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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
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Autore: Linda Campesi
Titolo: Etnie Extraplanetarie
Genere Fantasy Fantascienza
Lettori 621 9 16
Etnie Extraplanetarie
Il Caso Amicizia.

1-Ufo!

Era il tardo pomeriggio di Pasquetta e, anche se le giornate si erano già notevolmente allungate, ormai il cielo iniziava ad ammantarsi di tinte arancio rosate.
Irene Romanza e Mirella Toschi, chiacchierando tra loro, piegavano diligentemente le tovagliette e raccoglievano buste e sacchetti del tradizionale pic nic di Pasquetta sul monte Plebi, che guardava pacioso la campagna circostante Olbia.
Dionigi Toschi giocava con Martina, la nipotina di sei anni, figlia di sua sorella e del signore distinto che fumava in disparte un sigaro cubano, di cui andava orgoglioso. Attilio Balsani non era esattamente quello che si dice un padre affettuoso, perlomeno nei confronti della minore delle figlie, la quale tendeva a cercare affetto presso lo zio.
- Ma non sarebbe stato più logico aspettare dopo Pasqua, per l'inizio dei lavori? - domandò Mirella a sua cognata. - Eh! E lo dici a me? - sbuffò Irene: - È quello che ho detto anch'io dato che, dopo avermi buttato all'aria bagno, cucina e camera di Emma, adesso si sono fermati non solo per il fine settimana, ma anche oggi e domani! - recriminò.
- E, naturalmente, vi tocca arrangiarvi con la mansarda - commentò Mirella.
- Già, e meno male che ce l'abbiamo, dato che Emma ci deve anche dormire! A proposito, proposito, dove caspita è finita? -

Emma Romanza, diciotto anni, occhi di un incredibile verde menta, screziati da venature più scure e lunghi e ondulati capelli di un intenso color castagna striato di rame, per nulla interessata ai discorsi delle due donne, si era allontanata dalle panche all'ombra degli alberi, inoltrandosi nel sentiero tra i cespugli che salivano su per la collina, nel tentativo di vedere meglio lo strano globo di luce di un fluorescente bianco azzurrognolo.
Quello decisamente non era un aereo: di certo non sarebbe schizzato da una parte all'altra come stava facendo quel globo luminoso che, un momento sembrava prendere una determinata direzione, e subito dopo riluceva da tutt'altra parte!

A ogni spostamento, compiuto a velocità vertiginose, l'oggetto cambiava colore e dirigeva in cerchio i fasci luminosi, colpendo diverse zone della campagna circostante.
Possibile che, proprio lei che si interessava particolarmente all'argomento, stesse entrando nella casistica dei testimoni di avvistamenti UFO?
Per non lasciarsi sfuggire una sola delle evoluzioni di quella luce cangiante, si era portata dietro Regolo, il suo fido tablet e ora, ferma su una roccia piatta, disseminata di muschio, Emma, scorrendo le opzioni sullo touch screen, scelse la fotocamera e puntò l'apparecchio verso il cielo, filmando l'oggetto.
“Ci sarà qualcuno dentro?” Non poté fare a meno di domandarsi, con il cuore che le rimbombava nelle orecchie.
Improvvisamente l'oggetto, dopo aver compiuto un'ultima vertiginosa evoluzione, si trasformò in un'incandescente palla di fuoco ed esplose nel silenzio più assoluto, scomparendo oltre il versante opposto. Per qualche secondo le fiamme derivanti dall'esplosione fumarono in cielo, riflettendosi nei suoi grandi occhi verdi sgranati per lo stupore: “Sto sognando!”.
- Buh! -
Emma sussultò, rischiando di farsi volar via Regolo dalle mani. Lo riafferrò al volo, stringendoselo al petto protettiva, come fosse stato un pupetto.
Voltandosi fulminò con le iridi verdi il suo tutore, Dionigi, e la piccola Martina, che si sbellicava dalle risate, mentre l'uomo si limitava a un sorrisetto a labbra strette. - Dico, ma siete impazziti? - li apostrofò, spegnendo in fretta la fotocamera del tablet.

- Scusa, Emma - trillò la bimba dalle treccine castano chiaro, continuando a ridacchiare: - Era troppo divertente farti uno scherzo! - .
- Sééé! Ringrazia che sono io e non tua sorella! - sogghignò Emma, mentre assestava un leggerissimo scappellotto alla nuca della bambina, alludendo alla super altezzosa Ludovica, pur sapendo che il suo tutore Dionigi disapprovava questo genere di battute sulla maggiore delle nipoti.
- Infatti tu sei più brava! - sorrise candidamente Martina, aggrappandosi con le manine a quella libera della cugina, mentre si incamminavano tra i cespugli, diretti alle panche di legno.

