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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Manuela Chiarottino
Titolo: La libreria delle storie rimaste
Genere Narrativa Up Lit
Lettori 637 11 11
La libreria delle storie rimaste
Appena entrata nel paese pensò fosse proprio come le immagini che aveva trovato su Google, forse ancora più bello.
Bibery sembrava uscito da una cartolina.
Il fiume che lo attraversava scorreva senza fretta, le case nuove si alternavano a quelle di pietra, e in ogni angolo spuntavano dei fiori. Tutto era fermo, quieto, tranne un vento leggero, forse responsabile di quel sole che faceva luccicare l'erba ancora umida; il temporale arrivato a Londra poteva essere nato proprio lì.
Guidò fino all'indirizzo.
Il muretto di cinta era basso, l'edera lo ricopriva per buona parte, e il cancello era spalancato. C'era una freccia sbiadita che indicava la scritta libreria, senza alcun nome.
Entrò piano con l'auto e vide un pergolato di legno, dove l'edera sembrava aver trovato un nuovo appiglio. Parcheggiò con attenzione, non c'erano altre macchine oltre la sua. La stessa abitazione ospitava la casa, con quello che avrebbe dovuto essere il suo appartamento, e la libreria.
Doveva essere stata una dimora di campagna, un tempo, forse anche di un certo prestigio. Disposta su due piani, i muri color latte e le persiane di un verde dimenticato, era come prendesse vita dalla natura che la circondava. Un glicine si estendeva prepotente in senso orizzontale e sembrava non potesse più sostenere tutti quei grappoli ricolmi di fiori; su un balcone centrale, c'erano vasi con fiori dalle corolle rosse e bianche.
Di lato al negozio, c'era un piccolo giardino delimitato da uno steccato bianco, all'interno e tutto intorno roselline seguivano la staccionata infilando i loro bocci in ogni fessura.
Nel mezzo, un albero di ciliegio e sotto una panchina di legno laccata di bianco.
Amabel sbirciò la libreria, l'insegna a bandiera era di ferro battuto e pareva di secoli. Forse non possedeva davvero un nome, perché se anche lo avesse avuto, nemmeno lì si sarebbe potuto leggere qualcosa.
Che cosa stava facendo? In un paesino poi!
Niente più locali di Londra, niente negozi in centro o... niente di quei posti che non frequentava più da tempo.
Niente di ciò che non le sarebbe mancato.
Strinse a sé la borsa. Una voce le suggeriva di risalire in auto e andare via, e nello stesso tempo quel vento, che ora scopriva piacevolmente caldo, le scompigliava i capelli e la invitava a restare. Era una voce che placava, bisbigliava parole che non capiva ma che assomigliavano a un “sei a casa”.
Avanzò verso la porta, i tacchi si infilavano tra le pietrine bianche che fingevano di costruire un sentiero, mentre quello vero, in lastricato, portava all'entrata della libreria. Accanto alla porta una campana di ottone lucido sembrava essere la nuova arrivata, proprio come lei.
Suonò poco convinta, ed era lì in attesa quando quasi lanciò un urlo sentendo qualcosa che si strofinava contro le gambe e minacciava pericolosamente i suoi collant ricamati. Un gatto grigio, apparso non capiva da dove, la stava guardando e puntava all'insù il suo nasino umido d'erba. Amabel si irrigidì e cercò di arretrare di un passo.
- E tu da dove sbuchi? Non vorrei offenderti, ma non sono molto amante dei... felini. Non è qualcosa di personale, capisci? -
Quello, per tutta risposta, allungò entrambe le zampe anteriori sulla sua gamba, e Amabel divenne un palo di cemento, trattenendo perfino il respiro. Quelle calze erano costate troppo e non le aveva messe che due volte, inclusa quella, visto che non c'erano state grandi occasioni. E poi non amava né quelle effusioni né tantomeno i gatti.
- Shakespeare, lascia stare Amabel! Sei tu, vero? Come è andato il viaggio? Io sono Emily. -
Sulla soglia era apparsa una donna dal sorriso roseo e i capelli di zucchero. Non era particolarmente esile e nemmeno molto alta, ma gli occhi erano profondi e caldi come due castagne.
- Piacere. Sì, sono io. Il viaggio è andato bene, solo... -
La donna raccolse il gatto tra le braccia e si scansò per farla entrare.
- Spero tu non sia allergica. -
- Allergica? -
- Ai gatti. In effetti qualcuno mi aveva detto di specificarlo nell'annuncio, ma sai com'è l'età. A volte... sono sbadata. -
- Oh, no, non sono allergica. Mia madre lo è e per questo non abbiamo mai tenuto un gatto. E diciamo che non so bene come trattarli. -
Emily alzò un sopracciglio liberando Shakespeare, pronto a saltare su una sedia a dondolo accanto alla finestra.
