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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
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Autore: Luca Cozzi
Titolo: L'ombra del lupo
Genere Thriller Investigativo
Lettori 2185 3 6
L'ombra del lupo
Colonia, Germania, 18 febbraio 2018.

La stanza era illuminata a giorno dai faretti che i tecnici della Scientifica avevano piazzato un po' ovunque. Un poliziotto fermo sulla soglia si fece da parte lasciando entrare il nuovo arrivato.
Il corpo era stato portato via e sulla moquette non restava che la solita sagoma disegnata col gesso. Andy l'aveva vista decine di volte, ma non si era ancora abituato all'idea che una vita umana potesse ridursi a un macabro disegno bianco su un pavimento.
Un uomo alto e corpulento, intento a discutere con un agente in divisa, si girò di scatto. La testa calva e il viso paffuto, aveva due occhi piccoli e ravvicinati che saetta-vano senza sosta da una parte all'altra della stanza confe-rendogli un'aria vagamente porcina.
- Salve, lei dev'essere il detective Morales - lo salutò in un inglese incerto, tendendosi verso di lui.
Andy gli strinse la mano annuendo. - Ho fatto prima che ho potuto, ma a quanto pare sono arrivato tardi - .
Il poliziotto renano fece un gesto di impotenza. - Non potevamo aspettare ancora, stava cominciando a cammi-nare da solo. Troverà tutto nel rapporto. Mi chiamo Steiner, Bernhard Steiner. Faccia come fosse a casa sua - .
Andy represse una smorfia e si avvicinò alla sagoma disegnata sulla moquette intrisa di sangue. L'umorismo fuori luogo del tedesco lo aveva infastidito e, anche se com¬prendeva quanto fosse necessario per gli inquirenti esorciz¬zare certe situazioni, non sopportava che si mancasse di ri¬spetto ai morti.
- Ora presunta del decesso? - chiese con voce atona avvertendo la presenza di Steiner alle sue spalle.
- Il medico legale sarà più preciso dopo l'autopsia, ma dovrebbe essere tra le undici e mezzogiorno di ieri - .
- Quando avremo il referto? -
Steiner parve infastidito. - Oggi è domenica. Se tutto va bene, martedì o mercoledì - .
Morales tornò a guardare il punto dove fino a poco prima giaceva il cadavere. A pochi centimetri dalla sagoma del braccio proteso, macchiata di sangue dove la mano della vittima l'aveva toccata, c'era una copia di un giallo di Simenon.
Una voce alle sue spalle lo fece trasalire: - Benvenuto detective Morales. Ci siamo sentiti al telefono, sono Michael Koch, ispettore capo del BKA - .
Il BKA, acronimo di Bundeskriminalamt, ovvero la polizia federale tedesca, coordinava le attività investigative tra le polizie degli stati federati e le autorità estere, occu¬pandosi direttamente dei casi più importanti o riguardanti reati di matrice politica, legati alla droga, al traffico di armi e al terrorismo.
Morales strinse la mano al collega: più gio¬vane di Steiner di almeno dieci anni, parlava un ottimo in¬glese e aveva l'espressione e l'atteggiamento tipici della persona intelligente, determinata a fare bene il proprio la¬voro. Era stato lui a ipotizzare un collegamento con l'omi¬cidio di Bruxelles del mese precedente e a insistere affinché venisse allertata la SMIU, l'Unità Investigativa Omicidi Seriali dell'Interpol. “Ce ne vorreb¬bero di poliziotti così” pensò tra sé Morales.
- La ringrazio per essere venuto subito. Ho faticato non poco a convincere il commissario a coinvolgere l'Interpol - .
- Sono io che devo ringraziare lei, ispettore. Il primo nemico contro il quale dobbiamo lottare è la reticenza dei singoli dipartimenti a condividere le loro informazioni. Se quanto sospetta è vero e se prenderemo il responsabile di questi delitti prima che uccida ancora, il merito sarà anche suo - .
