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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Alexander W. Powell
Titolo: L'abisso del cavaliere
Genere Avventura
Lettori 3103 16 19
L'abisso del cavaliere
Quella sera le strade di Ferula erano deserte. Attraversai il ponte in silenzio e mi fermai davanti al Cavallo Bianco. Benché il portone di legno fosse chiuso, riuscivo a sentire le grida che provenivano dall'interno. Spinsi il portone ed entrai. La luce era spenta e tutti i volti fissavano il palcoscenico. Strizzai gli occhi per orientarmi al buio e a piccoli passi mi avvicinai a un tavolo, poi mi lasciai cadere sulla sedia e guardai il palco.
Sul lato sinistro stava un ometto basso ed esile con indosso una giacca scura e un paio di pantaloni neri. L'ometto tirò una corda, le tende si spostarono verso l'esterno e rivelarono una ragazza con un abito nero e aderente. All'altezza del petto l'abito scollato lasciava intravedere i seni in mezzo ai quali la ragazza sorreggeva una rosa. Si levò un coro di applausi e fischi. Appoggiai le spalle allo schienale e fissai il palcoscenico. Quando il rumore cessò il pianista iniziò a battere le dita sui tasti, la ragazza si scostò un ricciolo nero dagli occhi e dalla sua bocca fluì una voce armoniosa e leggera.

“Perché non acceleri?” disse il merlano alla lumaca.
“C'è una focena dietro di noi e mi pesta come fosse ubriaca.
Guarda le aragoste e le tartarughe che dicono ‘Ti annoi?'
Ti aspettano sulla ghiaia e chiedono ‘Vieni a ballare con noi?'
‘Vieni o no, vieni o no, vieni a ballare con noi?'
‘Vieni oppure no, vieni oppure no, vieni a ballare con noi?'”

La ragazza si passò una mano tra i capelli biondi, impugnò la rosa e se la portò al naso. Chiuse gli occhi e annusò i petali, poi riaprì le palpebre e lanciò la rosa in alto. Tutti gli uomini scattarono in piedi e si gettarono sul fiore. Si levarono urla, scoppi e rumore di vetri infranti. I tavoli e le sedie si rovesciarono sul pavimento e un uomo sferrò un pugno a un altro, mentre i petali della rosa si sparpagliarono nell'aria. La ragazza riprese a cantare e i clienti iniziarono a battere le mani e a fischiare finché il sipario si chiuse sulla cantante. Le luci si riaccesero e un minuto dopo di fronte al mio tavolo si fermò una donna con un grembiule bianco.
“Che ti porto, ragazzo?” disse lei.
“Qual è il piatto del giorno?”
“Minestra riscaldata di zucca vuota e fagioli.”
“Bene, ne gradirei un piatto.” Infilai la mano nella tasca dei jeans ed estrassi un sacchetto di tela grande quanto un pugno e lo posai sul tavolo. “Per secondo vorrei una fettina di carne e contorno di verdure.”
“Ma certo. Abbiamo una bistecca di manzo, spirito di patate e teste di rapa.”
“Vada per il manzo e lo spirito di patate. Doppia porzione, per favore.” Presi il sacchetto di tela, sfilai il cordino che lo chiudeva e rivelai un mucchietto di monete d'oro. Ne afferrai due e le porsi alla cameriera. “E come dessert vorrei un pomo della discordia.”
“Purtroppo i pomi li abbiamo esauriti.” La cameriera abbozzò un sorriso e accettò le monete d'oro. “Però posso levare le castagne dal fuoco e servirtene un cartoccio.”
“Andranno benissimo, grazie.” dissi con un sorriso. “Scusate se ve lo chiedo, ma questa sera Florencia non è di turno?”
La cameriera si accigliò, poi mi rivolse un sorriso imbarazzato. “No, Florencia non lavora più qui da alcuni giorni. Il signor Passerini mi ha assunto dopo che se n'è andata. Sei un suo amico?”
