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Autore: Giovanna Barbieri
Titolo: La Stratega
Genere Time travel storico
Lettori 100
La Stratega

Arbizzano.

Scontenta, Alice uscì dall'ufficio e si diresse all'autobus che l'avrebbe condotta a casa. Un soffio di vento la fece rabbrividire e osservò il cielo che si stava annuvolando. Prometteva pioggia e lei, una volta scesa dal mezzo, s'affrettò verso il suo cancello. Entrò e Pedro, al colmo della felicità, le andò incontro scodinzolando. Lo accarezzò, gli promise una corsa e lo fece entrare in casa. Un buon profumo aleggiava in corridoio e Alice si diresse in cucina.
- Mamma, porto Pedro a correre con me. Ho bisogno di sfogarmi un po'. -
Sua madre aggrottò la fronte. - Problemi al lavoro? -
- Riunioni infinite e cambiamenti in vista - sospirò Alice, affranta. - Non so se potrò continuare a lavorare alla Wisk. -
Sua madre la fissò; rughe di preoccupazione le segnavano il volto. - Vedremo come si metteranno le cose. - Nella voce l'ansia crebbe di un tono, fece una pausa dai fornelli e si sedette sulla stretta panca accanto alla tavola. - Alice, il cielo non promette bene. Sei sicura di voler andare a correre? -
- Non ti agitare, mamy. Ti racconterò meglio quando tornerò. -
Pedro attirò la sua attenzione e Alice lo accarezzò ancora sulla testa mettendogli il guinzaglio.
- Torneremo presto. A più tardi! -
Tenendo il cane legato, si diresse, camminando a passo svelto, verso il quartiere di Novare. Una volta giunta nei pressi della villa ottocentesca, lo liberò, iniziando a correre sulla ripida collina immersa nel verde.
Cosa farò se dovessero licenziarmi?Riuscirò a trovare un altro lavoro con la crisi economica che sta mettendo in ginocchio il paese?
Alice aumentò la falcata, assorbita dai suoi pensieri mentre i vigneti svanivano rimpiazzati dal fitto bosco. Aveva compiuto appena metà percorso quando il tempo peggiorò. Pedro si era allontanato, come faceva sempre, e lei con preoccupazione osservò i nuvoloni grigi coprire il sole. Un'improvvisa folata gelida la fece rabbrividire.
Forse sua madre aveva ragione, non era il momento giusto per correre nei boschi. Fischiò per richiamare il vecchio bracchetto, ma non riusciva a scorgerlo attraverso il compatto fogliame del bosco. All'improvviso Pedro sbucò sul sentiero accanto a lei, con la lingua penzoloni e le morbide orecchie nero-marrone sporche di terra.
- Dove sei stato? Spero non nella tana di qualche tasso - lo sgridò. - Dobbiamo sbrigarci a tornare a casa prima che si scateni il diluvio. -
Il cane la guardò con i suoi profondi occhi marrone cerchiati di nero, scodinzolò felice e subito la seguì. Alice aumentò la falcata, voleva concludere la corsa giornaliera prima dell'arrivo del temporale. Il vento s'intensificò, facendo stormire le fronde degli alberi e lei respirò l'umidità crescente dell'aria. Si trovava in un tratto piuttosto isolato e verde della Valpolicella, quello che confinava più a sud con le villette a schiera di Novare.
Vide il primo lampo e subito udì il tuono. La pioggia iniziò a scrosciare violenta e, bagnata fin nelle ossa, Alice fu costretta a interrompere la corsa per cercare riparo. I tuoni impetuosi spaventarono il povero cagnolino che iniziò a guaire.
- Hai ragione. Piove così forte che non vedo dove sto andando. Rifugiamoci sotto quel pino... anche se forse non è un'idea brillante. -
Sempre meglio di un fosso o di un fulmine, comunque.
Ma quella volta il bracchetto non le obbedì e iniziò a correre verso casa, lasciandola sola. Alice non cercò di richiamarlo e sospirò.
Sarà al caldo in dieci minuti, considerò invidiosa.
Aveva freddo e si strinse le mani attorno agli avambracci nudi, strofinandoli con vigore. L'assordante rombo di un tuono la fece sussultare e lei si ritrasse ancor più contro la ruvida corteccia dell'albero. Il fulmine cadde nel bosco a due passi da lei e il timore le crebbe dentro come una marea.
- Non posso restare qui, meglio rischiare un raffreddore o una caduta! -
Cauta, uscì dalla protezione del pino ricominciando ad avanzare. Un altro lampo illuminò il terreno, seguito dallo schianto assordante di un tuono. Anche la terra tremò. Poi, un silenzio innaturale sembrò impossessarsi del luogo.
Devo fuggire al più presto dal bosco.
All'improvviso fu accecata da un'abbagliante folgore bianca e, subito dopo, su di lei caddero le tenebre.