A parte il cadavere, che era stato necessario portare in obitorio, Koch aveva dato disposizioni affinché nulla ve-nisse toccato. Morales fece un giro per l'appartamento, disseminato di contrassegni numerati lasciati dalla Scientifica. Chino a esaminare gli schizzi di sangue sul tappeto, tornò a rivolgersi al tedesco: - Come ha collegato questo omicidio a quello di Bruxelles? -
- Quindici giorni fa un collega della polizia belga mi ha interpellato riguardo a un potenziale sospettato per quel delitto, un macedone con precedenti penali risiedente a Colonia - spiegò Koch. - La pista si è rivelata un vicolo cieco, il tipo in questione aveva un alibi di ferro, ma è stato così che sono venuto a sapere i particolari del caso. Vittima sgozzata, assassino destrorso, abbastanza abile da non lasciare tracce, arma del delitto mai ritrovata - .
Morales indicò con lo sguardo il libro insanguinato. - Anche del libro? -
- Sì, è stato soprattutto quel dettaglio alquanto insolito ad attirare la mia attenzione. Il collega mi ha confidato che, per ovvi motivi, i media non ne erano stati messi al corrente e quando l'ho visto anche qui... -
Morales annuì rialzandosi: - Okay. Che altro sap-piamo? -
- Non molto per ora. La vittima si chiamava Emil Wohlers, sessantadue anni, pensionato. Riteniamo che l'as¬sassino lo abbia colto di sorpresa alle spalle, tagliandogli la gola senza che potesse opporre resistenza. Viveva qui dal 2013, ma indovini dove ha lavorato e vissuto per quasi vent'anni? - La sua era una domanda retorica e Koch non attese la risposta. - Bruxelles - .
Morales squadrò il collega con rinnovato interesse.
- Lo ha trovato la sua compagna, Renate Schrempf, ieri pomeriggio - proseguì il tedesco. - Dovevano andare allo stadio ed era passata a prenderlo - .
- Non abitavano insieme? -
- No, Wohlers viveva solo. Secondo la deposizione della signora Schrempf, avevano cominciato a frequentarsi meno di un anno fa - .
Morales annuì. - Nessuno ha visto niente o chiamato il 110? -
Koch scosse la testa. - Solo l'inquilino dell'appar¬ta-mento a fianco sostiene di aver sentito il signor Wohlers rincasare verso le undici del mattino - .
- Lo ha visto di persona? -
- No, ha solo sentito il rumore della porta che veniva aperta e richiusa. Non aveva motivo di affacciarsi - .
- Cosa gli ha fatto pensare che stesse rincasando? Lo aveva anche sentito uscire? -
Koch esitò, rendendosi conto di esser stato colto in fallo: non aveva pensato ad approfondire quel dettaglio.
- Non me lo ha detto - .
- Andiamo a fare due chiacchiere con lui - .
I coniugi Rutiger accettarono volentieri di parlare di nuovo con la polizia. Sembravano ansiosi di poter esser d'aiuto. Il signor Rainer, un rubicondo settantenne in ottima forma fisica, confermò quanto già detto a Koch il giorno prima. La moglie era uscita per fare la spesa e lui era intento a completare il suo modellino in legno di un veliero del Set¬tecento quando aveva sentito rientrare il signor Wohlers. No, non aveva sentito voci o pensato che potesse essere in compagnia di un'altra persona e sì, era certo che non fos¬sero arrivati altri ospiti, li avrebbe uditi. Quando Morales chiese se l'avessero anche sentito uscire, i Rutiger si guar¬darono perplessi, poi ammisero che non lo avevano sentito, ma spiegarono che il signor Wohlers era solito uscire presto la mattina e Rainer ammise di aver dato per scontato che alle undici stesse rientrando.
- È possibile, dunque, che non fosse Wohlers quello che lei ha sentito? -
Rainer Rutiger guardò la moglie, poi Koch e infine Morales. - Beh, in effetti... sì, è possibile - .
I Rutiger raccontarono che Wohlers viveva solo e la compagna, la simpatica signora Renate, sarebbe passata a prenderlo nel pomeriggio. Avevano in programma di andare a vedere la partita del Colonia che quel giorno ospitava il Bayern. Non erano tifosi accaniti, ma andavano spesso allo stadio insieme. Non li avevano mai sentiti litigare, tanto meno nei giorni precedenti la disgrazia. Frau Rutiger appariva ancora molto scossa e incredula per quanto era successo.