- Guarda, zia Irene! Io e zio Dionigi l'abbiamo trovata! - esclamò Martina orgogliosa, come fosse stata reduce da una missione della massima importanza, correndo verso la madre e la zia. - Ooh, brava Marti! - sorrise Irene, accarezzando la testolina della figlioccia, e apostrofando Emma: - Ma dov'eri sparita tu, senza dire niente a nessuno? -
- Non avete visto quella luce, prima? - chiese lei, aggrottando le sopracciglia e indicando verso l'alto.
- Quale luce? - chiese la zia.
- Un globo luminoso che non poteva essere un aereo perché... beh, facciamo prima se ve lo faccio vedere! - sentenziò, aprendo Regolo e cliccando sulla galleria dei video.
Quando aprì l'ultimo, però, comparve una schermata scura, cosparsa di puntini grigi danzanti, come un televisore guasto.
- Ma cosa... -

- Non si vede niente! - esclamò Martina, delusa.
- Sicura che il tablet non abbia preso colpi? - si intromise Dionigi.
- Direi proprio di no! - scosse la testa, decisa, Emma, spostando Regolo da una parte all'altra in cerca di campo: - Prima l'ho preso in tempo - ricordò, riferendosi a quando lo stesso Dionigi e Martina l'avevano spaventata.
- Dai, dopo a casa lo controllerai con calma - disse Irene, facendo cenno di avviarsi alle macchine, parcheggiate poco più giù.
- Allora, è stata una bella giornata... - iniziò Mirella, prima che la figlia la interrompesse chiedendo, con tono di supplica: - Posso andare da Emma e gli zii? - .
- No, amore, stasera no - rispose Mirella, scuotendo la testa.
- Dai, mamma, non si torna domani a scuola! -
- Non discutere, tua madre ha detto di no - intimò Attilio lapidario, facendole abbassare gli occhi azzurro slavato, l'unica caratteristica che i due avevano in comune.
Emma impiegò ogni grammo della propria forza di volontà per trattenersi dal fulminare con lo sguardo il cognato dei suoi tutori, non riuscendo a sopportare l'eccessiva severità con cui questo trattava la figlia piccola, un modo completamente diverso da come trattava la primogenita.

- Amore... - intervenne Irene con dolcezza, sistemandole dietro l'orecchio un ciuffetto sfuggito dalle treccine: - Purtroppo adesso abbiamo i lavori di ristrutturazione in casa ma, se vorrai, potrai venire a dormire appena saranno finiti - .
La bambina annuì, rincuorata: era piuttosto facile da convincere, bastava prenderla per il verso giusto.
- Grazie, Irene. Sei gentilissima - la salutò Mirella, sfiorandole il braccio in segno di gratitudine: - Dai, Marti, andiamo - esortò poi, tendendo la mano alla figlia, la quale, prima di avvicinarsi alla madre, si buttò ad abbracciare Emma.

I suoi tutori erano molto affiatati con i loro altri parenti, lei invece non ci si trovava esattamente a proprio agio, vista la poca considerazione che mostravano per lei.
Tra loro, l'unica ad apprezzarla davvero era Martina, che la considerava la sua cugina maggiore, anche se in realtà non erano veramente parenti, come il suo caro papà, Attilio, non mancava di ricordarle ogni volta che la chiamava “cugina”.
Per Emma era molto meglio così, dal momento che, se Martina era una bambina piacevole, la sorella maggiore era una delle persone più indigeste che lei conoscesse!

Quella sera stessa, nella palazzina al 22 di via Monte Bianco, dopo aver consumato la cena nell'appartamentino di fortuna allestito in mansarda, comprendente un piccolo bagno, una minuscola cucina e camera da letto incorporata nel salotto, Dionigi e Irene scesero a vedere la TV nel soggiorno dell'attico, mentre Emma, dovendo comunque dormire in mansarda, preferiva rimanerci fin da subito, tra l'altro potendo guardare quello che voleva in televisione.
Quella sera, però, la accese più che altro per compagnia, perché la sua attenzione era nuovamente rivolta a Regolo, per cercare di capire che problemi avesse la fotocamera.
La connessione dati funzionava e poi non ci voleva internet, per vedere i video girati dall'apparecchio! Infatti qualunque filmato cliccasse poteva vederlo benissimo, così come quelli sul cellulare Torcularis, dunque il problema era per forza quel video!
Però, a ben pensarci, molte volte aveva letto che non era insolito che con i filmati di presunti UFO capitassero cose come quella, rifletté arrotolandosi attorno all'indice un ciuffo di capelli, in un gesto abituale.
Provò nuovamente ad aprirlo e, con sua grande sorpresa, si vedeva e con una qualità piuttosto buona: la sgargiante luce multicolore, che saltava avanti e indietro, era ben visibile e l'esplosione, vista da lì, pareva persino più vicina di quanto non fosse stata realmente!
“Ma com'è possibile?” si domandò, sbalordita: “Perché diamine sembrava tutto in tilt quando l'ho fatto vedere? Momento! E se fosse proprio questo il problema? Che per qualche strana ragione possa essere visto solo da alcune persone e da altre no? Interessante.” Emma infilò la lunga maglia e i leggeri pantaloni che fungevano da pigiama: l'indomani sarebbe corsa a mostrare il video ai suoi due migliori amici, che non erano ottusi come i suoi parenti e non erano indifferenti all'argomento UFO!

