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Writer Officina
Autore: Sergio Marchi
Titolo: Annabelle Red
Genere Fantasy Crime
Lettori 696 9 10
Annabelle Red
Retrospettivo.

1970

L'anziano, gravemente malato, sul letto di morte, dopo aver ricevuto l'estrema unzione, chiamò a se il figlio.
Con un filo di voce gli chiese di aprire il cassetto del comodino. All'interno c'era una busta chiusa, con un sigillo di cera lacca rossa.
- Prendi quella busta, figlio mio... e conservala gelosamente. All'interno... c'è la storia della mia vita. Ci sono cose che tu non sai. Quando ti sentirai pronto... se vorrai potrai leggerla... e scoprirle... ma... - l'anziano non finì la frase, sospirò e chiuse gli occhi, per sempre.

Oggi

Sullo schermo del grande televisore appeso alla parete stavano scorrendo le immagini trasmesse da Sky News 24. Ma la donna, stava giocando freneticamente con un cubo di Rubik, seduta ad una scrivania in legno color nero di stile decisamente moderno, con tre cassetti sul lato destro e due sedie imbottite di fronte, situata vicino alla parete opposta, non sembrava interessata a ciò che stavano dicendo i giornalisti. Come se l'apparecchio fosse stato dimenticato acceso. Quasi come se il televisore fungesse semplicemente da una sorta di quadro vivente, messo lì per arredare e ravvivare l'ambiente, minimalista.
Sul piano del tavolo, in quel momento, un portatile, una piccola stampante laser, un telefono fisso con interfono, due cellulari ed una lampada a led con braccio estendibile e direzionabile.
Posta vicino a l'unica grande finestra della stanza, dalla quale si potevano intravvedere in lontananza, quando l'aria era tersa, le guglie del duomo di Milano, una classica pianta da appartamento, si arrampicava attorcigliandosi pigramente su di un lungo tubo ricoperto di muschio e appoggiata alla parete alle spalle della scrivania, una libreria ricolma di libri, fra i quali molte biografie di famosi investigatori, della storia e contemporanei, ma una in particolare sembrava essere stata letta molte volte: la vita di Ignatius Pollaky, un immigrato ungherese uno fra i più noti detective privati dell'Inghilterra vittoriana.
L'ufficio era piccolo ma dignitoso, al quinto piano di uno stabile al limite della periferia nord del capoluogo lombardo.
Adiacente a quella stanza, un'altra più piccola ed un bagno.
La donna, dalla pelle piuttosto scura, si chiamava Abena Raro, trentotto anni, madre etiope, padre italiano, si era laureata in legge alla Statale di Milano e, dopo alcuni anni in polizia, aveva aperto una piccola agenzia di investigazioni private. Il suo nome, Abena, scelto dalla madre, significava nata di martedì e quello, infatti, era il giorno della sua nascita. Una pelle lucente e quasi vellutata come quella di una pesca, occhi scuri e penetranti, non passava inosservata tra la gente, soprattutto tra gli uomini.
Le sue parcelle non erano, quel che si dice, salate ma le permettevano di vivere e, da alcuni mesi, di potersi permettere anche l'aiuto di un ragazzo, una sorta di segretario tutto fare, appena laureato e bramoso di imparare. Lorenzo Vieri, ventiquattro anni, biondo con gli occhi azzurri, era fisicamente l'opposto del suo capo, ma condivideva con Abena la medesima vivace intelligenza e caparbietà: entrambi erano determinati ad a raggiungere sempre i loro obbiettivi. Il verbo arrendersi non era contemplato nei loro vocabolari.
Ma quel giorno, quella loro convinzione, sembrava vacillare.
E il cubo roteava nervosamente nelle mani della donna.