- Ma come i bambini, in che altro modo? Sono saggi e liberi, proprio come loro. Siedi, siedi. Ci prendiamo un tè per conoscerci un po'. -
Amabel si guardò intorno.
Ancora prima di vederne i dettagli avvertì il gradevole profumo della casa di campagna, la fragranza della lavanda, l'odore del lino appena stirato, forse proveniente dalla candida tovaglia sul tondo tavolo di legno, e un aroma di biscotti. Poi scorse le tende bianche alla finestra, legate da un nastro lilla, una stufa a legna in un angolo, una cucina vecchio stile con ganci da cui pendevano pentole di rame e mensole su cui erano allineati barattoli con spezie di ogni tipo. Il forno spento emanava ancora calore.
Si sedette stringendo a sé la borsetta, era tutto così diverso dal suo appartamento londinese. Julie le diceva sempre che, anche se fosse arrivato Sherlock Holmes in persona, non avrebbe mai capito nulla di lei da quelle stanze impersonali.
In realtà, quella casa a Bibery era diversa anche da qualsiasi altra avesse mai visto. Tutto sommato avrebbe potuto pensare di aver attraversato il confine e di essere arrivata in un altro Stato, se solo non avesse saputo che era impossibile.
- Ecco qui. -
Emily posò sul tavolo due tazze di porcellana e una teiera su cui erano dipinti dei fiordalisi, quindi andò a prendere un piatto di biscotti che emanavano un profumo buonissimo, anche se non avrebbe saputo dire quale fosse l'ingrediente.
- Va bene solo il tè, la ringrazio. -
- Non sarai mica a dieta? Voi ragazze, sempre a badare alla linea. Non ne hai bisogno e poi questi biscotti portano solo buon umore. -
- In effetti io sarei a dieta perché, vede... se fai la commessa in un negozio di moda... -
- Ma ora non lo fai più. Tieni, assaggiane uno. -
Amabel allungò la mano tentando di sorridere. In fondo quella era la sua datrice di lavoro e padrona di casa, pareva brutto insistere nel rifiutare.
Come mise il biscotto in bocca, un gusto delizioso animò ogni papilla gustativa: era un sapore unico e mai provato, ma nello stesso tempo riconobbe che sapeva di infanzia, dei pomeriggi ai compleanni delle amichette – quelli con i dolci fatti in casa - e degli assaggi che il vecchio panettiere bonariamente le regalava, dei croissant e delle paste appena sfornate.
- Davvero buonissimo, cosa c'è dentro? -
- Qual è il tuo biscotto preferito? -
- Non so, forse... al cioccolato. E cioccolato e arancia. -
Si bloccò: ora che l'aveva detto pareva che fosse proprio quello il sapore che non era riuscita a decifrare: l'agrumato che pizzicava la lingua, il cacao di una dolcezza rotonda.
- Allora ho indovinato - sorrise l'altra, versandosi nuovamente il tè. - Vuoi che ti spieghi il lavoro? Anche se non c'è molto da dire. -
- Sì, certo. -
Emily indicò una porta pitturata di azzurro, l'unico elemento di quel colore presente nella stanza.
- Appena apri, c'è un breve corridoio che porta alla libreria. Non è uno di quei posti alla moda, è una libreria indipendente. Vedrai. -
Amabel guardò verso il confine che divideva quel luogo rassicurante da un altro, che era spesso stato protagonista dei suoi incubi. Ce l'avrebbe fatta?
- Per il resto credo fosse tutto chiaro. Sopra c'è la tua stanza, con entrata autonoma da quel portoncino verde in fondo al cortile. Non l'avrai notato, scommetto, perché vicino c'è un grosso cespuglio di salvia e rosmarino. Hai anche un tuo angolo cottura, e naturalmente il bagno privato. Ricordi tutto l'annuncio? -
- Mi ricordo bene, era particolare. Si offre lavoro in una libreria, oltre alla paga sono compresi l'alloggio in un monolocale arredato e indipendente, colazioni e un pasto al giorno. -
Un gatto saltò sulle ginocchia di Emily, un altro gatto, notò Amabel, perché questo aveva il pelo rosso.
- Lui è Byron. Come vedi, io sono sempre qui con loro, mi farebbe piacere avere compagnia per qualche pasto della giornata, quando preferisci. In realtà, per me andrebbe bene ogni volta che vuoi, ma non devi sentirti obbligata. E, visto che nell'annuncio non era specificato, se preferisci posso anche solo preparare per te e tu consumare il pasto di sopra. -
Le sue labbra si erano piegate all'ingiù e teneva lo sguardo sul gatto, che continuava ad accarezzare con gesti lenti.
Manuela Chiarottino
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