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Writer Officina
Autore: Francesco Grimandi
Titolo: Sacrilegio
Genere Giallo Storico Medievale
Lettori 521 2 15
Sacrilegio
Le indagini del Vicario di Giustizia Jacopo Lamberti.

Bologna, 9 marzo 1327, primo mattino

— È sparita! — esclamò la badessa alzando le braccia al cielo, a ribadire l'enorme disgrazia abbattutasi sul convento.

Jacopo la guardò, cercando di assorbire più informazioni possibili sull'ambiente che gli risultava quanto mai estraneo.

La donna, piuttosto alta, gli stava di fronte sovrastandolo con lo sguardo fiammeggiante di chi ha subito un grave torto. Tuttavia, dopo l'esibizione di collera, aveva riportato le mani avanti a sé, riassumendo una posizione più pudica e consona alla sua vita religiosa, benché ricoprisse un ruolo autoritario.

Il viso, tondo e levigato, era tirato in una smorfia d'attesa che non riusciva a dominare. Jacopo l'osservò mantenendosi con la luce delle torce alle spalle, nel gelo della cripta che gli penetrava i vestiti e gli entrava nelle ossa. Odiava il freddo e odiava essere coinvolto in situazioni del genere. Annuì quasi con rassegnazione.

La badessa era forse più giovane di quello che sembrava. Il corpo non era ancora sfiorito sotto l'abito severo che il suo ordine le imponeva. Conservava quelle attrattive peculiari di qualunque donna e solo esaminandola meglio Jacopo notò la cura con cui le ciocche di capelli erano state nascoste sotto il velo che cadeva morbido sulle spalle racchiudendole il capo.

Il volto, tuttavia, era pallido. Anche nella luce scarsa che rischiarava la volta bassa e umida. Prima di scendere con lei, Jacopo le aveva chiesto ragione della convocazione, dato che la sua giurisdizione civile non comprendeva i luoghi di culto.

Ma la badessa lo aveva prontamente rassicurato, dicendo che presto il motivo per cui il furto lo riguardava gli sarebbe stato evidente. Jacopo però continuava a non trovare il nesso, benché si arrovellasse a valutare ogni eventuale connessione.

Qualcosa gli sfuggiva e iniziava come a sentirsi in colpa.

— Scusate, ma non capisco. Che cosa vi hanno sottratto?

La badessa si fece da parte indicando l'altare che le stava alle spalle, rimasto fino a quel momento defilato nell'ombra.

— È stata rubata la teca d'argento in cui sono custoditi i poveri resti della nostra venerabile patrona, Diana d'Andalò!

La forza imperiosa dietro a quello scatto le scintillò negli occhi, come se tutto ciò che li circondava fosse ai suoi ordini.

Jacopo pensò a come potessero sentirsi le altre monache.

Preferì ignorarlo. Ormai, era invischiato in quella storia.

Gettò uno sguardo all'altare, oltre il quale emergeva una nicchia con un'immagine votiva, in cerca di eventuali indizi.

Due ceri spenti ne presidiavano i lati, il ripiano di marmo risultava spoglio, ma una lamina di piombo riposava solitaria da parte, sulla nuda pietra, come se qualcuno l'avesse appena scalzata e rimossa, lasciando un vuoto rettangolare al centro.

Jacopo si fece avanti per studiare più da vicino i dettagli.

Passò le dita nell'incavo buio, non incontrando niente di particolare, a parte la polvere. Evidentemente, il ladro era al corrente del contenuto e doveva essere andato a colpo sicuro.

Mosse un passo indietro, sempre sotto gli occhi da aquila della badessa, controllando se vi fossero altri segni di scasso.

Non essendo mai stato lì, non era semplice intuire se era stato spostato qualcosa. Scosse la testa. Poteva cercare graffi o altre tracce, ma al momento non notò nulla di significativo.

— Quando non si ha più rispetto per l'Altissimo, ahimè, questi sono i risultati! — sentenziò severamente la superiora.

Jacopo l'ignorò e andò a prendere una torcia per far luce.

La cripta si trovava un piano sotto la chiesa del convento e per raggiungerla avevano sceso una corta scala a chiocciola dai gradini di pietra. Non vi erano altre uscite, ragionò tra sé.