Tornati sul pianerottolo, Morales si diede un'occhiata intorno. Si trovavano al primo piano e una sola rampa di scale li separava dal piccolo portone che dava sulla Dürener Strasse. Difficile che qualcun altro dei condomini potesse aver visto o udito qualcosa, ciò nonostante si rivolse a Koch: - Immagino che abbiate già interrogato gli altri inquilini - .
Il tedesco assentì, cupo: - I due appartamenti al piano di sopra sono vuoti, il 3 è in ristrutturazione e quelli del 4 sono in vacanza in Svizzera. Ai piani superiori nessuno ha visto né sentito nulla - .
Andy indicò la porta contrassegnata dal numero 1: - Non ci sono segni di effrazione né di lotta all'interno dell'appartamento, il che lascia supporre che la vittima sia rincasata in compagnia dell'assassino o che comunque lo conoscesse. Se uno sconosciuto avesse suonato alla porta, è lecito pensare che il signor Wohlers avrebbe chiesto chi fosse, costringendolo a presentarsi. Rutiger avrebbe dovuto sentire qualcosa - .
- Già. L'ho pensato anche io e questo è l'unico indizio che ci fornisce una pista da seguire. Stiamo interrogando i conoscenti della vittima e della sua compagna, ma non sono ottimista - .
- Ci sono altre uscite sul retro o sul tetto? -
- Una porta di servizio dà sul cortile posteriore, ma sarebbe stato rischioso uscire da lì: è facile imbattersi in qualcuno che lava la macchina o nei bambini che giocano, soprattutto di sabato. Si accede al tetto attraverso una botola, ma è chiusa con un lucchetto. Sono convinto che l'assassino sia uscito dal portone, come se nulla fosse - .
- Ci sono telecamere nei paraggi? -
Il tedesco scosse la testa. - Una sola, quella di una banca a cento metri da qui. Abbiamo già acquisito e controllato i filmati, ma le uniche persone inquadrate sono quelle che hanno utilizzato lo sportello bancomat. Sedici persone, tutte residenti in zona e tutte con un alibi - .
Per un istante, Koch esitò, poi trasse un profondo re-spiro e riportò il suo sguardo su quello dell'ameri¬cano. - Forse sono stato precipitoso nel coinvolgere l'Inter¬pol, se non si trattasse dello stesso uomo di Bruxelles... -
- Non sappiamo se l'assassino abbia agito da solo e tantomeno se si tratti di un uomo o di una donna - .
- Lei che ne pensa? - insistette il tedesco.
Morales si strofinò gli occhi.
- Temo che dovremo dare la caccia a un serial killer - .

- Spesso, la differenza tra un poliziotto e un buon poli¬ziotto la fa l'istinto - disse Nami richiudendo il fascicolo.
Morales rispose con un grugnito di assenso.
Prima di rientrare in sede a Lione, era stato sulla scena del crimine di Bruxelles e adesso doveva fare rapporto al suo diretto superiore, al quale spettava il compito di deci-dere se l'inchiesta fosse o meno di competenza dell'unità. In caso affermativo, il commissario capo avrebbe avviato le procedure necessarie per avvisare i responsabili delle po¬lizie dei Paesi coinvolti, dando via libera alla squadra di Morales. Ma poteva anche decidere che non fosse il caso di intervenire. Non ancora. La SMIU, acronimo di Serial Murder Investigative Unit, ovvero l'unità investigativa preposta a indagare sugli omicidi seriali, era stata creata in seno all'Interpol dopo non poche controversie e non era ancora ben accetta dai dipartimenti di polizia, soprattutto quando si vedevano soffiare da sotto il naso un'indagine per omicidio.