Una settimana prima

Alle dieci della mattina, l'interfono suonò. La donna pigiò un bottone e rispose: - Dimmi Lorenzo... -
“C'è il signor Andrea Visconti. Aveva un appuntamento, ricordi?”
- Sì, certo, fallo passare. -
L'uomo, sui sessanta, entrò e Abena gli andò in contro porgendogli la mano, invitandolo ad accomodarsi su una delle due sedie poste di fronte alla scrivania.
Aveva l'aria piuttosto mesta. Nonostante fosse metà giugno e facesse piuttosto caldo, indossava un giubbotto.
- Prima di dirmi il motivo della sua visita, vuole bere un caffè? -
- Grazie. -
Abena pigiò nuovamente il tasto dell'interfono: - Lorenzo, puoi portarmi due caffè per favore? -
“Subito”
- Grazie. -

L'uomo versò la bustina di zucchero e dopo aver mescolato un paio di volte, con la sottile paletta di plastica, con un solo sorso svuotò il bicchiere. Poi iniziò a parlare: - Circa sei mesi fa, il ventotto di novembre dello scorso anno, mio figlio, Giorgio, ingegnere, ventotto anni, è morto precipitando dal quarto piano, dal terrazzo di casa sua. È stato ritrovato verso le sei della mattina, riverso sul marciapiede sottostante vestito soltanto con un paio di pantaloni ed una felpa, con ai piedi un paio di scarpe. Era quasi dicembre e faceva molto freddo. Quindi la polizia ha dedotto che mio figlio fosse caduto dall'appartamento, dato che non indossava un cappotto. La porta di casa chiusa a chiave e il mazzo ritrovato nella tasca dei pantaloni che indossava. Per questo la polizia ha archiviato il caso come suicidio. Ma Giorgio non si è suicidato, non lo avrebbe mai fatto e soprattutto non aveva alcun motivo per farlo. Io non riesco più a vivere con questo pensiero, sto diventando matto. Io le chiedo, per favore, di scoprire la verità, quella che la polizia non ha voluto o saputo trovare. -
A quel punto fece una pausa, trattenendo a stento le lacrime.
- Solo in base a quegli elementi la polizia è giunta alla conclusione che si tratti di suicidio? - chiese l'investigatrice.
- Sì. Mio figlio viveva da solo e quando è stato trovato, sull'asfalto, come le ho appena detto, la porta d'ingresso del suo appartamento era chiusa. Nessun segno di effrazione, nessun segno di colluttazione né all'interno dell'appartamento, né sul corpo. L'esame autoptico ha rilevato solo fratture multiple compatibili con l'impatto con il suolo. -.
- Escludendo il suicidio, secondo lei non potrebbe essere stato un banale, quanto tragico, incidente? - provò a supporre la donna.
- No. In quello stabile le ringhiere dei terrazzi sono molto alte e mio figlio era poco più di un metro e settanta, non avrebbe mai potuto cadere per sbaglio. Per questo la polizia ha decretato il suicidio. E non ha voluto fare nessun tipo di indagine. Ad esempio investigare fra i suoi amici, cercare in modo più meticoloso eventuali tracce nell'appartamento che possano far pensare a qualcosa che non quadra... sarebbe solo una perdita di tempo, mi hanno detto. Ed è questo che ora chiedo a lei: faccia le indagini che non ha svolto la polizia, la prego. Se poi anche lei non approdasse a nulla, vorrà dire che me ne farò una ragione e mi rassegnerò. E impazzirò in silenzio, senza dare più fastidio a nessuno. -
La tristezza che si leggeva negli occhi di quell'uomo non lasciò Abena indifferente che, nonostante anche lei pensasse fosse tempo sprecato, accettò l'incarico.
- Va bene. Farò un tentativo, ma non posso garantirle niente. -
A quelle parole, lo sguardo di Visconti si illuminò. Quella donna aveva riacceso in lui la speranza di riabilitare la memoria del figlio che non si meritava di essere ricordato come un suicida.
- Signor Visconti, l'appartamento dove viveva suo figlio è ancora libero? Si può visitare? -
- Certo. È di proprietà mia e di mia moglie e per il momento non abbiamo intenzione di affittarlo. -
- Allora mi ci potrebbe portare? - chiese l'investigatrice con lo sguardo che andava oltre l'uomo che aveva di fronte, come a cercare nel vuoto il vero motivo per cui aveva deciso di accettare quell'incarico: pensava davvero che le cose potevano essere andate diversamente da come sembrava oppure era soltanto la pena che provava per quel padre a causa dell'empatia che l'aveva sempre accompagnata nella vita, che l'aveva spinta ad aiutarlo?
- Certo, quando vuole - rispose il suo interlocutore.
- Sua moglie che cosa dice a proposito di tutto questo? - chiese ancora Abena.
- Quello che penso io, ma di sua iniziativa non avrebbe fatto nulla... ha i nervi a pezzi e sta prendendo degli anti depressivi, per tirare avanti.
- Va bene. Se vuole possiamo andare adesso, a vedere l'appartamento. -
- Certo. Andiamo con la mia auto, se per lei va bene. E poi la riaccompagno qui. -
- Benissimo. E nel frattempo, le farò ancora alcune domande. -

