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Autore: Giovanna Barbieri
Titolo: Silfrida la schiava di Roma
Genere Storico
Lettori 125
Silfrida la schiava di Roma

Prologo A.D. 394

Settembre, nei pressi del fiume Frigidus

C'era una quiete innaturale in quella terra boscosa, rotta solo dal lontano scroscio del fiume impetuoso. Tutti gli animali della zona erano fuggiti all'arrivo degli eserciti. L'astro infuocato era appena sorto quando Alarico si guardò intorno, prima dell'inizio della nuova battaglia. Era un po' nervoso, incerto sull'esito: la posta in gioco era molto alta. In lontananza intravedeva l'esercito di Eugenio, l'usurpatore e presto i suoi Goti, affiancati ai Romani comandati dal magister utriusque militiae Stilicone, e i milites romani nemici si sarebbero scontrati, decidendo le sorti dell'Impero Romano.
- Attaccate! - comandò Stilicone ad Alarico.
- Gli esploratori non sono ancora tornati a riferirti com'è il terreno, magister Stilicone - protestò seccato il capo dei Goti. - Non voglio inviare i miei uomini allo sbaraglio. -
I cavalli avrebbero dato il meglio solo su un terreno pianeggiante; se li avessero lanciati al galoppo sulle colline, i nemici li avrebbero trucidati.
- Non ne abbiamo il tempo. Il nemico è troppo vicino. Avanzate! - ordinò ancora l'ufficiale romano.
Gli occhi grigi di Stilicone luccicarono sinistri e il magister gli apparve come un lupo in caccia.
Vuole indebolire le truppe di Eugenio a nostro discapito.
Un sibilo di malcontento uscì dalle labbra di Alarico ma, nonostante l'inquietudine, intimò ai suoi guerrieri d'avanzare verso l'avversario. Iniziò il barritus di guerra, il grido terrificante che i Goti utilizzavano per spaventare il nemico. Per rendere il suono più agghiacciante si mise lo scudo sulla bocca, imitato subito da tutti i suoi uomini. Un rumore, come di tuono, riempì l'aria nei pressi del Frigidus. Tuttavia i leoni di Flavio Eugenio non fuggirono in preda al terrore.
- Carichiamo! - impose ai suoi guerrieri, squadrandoli uno per uno quando il canto terminò.
Nonostante la vista degli avversari caduti ai suoi piedi, ad Alarico fu subito chiaro che i pagani di Eugenio avrebbero vinto, in quel giorno di sangue. Stava combattendo a poca distanza da Wulfla e Oderic, due dei suoi più valenti e robusti guerrieri, falciando i nemici come un contadino le spighe di cereali, ma i combattenti dell'usurpatore si stavano difendendo con valore.
Oderic, che lottava alla sua destra, deviò con l'hairus un colpo di spatha diretto a lui. Il milites ostile si concentrò poi su Oderic e parando, in un primo momento, il fendente del guerriero goto, lo caricò ancora e ancora cercando di sopraffarlo. All'improvviso uno spruzzo di sangue raggiunse Alarico, chiazzandogli parte del viso, e lui si girò verso l'amico. La testa di Oderic gli rotolò ai piedi e la rabbia gli esplose in petto come un vulcano.
- Che tu sia maledetto da Dio, Flavio Eugenio! - sbraitò con quanto fiato aveva in gola.
Con poderosi fendenti guidati dalla collera, Alarico uccise l'ufficiale di Eugenio che si era macchiato della morte del suo guerriero. Poi continuò a lottare con i suoi cavalieri fino al calare delle tenebre e si ritirò solo quando fu impossibile distinguere l'amico dal nemico. Mentre gli avversari rientravano nel loro accampamento, lui e gli altri compagni uscirono in cerca sia della legna per le pire funerarie sia dei cadaveri appartenenti al suo Sippen, il suo clan. Non li avrebbero mai trovati tutti, ma Alarico sapeva dov'era caduto Oderic.
Ho legato suo figlio a mia figlia. Ghiveric è così giovane... ne sarà molto addolorato.
- Padre... - gemette il ragazzo quando lo vide ritornare nel cerchio dei carri con il genitore morto.
Il corpo di Oderic fu posato sulla pira e gli occhi cerulei del giovane guerriero si colarono di lacrime. Con voce tremante Ghiveric intonò il tradizionale canto funebre. Il suono, dapprima incerto poi squillante, s'alzò nella foresta seguito dai toni più baritonali degli adulti. Quando le ossa divennero cenere ogni combattente, stremato a causa del lungo giorno di battaglia, andò a riposare. Quella giornata era stata dura sia a livello fisico che emotivo.