“No, è solo che mio padre veniva spesso a mangiare qui; Florencia mi ha raccontato che ascoltava sempre i suoi racconti con piacere. È sempre gentilissima con tutti.”
“Così mi dicono, purtroppo non l'ho mai incontrata.”
“Perché ha lasciato il lavoro? L'hanno assunta da un'altra parte?”
Sul volto della cameriera comparve un viso quadrato.
“Non lo so, mi hanno solamente detto che si è trasferita altrove. Con permesso, vado a consegnare la tua ordinazione al cuoco.” La cameriera si allontanò dal tavolo e io mi guardai intorno. Sul tavolo accanto al mio scorsi alcuni fogli di giornale ripiegati. Tesi il braccio, afferrai il giornale e lo appoggiai sul mio tavolo. La prima pagina riportava a caratteri cubitali l'intestazione ‘Il brutto anatroccolo'. Subito sotto si leggeva: ‘Nuovi attacchi del Pennello Grigio – Il servizio completo a pagina 2'. Aprii il giornale alla seconda pagina e posai gli occhi sull'articolo.

Il Pennello Grigio colpisce ancora
Proseguono le indagini dei gendarmi
La Regina di Cuori promette la decapitazione immediata per il colpevole

Questa notte tre vittime hanno sofferto
del Pennello Grigio i vandalici atti.
Tutt'e tre hanno subito la sorte abituale:
al loro risveglio han rinvenuto stupefatti
il muro di casa di pittura grigio ricoperto.
Allarmati da questo spaventoso segnale,
i tre han controllato ogni effetto personale
scoprendo che a ciascun di loro era stato rubato
un oggetto o un ricordo tanto tanto amato.
A Geremia un pesce spada impagliato
che lui stesso tempo addietro aveva catturato
e che in salotto come trofeo aveva fissato.
Maria Canarina lamenta il furto della dentiera
tramandata nella sua famiglia da generazioni
mentre Juan Jubjub per il copricapo si dispera
e tutti piangon queste tragiche sparizioni!
Ai gendarmi, per fermar questa persona disonesta,
la Regina di Cuori ha dato le seguenti disposizioni:
“Trovatelo, arrestatelo e TAGLIATEGLI LA TESTA!”

“La tua minestra, ragazzo.” La cameriera posò un vassoio sul tavolo e, prima ancora che potessi ringraziarla, si allontanò. Afferrai il cucchiaio e lo immersi nella minestra, poi ripresi la lettura del giornale.
“Scusami,” disse una voce. Alzai gli occhi e davanti al mio tavolo vidi una ragazza bionda con un abito aderente nero. Era la cantante che si era esibita poco prima e teneva in mano un piatto di minestra.
“Ti dispiace se mi siedo qui?”
“No, prego.” afferrai il giornale e lo appoggiai sul tavolo vicino così da liberare lo spazio per il suo piatto.
“Ero curiosa di conoscerti.” disse lei.
“Dici sul serio? Per quale ragione?”
“Perché sei l'unica persona nel locale a non aver applaudito alla fine del mio spettacolo. Non ti è piaciuto come cantavo?”
“No, al contrario, sei stata magnifica. È solo che non mi piace confondermi con la massa.”
“Meno male, temevo di essere sembrata impacciata. Mi imbarazza sempre cantare in pubblico.”
“Ma no, sei formidabile. Anzi, ho sentito poche ragazze cantare bene come te. E poi sei giovanissima. Quanti anni hai?”
“Diciannove.” La ragazza guardò il mio vassoio e si accigliò. “Caspita, hai ordinato per un intero reggimento. Eppure non hai l'aria di uno che mangia molto... anzi, a vederti direi quasi che sei sottopeso.”
Ridacchiai. “Lo sono, infatti. In genere non faccio cene tanto abbondanti, ma oggi sono particolarmente affamato. Sono reduce da un viaggio piuttosto sfiancante.”