Appena l'auto uscì dal parcheggio e si immise sulla strada, Abena iniziò ad informarsi sulla vita privata del ragazzo: - Giorgio aveva una ragazza o... un ragazzo? -
- Ultimamente che io sappia no. Ma è stato con una ragazza fino a cinque o sei mesi prima... dell'incidente. Poi si sono lasciati, ma non so il motivo, non me ne ha mai parlato. -
- Deve farmi avere il nome e un recapito di quella ragazza. E poi... mi scusi se le faccio questa domanda ma non posso tralasciare nulla: suo figlio faceva uso di sostanze stupefacenti? O lo ha fatto in passato? Oppure beveva... -
- No. Non ha mai assunto droghe ed era astemio. -
- Lei è in possesso del referto dell'autopsia? -
- No, non me lo hanno dato. -
- Bene, me ne occupo io, allora. Ah... un'ultima cosa: di certo suo figlio aveva un cellulare. Ne è ancora in possesso? -
- Certo. È ancora nell'appartamento. Appena arriviamo glielo do. -
- Un portatile? Intendo un computer.
- Sì, so che lo aveva, ma nel suo appartamento non c'è, io non l'ho visto.
- Potrebbe averlo portato via qualcuno... - disse quasi fra sé Abena.

Arrivati in via Domenico Trentacoste, non distante dallo storico quartiere Ortica, parcheggiarono.
Entrati nello stabile, salirono al quarto e ultimo piano ed entrarono nell'appartamento, un ampio bilocale.
Tutto era rimasto come si trovava l'ultimo giorno di vita del ragazzo. La prima cosa che Abena notò, furono alcune fotografie incorniciate: in una erano ritratti Giorgio e la sua ex ragazza, in un'altra Giorgio con i suoi genitori e in un'altra ancora sempre il ragazzo con un cane.

Oggi

Lorenzo era seduto dall'altra parte della scrivania, di fronte ad Abena, che giocherellava con il cubo di Rubik, come faceva sempre quando era nervosa.
Entrambi guardavano l'uno verso l'altro, ma il loro sguardo sembrava rivolto altrove, nel vuoto.
Ad un tratto la donna, appoggiò il cubo sulla scrivanie e si girò. Prese dalla libreria alle sue spalle il libro che parlava di Ignatius Pollaky e sempre con lo sguardo perso nel vuoto, disse quasi fra sé: - che cosa farebbe lui? -
- Quello che hai fatto tu. - rispose il ragazzo anche se la domanda non era stata rivolta a lui - Quel ragazzo si è suicidato, non ci sono altre spiegazioni. Perché continui ad arrovellarti il cervello? Neanche il tuo idolo avrebbe potuto trovare quello che non c'è. Ti ricordo che hai setacciato la vita di quel ragazzo meticolosamente e non è emerso nulla. Hai messo sotto sopra il suo appartamento utilizzando tutti i mezzi tecnologici più moderni e anche lì, niente. Arrenditi. -
- No, Lorenzo non mi arrendo proprio perché non ho trovato niente di niente... c'è un proverbio Tuareg che dice: se hai una meta, anche il deserto diventa una strada. E io una meta ce l'ho, la verità.
Vuoi spiegarmi perché un ragazzo di ventotto anni, senza alcun problema, sano, con tutta la vita davanti, laureato, con un buon lavoro da ingegnere, dovrebbe suicidarsi? -
- E allora è stato un incidente, che cosa vuoi che ti dica. -
- No, non sta in piedi neppure questo: quella ringhiera è davvero troppo alta perché una persona di un metro e settanta possa scavalcarla per sbaglio e finire di sotto. -
- E allora chiedi aiuto al tuo Ignatius Pollaky... - terminò Lorenzo con un pizzico di ironia.
- Magari. Non sai quanto lo vorrei davvero. Ho ancora molto da imparare. - disse Abena.
- Se vuoi imparare però, ti consiglio di cercarti un maestro ancora vivo. -
- Davvero spiritoso! -
- Senti, sono le otto di sera, vai a casa, fatti una doccia e poi esci a divertirti un po' e non pensare più a quel ragazzo. -
- In effetti ora vado a farmi una doccia e poi esco... ma non per divertirmi: vado a cena da una sorella di mia mamma, che è tanto che mi sta invitando ed ho finito le scuse per rifiutarmi. E non solo, ci sarà anche una sua amica... una squinternata. -