La mattina precedente la fine delle vacanze pasquali, nel luminoso soggiorno, arredato con mobili antichi della villetta della zona di via Roma, affacciata sul golfo, il diciottenne Federico Ghibaudi era preso dal suo gioco elettronico in 4D che consentiva di entrare fisicamente all'interno della TV, proprio come se si trattasse di un'altra stanza, e partecipare alle indagini dei film polizieschi.
Si trattava di una tecnologia sperimentale, applicabile semplicemente collegando la console al televisore tramite un dispositivo capace di aprire una sorta di tunnel in grado di permettere lo spostamento del giocatore tra la realtà e il mondo virtuale.

Era suddiviso in diversi livelli, sempre più complessi, nei quali il giocatore passava da vittima a sospettato, da assassino ad assistente dell'ispettore e, all'ultimo livello, diventava il capo della squadra, affiancando l'ispettore stesso.
Federico poteva orgogliosamente vantare il fatto di trovarsi al quarto livello, ed era più che sicuro che gli ci sarebbe voluto pochissimo per conquistarsi il quinto.
C'era però un piccolo svantaggio: quando era immerso nei casi di omicidio, il ragazzo, dai corti e ricci capelli neri e gli occhi grigio perla, non udiva nulla di quello che succedeva nella realtà quotidiana.
Così, quando il suono del campanello si diffuse per tutta la casa, fu sua sorella, la diciannovenne Cristina Ghibaudi, a udirlo dal bagno piastrellato di rosa e bianco, mentre stava uscendo dalla doccia.
Strizzandosi i riccioli rosso fuoco, socchiuse la porta e si affacciò sul corridoio: - Fedeeee? - gridò e attese alcuni secondi prima di tentare nuovamente: - Per favore, apri, dev'essere Emma! - .

Ancora una volta attese ma, poiché non arrivava alcuna risposta, non tardò a intuire che cosa stesse trattenendo il fratello.
“Eh, i casi da risolvere sono troppo impegnativi!” brontolò, tra il divertito e l'esasperato e afferrò il cellulare, appoggiato su una delle mensoline di vetro alla parete.
Mentre aspettava sul pianerottolo, Emma sentì Torcularis vibrare nel taschino anteriore dello zainetto e vide su Whatsapp il messaggio di Cristina che recitava: “Scusa Em, quel testone di mio fratello è di nuovo impegnato con i suoi 'casi di omicidio'. Mi asciugo e ti apro :)”
Emma sorrise e digitò: “Tranquilla Crì, aspetto”.
Certo, visti lunghezza e volume dei capelli della sua migliore amica, probabilmente avrebbe potuto aspettare lì fuori tutta la mattina! Chissà, magari sarebbe venuto a prenderla qualche bell'alieno, come...
Neanche il tempo di finire il pensiero, che una sorridente Cristina, con i lunghi riccioli ancora umidi, venne alla porta.
- Gli indizi portano tutti in quella villa abbandonata, signore - dibatteva Federico con l'ispettore virtuale Paul Jenkins, nella stazione di polizia di “Investigazione Criminale”, quando venne interrotto da un insistente bussare, che richiese alcuni secondi per rendersi conto che il rumore non faceva parte del gioco, almeno finché si accorse che personaggi non reagivano.

Infatti, guardandosi alle spalle, vide che, oltre al vetro del televisore, c'erano ad aspettarlo sua sorella e la sua migliore amica, entrambe con le braccia incrociate e l'aria rassegnata.
“Ho paura che per il momento mi toccherà archiviare l'indagine” pensò il ragazzo, portandosi la mano alla tasca dei jeans e premendo il tasto “pausa” del telecomando.
Intorno a lui, tutti i personaggi si bloccarono e il ragazzo li oltrepassò, diretto al vetro che lo separava dal mondo reale.