“Però non è bene abbuffarsi così tanto. Non sai che ingozzarsi prima di cena fa male alla salute?”
“Be', io preferisco morire di indigestione che di fame.” dissi. “Mi chiamo Chisciotte, a proposito. Alejandro Chisciotte.”
“Chisciotte è il tuo nome d'arte? Molto carino, dovrei trovarmene uno anche io.”
“Era il nome di mio padre. È morto di recente.”
“Io mi chiamo Christine Daaé. Mi dispiace per tuo padre. Com'è successo?”
“È stato assassinato.”
Christine sussultò. “Buon Dio. E cos'è accaduto al colpevole?”
“Adesso è in un posto peggiore.”
“Immagino che non sia facile per te. So che cosa si prova a perdere il padre quando si è molto giovani.”
“Anche tuo padre non c'è più?”
Christine annuì.
“Mi dispiace. Sei troppo brava per cantare in un locale frequentato da gente squallida come questa. Come sei finita qui?”
Christine mandò giù il boccone e abbassò lo sguardo.
“È una lunga storia. Io vengo da Drøland, un'isola a nord della Nonestica. Mia madre è morta quando avevo cinque anni e da allora ho sempre vissuto con mio padre. Era povero in canna, ma di una gentilezza rara e con un talento straordinario per il violino. Per portare il pane in tavola ci esibivamo alle fiere. Adoravo ascoltare le sue melodie e accompagnarle con il mio canto. Un giorno, mentre suonavamo a una fiera cittadina, attirammo l'attenzione di un insegnante di musica. Dopo averci ascoltati, il professor Valerius ci disse che mio padre e io avevamo un grande talento e ci propose di seguirlo nella capitale di Drøland. Il professore mi pagò gli studi di musica e io feci molti progressi; erano sempre tutti entusiasti di sentirmi cantare e la moglie del professor Valerius mi trattava come una figlia. Quando il professor Valerius e sua moglie si trasferirono a Pulême, mio padre e io emigrammo con loro e mio padre accusò subito la nostalgia di casa. Non usciva mai dal palazzo e trascorreva tutto il giorno suonando il violino.
“Tre anni dopo mio padre morì e io, per onorarlo, entrai in conservatorio. Consideravo la musica un modo per tenerlo in vita. Poi, però, mi resi conto che cantare non mi appagava più come quando mi esibivo con lui. Non provavo alcuna gioia negli studi e mi trascinavo in classe solo per non deludere la signora Valerius.
“Dopo aver conseguito il diploma usai i miei risparmi per andarmene da Pulême. Ero convinta che, fuggendo in un altro continente, avrei potuto cominciare una nuova vita. Fuggire da cosa, poi? Non puoi fuggire dai demoni che ti porti dentro.
“Un giorno sono giunta qui a Ferula. Non avevo più un soldo e, per non morire di fame, potevo affidarmi a una cosa sola: la musica. Iniziai cantando per strada; gli spiccioli che racimolavo erano pochi per lasciare il Regno, ma bastavano per un tozzo di pane. Un giorno mi proposi qui al Cavallo Bianco e il signor Passerini mi assunse per i suoi spettacoli serali in cambio di vitto e alloggio.” Christine si guardò intorno e abbassò la voce. “Ogni sera devo ripetere il solito numero, sentire i clienti che fischiano perché si eccitano a vedere le mie gambe e dopo ogni spettacolo c'è sempre qualcuno che prova ad allungare le mani. Detesto vivere qui, ma non ho alternative. Il signor Passerini e io abbiamo stretto un accordo che mi obbliga a lavorare qua per altri due anni. Quando ho firmato il contratto ero talmente disperata che non mi sono curata di leggerlo attentamente. Adesso darei qualunque cosa per tornare a casa.” Christine fece una pausa e mandò giù un altro boccone. “Scusami, mi sono dilungata troppo. Non intendevo annoiarti.”
“Al contrario, adoro le storie. Sono uno scrittore.”