Il ladro o i ladri dovevano avere usato quell'accesso per entrare. Di sopra tramite la navata della chiesa si accedeva al cortile esterno del chiostro, il fulcro del convento. Durante il giorno, con il continuo viavai delle monache, era impossibile passare inosservati. Ma sarebbe bastato aspettare il buio o un orario in cui le religiose si ritiravano in preghiera o a dormire per poter muoversi indisturbati. Tuttavia si doveva possedere una buona dose di fegato o di cieca disperazione per ignorare le difficoltà di una simile impresa.

Ore prima aveva diluviato, e la terra era ancora fradicia.

Alcuni canali in città era straripati, fortunatamente senza gravi conseguenze, per poi ritornare nel loro alveo, lasciando quantità di detriti a indicare il limite dove l'acqua era giunta.

Le vie vicino al Cavaticcio e alle Moline erano ingombre di erba, rami e terra trasportati dalla corrente del fiume Reno, e le abitazioni erano segnate sui muri da lunghe strisce gialle e limacciose che le prossime piogge avrebbero forse ripulito.

Quelle che cercava erano tracce di fango, ma lì sembrava tutto asciutto. Se qualcuno aveva attraversato la sala ipogea, i suoi piedi dovevano esser stati al riparo dal gran temporale.

La badessa gli si accostò, mentre era intento a esaminare il percorso tra l'altare e la scala scandito dalle colonne che si innervavano nel soffitto a crociere. Assomigliava alla Chiesa del Crocifisso in Santo Stefano ma l'ambiente era più stretto.

Negli occhi della religiosa lesse una sorta di rimprovero.

— Cosa state facendo? — domandò accigliata la donna.

— Stavo svolgendo le mie valutazioni — rispose Jacopo cercando di mostrarsi rispettoso malgrado non si divertisse a trovarsi in quel luogo e in quella situazione senza un motivo.

Fuori le nubi si erano schiarite, facendo largo a un timido sole, però ora sembravano addensarsi sul volto della badessa.

— Notavo che non vi sono impronte — le disse Jacopo, indicando il pavimento pulito con un gesto della mano libera.

— Se ve lo chiedete nessuno l'ha lavato! Lo vedete nello stesso stato in cui si trovava, quando ci siamo accorte che era sparita la preziosa teca con le reliquie.

Jacopo studiò la donna vicino a sé, sembrava dire il vero. Il tono della superiora era carico di irritazione, ma non erano le condizioni del pavimento a infastidirla. La replica, piccata, lasciava trasparire altro.

— Siete a conoscenza di qualcosa che io dovrei sapere?

— Prima terminate il vostro esame poi mi aprirò con voi.

— Come preferite. Le funzioni si sono svolte al piano di sotto? Intendo dire, non vi sono stati cambiamenti di rilievo?

— No — confermò la monaca, anche se il suo volto ebbe una nuova contrazione. Ma la mascella restò serrata come se trattenesse ciò che voleva aggiungere.

Jacopo fece correre di nuovo lo sguardo attorno, sui muri e sulle torce fumiganti che non riuscivano a intiepidire l'aria.

Quell'ordine così ostentato e solenne doveva costare non pochi sforzi alle fedeli custodi del luogo sacro, assorbendone ogni briciolo di energia e di impegno. Era comprensibile che volessero riavere indietro quanto prima ciò che era stato loro sottratto per ristabilire l'equilibrio sciaguratamente infranto.

— Se riuscirete a ritrovare la reliquia — disse la badessa, quasi gli leggesse la mente, — dovremo informare il vescovo e indire una messa solenne per purificare la cripta della santa. È importante che tutto sia a posto, prima di ricollocare la teca nell'altare, si tratta del bene più prezioso che custodiamo qui.

— Non attendetevi sviluppi fulminei — l'avvisò Jacopo.

La badessa si girò verso di lui fissandolo con aria delusa.

— Mi è stato detto che siete il migliore in città per questo tipo di lavoro. Inoltre, ne siete anche doppiamente coinvolto.

Jacopo si drizzò sulla schiena, sentendosi punto nel vivo.

— Perdonate, chi vi ha fatto il mio nome? E perché sarei coinvolto?

La badessa gli sorrise quasi fosse convinta di aver esteso una sorta di potere su di lui. — Venite, Vicario, non abbiamo motivo di rimanere, quello che dovevate vedere l'avete visto.


Convento delle monache di San Domenico.

La badessa si inginocchiò davanti all'altare, poi subito si rialzò, in tutta la sua ragguardevole altezza. Jacopo l'osservò adagiare un panno di lino sul buco nella pietra ruvida lasciato dalla teca rubata, scuro e vuoto quanto l'orbita di un teschio.

