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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Federico Flore
Titolo: L'osteria del Girfalco
Genere Racconti Romanzo
Lettori 476 1 1
L'osteria del Girfalco
Storia del Girfalco.

È giusto però partire dalla storia del Girfalco, dalla nascita fino ad ora. Il nome dell'osteria racchiude infatti un'origine tutta sua, e gira sul nome di un rapace, il Girifalco o Girfalco, appunto. Anticamente conosciuto come Gerfalco, è un nobile rapace, simile ai nostri falchi ma un po' più grande e dal piumaggio più schiarito. Il nome del rapace è molto poco conosciuto qua da noi, ma ai tempi c'era un' “Osteria del Falco” ed era gestita da due fratelli che dopo un litigio, sicuramente legato a quattrini e divisioni sbagliate, problemi di gestione vari, si separarono.
Il secondo, più piccolo, testardo come pochi, lasciò l'osteria con l'idea di aprirne una nuova, anche perché non aveva esperienza in altri lavori. Ricercò nei libri, della prima biblioteca cittadina, un nuovo nome di rapace trovando il suddetto volatile pur di mantenere l'accezione “Falco” nel nome della nuova osteria, che è sempre stata qua, nello stesso stabile, nella stessa porta, da un secolo e mezzo, poco più. Il fratello ribelle prese poi il soprannome di Grifalco, una storpiatura del nome dell'osteria, più semplice da pronunciare mentre l'altro era chiamato Falco e basta, come la sua osteria, che non c'è più da chissà quanto tempo, e chissà dov'era. La rivalità si concluse che il Falco, visti i pochi guadagni vendette la sua e andò in pianura a cercare fortuna.
Grifalco continuò a gonfie vele e diede in eredità l'osteria e il proprio soprannome al primo figlio maschio e così via per altre tre generazioni diventando famosi in tutta la città e non solo. Anche i forestieri cercavano ristorazione al Girfalco, vista la fama del posto.
Di loro non si sa tanto altro, solo qualche storia confusionaria, ma forse l'ultimo Grifalco l'abbiamo conosciuto.
Dell'osteria però qualcosa si sa. Ad esempio che ha cambiato un po' di proprietari dagli anni settanta ad oggi. Principalmente questi erano investitori che non vivendo il locale in prima persona, non vedendo profitti netti, vendevano al primo offerente.
Il Girfalco è stato inoltre un covo antifascista negli anni duri della seconda metà del ventennio, dove venne tramutato in semplice cantina di trasformazione e stoccaggio dei vini, senza insegna appesa, per poi ritornare osteria pubblica successivamente, con l'avvento della Repubblica. Per il periodo del ventennio infatti viene ricordato con onore per aver ospitato, o meglio, protetto nelle cantine interrate alcuni ebrei prima, verso il quarantuno o quarantadue e partigiani poi, durante i vari rastrellamenti tedeschi dopo l'otto settembre del quarantatré. Le antiche botti sono ancora fuori nel cortiletto interno, restaurate a dovere, levigate e coi cerchi ben verniciati di nero, per poter essere esposte come ornamento. Dopo la guerra la fama venne meno, e si ripartì quasi con fatica, ma si cercò di mantenere, modernizzando e provando a riportare agli antichi fasti il locale. Poi a metà degli anni '70 la crisi e continui cambi di proprietà.
Nonostante tutto il nome non è stato mai cambiato e il vessillo della sagoma di un girfalco campeggia all'esterno su una tavola d'epoca forse originale, con su scritto “Hostaria del Gerfalco”, il nome originale. Tale nome viene riportato anche sul primo documento depositato nelle Registro pubblico delle imprese, nel 1878 e fieramente esposto sulle pareti.
Lo si ritrova anche su un bassorilievo su un blocco di trachite incastonato nel muro esterno che raffigura il rapace, mentre all'interno era raffigurato su di un arazzo rettangolare di due metri quadrati riprodotto recentemente da un artigiano locale, uno dei colli qua fuori porta, che lavora all'antica, uno d'altri tempi, un po' come noi.