“Uno scrittore?”
“Rettifico, un aspirante scrittore. Non ho ancora pubblicato nulla.”
“E che cosa ci fai qui a Ferula? Pensavo che gli scrittori fossero solo vecchietti che stanno confinati in casa a leggere e a battere le dita sulle macchine da scrivere.”
“Be', io sono sempre stato anticonformista. In realtà noi scrittori usciamo di casa più di quanto si creda; è così che scopriamo nuove storie da raccontare. Ogni romanzo raccoglie la storia di chi lo ha scritto; tutti i personaggi che vivono tra le pagine, le parole che enunciano, gli episodi di cui sono partecipi... Certo, cambiamo i nomi, romanziamo i fatti, stravolgiamo l'ordine degli avvenimenti o creiamo ambientazioni inesistenti, ma i sentimenti che provano i personaggi delle nostre storie sono reali. Uno scrittore non può inventare un'emozione di cui non ha mai fatto tesoro.”
“Quindi sei una specie di ladro.” disse Christine con un sorriso.
“Non proprio. Sono più simile alle api.”
“Alle api?”
“Certo. Le api saccheggiano i fiori qua e là, ma il miele che producono è tutta opera loro e del fiore originale non rimane più nulla.”
“Quindi mi sbagliavo; io credevo che gli scrittori lavorassero principalmente di fantasia.” disse Christine.
“No, a quello pensano già i giornalisti.” dissi. “Ma non hai tutti i torti, ci lasciamo guidare anche dall'immaginazione. Se adoro scrivere è perché nelle storie posso sempre avere il controllo della situazione, cosa che nella realtà è più difficile.”
“E adesso sei qui in cerca di spunti per una storia?”
“Direi piuttosto che sto cercando un modo per salvarne una.”
“Vuoi aiutare una persona in pericolo?”
“Voglio riportare in vita mio padre.” dissi.
Christine sgranò gli occhi e sussultò. “Ma è assurdo. Non è possibile riportare in vita i morti.”
“Così si dice, ma io non voglio darmi per vinto finché non le avrò tentate tutte.”
“E come hai intenzione di fare?”
“Una settimana fa mi sono recato nella città di Malegre per consultare la biblioteca locale; quando ho un dubbio, cerco sempre la risposta nei libri e la biblioteca di Malegre è tra le più rinomate. Esistono miriadi di storie di personaggi che hanno raggiunto il regno dei morti per riportare in vita i loro cari.”
“Ma quelle sono storie di fantasia, non è realtà.”
“A volte il confine tra le due è molto labile e io sono convinto che tra quei racconti ve ne sia almeno uno con un fondo di verità. ”
“E che cos'hai scoperto?”
“Un punto di partenza.” Guardai Christine negli occhi. “Tu non vorresti riportare in vita tuo padre?”
“E recarmi nell'oltretomba per risvegliare i morti?” Christine scosse la testa. “Mio padre mi manca da morire. Non passa un solo giorno che io non pensi a lui. Ma dopo che mia madre morì, mio padre mi insegnò ad accettare la morte perché è una parte naturale della vita.” Christine sospirò e si guardò intorno. “E a volte persino la vita è peggiore della morte.”
“Lo capisco. Vorrei fare qualcosa per aiutarti e liberarti da questo postaccio e dal tuo contratto capestro.”
“E tu cosa ci guadagneresti?”
“Nulla, ma da come me lo hai descritto il lavoro che svolgi per Passerini mi sembra una schiavitù, più che un impiego. E io detesto i soprusi e le ingiustizie, quindi faccio il possibile per combatterli; per me è una sorta di dovere morale.”
“Ti ringrazio per il pensiero, ma in questo caso non c'è nulla che tu possa fare.”
“Ho del denaro, posso estinguere il tuo contratto.”
“Denaro? Credevo che tu non avessi ancora avviato la tua carriera di scrittore. Vieni da una famiglia ricca?”
