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Autore: Vincenzo Valenti
Titolo: Lo Skryun: un altro giro di ruota
Genere Dark Fantasy
Lettori 260
Lo Skryun: un altro giro di ruota

Alla fine dell'Alto Vo'Har
Coloro che sono conosciuti con molti nomi
Skrør'Varam
Corruttori Neri
Untori d'Ombra
Spargitori dello Skryun
Discesero sullo Oyr'Ur Doy'Rorac
Il Regno Dei Nove Numi
E fu così che ebbe inizio
Lo Og'r'Arkull
Il Grande Sangue

Zelota Rwalahd Ac'Eyloc Huryad
Primo Servo Della Fiamma

1
TREDICI CLESSIDRE ALL'ECLISSI

- Torretta a guida! Frenata! Frenata! -
- Ci sto provando, dannazione! È partito anche il freno di emergenza! -
- Devi fermare questa ferraglia, Marx! A questa velocità finiremo per ribaltarci! -
- I comandi non rispondono più! Tombe degli avi, reggiti fratello! -

2
DODICI CLESSIDRE E TRE QUARTI ALL'ECLISSI

Marx Aarvo, Carrista Scelto Di Seconda Classe Con Mansioni Ortomeccaniche, giaceva privo di sensi al posto guida del Carro Bellico Tegumento-corazzato Combusto-locomotorizzato Per Incarichi Di Ricognizione K-088 o, come i nani erano soliti chiamarlo, corazzato, il capo riverso fra bulloni e attrezzi sparpagliati sulla plancia.
L'oscurità in cui era immersa la cabina era appena scalfita da una sottile lama di luce grigiastra che sfuggiva attraverso uno squarcio nella blindatura costellata di colpi e ammaccature, finendo per posarsi sul retro del sedile di guida, rattoppato e circondato da leve, pulsanti e interruttori a bilanciere.
Ogni elemento di quell'angusta realtà di tubi arrugginiti e lamiere contorte era immobile, con l'unica eccezione delle spalle del nano, che si sollevavano e si abbassavano appena, al lento ritmo del suo respiro.
A un tratto, un debole crepitio serpeggiò lungo un fascio di tubolari fissati sulla paratia alle spalle del posto di guida. Quel barlume di magia elfica rimasto intrappolato nel telaio fu abbastanza perché una valvola saltasse, e del fumo nerastro cominciò lentamente a propagarsi nell'abitacolo, avvolgendosi come un manto venefico intorno al corpo esanime del nano. Fu in quel momento che Marx tossì, aprendo gli occhi di scatto.
Tombe degli avi.
Sollevò il capo, guardandosi intorno frastornato: ne era stato alla guida per gli ultimi quindici inverni, eppure gli ci volle qualche istante per riconoscere l'interno del K-088. Nonostante il telaio del corazzato fosse stato progettato apposta per resistere alle sollecitazioni della magia elfica, era deformato in più punti.
Ti hanno proprio conciato per le feste, vecchio mio.
Si portò una mano alla tempia, dove si stava gonfiando un bernoccolo.
Nemmeno io devo essere uno splendore.
Quando si distese sul sedile, il suo naso tozzo urtò contro un oggetto metallico che stava penzolando sopra di lui: si trattava della fiaschetta di distillato clandestino che era solito tenere legata alle maniglie del periscopio. Il nano la fissò perplesso mentre questa oscillava nell'aria in direzione obliqua, finché non si rese conto che il corazzato si trovava in posizione inclinata. Agguantò la fiaschetta con mano incerta, mentre l'abitacolo vorticava intorno a lui come una giostra.
Svitò il tappo e mandò giù un lungo sorso.
- Tombe degli avi - , sibilò tra i denti, aspettando che l'alcol si facesse strada nel suo stomaco, e ruttò.
- Sono ancora vivo, - brontolò infine tra sé e sé, - brutti insetti con le orecchie a punt- -
Un altro colpo di tosse gli troncò la frase in gola.
Qualcuno mi ha ficcato delle pinze arroventate nei polmoni, oppure devono essersi bruciati i dissipatori.
Si affrettò ad aggiustarsi sul naso gli spessi occhialoni da pilota e tirò una delle numerose leve che circondavano il sedile. Le feritoie laterali si spalancarono con uno stridulo cigolio sul fondo di una scarpata profonda circa un centinaio di passi, illuminata dalla pallida luce che filtrava attraverso una coltre di nubi fuligginose.
Tutto intorno era disseminato di irriconoscibili rottami arrugginiti che l'incessante lavorio delle intemperie aveva quasi sepolto del tutto nel terreno.
Abbiamo fatto un bel tuffo.
Lo sguardo di Marx risalì lungo il pendio reso viscido di fango dalla pioggia. Nonostante la nebbia, si potevano distinguere i profondi solchi lasciati nel terreno dai cingoli del K-088. Sul punto in cui il mezzo si era capovolto spiccava l'impronta lasciata dalla lunga canna del pezzo d'artiglieria antiaereo.
Guardando le torbide pozzanghere tra i rottami, Marx si schiarì la gola, tirò su col naso e sputò fuori.
- Odio il Gjasskaft - , mormorò, asciugandosi la bocca col dorso della mano, quindi allungò l'altra accanto a sé, annaspando nel vuoto.