— Torniamo di sopra, lì avrò modo di spiegarvi — disse la madre superiora, precedendolo, indicandogli col mento la scala a chiocciola in fondo alla cripta mentre teneva sollevati i bordi della veste per non inciampare.

Jacopo seguì la sua snella figura, in silenzio, riflettendo.

Nel breve tragitto scavò nella sua mente, in cerca di idee.

Continuava a risentire le parole pronunciate dalla donna, e pensava a come potesse essere coinvolto in quella vicenda.

Sbucarono in una cappelletta che dava sulla navata della chiesa sovrastante. Benché apparisse vuota, la badessa puntò decisa verso la sagrestia, accanto all'abside, sul lato opposto.

Il luogo di culto non aveva niente di speciale, rispetto ad altri santuari. A Jacopo sembravano tutti grosso modo uguali nella loro spartana freddezza, neanche dovessero ricordare le sofferenze della vita a chi li visitava, e il polvere alla polvere come consolazione finale.

Nell'aria percepì un vago sentore di incenso, bruciato da poco, che lottava con il vischioso abbraccio dell'umidità che trasudava dalle pareti. Alcune fiammelle votive ardevano nel silenzio della chiesa, anche se giorno. Un segno di innegabile opulenza per le monache.

Prima di infilare la sagrestia, lanciò un ultimo sguardo al grosso portone che chiudeva l'entrata principale, bloccato da una robusta trave di legno posta di traverso sui suoi sostegni.

A parte quello, non aveva scorto altri accessi all'interno.

Quando varcò la soglia della sagrestia era ormai del tutto concentrato sulla sua indagine. Entrò nel vasto ambiente, ove la badessa si era già accomodata su una panca lucida e scura.

— Prego — gli disse accennando alla sedia davanti a sé.

Ancor più che nella chiesa vuota, le parole echeggiavano potenti e sonore. A Jacopo sembrò di vivere dentro un sogno, per quanto possedesse l'infallibile certezza di essere sveglio.

Trovò la strada verso la sedia, oltrepassando suppellettili varie, e si accomodò in un incuriosito e reverenziale silenzio.

Non sapeva se dipendeva dal suo carattere ma sentiva di attirare i personaggi più strani, anche se dopo l'aiuto ricevuto dal notaio Bambaglioli la sua vita era nettamente migliorata.

— Vi ho fatto chiamare — attaccò la badessa, — perché, oltre a essere un uomo di giustizia, siete stato tirato in causa. Una persona che afferma di conoscervi, e risulta coinvolta in questa storia, ha richiesto solo voi come suo unico difensore.

Jacopo la scrutò a disagio. — Ignoro chi possa essere qui al monastero. Di chi parlate? — D'un tratto, la sedia sotto il suo sedere divenne scomoda quanto un riccio pieno di aculei.

Cercò di far viaggiare la mente veloce come un fulmine, ma i pensieri non furono di aiuto. A chi si riferiva la badessa?

La madre superiora iniziò a giocare con il crocefisso che portava al collo, mentre l'osservava rosolare nell'incertezza. Poi, fingendo una modestia che non le apparteneva, senza un minimo di scompostezza, gli scandì sotto al naso: — Marta!

Jacopo scattò indietro, stringendo le labbra, come avesse ingoiato del fiele. Non poteva credere a quanto aveva sentito.

Non si era ancora riavuto dalla sorpresa che una porta si aprì.

I suoi piedi e le ginocchia erano come inchiodati, quando la rivide. Il taglio maschile e la tonaca dimessa non potevano nascondere quel volto tanto familiare, che lo riportò di colpo a dieci anni prima, e a una serie di ricordi che credeva placati.

Marta avanzò nella stanza con evidente disagio; la prima occhiata non fu per la madre superiora ma per lui. Dietro alla porta, doveva averne riconosciuto la voce, probabilmente era per quello che il suo sguardo sembrava implorare il suo aiuto senza parlare. Un'altra monaca la scortava, tenendola per un braccio. L'aria impaurita di Marta era piuttosto eloquente. In qualunque guaio fosse finita si trattava di una faccenda seria.

Jacopo si alzò in piedi di slancio, rispondendo come a un richiamo, ma subito tornò in sé, ricordando chi era e che cosa faceva lì al monastero. Scrutò Marta, senza fiatare. L'azzurro dei suoi occhi e il piccolo neo che aveva sul mento non erano mai sbiaditi nei suoi ricordi, se ne rese conto in quell'istante.