Prima di fare rapporto, Andy Morales aveva voluto sentire il parere di Nami Coletti che, nonostante lavorasse per lui da meno di due anni, aveva conquistato la sua stima e il suo rispetto. Era un ottimo elemento, intelligente, riflessiva e di grande personalità a dispetto della sua giovane età. Alta poco meno di un metro e settanta, aveva un fisico asciutto e tonico e vestiva come un maschiaccio, con giubbotti di pelle, jeans strappati, maglioni a collo alto e anfibi. I capelli neri tagliati cortissimi, il ciuffo blu cobalto che le ricadeva sulla fronte e il piercing al naso la facevano somigliare più a una rockettara heavy metal che a un poliziotto. Gli occhi dal taglio orientale, neri come pozzi senza fondo, erano incredibilmente espressivi e ne tradi¬vano l'intelligenza fuori del comune.
- Francamente, credo che sarà dura convincere il com-missario Gerrard su basi così fragili, ma io la penso come te, potrebbe trattarsi di un assassino seriale e non possiamo aspettare che ammazzi altre persone prima di intervenire - disse la donna.
Morales indugiò con lo sguardo sulla scritta che campeggiava a lettere cubitali gialle sul maglione nero di Nami: Fuck off good boy. Decisamente una frase poco adatta a un agente di polizia. Sorrise tra sé al pensiero della ragazza in piedi davanti al commissario con quella frase stampata sul petto.
- Okay - disse infine riprendendosi il fascicolo e alzan¬dosi dalla sedia. - Andrò a parlare con Gerrard. Tu avverti Harper - .
Senza attendere una replica che sapeva non sarebbe arrivata, Morales aprì la porta e uscì.
Gerrard si riteneva un uomo mite e riflessivo e spesso si chiedeva in virtù di quale sconsideratezza giovanile si era arruolato in polizia. Il successivo trasferimento all'Interpol e la recente promozione a capo dell'unità investigativa sui crimini seriali gli avevano garantito un sensibile aumento della propria autostima nonché del proprio stipendio. Tuttavia, alla soglia dei cinquantacinque anni e in vista dell'agognata pensione, era convinto che altri percorsi professionali gli avrebbero garantito un tenore di vita migliore con meno seccature. Ma ormai non poteva farci nulla, il tempo era un nastro la cui bobina non si poteva riavvolgere. Un vero peccato.
Bussarono alla porta. Gerrard si aggiustò il nodo della cravatta, richiuse un fascicolo che non aveva neppure cominciato a leggere e disse all'ospite di entrare.
Due sorprese attendevano Morales nell'ufficio del commissario capo. La prima fu che questi accettò di avallare l'indagine senza frapporre gli immancabili dubbi e le solite obiezioni. La seconda lo lasciò letteralmente di stucco.
- Un agente dei servizi segreti della NATO? Nella nostra squadra? E cosa ce ne facciamo? Non dobbiamo mica spiare i russi! - protestò il detective.
Gerrard osservò, oltre la finestra, le grosse nubi cariche di pioggia gettare un velo d'ombra sui tetti e le facciate dei palazzi. La luce si fece improvvisamente più grigia e le prime gocce batterono con violenza contro i vetri. Tornando a rivolgersi al suo ospite, il commissario sorrise accondiscendente: - Mi creda, Morales, sarà per voi un valore aggiunto. Si tratta di una risorsa con enormi potenzialità. Facciamo così: lo sopporti per un paio di settimane. Se dopo averlo conosciuto meglio sarà ancora convinto che non potrà aiutarci, farò in modo di levarglielo dai piedi - .
Morales accettò il compromesso, non volendo pregiu-dicare il risultato per lui più importante: aveva l'indagine.
Era già sulla porta quando Gerrard lo richiamò: - Ah, Morales! Dimenticavo questo - disse porgendogli un fascicolo sul cui frontespizio campeggiava il logo della NATO.
- Cos'è? -
- Il curriculum del suo nuovo agente. Lo troverà interessante - .

Genova, Italia, 10 anni prima

Lo avevano adescato all'uscita del liceo, in un caldo e assolato giorno di fine aprile.