“No, tutt'altro. Ma alcuni mesi fa ho svolto un servizio importante per il re di Camelot e lui si è dimostrato molto riconoscente. È una lunga storia, ci si potrebbe scrivere un libro.” Estrassi il sacchetto di monete d'oro e lo poggiai sul tavolo. “Trenta monete d'oro possono bastare?”
“Non basterebbero nemmeno se tu riuscissi a triplicarle; da quando mi hanno assunta, il locale pullula di clienti.”
“E se trovassimo un'altra cantante che ti sostituisse?”
“Nessuna sarebbe tanto disperata da accettare un impiego simile.”
“Già, credo che tu abbia ragione.” dissi. “E poi equivarrebbe a condannare un'altra poveretta alle stesse condizioni in cui ti trovi tu.” Sospirai. “E se ti aiutassi a scappare?”
“Ci ho già provato, ma il signor Passerini mi ha scoperta e me ne ha fatto pagare le conseguenze.” Christine posò la mano sul colletto dell'abito e lo abbassò lievemente. Il collo di Christine presentava un largo anello rosso tutto intorno. “Mi mancava l'aria, avevo il volto paonazzo. Credevo che non mi avrebbe più lasciata andare, ma poi ha mollato la presa. Ha detto che la prossima volta non sarà tanto clemente.”
“Che bastardo! Perché non lo hai denunciato? Un tipo del genere dovrebbe marcire in galera.”
“Non ci sono prigioni qui a Ferula. E poi ho firmato un contratto che mi impone di lavorare per lui, il che dà diritto al mio principale di punirmi come meglio crede. Anzi, se il signor Passerini avesse rivelato alla Regina che io avevo tentato di disonorare il nostro patto, la Regina avrebbe dato l'ordine che mi tagliassero la testa.”
“Cristo santo, è abominevole. Ora sono ancora più deciso a portarti via da qui.” Rimasi in silenzio alcuni secondi, poi dissi:“Voglio parlare con questo Passerini. Avrà pure una debolezza.”
“In effetti una ce l'ha. Ventuno.”
“Ventuno monete d'oro? Ma avevi detto...”
“No, Ventuno è un gioco di carte. A Ferula sono tutti amanti del gioco d'azzardo e Ventuno è il preferito del signor Passerini. Non hai mai terminato una partita senza ricavare profitto dalle sue puntate.”
“C'è sempre una prima volta.”
“Non per il signor Passerini. Ha una fortuna sfacciata, pesca sempre le carte migliori.”
“Io non credo nella fortuna.” dissi. “Non serve pescare le carte migliori se non si è capaci a sfruttare una mano sfortunata.”
“Forse è un esperto di calcolo delle combinazioni.”
“O forse è un esperto nell'arte dell'imbroglio.”
“Sospetti che bari? E come?”
“Esistono svariati modi di barare ai giochi di carte. Dobbiamo solo scoprire qual è il più caro al nostro amico Passerini. L'unico modo per riuscirci è osservarlo mentre è in azione.”
“Intendi sfidarlo a una partita?”
“Tu sai giocare a Ventuno?”
“Ho assistito così tante volte alle partite del signor Passerini che conosco le regole a memoria. Il signor Passerini mi ha persino donato un mazzo di carte, ma non l'ho mai adoperato perché non amo il gioco d'azzardo.”
“Bene, allora dovrai insegnarmi a giocare.”
“Oh, è semplicissimo. Lo scopo del Ventuno è segnare più punti del mazziere senza mai segnarne più di ventuno. All'inizio della partita il mazziere distribuisce due carte scoperte a tutti i giocatori, subito dopo distribuisce due carte per se stesso, una coperta e una scoperta. I giocatori possono continuare a chiedere carte, che in quel caso rimarranno coperte, o stare. Dopo che tutti i giocatori hanno passato la mano, il mazziere decide se pescare un'altra carta o stare. A quel punto tutti i giocatori, compreso il mazziere, potranno aumentare la loro puntata. Quando il mazziere passa la mano, vengono rivelate tutte le carte coperte e si confrontano i punteggi; il giocatore con il punteggio più alto vince e si appropria di tutte le puntate sul banco. In caso di pareggio, vince il giocatore che ha pescato più carte di cuori. Dopodiché i giocatori danno il via a un nuovo giro e al termine dell'ottavo giro la partita è conclusa.”