Alice aprì con fatica gli occhi e fu abbagliata dalla luce del sole che filtrava dal fogliame degli alberi; non riconobbe il luogo dove si trovava e si preoccupò. Le girava la testa e si rese conto d'emanare un fastidioso lezzo di carne bruciata. Fece perno su un gomito e cercò di mettersi seduta ma il dolore fu così forte che svenne. Quando si riprese, la spiacevole memoria ritornò e si ricordò della saetta.
- Sono morta? - s'interrogò.
Nessuno le rispose. Strisciò con dolore verso un punto del bosco all'apparenza meno isolato. I suoi pantaloni, maglietta e borsello erano spariti chissà dove e, non potendo servirsi del cellulare, iniziò ad angosciarsi di più. Gridò aiuto per alcuni istanti, infine smise, sopraffatta dalla sofferenza, e poggiò il capo sul terreno che odorava ancora di pioggia. Quando lo rialzò, una ragazzina la stava fissando. Cercò di parlarle, ma la fanciulla scappò come se fosse inseguita da un branco di lupi.
Alice si mise seduta a fatica e controllò il suo fisico: la spalla e il braccio destro erano ustionati, ma non gravemente, anche se toccandosi i capelli scoprì che si erano in parte bruciati. Infine udì dei rumori farsi più intensi.
Forse la ragazzina ha chiamato i soccorsi, sperò.
In effetti, le riapparve la bambina, accompagnata da un giovane uomo prossimo alla ventina. Era troppo stordita dagli eventi e non prestò molta attenzione al loro abbigliamento, ma il ragazzo non stava indossando una divisa. Quello che aveva sulle spalle sembrava un mantello.
- Aiutami, ti prego - sussurrò.
Lui si avvicinò e le parlò, tuttavia Alice non capì quello che il giovanotto le stava comunicando. Il dialetto veronese, così stretto, le era quasi incomprensibile. Con un certo sforzo la fece alzare e le mise sulle spalle il suo mantello. All'improvviso lei si sentì debole e fu sopraffatta da un forte senso di nausea; le gambe cedettero e lo strano ragazzo la prese in braccio iniziando la discesa a valle.
- Madre, madre! - urlò questi trasportandola oltre la soglia di una casetta di legno.
Il giovane iniziò a discutere con la madre, preso dall'urgenza della circostanza. La donna li squadrò, disse qualcosa e infine indicò un angolo della capanna. Poi il ragazzo la posò con delicatezza su un giaciglio di paglia e si ritrasse.
Quando mai si dorme ancora sui pagliericci? si domandò confusa.
La donna le si avvicinò, scostò il mantello del figlio e si apprestò a esaminare il suo corpo scottato. Il giovane, nel frattempo, continuava a parlare alla madre in stretto dialetto veronese. Così Alice capì solo qualche parola: - guerra e assedio - .
Assedio! Sono forse impazzita? Dove sono capitata? pensò sempre più stranita.
Osservò meglio il loro aspetto e notò lo strano abbigliamento: calze in tessuto allacciate singolarmente, tuniche e vesti a maniche lunghe, strette in vita da cinture di cuoio.
Sto avendo un'allucinazione. Sono stata internata? rimuginò angosciata.
Non si era mai considerata una persona emotiva, malgrado ciò quella situazione la stava mettendo a dura prova.
- Dove siamo? - chiese Alice prossima alle lacrime.
- Arbizzano - rispose la donna fissandola.
In quell'istante udì il rumore della porta che si apriva. Un uomo, forse il padre del ragazzo, entrò in casa e si bloccò, sorpreso di vederla.
- Chi è questa donna? - chiese ai familiari indicandola con un gesto del capo.
- Non lo sappiamo - rispose la moglie guardandola di sottecchi.
- Come vi chiamate? - le domandò quindi alzando incuriosito le sopracciglia.
Alice capì la domanda e si mise seduta. Prima di rispondere, avendo paura di un raggiro, analizzò con attenzione i suoi salvatori. L'uomo poteva avere una quarantina d'anni ed era vestito come il figlio. Alcune rughe gli solcavano il viso, inoltre i capelli e la barba erano quasi del tutto grigi. La donna che la stava scrutando, invece, non poteva averne più di trenta.
Sono stressata dal lavoro?
Il senso di panico la prese alla gola, lo combatté con determinazione e ispezionò meglio la stanza. In un angolo della casupola di legno vide un arco con la faretra piena di frecce e, all'esterno, distinse il chiocciare di alcune galline.
Queste strane persone hanno un arco munito di frecce!
Il suo sbigottimento s'intensificò. - Mi chiamo Alice - disse nervosa.
Non sembravano intenzionati a farle del male. Il contadino, infatti, cercò di comunicare ancora con lei. Alice capì solo - fattoria e Autiero - , unito a - Verona e parenti - . Lei fece un cenno di diniego. L'uomo continuò a fissarla, interdetto dal suo silenzio. Continuò ancora a parlare e lei capì solo - monache e carretto - .
- Va bene - accettò.
Vinta dalla stanchezza, Alice si sdraiò ancora. Ormai il meriggio si stava trasformando in sera. Vicino a lei si distesero i ragazzi, sul lato opposto della casupola, nei pressi del focolare, i due genitori.