- Abena, ti ricordi di Marinella, vero? - disse la padrona di casa, squittendo come un topolino, rivolgendosi alla nipote, mentre offriva un bicchiere di vino bianco come aperitivo.
- Certo, zia Jamila. Come potrei dimenticarla. Così simpatica. - rispose Abena falsamente con un sorriso forzato sulle labbra.
La zia Jamila, magra come un chiodo, aveva una sessantina d'anni e si era trasferita in Italia molti anni prima, poco più che bambina, insieme alla sorella, mamma di Abena. Vedova, senza figli, gestiva un piccolo negozio di articoli tipici del suo paese nativo. Il guadagno era contenuto ma le bastava per vivere. Non aveva grandi esigenze.
- Se volete potete sedervi a tavola, è tutto pronto. Ho preparato il doro wot, un piatto tipico etiope. -
Vista l'espressione un po' persa e leggermente schifata dell'amica Marinella, Abena si affrettò a spiegare che cosa fosse quel piatto sconosciuto e dal nome strano per un'italiana.
- Tranquilla, non ci sono serpenti o scarafaggi, come molti pensano sia uso fare in Africa - iniziò con un filo di polemica - è fatto semplicemente con cosce di pollo cucinate e servite in una salsa piccante, fatta con burro, cipolla, peperoncino, cardamomo e berbere. E poi servito con un uovo sodo. Visto? Tutta roba che si trova al supermercato e non dagli stregoni... -
- Abena! - la riprese la zia interrompendola.
- Ma sì, sto scherzando. - poi, rivolgendosi ancora a Marinella concluse dicendo: - Spero solo ti piaccia il piccante.
L'amica si limitò a fare un segno di assenso con il capo.
Marinella era un po' più giovane di Jasmina, milanese da più generazioni, sbarcava il lunario facendo la cartomante e la medium. Diceva di essere una sensitiva ed era lei la prima a crederci.

- Sai che è davvero buono Jamila?! Se ce n'è, ne prenderei ancora un po'. - fece soddisfatta Marinella.
- Ma certo, vado a prenderlo. - squittì la donna che si avviò verso la cucina.
Rimaste sole, Marinella chiese ad Abena: - perciò hai lasciato la polizia ed ora ti occupi di investigazioni private? -
- Sì e mi piace molto. -
- E... stai lavorando a qualche caso, in questo momento? -
- Sì. Ed è un caso anche piuttosto complicato. Ma non ti posso dire nulla naturalmente. -
- Certo, capisco. Il segreto professionale. -
- Già - fece l'investigatrice guardando verso la porta nella speranza di vedere rientrare la zia e poter chiudere così quella conversazione forzata.
Jamila entrò in quel momento con una casseruola fumante: - Ho dovuto scaldarlo un po', si era raffreddato. -