- Beh, era in forma oggi l'ispettore Jenkins? - chiese Emma, con un sorriso divertito che faceva scintillare maliziosamente i suoi grandi occhi verdi.
- Eravamo vicini a una svolta importante - rispose il ragazzo: - Avevamo appena scoperto che uno dei nostri sospettati principali aveva una villa in campagna in cui nessuno metteva piede da almeno trent'anni e... - cominciò a spiegare accorato, come si fosse trattato davvero di vita o di morte.
- Ah, ah, dai non preoccuparti! - lo interruppe Emma, battendogli un leggero colpetto sulla spalla: - Penso che troverai interessante anche quello per cui sono venuta io - .
Si accomodò sul divano di pelle bordeaux come a casa sua, dal momento che frequentava casa Ghibaudi fin dalla quinta elementare, e accese Regolo.
Federico squadrò l'apparecchio con occhio critico: - Certo che dare un nome a tablet e cellulare... - ridacchiò. Non riusciva a capacitarsi di certe manie dell'amica, pur conoscendola da tanti anni.
- Te l'ho detto tante volte, Fede, rende tutto più originale e personale, e poi questi apparecchi ci rendono un gran servizio! - rispose Emma per l'ennesima volta, digitando il pin.
- D'accordo, passi Regolo, ma Torcularis! -
- Quello l'ho scelto perché Torcularis Septentrionalis è il nome di una stella della costellazione dei Pesci, il mio segno zodiacale - spiegò Emma: - O preferivi un nome come Kullat Nunu? - sogghignò, citando un'altra stella della costellazione dei Pesci. Con suo sollievo, appena selezionato, il video partì senza inghippi, mostrando chiaramente la luce multicolore che compiva le sue evoluzioni vertiginose nel cielo sopra Plebi, prima di trasformarsi in una palla di fuoco e sparire oltre la collina da cui veniva osservata.

- Quello è decisamente un UFO! - saltò su Federico, entusiasta.
- Non me lo dire! - boccheggiò Cristina, i grandi occhi zucchero di canna che sembravano voler schizzare fuori dalle orbite, tanto erano sgranati.
- È successo ieri, a Plebi, dopo il picnic - spiegò Emma, esaltata: - I miei zii non si sono accorti di nulla e non hanno nemmeno potuto vedere il filmato - .
- Come sarebbe? Non si può non accorgersi di una cosa del genere! - esclamò Federico, già dimentico delle sue indagini nel metaverso.
- Eppure è così - insistette Emma, non riuscendo neanche lei a capacitarsene: - E quando ho provato a farglielo vedere, lo schermo era grigio, come se la fotocamera fosse andata in tilt! -
- In effetti ieri, a un certo punto, abbiamo sentito un boato da casa di nonna e zia Nora! - ricordò Cristina.

- Ah sì, è vero! - annuì Federico: - Però poi non ci abbiamo più pensato perché zia Nora ha detto che più a nord erano previsti temporali - .
- Già, come quello di Roswell era un pallone sonda! - ribatté Emma, sarcastica, continuando a chiedersi come mai alcune persone fossero in grado di vedere il filmato e altre no.
- Infatti! - concordò il giovane: - Dobbiamo assolutamente fare un sopralluogo! Sapresti indicare la zona in cui è avvenuta l'esplosione? - chiese, speranzoso, all'amica. - Beh, dovrei tornare nel punto da cui l'ho vista e da lì saprei indicare il versante dietro cui l'UFO è scomparso - annuì Emma, desiderosa di continuare a indagare sulla faccenda.
- Tanto, il mezzo per arrivarci lo abbiamo! - esclamò il ragazzo, frugando in una delle tasche dei jeans e agitando le chiavi della Jeep, dalle quali non si separava mai, nemmeno in casa.
- Da quando abbiamo la patente, quasi quasi vuole prendere la macchina anche per andare al supermercato qui dietro - ridacchiò Cristina: - Fede, già che ci sei, comincia a mettere l'acqua per la pasta sul fuoco, va'! - .

2- INCONTRO SUL MONTE PLEBI

- Guido io! - esclamò Federico un'oretta dopo, mentre uscivano di casa diretti alla Jeep ereditata dal nonno Alfredo.
Il ragazzo non vedeva l'ora di guidare fin da quando era alle elementari e, compiuti i diciotto anni a fine febbraio, si era iscritto immediatamente a scuola guida, concludendola in un paio di mesi scarsi.
Cristina invece, pur essendo maggiorenne già dall'anno precedente, l'aveva presa più per necessità che per un reale desiderio, poco prima del fratello.
Emma, dal canto suo, era costretta ad aspettare la fine della scuola, per eccesso di impegni improrogabili.