La mattina seguente, al primo lucore dell'alba, Alarico s'avvide subito che un forte vento proveniente da est disturbava l'umore degli animali e degli uomini. Erano schierati di fronte all'imperatore Teodosio e lui poteva vedere in lontananza dei milites dell'usurpatore.
- Goti, stanotte ho sognato la disfatta di Eugenio e di Arbogaste, suo magister militum. Una tempesta si sta alzando e per noi potrebbe essere un vantaggio. Lottate e non risparmiatevi. Oggi si deciderà il destino dell'Impero e della cristianità! - li incitò l'imperatore.
I guerrieri Goti gridarono la loro approvazione e anche i Romani cristiani sbraitarono il loro disprezzo verso il traditore Eugenio e le sue truppe. Durante la mattinata, come predetto da Teodosio, il vento si rafforzò tanto che le frecce nemiche non riuscivano a colpirli.
Alarico gioì, osservando il panico sopraffare i rivali. - Stanno indietreggiando. Sterminiamoli - ringhiò, attaccando ancora con la sua gente.
Dio quel giorno fu benigno con Teodosio e la battaglia terminò a loro favore quando un reparto, che doveva prenderli alle spalle, tradì Eugenio e si schierò dalla loro parte. L'usurpatore fu così catturato e portato al cospetto dell'imperatore.
- Cala la scure - ingiunse Teodosio a un soldato romano robusto come un toro.
Questi era scuro di carnagione e aveva le braccia come tronchi d'alberi, sebbene non fosse molto alto. Un colpo netto e la testa di Flavio Eugenio rotolò sul terreno già impregnato di sangue. Il pensiero di Alarico volò alle sue perdite. Lui contava sulla ricompensa che l'imperatore Teodosio gli aveva promesso: solidi e miliarensi, insieme alla carica di magister militum; ciononostante non pensava che avrebbe perduto così tanti abili combattenti per ottenere i suoi obiettivi. Il magister militum nemico, Arbogaste, infatti, si era dimostrato molto preparato e scaltro quanto Stilicone.
- Goti, ho saputo che Arbogaste è fuggito sulle montagne. La sconfitta dell'usurpatore è completa, non ci saranno altri scontri - annunciò il magister utriusque militiae. - Noi rimarremo qui alcuni giorni, i feriti devono essere curati.
- Anche i nostri - lo fissò Alarico, segnalando ai suoi guerrieri di ritornare nell'accampamento goto.

Una settimana più tardi, il tanfo di sangue e di putrefazione impregnava ancora l'aria nei pressi del fiume, dove Alarico e i suoi uomini avevano collocato il cerchio dei carri. Il capo dei Goti trattenne il respiro, infastidito dall'odore, mentre il giovane Ghiveric se ne stava chinato ai suoi piedi cercando di accendere il fuoco per il pasto.
Questo è un luogo di morte, pensò depresso.
Lo sguardo gli cadde sul ragazzo e gli si strinse il cuore, ricordando Oderic caduto in battaglia solo due giorni prima.
Mi prenderò cura di lui e della madre. Poi ho legato Silfrida a lui.
Un servo romano tossicchiò e Alarico si riscosse.
- Il magister Stilicone ti desidera nella sua tenda. -
Alarico sospirò, un po' sfiduciato, e lo seguì. Superarono il vallum difensivo e s'inoltrarono tra le file di tende. Sapeva che i ripari degli ufficiali erano piantati nel centro di quel labirinto. Lo schiavo si fermò davanti a una tenda vigilata da molti legionari e lui entrò. Stilicone era seduto su uno sgabello e alzò gli occhi, grigi come nuvole in tempesta, dalla tavola usata come scrittoio.
- Vi siete comportati con onore e coraggio, oggi. Ritornate dalle vostre donne e dai vostri figli. - Stilicone lo congedò e Alarico gli sorrise compiaciuto: non desiderava altro, in quel momento.
- Noi partiremo per Augusta Ruairicum, nella Gallia occidentale, domani mattina all'alba - gli comunicò a sua volta il magister alzandosi e andandogli incontro. - T'informo, però, che molti legionari di Arbogaste sono riusciti a fuggire, anche se non credo che si faranno più vedere, non dopo il suicidio del loro magister militum - ghignò maligno, con una luce selvaggia negli occhi che lo faceva somigliare sempre più a un lupo.
Alarico sussultò di piacere, felice della morte dell'uomo che aveva costretto molti suoi guerrieri a entrare nell'aldilà. - Li uccideremo, se li troveremo sulla via - disse con freddezza.
Le sopracciglia di Stilicone parvero tremare un istante e la bocca prese una piega amara, quasi pentita. Alarico pensò che l'uomo dovesse comunicargli qualcosa d'importante, ma alla fine il magister specificò: - Provate con le imboscate, sono più numerosi di voi e meglio armati. -
In ultimo, l'ufficiale romano e lui si strinsero un braccio in sengno di commiato e Alarico non poté fare a meno di notare che l'uomo di fronte non era il tipico latino.
Suo padre è un vandalo. Un giorno anch'io otterrò una carica militare romana e terre da coltivare con la mia gente.
Uscì, non vedeva l'ora di rivedere Alana e Silfrida. La risata gioiosa della figlia di otto anni gli mancava, anche se non lo avrebbe mai ammesso di fronte ai compagni. Riunì i suoi combattenti e fu ben lieto di comunicare loro la dimissione.
- Guerrieri, tra poche ore partiremo per Poetovio e rivedremo le nostre donne. -
- Ben fatto, Alarico - lo lodò Ulrich, il suo cavaliere più coraggioso e saggio, scampato al massacro di quei giorni di sangue.
- Andiamo a riposare qualche ora. La giornata è stata molto dura - suggerì lui.
Gli uomini, esausti, si ritirarono, ma l'alba giunse fin troppo presto a destarli. Mangiarono qualche avanzo della sera precedente, poi sellarono le cavalcature e partirono al galoppo. Il tragitto non era molto lungo e avevano destrieri freschi a loro disposizione, ma anche i carri dovevano essere trasportati con loro.
A mano a mano che il piccolo gruppo s'avvicinava a importanti snodi commerciali, tuttavia, dovette competere con i carrettieri che trasportavano merci e con la folla di contadini che caricava sui muli i prodotti da vendere nei mercati cittadini. Così furono costretti a rallentare molto l'andatura dei cavalli.