Alice si svegliò di soprassalto quando il ragazzo si mosse nella piccola stanza. Non la guardò e si vestì, sgattaiolando poi fuori dalla casetta. Una mezz'ora più tardi, lei udì il rumore di ruote di legno contro il terreno e il nitrito di un equino. Si alzò, ma iniziò subito a barcollare. Accorgendosi della sua difficoltà, Autiero l'afferrò per la vita sorreggendola nei primi passi. Le sorrise e Alice arrossì, rendendosi contro d'un tratto di essere semi-nuda. Si coprì meglio con il mantello e uscì all'esterno con lui.
Poteva essere l'alba e Alice si guardò intorno, spaziando con la vista fino all'orizzonte. In lontananza constatò la presenza di un'altra fattoria, separata da quella di Autiero da campi di cereali già mietuti. Nessuna strada asfaltata, macchina o altro mezzo agricolo, solo una stradina di terra battuta che si perdeva nel bosco. Vagando con gli occhi, non poté far a meno di notare che le villette a schiera del quartiere di Novare erano scomparse.
È Arbizzano, riconosco le colline, ma dov'è Novare?
- Autiero, dove sono le case che erano laggiù? - domandò cercando d' esprimersi nel poco dialetto che ricordava.
L'uomo la squadrò stupito, forse ritenendo che l'incidente le avesse leso la memoria. - Non ci sono altre fattorie. Quella che intravedi sulla collina e la mia sono le uniche sopravvissute all'ultima razzia del 1155, circa otto anni fa. -
Alice lo guardò a palpebre sbarrate, incredula.
Non è possibile, sono nel Medioevo? Ecco, è la fine, mi avranno già portata via con la camicia di forza e imbottita di farmaci?
- Da questa parte - la riscosse il contadino. - Dobbiamo partire. -
Infine Autiero l'aiutò a salire su un carretto così sgangherato che lei si stupì potesse procedere. Salutò con un cenno i ragazzi e la donna, infine l'accompagnatore spronò il mulo. Grandi querce e roverelle si stagliavano alte ai bordi della strada, impedendo ai viaggiatori di venire abbagliati dai raggi del sole. Ogni tanto Alice udiva dei rumori nel sottobosco, scorse anche una quaglia e un cervo. Un flusso di pensieri angoscianti le affollò la mente mentre il mezzo proseguiva nel bosco del suo risveglio.
Sono nel Medioevo, nessuno scherzo può essere così ben architettato! Come ho fatto a capitare in questo tempo? Una saetta può creare una breccia temporale? La mamma avrà già denunciato la mia scomparsa alla polizia? Mio padre avrà già chiesto l'aiuto dei vicini? Sono forse morta e questo è il Purgatorio?
Verso metà mattina, arrivarono in un ampio cortile circondato da mura. A destra e sinistra si ergevano due caseggiati di sassi e legno, entrambi chiusi da portoni di quercia. Autiero la fece scendere, bussò al portone sulla destra e attese di parlare con qualcuno. Arrivò una novizia: era giovane e graziosa come un bocciolo di rosa. Alice non capì quasi nulla ma la ragazza, dopo aver asserito qualcosa, si diresse all'interno dell'edificio.
Dopo qualche istante d'attesa, si affacciò sulla porta una monaca minuta con chiari occhi verdi e modi sbrigativi, accompagnata da altre due consorelle. La religiosa, forse la badessa, si esprimeva in un incomprensibile linguaggio fatto di dialetto veneto e di latino. Alice la osservò bene, scorse nei suoi occhi bontà e accoglienza, un senso di fiducia la invase e il panico diminuì. Così si voltò verso il buon contadino, che era stato così gentile con lei e l'aveva accolta nella sua casa senza fare troppe domande.
- Grazie, Autiero. -
L'uomo s'inchinò e se ne andò facendole un sorriso.
Non devo avere paura, le monache non mi faranno del male.
Cercò di convincersene mentre la conducevano in un ampio stanzone, dove erano stati sistemati dei giacigli di paglia. Le tolsero il mantello e videro che i suoi indumenti erano praticamente inesistenti. Le loro pupille si dilatarono dalla sorpresa e preoccupate la fissarono un istante in silenzio. Alice ne approfittò per analizzare meglio le sue bruciature e il timore le montò dentro come la marea.
- Meretricio? - sussurrò una monaca alla badessa.
- Foglie di bardana - decise questa negando con il capo l'affermazione dell'altra.
La badessa le spalmò sulla scottatura un impacco dalle proprietà rinfrescanti e lei si rallegrò di conoscere un po' le erbe. La storia medievale, nel XXI secolo, era stata la sua passione. Aveva letto molti saggi. Le monache, secondo quanto aveva appreso, poiché donne, non potevano studiare anatomia e medicina; solo i ricchi e ambiziosi preti, se lo desideravano, potevano studiare scienza medica nelle città.
In ogni caso, quelle donne curavano numerose malattie e spesso il cerusico non veniva interpellato, soprattutto se il paziente non poteva pagare.

Giovanna Barbieri
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