Dicembre 1979

Le cicale fuori dal Girfalco quella sera non avevano ancora smesso di frinire. Un alienante frinito cosmico che ci si porta dietro per mesi interi e sembra di sentirlo anche in inverno quando è solo un lontano ricordo, come il caldo.
Percorremmo qualche metro dalla strada centrale nelle strette vie medievali del borgo inurbato, ed entrammo in osteria, per evitare il fastidioso suono misto al caldo umido e appiccicoso della città. Discendemmo i quattro scalini e i prendemmo posto sui vecchi sgabelli di legno al lungo bancone sulla nostra destra, ordinando ovviamente da bere.
Dopo una ventina di minuti di chiacchere tra noi, ovviamente vane e fine a se stesse, si sedette quasi solitario, un vecchio operaio, padre di un amico, meglio conoscente, della zona, partito per l'estero a cercare fortuna, in nord Europa, a Copenaghen forse. Ci guardò incuriosito, i baffi canuti, la barba incolta e la schiena incurvata, si sedette con noi, proprio nello sgabello accanto al mio.
Ordinò qualcosa e prese parola dopo alcuni minuti, schivo e soprattutto stanco.
Esordì parlando con una ragazza sulla trentina, bionda e ben curata, che passava e ripassava dietro di noi. Si conoscevano, sicuramente molto bene e si scambiarono un affettuosa stretta di mano e un timido sorriso. Lei si congedò affettuosa, lasciando frettolosa il locale e cominciò a parlare con noi; si capiva che aveva voglia di combattere la solitudine. Scavato nel viso, stanco e tirato, esordì parlando del figlio, che sapeva che conoscevamo, della moglie andata via troppo presto qualche anno prima, del padre partigiano oltre che alcuni aneddoti della sua gioventù, del suo trasferimento qua in borgata.
Aveva un aria estremamente malinconica. Restammo con lui un lasso di tempo che sembrò diventare quasi indefinito, tra birre e amari e discorsi pienamente antifascisti. Ma la cosa che fece fermare tutti fu questa che riporto, come se fosse lui a raccontarla nuovamente. Una storia di tempi passati, ma ancora vividi.

“Faceva freddo, era fine autunno o inizio inverno, e il quartiere non era dei migliori della città, ma nemmeno dei peggiori.
Stavamo seduti su un marmo, freddo come il ghiaccio, le nuvole vagavano coprendo la luna calante e le stelle, le poche che si intravedevano nella cortina di smog cittadino.
E allo smog si aggiungevano l'inquinamento luminoso di luci arancioni, gialle, e i semafori lampeggianti della notte.
Per non farci mancare niente di capitalistico e artificiale, accanto a noi, riposava una banca colma di denari e speranze in una via piuttosto trafficata e imborghesita di giorno, come contorno al quadretto apparentemente romantico. I lampioni fermi glaciali sembravano piazzati là apposta e auto silenziose come spie ai bordi della strada.
Qualche aeroplano a bassa quota, sordo, rompeva il nostro silenzio.
Speravo che cadesse almeno un motore, magari sopra la discoteca che era lì vicino. Un'ambiente a noi nemico
Stavamo vicini, ma non vicini come fidanzati o coppietta patetica, vicini e basta, e oltretutto mi ci gelavo il culo su quel marmo.
Mi guardai nei pressi per vedere se c'era del cemento o un qualcosa che non fosse così gelido su cui posare le mie nobili chiappe da proletario.
Lei non se ne preoccupava, in quanto aveva trovato un calorifero accanto a lei, con tanto di cuscini e coperta.
Sembrava accucciata su un sofà altolocato, sorseggiando del tè caldo davanti al camino fumante.
E io non ero né un sofà e ci si congelava dal freddo; per essere sul mare sembrava che fossimo su al nord, in montagna, a Canazei, sulle rive del lago di Braies, dove si cominciava ad andare a fare i turisti.
O al polo Nord, nella Tenda Rossa.
Il tè invece era in realtà della birra sgasata e andata.
Nonostante tutto, freddo, lampioni auto e lei accanto, non mi dispiacevano affatto, anzi.
In quel periodo odiavo particolarmente la città di per sé, da labile montanaro. Troppo caos, traffico motorizzato infinito, e poi gli aerei in decollo e atterraggio, che dissenso, avrei fatto chiudere le piste al momento.
Anzi l'intero aeroporto.
Odiavo le luci di dicembre delle raffinerie oltre il golfo e quelle delle petroliere che si puliscono le intestina a largo, ma anche lei del resto non la pensava diversamente da me.
In realtà erano veramente spettacolari viste da lontano, ma non le sopportavo. Odiavo l'odore di piscio degli ubriaconi dei quartieri dei popolani proletari, odiavo la puzza di frittura e catrame nei giardini comunali.
Nonostante il mutismo selettivo di entrambi, il clima era quasi piacevole. Non mi annoiavo di certo come quando prendo in mano una penna e scrivo.
O quando pigio i tasti della vecchia Olivetti che ha ancora oggi, il suo fascino.
Dannazione.
Provai a godermi o meglio vivermi il momento, quel preciso istante, anche se odiavo il romanticismo e ce ne fosse un briciolo in me, non lo esternavo mai, lo uccidevo prima che arrivasse il suo tempo.
Come tutto, infatti, anche il momento finì, oppure volemmo farlo finire noi. Fatto sta che il dubbio rimane ancora dopo anni, eppure rimane impresso là, nelle curve impervie della memoria.