“Sembra divertente.” dissi. “Come farò a sfidare Passerini?”
“Il signor Passerini organizza le partite di Ventuno il lunedì e il venerdì sera. Vuoi assistere a quella di stasera?”
“Molto volentieri. E come faccio a iscrivermi alla partita di venerdì?”
“Posso occuparmene io.” disse Christine.
“Grazie, sei molto gentile.”
“Sono io che devo ringraziarti. Nessuno sconosciuto si è mai dato tanta pena per me.”
“Aspetta a ringraziarmi. Ancora non ho ottenuto nulla.” Piegai il labbro in una smorfia. “Ma sono fiducioso. Non si può vincere sempre ed è bene che anche Passerini lo capisca.”
Pochi minuti più tardi il signor Passerini sedette a un grande tavolo circolare al centro della taverna e tutti i clienti si radunarono attorno per assistere alla partita. Alcuni osservavano il tavolo in silenzio, altri mormoravano tra loro e si scambiavano sguardi accigliati.
Dopo Passerini presero posto tre individui; il primo era un ometto basso e tarchiato, con baffetti scuri e lunghi capelli castani; alla sua sinistra sedette una rana, dalle gambe lunghe e la pelle chiara e giallognola; infine sedeva un'anatra dalle piume grigie e la testa verde.
“Prima di iniziare, signori, desiderate ordinare qualcosa da bere?”
“Per me il solito.” disse l'ometto tarchiato.
“Anche per me.” disse la rana.
“Io gradirei un whisky con ghiaccio.” disse l'anatra.
“Per me la solita horchata de chufa.” Passerini si girò verso un ragazzo alla sua sinistra e gli porse una moneta. Il ragazzo infilò la moneta nel grembiule e raggiunse il bancone. Meno di cinque minuti dopo il ragazzo tornò con un largo vassoio e quattro bicchieri sopra e servì ciascun giocatore nello stesso ordine in cui avevano ordinato. Alla destra di Passerini adagiò un bicchiere poggiato sopra un piccolo sottobicchiere di metallo.
“Bene, possiamo cominciare.” Passerini distribuì la prima carta all'ometto: un otto di fiori. Seguirono una carta per la rana, un quattro di quadri, e una per l'anatra, un fante di fiori. Seguì un secondo giro e Passerini distribuì un sei di picche all'uomo, un re di quadri alla rana e un asso di quadri all'anatra.
“L'asso,” sussurrò Christine al mio orecchio “vale uno o undici punti. Il valore dell'asso viene deciso alla fine in base a ciò che è più conveniente per il giocatore.”
Subito dopo Passerini pescò una carta, la girò a faccia in su e la posò di fronte a sé: otto di cuori. Passerini pescò una seconda carta e, senza rivelarla, la posò accanto all'otto di cuori.
“Carta.” disse l'uomo. Passerini prese la prima carta del mazzo e la spinse coperta verso il giocatore. L'uomo piegò la cima della carta e guardò l'altra faccia tenendola nascosta ai suoi avversari.
La rana e l'anatra fecero altrettanto.
Passerini fissò le carte sul tavolo con uno sguardo torvo; poi, senza girare il collo, spostò lo sguardo sul mazzo di carte alla sua destra. Passerini posò le dita sul mazzo, pescò la prima carta e, sempre tenendola coperta, la poggiò sul banco, poi la guardò.
“Raddoppio.” L'uomo disseminò alcune monete sul banco.
La rana si guardò intorno e osservò i volti degli altri giocatori.