Nick aveva appena salutato Stefano, suo amico e compagno di classe, seguendone con lo sguardo la sagoma tozza e caracollante lanciarsi in una breve corsa per prendere l'autobus al volo. Aveva allungato il passo: quel pomeriggio avrebbe studiato insieme a Martina, la sua ex ragazza, che adesso era diventata una buona amica e una disinibita compagna di letto.
Girato l'angolo, aveva visto una Giulietta bianca accostare al marciapiede pochi metri davanti a lui. Dalla vettura era sceso un uomo in jeans e giubbotto sportivo che si era avvicinato mostrandogli un distintivo. Nick si era bloccato e stava rapidamente vagliando le vie di fuga pronto a scattare, quando aveva individuato altri due uo-mini, uno alle sue spalle e uno piazzato di fronte, legger-mente defilato, a ore dieci rispetto a lui.
Valutati gli avversari, stava calcolando che un tentativo di fuga avrebbe avuto circa il venti per cento di probabilità di successo quando l'uomo col distintivo si era rivolto a lui con voce tranquilla e tono amichevole.
- Calma ragazzo, sono della Digos, non hai nulla da temere. Non sei accusato di nulla. Vogliamo solo parlare con te, farti qualche domanda. Ti saremmo grati se volessi venire con noi. Non ti ruberemo molto tempo. Ovviamente non sei obbligato a farlo - .
Una veloce occhiata aveva rivelato a Nick che ora le sue possibilità di scappare erano aumentate: gli altri due sbirri si erano mossi in modo tale da lasciargli una via d'uscita. Comprese che la loro presenza era servita a dis-suaderlo da una reazione istintiva, dando il tempo al collega di presentarsi e parlare. L'uomo non stava mentendo: non era obbligato a seguirlo.
Aveva deciso di accettare l'invito.
Viaggiando spediti nonostante il traffico caotico, sfruttando senza remore le corsie riservate agli autobus e passando un paio di volte con il semaforo rosso, erano giunti in meno di mezz'ora a Voltri, alla periferia occiden¬tale di Genova, dinanzi al cancello di una vasta proprietà la cui palazzina principale era circondata da impalcature e macchinari edili di ogni tipo. Unica nota stonata, non c'erano operai al lavoro nonostante mancassero solo dieci minuti alle due. Era strano, pensò Nick: a quell'ora i mura¬tori, che di solito facevano pausa da mezzogiorno all'una, avrebbero dovuto essere già nel cantiere.
L'uomo che lo aveva abbordato gli fece strada in un labirinto di stanze, alcune ingombre di detriti, altre in fase di ristrutturazione. Scavalcando una trave che bloccava l'accesso alle scale, salirono al primo piano. In fondo a un ampio salone completamente vuoto e relativamente pulito, un gigante in giacca e cravatta montava silenzioso la guardia di fianco a una porta chiusa. Senza dire una parola, bussò due volte e una voce dall'interno diede il permesso di entrare.
- Prego, si accomodi, signor La Torre - lo accolse con tono cordiale una donna sui cinquant'anni. Aveva capelli corti di un grigio tendente al bianco, piccoli e sobri orecchini d'oro e un trucco leggero che metteva in risalto due penetranti occhi azzurri.
- Che volete da me? -
La donna ignorò la domanda del ragazzo.
- I miei uomini l'hanno spaventata? -
Nick decise che era meglio dimostrarsi condiscen-denti, non era nelle condizioni per giocare a braccio di ferro e poi non aveva nulla da temere. Almeno lo sperava.
- No. Anche se ancora non so perché sono qui - .
La donna aprì un fascicolo che finse di studiare, ma che, Nick ci avrebbe scommesso, conosceva a memoria.
- Nicolas La Torre, nato a Parma il 12 maggio del 1989, madre statunitense, padre italiano, divorziati, entrambi risiedenti all'estero. Vive da solo da quando ha compiuto la maggiore età. Attuale domicilio in via San Bartolomeo del Fossato, a Sampierdarena. Cintura nera di karate e di krav maga. Ha vinto diecimila euro in un concorso riservato a giovani geni dell'informatica, premio che le ha permesso di acquistare la sua motocicletta, una Kawasaki Ninja 250. Bella moto, non c'è che dire - . La donna alzò per un istante lo sguardo dal dossier e scrutò il giovane dinanzi a lei. Notò, senza stupirsene, che non era affatto intimorito. I profiler avevano fatto un ottimo lavoro. - Ci risulta che lei sia un ragazzo molto intelligente, tuttavia ha perso un anno di scuola. Ci vuole spiegare perché? -
- Se questo è un colloquio per l'ammissione a Yale, sappia che ho già fatto domanda per Harvard - rispose asciutto Nick.