Un rumore di lamiere che si contorcevano in alcuni istanti, ci interruppe dal crogiolarci lì, al freddo.
Gettai un grido di reazione, forse una bestemmia o imprecazione, lei pure, insomma, mi spaventai.
Ci girammo di scatto e dietro di noi vedemmo un auto sopra altre auto parcheggiate, nemmeno un segno di frenata, solo lamiere da ogni parte, e quattro ragazzi ubriachi, quasi della nostra età che scendevano come se nulla fosse. Certo barcollavano, ma erano estremamente ubriachi che uscivano dalla discoteca antistante. Uno lavorava in fabbrica, ed era il proprietario della Citroen ormai in rottame.
E poi sirene, ambulanza, proprietari delle auto distrutte leggermente alterati, urla, polizia, e spettatori ubriachi.

E poi solo noi.

E in seguito più niente.

Poco dopo ce ne tornammo a casa e al diavolo l'incidente di quei ragazzi, che tanto stavano bene, che forse se l'erano anche cercata. Facemmo tappa a casa mia, che vivevo già da solo, e la mattina dopo l'accompagnai a casa.
Scorgemmo da fuori un barbone bivaccava nel suo androne delle scale, poveraccio, sembrava quasi un montanaro fuori dall'habitat, la lasciai sull'uscio e addio, girai i tacchi. Più che montanaro freddo e gelido sembravo alessitimico, dove gli stati emotivi erano visibilmente irrecepibili.
Un bacio, una carezza, una foglia che si posava a terra, una foto che si spezzava prima che fosse portata a sviluppare in camera oscura.
La pioggia della notte nei lampioni era un evento che sembrava quasi unico, da fotografare, da imprimere nelle pellicole di celluloide Kodachrome.
Lei era bella, magnifica, una persona perfetta per me, ma troppo, troppo, estremamente paranoica.
Ho le immagini della sera, impresse catturate come con una Lomokino, solo immagini sfocate e nessun suono definito, anche perchè non parlammo. Anche perchè non ricordo quasi più il suono della sua voce. Non era acuta e non era fastidiosa come certe voci che si sentono in giro, ma si abbinava bene alla sua personalità, cucita su misura per me.

Dopo quella sera, ci rivedemmo ancora, e ancora per del tempo, poi più niente, quasi all'improvviso. E quattro o cinque mesi, non ricordo, la rincontrai in strada, per caso era arrabbiata, forse con me, col mondo, ma la freddezza regnava in noi.
Glielo lessi negli occhi ma non me l'ha mai detto, quindi posso tuttora dedurre, una mia versione dei fatti. Non so di preciso cosa ci sia successo.
Federico Flore
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