“Passo.” disse la rana.
“Passo.” disse l'anatra e mandò giù un sorso dal suo bicchiere.
“Passo.” disse Passerini.
L'uomo portò la mano alla carta coperta e la rivelò: sette di picche. Tra il pubblico si levarono alcuni sospiri.
“Le figure valgono dieci punti.” sussurrò Christine “Adesso il suo punteggio totale ammonta a ventuno.”
La rana rivelò un quattro di cuori. Punteggio totale, diciotto.
L'anatra rivelò un nove di picche. Assegnando al proprio asso un punteggio di undici, l'anatra raggiunse un punteggio totale di venti. Nel pubblico qualcuno mormorò con voce sommessa.
Passerini rivelò un due di cuori. Punteggio totale, venti punti.
L'uomo cinse le mani attorno alle monete sul tavolo e le portò a sé.
Seguì un secondo giro, simile al primo. Questa volta Passerini triplicò la sua puntata e vinse con un punteggio di venti. Nei giri successivi vinse quasi sempre Passerini e ogni vittoria seguiva sempre una puntata raddoppiata o triplicata, mentre nei giri in cui perdeva Passerini non aveva mai aumentato la propria puntata, come se sapesse a priori che avrebbe perso. A fine serata il mucchio di denaro più cospicuo era quello di fronte al signor Passerini. Gli spettatori si allontanarono mormorando e bisbigliando; la rana se ne andò con un'espressione accigliata e un sorriso spento, mentre l'uomo e l'anatra lasciarono il tavolo con visi impassibili. Passerini infilò le monete in un sacco di tela con un sorriso compiaciuto, mentre i suoi occhietti soddisfatti fissavano le monete con espressione sicura.
Christine e io ci allontanammo e, quando fui sicuro che non ci sentisse nessuno, sussurrai:
“Ho scoperto come fa il tuo principale a barare.”
“Il signor Passerini bara? Ne sei sicuro?”
Annuii.
“Hai notato che il ragazzo gli ha servito l'horchata su un sottobicchiere di metallo? Prima di posare la sua seconda carta sul tavolo, Passerini la fa librare sopra al sottobicchiere. Il metallo lucido è come uno specchio: quando muove la carta sopra al sottobicchiere, Passerini ne vede il riflesso e scopre il valore della carta. In questo modo può decidere se raddoppiare o meno la propria puntata in base ai punti sul tavolo. È un trucco molto vecchio, anni fa l'ho letto in un libro.”
“Incredibile.”
“Ma vero.” Corrugai la fronte. “Adesso il problema è un altro: abbiamo scoperto che Passerini bara, ma come dobbiamo comportarci?”
“Potremmo rivelare il suo trucco durante la prossima partita. Per lui sarà un'onta che ricorderà per un pezzo.”
“No, in questo modo otterremmo solo di mandare a monte la partita senza vincitori, quindi senza riuscire a stracciare il tuo contratto. E difficilmente Passerini sarebbe disposto a mettere in palio la tua libertà in una partita onesta in cui non avrebbe la certezza di vincere. Per lui il gioco non varrebbe la candela.”
“Già, e poi non avremmo prove per dimostrare che bara.”
“Esatto.” dissi. “Dobbiamo trovare un'altra soluzione, escludendo però la possibilità di barare noi a nostra volta.”
“E se facessi sparire i sottobicchieri di metallo?”
“Quanti ce ne sono nel locale?”
“Non so, forse una decina.”
“E riusciresti a nasconderli tutti senza che nessuno se ne accorga?”
Christine si accigliò e assunse un'espressione pensosa. “Forse no. Ma posso comunque versare qualcosa sopra i sottobicchieri per ungerli e togliere loro la lucidità. In questo modo i sottobicchieri perderebbero la loro lucentezza. Mi basterà raggiungere il bancone subito dopo la fine dello spettacolo.”
“Bene. Confido in te, Christine.”
Alexander W. Powell
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