La donna non parve apprezzare la battuta e riprese imperturbabile: - In realtà lei ha fatto domanda per diversi atenei. Evidentemente si riserva di scegliere il migliore sapendo che superare l'esame di ammissione costituirà una semplice formalità. Ma c'è un problema - .
- Chi è lei? -
- Ha falsificato i suoi documenti, signor La Torre: lei è nato il 12 maggio del 1990 e non ha ancora compiuto diciotto anni. Mi ha chiesto chi sono: ebbene le risponderò. Sono la persona che può farle perdere davvero un anno scolastico. Lei è un elemento brillante, sarebbe un vero peccato - .
- Le ripeto la domanda di prima: che volete da me? -
La donna richiuse il fascicolo e giunse le mani sopra di esso. Dopo una lunga pausa, riprese: - Faccio parte dei Servizi di Intelligence della NATO. Abbiamo bisogno di menti acute, giovani brillanti e determinati, che saranno i nostri agenti di domani. È da un po' di tempo che la stiamo osservando, Nick, e lei ha le carte in regola per diventare un ottimo agente. Potrà ambire a una gratificante carriera e guadagnare stipendi a sei cifre - .
- Fare l'agente segreto? No, grazie. Sarei condannato a vivere nell'ombra, a mentire ad amici e parenti per il resto della vita. Non potrei avere una vita sentimentale e dei figli. Non è ciò che desidero - .
- Lei mi delude, Nick. Sa meglio di me che non sarebbe questo il suo destino. Potrà diventare analista, profiler o ciò che lei vorrà. Ha un QI superiore alla media, una condizione fisica invidiabile. Sarebbe tenuto a non divulgare informazioni sensibili, ma quale dirigente di un'importante azienda non lo è? Naturalmente dovrà superare molte verifiche prima di essere ammesso ai programmi di formazione di primo livello. Non è scontato che lei sia in grado di superarli, ma potrebbe almeno provarci - .
- Sarebbe la prima volta che non supero un esame - .
La donna sorrise e a Nick venne in mente una carica-tura del gatto e la volpe intenti ad abbindolare Pinocchio, l'espressione astuta e malevola di chi ha troppa fiducia in se stesso. Aveva gettato l'esca, facendo leva sull'orgo¬glio del ragazzo.
Nick voleva capire fin dove poteva spingersi anche se, in cuor suo, aveva già deciso.
- Se rifiutassi? Il suo tirapiedi mi ha detto che non ero nemmeno obbligato a seguirlo - .
La donna assentì con un cenno del capo. - È vero. Non era obbligato a farlo, ma mi creda, è stato meglio così. Può rifiutare la mia proposta e restare un cittadino normale. Naturalmente non potremo ignorare il fatto che lei ha falsificato la sua identità, la patente e guida una moto che potrebbe cavalcare solo come passeggero. Ha violato la legge, Nick, e verrà perseguito com'è giusto che sia. Mi assicurerò che perda l'anno e, anche se non finirà in prigione, passerà un bel po' di guai - .
- Quindi mi state ricattando? -
- La realtà muta in base al punto di vista dal quale la si osserva. In cambio della sua collaborazione, le stiamo offrendo la possibilità di non pagare per un reato che ha commesso, perché di questo si tratta. Fossi in lei la consi-dererei un'opportunità, più che un ricatto - .
- Mi dimostri la sua identità - la sfidò Nick. - Per quel che ne so potrei essere su Candid Camera oppure lei po-trebbe essere della CIA, del Mossad o della famiglia di Corleone - .
La donna si appoggiò allo schienale della poltrona e squadrò il ragazzo con accondiscendenza.