L'unico modo per arrivare alla roccia in mezzo ai cespugli, da cui Emma aveva realizzato il filmato, era percorrere uno strettissimo sentiero che si inerpicava tra i folti arbusti, lasciando la macchina a lato della strada panoramica, anche se, secondo Federico, portarla fino all'area picnic sarebbe stato un gioco da ragazzi.
- Sì, certo! E poi per uscirne ti fai la strada stretta e in discesa tutta a marcia indietro? - lo rimbrottò Cristina.
- Ma più tempo passa, più di le possibilità di trovare qualcosa si riducono! - ribatté il ragazzo che, da quando aveva imboccato la strada panoramica verso il colle, aveva avvertito una crescente sensazione di inquietudine.
- Giusto, quindi noi due iniziamo ad andare, mentre tu cerchi parcheggio - propose Emma, saltando giù dall'auto, con Cristina che la seguiva lungo il sentiero per le panchine, quando, dietro ai rami di un lentisco, si stagliarono due uomini, dall'imponenza di armadi a due ante, vestiti con completi e lunghi cappotti neri, le teste coperte da cappelli cilindrici dello stesso colore, così come gli enormi occhialoni che celavano i loro occhi. La carnagione, di un bianco tendente al grigiastro, conferiva loro un che di spettrale.
Le due ragazze si scambiarono uno sguardo colmo di inquietudine, il cuore che martellava loro la gabbia toracica.

“Ma che?” si disse Emma, mentre i due energumeni le scrutavano immobili, la pelle che, colpita dai raggi del sole, diventava semitrasparente, facendoli apparire quasi fumosi. Con tutte quelle sterpaglie non sarebbero dovuti riuscire ad arrivare così, dal nulla, senza fare il minimo rumore! Però la loro inquietante presenza non faceva che confermare che lì, qualcosa di strano ci doveva essere per davvero, vista la loro preoccupante somiglianza ai Man in Black che si dice compaiano in casi di avvistamenti UFO.
- Documenti - ordinò perentoriamente uno dei due, con una fredda voce metallica, talmente inumana da mettere i brividi.
“Neanche per idea!” pensò Emma, indignata. Eppure, sia lei che Cristina, avvertirono come una qualche forza superiore che, inspiegabilmente, le obbligava a rovistare nelle borse e tirar fuori le loro carte d'identità.
Posteggiata la Jeep, Federico spense il motore e tirò il freno a mano.
Si infilò in tasca la chiave, fece per slacciarsi la cintura, ma venne distratto da alcuni colpi al finestrino. Si voltò, dando per scontata la presenza di Emma e Cristina ma si trovò di fronte, al di là del vetro, un uomo dagli occhi piccoli, ma acuti ed evidenti per le iridi color sodalite e l'espressione vispa, che risaltavano sulla carnagione molto chiara; i lisci capelli color miele un po' a spazzola, con qualche ciuffo ondulato, che arrivavano a metà collo congiungendosi a una sottile striscia di barba che contornava il viso.

Indossava quella che sembrava una tuta spaziale, stretta e rigida a collo, polsi e caviglie, con un pulsante sulla cintura blu scuro, che emanava una singolare luce blu argenteo e che sembrava aderire come una seconda pelle al suo fisico prestante e asciutto.
“Ma che accidenti...” si domandò il ragazzo, riaccendendo il motore per aprire il finestrino, guardingo. Non si fidava a scendere così a colpo sicuro.
- Salve, ragazzo. Il mio nome è Galhad - lo salutò lo sconosciuto, levando la mano sinistra. Perlomeno non sembrava avere intenzioni bellicose!
- Devo chiederti di seguirmi immediatamente, tua sorella e la tua amica sono nei guai. - - Cos...? - il ragazzo non fece in tempo a completare l'esclamazione, che quello strano personaggio era già diretto alle panche, e sembrava intenzionato a superarle. Federico si trovò a osservare, suo malgrado, gli stivali da cowboy, dalle suole spesse almeno cinque centimetri, che sembravano incorporati con i pantaloni della tuta.