- Dov'è finito? Dannato sifofono - , bofonchiò, sporgendo la testa da entrambi i lati del sedile; quando lo trovò, raccolse dal pavimento un tubo flessibile, ne riavvitò un capo in un alloggiamento sulla plancia sopra di lui e si appoggiò alla bocca l'altro, che terminava in guisa di tromba.
- Guida a torretta - , disse con voce impastata. Mentre la vista gli tornava nitida, un'immagine gli si materializzò nella memoria.
Attrezzi.
Stavano percorrendo il bordo di un pendio, quando era cominciato tutto.
Colpa mia. Avrei dovuto capire che tirava una brutta aria già alle prime gocce di quella maledetta pioggia. Avrei dovuto rendermi conto che era magica e stava nascondendo quei bastardi volanti all'oscilloscandaglio.
Prima che avesse potuto avviare una manovra di disimpegno, una selva di colpi aveva investito il corazzato da ogni direzione.
Il problema non sono tanto quei loro dannati affari appuntiti. Il nostro acciaio può resistere a qualche buco. È la magia con cui li caricano. Su noi nani non ha effetto, ma sulle macchine... rende la nostra tecnologia... instabile.
Ricordò il cupo ronzio con cui i dissipatori anti-magia si erano immediatamente messi in funzione a pieno regime per contrastare l'energia magica che le saette elfiche conficcate nelle piastre blindate propagavano a profusione nel telaio.
Una volta in picchiata, ogni aliante elfico fischia come una locomotiva. Quando sono arrivato a venti fischi ho smesso di contarli. Del resto, eravamo già fregati a dieci.
Colpo dopo colpo, il nucleo di accumulo dei dissipatori si era rapidamente sovraccaricato fino ad andare in avaria, lasciando il mezzo senza difese magiche.
I nostri cervelloni la chiamano - scarica entropica - . È come se la logica con cui sono state costruite le nostre macchine impazzisse. Ogni marchingegno cessa di funzionare come dovrebbe. Un pedale del freno appena revisionato si blocca, un motore messo perfettamente a punto va fuori giri, e i cingoli di un corazzato decidono di puntare dritti verso il fondo di una scarpata disseminata di rottami appuntiti.
Marx ricordò che, mentre scendevano lungo il pendio a folle velocità, si era aggrappato ai comandi tirando a sé le leve di guida con tutta la sua forza; poi, a un tratto aveva sentito il rumore secco di qualcosa che aveva ceduto di schianto.
Scommetto un braccio sul pignone di marcia anteriore sinistro. Era da un po' che quell'arnese mi stava dando seccature.
Il corazzato aveva quindi sterzato violentemente, per poi capovolgersi. Solo le cinture che lo assicuravano al sedile avevano impedito che Marx venisse sbalzato via. Il contraccolpo aveva fatto schizzare via dai cardini la cassetta degli attrezzi posta su un pannello dietro di lui, spalancandosi per aria e proiettando in ogni direzione il suo contenuto di viti, bulloni, martelli, tagliacavi e chiavi di ogni sorta. Il mezzo era infine ripiombato sui cingoli, terminando la sua corsa indiavolata con un tonfo sordo.
Quella miriade di oggetti metallici che lo investiva da ogni lato era l'ultimo ricordo di Marx prima che picchiasse la testa contro la plancia e perdesse i sensi.
- Guida a torretta, rispondi - , ripeté a voce più alta nel sifofono, spazzando via gli attrezzi dalla plancia.
Diede una controllata agli strumenti: le lancette giacevano inerti sul fondo dei quadranti, molti dei quali erano sfondati e illeggibili.
Sfiorò la cornice dell'indicatore di temperatura dei motori con la punta delle dita. Perfino attraverso lo spesso strato di cuoio dei suoi guanti riusciva a sentire il metallo venire percorso da una leggera scarica.
Senza dissipatori in funzione, la magia continuerà a circolare nel telaio ancora per un bel po'.
In quel momento, la distante eco di un prolungato sibilo metallico lo fece trasalire.
- Elfi! - esclamò, lasciando cadere il sifofono, che rimase a penzolare accanto a lui.
Sono ancora qui intorno. Magia o non magia, dobbiamo levarci dai piedi.
Girò entrambe le chiavi di accensione, sbloccò il comando del freno di emergenza e riattivò il flusso delle valvole delle pompe di combucarburo.
Forza stupido rottame, portaci fuori da questo catino melmoso.
Spinse in avanti la leva di accelerazione. Il vano motore, posto sotto di lui, esalò un debole scoppiettio, poi più nulla. Ripeté l'operazione una seconda volta: l'esito fu analogo.
Alla malora.
Sbuffò e riprese il sifofono.
- Fratello? Mi senti? Stiamo per avere compagnia, dobbiamo tagliare la corda - , urlò. Dopo un lungo istante, dal sifofono provenne un rantolio indistinto. Le sopracciglia del nano si aggrottarono di colpo.
- Doer! - gridò, cominciando a sganciarsi freneticamente le cinture.

Vincenzo Valenti
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