Ma non aveva neppure dimenticato le parole che si erano detti quando lei aveva deciso di troncare la loro relazione per entrare in convento. Si avvicinò, finché non furono di fronte.

Stentò a credere di trovarsi lì. Per quanto avesse sofferto, pensava di aver rimosso quei fatti come si fa con un lutto ma certe cose ti seguono sempre. La sua espressione da fanciulla era incisa nella sua mente, come se l'avesse intagliata con un coltello. E il dolore patito per il suo abbandono era lo stesso. Tuttavia, dietro l'aspetto tirato per quel che adesso sembrava spaventarla, Jacopo intuì che fosse molto cambiata da allora.

— Quindi è vero che vi conoscete — affermò la badessa.

Jacopo si voltò verso di lei e le fece un segno affermativo con la testa. La madre superiora accolse il cenno tendendo le labbra e piegando il capo di lato in un'espressione riflessiva.

Jacopo avrebbe voluto comprendere quello che le girava per la testa. La loro stima reciproca non risultava ai massimi.

Nell'atmosfera cupa della sagrestia che sapeva di chiuso la tensione era palpabile. La conversazione stava assumendo la piega di un interrogatorio.

La madre superiora si sistemò meglio sulla sua seduta, e gli lanciò un'occhiata significativa. — Vicario, vi trovate qui in quanto rappresentante della Legge e tutore dell'ordine. Da voi mi attendo un atteggiamento inflessibile e irreprensibile.

— Reverenda madre, non occorre me lo rammentiate. So quali sono le mie funzioni. Ritengo di poterle svolgere anche in queste circostanze.

Dopo il reintegro nel suo incarico di Vicario di Giustizia, Jacopo era tornato al lavoro con maggiore impegno di prima. Non vi sarebbe diventato ricco, ne conosceva i limiti. Ma era l'unico mestiere che sapesse svolgere onestamente e gli dava da campare in maniera dignitosa. Aveva sperimentato quello che significava rimanerne senza e non voleva tornar indietro. Anche se le difficoltà non erano cambiate, la paga gli faceva comodo e non aveva ancora dato corso alla promessa fatta al notaio Graziano Bambaglioli di diventare una delle sue spie.

La badessa indurì l'espressione del volto. Non sembrava abituata che qualcuno le rispondesse, però se ne sarebbe fatta una ragione, valutò Jacopo. Non conosceva la sua casata. Ma se non fosse diventata Madre Superiora, con tutta probabilità avrebbe finito per vessare i braccianti che lavoravano le terre di famiglia. E comunque non era detto che non lo facesse lo stesso, durante qualche sua sporadica visita alla casa paterna.

La sua presenza emanava un piglio di comando assoluto.

— A parte gli incarichi del vostro ufficio, mi è stato detto che possedete un discreto talento nella soluzione dei misteri. Qui ne abbiamo appunto uno — disse la badessa mordendosi il labbro inferiore, mentre l'esaminava da capo a piedi, come un mercante attratto da una compravendita durante una fiera.

Jacopo si sentì in imbarazzo. Per quanto non nutrisse una soggezione particolare nei riguardi del suo status sociale, sia religioso che temporale, non poteva ignorare l'autorità legale che esercitava su Marta. L'altra monaca presente, quella che la tratteneva con aria da guardiana, sembrava invece rivestire un ruolo marginale.

— Le mie doti sono al vostro servizio, reverenda madre.

Marta dal canto suo si agitò. A Jacopo apparì persino più bella di quando erano giovani e temerari. Secondogenita, con due fratelli piuttosto ribaldi, si era fatta donna. Il suo sguardo aveva perso parte della sua purezza e ora scintillava freddo e calcolatore. Se non avesse indossato quella veste così logora, consumata sui gomiti, che sembrava portare sempre, avrebbe attirato gli sguardi di ogni uomo che si fosse imbattuto in lei.

— Il monastero ha sempre custodito le reliquie di Diana d'Andalò, capite quindi che la loro sparizione è una tragedia. Ciò che vi chiedo, Vicario, è di usare i talenti di cui disponete per ritrovare quanto prima la teca che ci è stata rubata, poiché il cardinale Bertrando del Poggetto ha domandato di vederla.

La badessa strinse gli occhi, spingendo il mento in avanti e incrociando le braccia, in attesa di ascoltare la sua risposta.
Francesco Grimandi
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