Più perplesso che mai, non poté far altro che rincorrere il visitatore e seguirlo fino alla base del sentiero, dove le due ragazze erano tenute ferme da due brutti ceffi ammantati completamente di nero: “Man in black?”. - Questi li teniamo noi - stava asserendo uno dei due loschi figuri, infilando il tablet di Emma e i cellulari di entrambe nelle tasche interne dei giacconi neri. - Magari... non preferireste una cosa del genere? - azzardò Emma, cercando di conferire alla propria voce la sfumatura più innocente che le riusciva e tendendo loro una penna a sfera venuta fuori dal guazzabuglio stipato nel suo zainetto.
“Ma che diamine sta dicendo?” pensò Federico.
In un istante, Galhad aveva già estratto dalla cintura una sorta di arma lucente, che sembrava un misto tra una pistola e un teaser dalle forme più arrotondate. - Ora basta! - intimò, con tono fermo, palesando la sua presenza.
Le due ragazze si voltarono di scatto e anche loro poterono vedere il “cowboy spaziale” che precedeva Federico e puntava la sua strana arma contro i due uomini in nero che le sovrastavano. Gli occhi, di un profondo blu screziato di nero e bianco, trasmettevano decisione e, quando incrociarono quelli di Cristina, il suo cuore perse un colpo e lei ebbe la sensazione che le saltasse fuori dal petto per rotolare giù dalla scarpata. - Sai benissimo anche tu che i terrestri non devono sapere, Agente Aru - ringhiò freddamente uno dei due Man in Black, e i ragazzi non avrebbero saputo dire se fosse una loro impressione, oppure se davvero la sua sagoma avesse cominciato a farsi tremolante: - Svolgiamo i rispettivi compiti senza crearci problemi - li esortò il cowboy spaziale.
- I terrestri sono un problema per la sicurezza interplanetaria - abbaiò l'altro Man in Black: - E se gli Agenti Aru continuano a contattarli, diventano parte del problema - . - Se non volete lasciarci in pace di vostra volontà... - sospirò Galhad, sfiorando il bottone centrale della sua arma facendone partire due sottili raggi blu violaceo, che andarono a colpire i due, avvolgendoli completamente e scuotendoli come se avessero infilato le dita in una presa elettrica.

I documenti e gli oggetti requisiti alle ragazze piombarono sul terreno, come se ciò che li conteneva si fosse liquefatto, e uno sbuffo di fumo azzurro fu tutto ciò che restava dei due uomini in nero.
“Bene!” pensò Emma, facendo scorrere gli occhi dai sempre più deboli riccioli di fumo al proprietario della strana arma: “Direi che abbiamo appena assistito a uno scontro tra alieni!”.
- Li hai... uccisi? - chiese Federico al visitatore spaziale, tra l'ammirato e il preoccupato.
- No, no - scosse la testa l'uomo, divertito, riponendo l'arma: - Quelle erano soltanto immagini proiettate a lunga distanza, non si trovavano qui con i loro corpi fisici come voi e me - spiegò gentilmente. - I filamenti di energia hanno momentaneamente dissolto quelle immagini in tante particelle. Per un po' saranno costrette a viaggiare allo stato aeriforme, finché non si ricongiungeranno con i corpi materiali che le hanno originate - .

