltrò tra gli alberi. Percorse un piccolo sentiero e si fermò dove terminavano le impronte di scarpe di tre persone: la terra umida aveva trattenuto il calco. Girò sulla destra e fece una decina di passi. Quello che vide non fu una bella scena: Ale era legato a un albero ed era trafitto al cuore da un coltello, che a prima vista sembrava uno di quelli da escursione.
“Ho l'impressione che per oggi ho finito di dipingere”, fu l'osservazione di Filippo, mentre componeva il numero di emergenza dei carabinieri.
Mentre attendeva, osservò la scena del crimine. Poco distante dall'albero un masso infossato nel terreno portava tracce di sangue e vicino si notava una pozza di liquido rosso. Segni di trascinamento, in parte cancellati, facevano pensare al fatto che il corpo di Ale, ferito e a terra, fosse stato trascinato fino all'albero dove era stato legato e poi pugnalato. Guardò il volto del giovane, parzialmente insanguinato per la ferita a una tempia.
“Potrebbe essere l'opera di una sola persona”, pensò, “come pure di due individui diversi: qualcuno l'ha spinto e fatto cadere, mentre qualcun altro l'ha tirato su, legato e pugnalato. I due fatti potrebbero essere avvenuti in rapida sequenza, ma anche a distanza di decine di minuti. Beh, lo stabiliranno gli inquirenti”.
Decise che non poteva fare niente lì sul posto, perciò uscì fuori dal boschetto e attese.

I carabinieri arrivarono nel giro di un quarto d'ora.
- Buongiorno, ingegner Vanzitelli - , salutò con un certo ossequio, il maresciallo Guido Mantina; si presentava tutto impettito nella sua divisa, che conferiva carattere a un uomo che, altresì, appariva abbastanza comune: un cinquantenne di media statura, leggermente sovrappeso e con i capelli brizzolati che cominciavano a imbiancare e a diradarsi. Lo sguardo, però, manifestava un'intelligenza acuta.
Filippo guardò l'auto che sostava sul prato del campo da golf, ma non disse niente; invece salutò con cortesia.
- Buongiorno a lei! - .
- Questa volta non è il solito furto, mi par di capire. Mi accompagni sul luogo del delitto - .
Fil fece strada.
- Spero che lei non abbia toccato niente... - .
- Assolutamente no! - .
- Mi pare evidente che si tratti di omicidio. Perché lei ha deciso di inoltrarsi qui nel bosco? - , osservò il maresciallo, giunti sulla scena del crimine.
- Avevo sentito tra gli alberi la voce della vittima, Alessandro Verti, uno dei miei istruttori di golf. Conversava animatamente con Alessia Barbari, una cliente con la quale penso intrattenga una relazione e che avevo visto inoltrarsi nel folto della vegetazione. Hanno discusso un po', cose di innamorati; poi, lei è uscita piuttosto di fretta - .
- Un litigio finito male - .
- Non credo che Alessia sia capace di una cosa del genere - .
- Lo lasci decidere a noi - .
- Va bene. Però, il modo in cui è stato ucciso... Legato a un albero... Qualcosa vorrà dire. Comunque, c'è stata anche un'altra persona. Circa una ventina di minuti dopo è venuta un'altra cliente, Gitta Kraussmann; è entrata nel bosco e ne è uscita cinque minuti dopo, al massimo - .
- Aspettiamo il medico legale e poi andiamo a cercare le due donne. Sono ancora qui? - .
- Di solito restano fino a dopo pranzo. Mangiano nel nostro ristorante. Posso allontanarmi? Vi aspetto presso il mio ufficio a piano terra - .
- Sì, vada pure - .
Fil raccattò le sue cose e tornò al castello. Non riuscì subito a entrare, perché dovette ascoltare le lamentele del dottor Vandini sull'istruttore che non gli prestava la dovuta attenzione, della signora Zuzza, che trovava sempre il suo settore occupato. Per l'uno rimproverò formalmente l'istruttore, che colpe non ne aveva, ma il cliente ha sempre ragione, per l'altra rimproverò Francesca che non prendeva bene le prenotazioni e offrì alla cliente un buono sconto per un nuovo abbigliamento sportivo completo di scarpe.
Fran lo guardò torva. - Io prendo bene le prenotazioni! È lei che scambia un giorno per l'altro - .
- Devi aver pazienza con la signora Zuzza, ché ha quasi ottant'anni ed è la moglie di un facoltoso gioielliere, a sua volta nostro cliente - .
- Rompiscatole anche lui. Cambiando discorso... Cosa sono venuti a fare i carabinieri? - .
- È stato ucciso Ale, nel bosco - , disse Filippo, senza cambiare tono.
- Mio Dio! E me lo dici così? Com'è successo? - .
Fil raccontò brevemente la faccenda.
- Glielo dicevo di non tenere due piedi in una staffa. Ora frequentava Alessia e sembrava più preso del solito, ma continuava a non disdegnare le tardone del circolo. Povero Ale... Un farfallone, ma sostanzialmente innocuo - .
- Di Gitta sai qualcosa? - .
- Qui entriamo nel mero pettegolezzo, ma tu non vuoi che si facciano... - .
- Stavolta ti autorizzo. Parla! - .
- Beh, sembra... e dico sembra che per un po' abbia frequentato Ale, ma è durato solo qualche mese. Poi, è arrivata Alessia e questa relazione lo ha preso molto. Oddio, per quanto bella, Gitta è quasi mia madre, mentre la ragazza è un giovane fiore da impalmare, più che da cogliere. Mi capisci? - . Francesca gli fece l'occhiolino.
- Sì, Fran... Capisco che non hai peli sulla lingua - .
- Mi hai chiesto i segreti di questo posto, che io custodisco gelosamente, e te li ho rivelati. Per esempio, tu non sai... - .
- Basta. Non voglio sapere altro - .
- Come vuoi, capo. Ora che si fa? - .
- Cosa vuoi dire con “che si fa?” - .
- Non mi dire che non sei curioso. Con i tuoi trascorsi - .
- Cosa intendi per trascorsi? - . Filippo si allarmò: nessuno conosceva il suo passato da hacker.
- Voglio dire che gli informatici sono sempre attratti dalla soluzione di enigmi. Almeno credo - .
- Questo è vero - , rispose Fil e, nel dire questo, si rese conto che lo era davvero. Una parte in lui sopita si stava risvegliando. Era dannatamente curioso. Tuttavia, non lo voleva dare a vedere. - Per il momento rimaniamo in attesa. Tu resta triggerata - .
- Resto che? - .
- Scusa. È una parola che si usa in gergo tra noi informatici. Volevo dire: rimani vigile e attenta - . Fil si meravigliò di aver usato un termine che era una vita che non pronunciava più.
- Contaci, capo - .
- E non chiamarmi capo - .
- Ok, ca... Cioè Fil - .
- Oh! Ecco il nostro caro maresciallo - , salutò, con enfasi, Filippo. “Che gran leccapiedi sto diventando”. Doveva trattarlo coi guanti per preservare il buon nome del circolo.
Elena Andreotti
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