Una settimana più tardi, il gruppo di guerrieri raggiunse l'accampamento, dove erano stanziati i bambini, le donne e gli anziani che non potevano combattere.
- C'è troppo silenzio. Dove sono tutti? - domandò teso Alarico a Ulrich. - Dove sono Alana e mia figlia? Dovrebbero averci udito, strano che non siano sulla via ad accoglierci. -
Con un nodo allo stomaco Alarico trottò fra i carri, accompagnato dal silente cavaliere, e vide il primo cadavere: Wulflarich, un vecchio guerriero lasciato a vegliare sulle donne, era stato trafitto da una spatha romana. Alarico smontò agile da cavallo e corse nel rifugio che condivideva con la giovane compagna, presagendo la tragedia.
- No! Alana! - Il suo morbido corpo giaceva immobile e in posizione innaturale. Trafitto dal dolore, Alarico cadde in ginocchio; il suo gemito di rabbia e di strazio risuonò nel tardo meriggio e al grido si unirono i lamenti degli altri cavalieri che avevano trovato le famiglie trucidate.
Quando si riprese, si guardò intorno in cerca di Silfrida; la chiamò, ma la figlia non comparve. Allarmato, uscì dal carro. - Dov'è Silfrida? L'hai vista? - domandò al primo guerriero che incontrò.
- I bambini sono tutti scomparsi. Rapiti, di sicuro - gli comunicò Ulrich con la fronte aggrottata e la voce arrochita di furia.
- Sono stati i romani! - sbraitò Alarico con le vene del collo prominenti, più simile a una lince inferocita che a un uomo. - Li ucciderò tutti, quei cani! I legionari di Arbogaste hanno bisogno di schiavi da vendere a Roma! -
- Anche Wuldala è scomparso - strepitò Wulfla.
- Hanno perduto la reputazione presso i senatori e hanno bisogno di miliarensi. Li inseguiamo? - indagò Ulrich con occhi che lanciavano saette.
- Sono troppo numerosi, meglio armati e hanno il vantaggio di giorni. Non riusciremo mai a riprenderci i nostri bambini. A quest'ora i legionari saranno già entrati nel nord italico e da lì i nostri figli saranno stati trasportati chissà dove. - Il cuore di Alarico sanguinò ricordando Silfrida, i soffici capelli biondi come il grano maturo e gli occhi verdi come le nuove foglie primaverili, così simile alla madre da sembrare una gemella e non una figlia. - Non avremmo dovuto lasciare che il nostro Sippen si stanziasse qui. Stai pur certo che odierò quei guerrieri senza Dio per il resto della mia vita e non accetterò più di combattere per i conquistatori romani. -
- Portiamo fuori i corpi e prepariamo le pire - suggerì Wulfla al colmo dell'ira.
Il combattente, robusto come un cavallo da tiro, sparì nel riparo della sua famiglia e ne uscì con il corpo della compagna di una vita. La reggeva con delicatezza, come se non pesasse nulla, nonostante la notevole stazza della donna. Alarico organizzò la raccolta della legna, trasportò all'esterno il corpo ormai freddo di Alana e la depose con amore sulla prima pira; con solennità e sentimento intonò il tradizionale canto funebre e gli altri guerrieri lo imitarono. Il suono baritonale si smorzò quando le ossa divennero cenere; la collera e la sofferenza, invece, rimasero incandescenti nel suo animo.
Quando i resti di Alana si raffreddarono, Alarico li raccolse in un contenitore per tumulare la compagna in patria. Cremarono anche tutte le altre donne, che non avrebbero più partorito figli ai compagni, e i combattenti anziani. Non desiderava lasciare Alana in quella terra; si era convertito al cristianesimo, ma le antiche usanze erano difficili da dimenticare. Doveva deporla nella tomba di famiglia con le armi e i gioielli.
- Domani all'alba partiremo per la Macedonia, qui siamo in pochi. Là incontreremo la nostra gente. Poi decideremo cosa fare - comandò rientrando nel suo carro e chiudendosi nel dolore.

Giovanna Barbieri
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