“Ecco come hanno fatto a comparire senza che nemmeno ce ne accorgessimo!” realizzò Emma, chinandosi a raccogliere cellulare e tablet.
Aveva letto tante volte dei Man in Black che spuntavano all'improvviso per intimorire le persone, anche se spesso venivano fuori da vetture nere... inadatte a quel posto. E comunque, erano riusciti a prendere i loro oggetti senza difficoltà, sebbene si trattasse solo di immagini. Diamine, come potevano delle immagini apparire così corporee e addirittura riuscire a prendere gli oggetti?
- Comunque, come ho detto poc'anzi a Federico... - riprese l'uomo, facendo sgranare gli occhi al ragazzo (“Come cavolo fa a sapere il mio nome?”): - ...Io sono Galhad, piacere di fare la vostra conoscenza - si presentò, tendendo la mano verso Cristina, che non aveva ancora spiccicato parola e continuava a fissarlo.
- Ehm... Crì... - le sussurrò Emma, dandole un colpetto al gomito, mentre Federico ridacchiava per il torpore di sua sorella.
Oh! - esclamò la ragazza, riscuotendosi di colpo e affrettandosi a porgere la propria mano per accettare la stretta: - Certo... Cristina, piacere! - disse tutto d'un fiato, con le guance talmente accese da non essere distinguibili dai suoi capelli.
- Puoi anche chiamarla Crì - scherzò Federico, con gli occhi scintillanti di monelleria. Non sapeva perché, ma gli venne spontaneo dare del tu a quel singolare visitatore.
- Solo se lo vorrà lei - rispose tranquillamente Galhad, apparentemente parlando con Federico, ma in realtà rivolto a Cristina, della quale ancora teneva la mano nella propria.
- Certo - mormorò Cristina, rispondendo al sorriso con dolcezza. Forse non avrebbe dovuto acconsentire, perché di norma non permetteva agli sconosciuti di chiamarla con quel diminutivo, però aveva la strana sensazione di potersi fidare di lui. - Però dovresti anche dirci come fai a sapere i nostri nomi - richiamò nuovamente la sua attenzione Federico.
- Sì, beh... - rispose Galhad, con aria meditabonda, lasciando la mano della ragazza, che si sentì come privata di colpo di una fonte di calore. - In effetti, il suo nome è l'unico che non conosco - ammise, accennando a Emma, la quale si affrettò a rimediare.
- Emma - disse subito, levando la mano, piuttosto perplessa all'idea che conoscesse i nomi dei suoi amici e non il suo.
- Ottimo. Direi che è il caso di cominciare a darvi qualche spiegazione - disse l'uomo, con un sorriso rassicurante.
Li invitò a seguirlo su per il sentiero tra i cespugli e si fermò sulla roccia ricoperta di muschio dalla quale Emma aveva avuto l'avvistamento. - Quelli che avete visto sono Gara Indugutk, che probabilmente conoscete meglio come “uomini in nero” - cominciò a spiegare Galhad.
- I Man in Black, giusto? - specificò Federico, e il loro soccorritore confermò con un cenno del capo.
- Io invece sono un Akrij, ovvero un abitante di Arianda, un pianeta che orbita intorno alla stella binaria Aru - .
- Un vero extraterrestre! - saltò su Federico, con gli occhi fuori dalle orbite: - Cioè, non che ci fossero dubbi, con quei fulmini che hai sparato, eh! - si affrettò a chiarire, sollevando le mani.
Galhad scoppiò a ridere e i tre ragazzi non tardarono a seguirlo.
- In effetti, avevo già letto che i Man in Black... o Gara Indugutk - si corresse Emma: - si presentano ai testimoni di avvistamenti UFO per ordinar loro di non farne parola con nessuno. Quello che non capisco è perché! - .
Galhad sospirò, come se lui stesso non gradisse la risposta a quella domanda: - I Gara Indugutk funzionano a livello galattico come i servizi segreti sulla Terra e operano affinché le realtà aliene a questo pianeta vengano mantenute segrete ai terrestri, ecco perché si sono comportati in quel modo, con voi - rispose, lanciando uno sguardo dispiaciuto alle due ragazze, neanche fosse stata colpa sua, tanto che Cristina si sentì in dovere di rivolgergli un piccolo sorriso per fargli capire che era tutto a posto.
- Hanno la capacità di proiettare la loro immagine anche in più luoghi contemporaneamente, e questo conferisce loro un enorme potere. Però, quando un'immagine viene neutralizzata, come io ho fatto qualche minuto fa, per un po' di tempo gli originali si indeboliscono e hanno bisogno di ricaricarsi per poter riprendere le loro operazioni. - Fece scorrere lo sguardo color sodalite sui tre ragazzi, prima di proseguire con le spiegazioni: - Con loro sono in aperta competizione gli Agenti Aru, la polizia cosmica di Arianda, di cui faccio parte e che prende il nome dal sistema Aru - .
A quel punto, i ragazzi non faticavano a credere alle parole di Galhad.

- Ma, se i Gara Indugutk vogliono tenerci nascosta la verità sugli extraterrestri, tu, o chi per te, cosa ne pensate? - indagò Emma, scrutando attentamente l'Agente Aru.
- Domanda intelligente, Emma - si complimentò Galhad: - Noi Agenti Aru siamo favorevoli alla cooperazione tra gli Akrij e i Terrestri. Infatti, quando qui sulla Terra correvano gli anni cinquanta, alcuni dei nostri hanno provato a renderla possibile tramite un'operazione che ha preso il nome di “Caso Amicizia” - .

- Ma allora è vero che ogni tanto contattate dei terrestri in gran segreto come tu hai fatto con noi adesso? - domandò Federico, curioso di saperne di più. Anche Cristina ed Emma pendevano dalle labbra dell'Akrij.
- Proprio così - annuì Galhad: - Lo facciamo fin dagli albori della civiltà terrestre. Ora, però, è meglio che andiate - li avvisò. - Pian piano vi spiegherò meglio le ragioni del mio arrivo sulla Terra e vi racconterò come funzionano le cose sul mio pianeta - .
A Cristina dispiacque che quella conversazione fosse durata così poco ma, tutto sommato, se il visitatore Akrij aveva altre cose da raccontare loro, non sarebbe sparito senza dare più notizie, come si evinceva da molte testimonianze di contattati e addotti!
Inaspettatamente, quasi come se le avesse letto nel pensiero, Galhad posò una mano sulla sua con un tocco lieve: - Non è un caso se, tra tutti gli abitanti di questa città, siete stati proprio voi a incontrarmi, ragazzi - .
Così dicendo, frugò nella sua cintura blu, bordata di gocce d'argento, e ne estrasse una piccola piastra rettangolare, di colore tra il platino e l'argento, con la superficie ornata da tante piccole luci simili a diamanti, avvolta con cura in carta argentata. - Questa si chiama Om - spiegò, porgendola a Federico e, nel farlo, la mosse mostrando loro le luci che sembravano spostarsi sulla superficie: - Grazie a questo apparecchio, potrò contattarvi in qualsiasi momento - .