Al termine della cena, la zia disse qualcosa che Abena non si aspettava affatto: - Marinella, perché non ci fai provare a fare una seduta spiritica? - poi, guardando la nipote: - È brava, sai? Ci siamo conosciuti così. Un giorno mi sono fatta fare le carte e ci ha azzeccato. -
- Zia, per favore?! Non sono in vena per queste... - visto lo sguardo contrariato di Jamila, si trattenne da quel che avrebbe voluto dire e si limitò ad un... - queste cose. -
- Dai che ci divertiamo un po'. E poi tu non hai sempre detto che ti sarebbe piaciuto un sacco poter conoscere quell'investigatore del passato... quel... come si chiama... -
- Ignatius Pollaky, zia. -
- Ecco, appunto. -
“Ci mancava la seduta spiritica!” pensò Abena, che stava iniziando ad innervosirsi.
- Chi è questo... Pollaky? - chiese Marinella.
- Un immigrato ungherese nell'Inghilterra vittoriana, verso la metà del diciannovesimo secolo, è stato un precursore dell'agenzia investigativa privata moderna. Consultato più volte anche da Scotland Yard. Un investigatore formidabile. E parlava sei lingue. -
- Fantastico! E allora perché non provare ad avere un contatto con lui? -
- Scusami Marinella, ma sono abbastanza stanca e non vorrei andare a dormire troppo tardi. Ho un mucchio di cose da fare domani. E poi non credo a queste cose. -
- E allora prendila come un gioco. Non faremo tardi, tranquilla. -
Abena si rassegnò e cinque minuti dopo si ritrovò seduta ad un tavolino rotondo sopra il quale Marinella aveva disposto in cerchio delle carte, simili a quelle da gioco, con sopra ad ognuna una lettera dell'alfabeto. In mezzo al cerchio un bicchierino di cristallo rovesciato.
Abena diede un'occhiata veloce all'orologio e notò che erano quasi le ventitré. Pregò fra sé che quella buffonata finisse in fretta.
Con le altre due donne sedute intorno formarono un cerchio. Poi posarono il dito indice della mano destra, sul bicchierino.
- Non fate pressione con il dito, mi raccomando. Dobbiamo lasciare libero il bicchiere di muoversi.
Abena dovette fare non poco sforzo per non scoppiare a ridere.
Nel piccolo salotto la luce era soffusa e Marinella, dopo aver chiuso gli occhi ed essere stata qualche istante in silenzio, iniziò a parlare con un tono di voce dolce e molto lentamente: - Ignatius Pollaky... dimmi se puoi sentirmi... sei fra noi? -
Nulla.
- Ignatius... - ripeté la medium - puoi sentirmi? Dacci un segno... -
Con grande stupore di Abena, il bicchierino tremò e poco dopo iniziò a muoversi con movimenti a scatto e veloci. Raggiunse prima la lettera “s” e poi la lettera “i”.
Abena non si capacitava. Le dita sfioravano appena il bicchiere, quasi non lo toccavano, ma il cristallo sembrava spinto con forza.
Marinella riprese: - Sei tu il famoso investigatore del diciannovesimo secolo? -
Ancora una volta il bicchierino rispose “Sì”
- Puoi darci un segno della tua presenza? -
Il tavolino ebbe un fremito e la luce si spense e riaccese un paio di volte. Poi, il bicchiere compose velocemente il nome di... “Abena”.
La ragazza ebbe un sussulto. Si alzò di scatto facendo ribaltare il tavolino che rotolò a terra, spargendo ovunque le carte e mandando in frantumi il piccolo bicchiere. Quindi disse a voce piuttosto alta: - Non mi piace essere presa in giro. Piantatela! -
- Abena, nessuno ti sta prendendo in giro - disse in tono dispiaciuto la zia, mentre rimetteva in piedi il tavolo.
- Lo hai mandato via... non lo sento più... - fece Marinella guardando nel vuoto davanti a sé.
Abena guardò le due donne come fossero aliene e poi, esclamando: - Ma per favore!! - se ne andò senza salutare, forse per non dover ammettere di essere rimasta piuttosto turbata.
Sergio Marchi
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