Quella sera, mentre sua zia Irene trafficava nella minuscola cucina della mansarda, Emma, chiusa nella cabina doccia, lasciando che il caldo getto d'acqua scorresse sul suo corpo snello, spalmato di bagnoschiuma alla vaniglia, ripercorreva mentalmente tutti gli eventi importanti di quella giornata, dal suo arrivo a casa Ghibaudi, fino all'incontro con Galhad e al dialogo avuto con lui, che aveva promesso altri incontri.
Si sarebbe presentato qualche altro Man in Black, o Gara Indugutk che dir si voglia, per cercare di insabbiare tutto, come da tradizione? E che cos'era il “Caso Amicizia” di cui l'Akrij aveva parlato? Non vedeva l'ora di poter cercare informazioni!
Volere a tutti i costi chiarezza era una sua spiccata caratteristica ma, nel suo caso, sembrava una presa in giro, considerando che non conosceva nemmeno le proprie origini!

Sì perché, per quanto avesse conosciuto i suoi genitori, Olofi e Amaryllis, suo padre era stato adottato dai coniugi Ernesto Romanza e Ines Lecci a soli cinque anni, senza che se ne conoscesse l'origine. Quanto al passato di sua madre, prima dell'incontro con Olofi, nessuno aveva mai saputo niente. Ora, entrambi erano scomparsi da tempo, sua madre quando lei aveva appena tre anni.
Proprio perché una delle sue caratteristiche consisteva nel voler andare sempre a fondo alle cose, non si era mai rassegnata al non aver mai saputo nulla del mistero legato a un incontro simile a quello di quel giorno.

Per un momento i grandi occhi, simili a cieli stellati, della creatura incontrata in montagna parecchi anni prima, le balenarono in mente come se fosse stata lì davanti a lei.
“Chissà se Galhad potrebbe sapere qualcosa al riguardo... certo non può essere un caso se eventi simili ti capitano due volte nella vita!” rifletté mentre fissava, senza realmente vederle, le minuscole goccioline che scorrevano sulle piastrelle dorate.

Cristina, con la leggera vestaglia verdolina a rombi bianchi ad avvolgerle il corpo, era in piedi davanti allo specchio a muro della sua camera, impegnata nell'ardua impresa di legarsi i lunghissimi capelli per la notte, ma erano talmente lunghi e voluminosi, che qualche ricciolo continuava a sfuggire dallo chignon. Ogni sera era la stessa storia ma, quella notte, la ragazza non sembrava farci troppo caso, compiva quei gesti in maniera meccanica.
I suoi pensieri erano decisamente altrove e del tutto incentrati su un certo visitatore Akrij, incontrato a Plebi quel pomeriggio: “Caspita, un vero alieno! Chissà se l'UFO che ha filmato Emma era la sua navicella spaziale... e poi i suoi modi di fare e quegli occhi!”.

Un brivido le corse lungo la schiena. Per tutto il viaggio di ritorno in macchina e il resto della serata, non era riuscita a pensare ad altro. Finora, il solo che avesse attratto la sua attenzione, era stato un giovane supplente che aveva avuto alle medie, e non era neanche il classico belloccio a dir la verità, ma era niente rispetto a come si sentiva ora, completamente sottosopra!
“E poi, se penso al modo in cui mi – ci – ha difeso da quei due! Proprio come un cavaliere con due damigelle in difficoltà...”.
Al ricordo di quella scena, il cuore sembrò aumentare vertiginosamente i battiti e una sensazione di caldo e freddo allo stesso tempo le investì lo stomaco.
“Ok, Crì, tu stai proprio delirando! Sai le risate se ti sentisse tuo fratello!” si rimbrottò da sola, cercando di riscuotersi: “Senza contare che non sai assolutamente niente di lui!” si mise in guardia, lasciandosi cadere di schianto sulla trapunta arancione.

Meno male che avevano deciso che, fino al fine settimana, sarebbe stato Federico a tenere la Om prima di passarla a lei, altrimenti non avrebbe resistito alla tentazione di guardare se ci fosse già qualche messaggio, peggio che con i cellulari!
Scuotendo la testa, come se questo aiutasse in qualche modo a scrollarsi di dosso quei pensieri, si infilò sotto le lenzuola di seta e spense l'abatjour, immergendo completamente la stanza nel buio.
Linda Campesi
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