- Non è il primo né sarà l'ultimo giovane di belle spe-ranze che reclutiamo. Esistono diversi livelli di riserva-tezza, ai quali si accede nel tempo, ma sono già in grado di dimostrarle che non ho mentito - . Si alzò, fece un cenno alla guardia e si diresse verso la porta. - Mi segua - .

Diciotto mesi più tardi, dopo aver brillantemente su-perato la prima sessione di esami, Nick stava frequentando il secondo anno a Harvard. La retta universitaria, ufficial¬mente finanziata grazie a una borsa di studio istituita da una azienda della Silicon Valley, veniva pagata in realtà dai ser¬vizi segreti della NATO. Nick, come sempre aveva fatto durante il percorso di studi, si era integrato perfettamente con i compagni abbinando ottimi rendimenti scolastici a ra¬pidi progressi nelle arti marziali, nelle tecniche di autodi¬fesa e nell'uso delle armi da fuoco.
Discusse la tesi e si laureò summa cum laude due giorni dopo aver concluso con successo un corso dell'eser¬cito sull'uso e il disinnesco degli esplosivi.
In media, meno della metà dei candidati supera la prima fase del corso di addestramento per agenti operativi della NATO, denominata “Charlie”. Di questi, solo il venti per cento riesce, dopo un duro addestramento di sei mesi, a diventare un agente di “classe Bravo”. Il terzo corso di addestramento, composto da sei livelli e denominato “classe Alpha” è una sfida riservata a pochi elementi d'élite e culmina con il training finale.
A soli ventiquattro anni, Nick La Torre fu il più gio-vane agente nella storia del Patto Atlantico a raggiungere l'ambito traguardo.

Berlino, Germania, 14 febbraio 2018

Il sole stava tramontando e gli ultimi raggi disegna-vano strane ombre sulle pareti, dipingendo la stanza di una luce ambrata. Le note di What a wonderful world e la voce calda di Louis Armstrong erano il sottofondo migliore che potessero scegliere, pensò Nick.
Martina si chinò su di lui, i lunghi capelli color del grano maturo lo avvolsero nella notte più dolce, le labbra di lei presero le sue con avidità. Nick ricambiò il bacio con passione, inarcò leggermente la schiena e sentì la donna, cavalcioni sopra di lui, gemere di piacere. Senza mai staccare la bocca da quella di Martina, Nick si mosse con sempre maggiore intensità, gli affondi si facevano sempre più profondi. Lei cominciò a mordergli il collo ma lui si mosse repentino e in un attimo le parti furono invertite.
- Baciami ancora - ansimò lei, la voce resa roca dal desiderio.
Rimasero a lungo avvinghiati mentre le lingue duellavano veloci, i fianchi di Nick ritmavano una danza che stava conducendo Martina sempre più vicina alle vette del piacere. Sentendo che la ragazza stava arrivando, si fermò e uscì da lei che gemette di frustrazione. Scese con le labbra attraverso il solco tra i seni, ne mordicchiò i capezzoli eretti e scuri. Martina credette di impazzire. Nick percorse con crudele lentezza il ventre piatto, lasciando una scia di baci sulla pelle di seta, risalì il monte di Venere mentre lei inarcava la schiena implorando muta il supremo piacere. Il sesso di lei, completamente depilato e ornato solo di una piccola farfalla tatuata, si offrì alla lingua di Nick, bagnato, caldo, fremente di desiderio. La lingua penetrò arrogante e delicata al contempo, Martina serrò le gambe sulla schiena dell'amante, esortandolo a continuare con ancora maggiore ardore. Nick la sentì venire un attimo prima che lei si irrigidisse, per poi sciogliersi in un urlo liberatorio e ancestrale, un orgasmo forte, inebriante, inarrestabile.
- Adesso! Prendimi Nick, ti prego! -
Lui si scostò e le fu ancora sopra, la penetrò con foga, quasi con rabbia. La ragazza riceveva e assecondava ogni sua spinta, ora i due si muovevano all'unisono. Lei venne ancora e poi ancora una volta. Nick, invece, si fermò ap-pena in tempo. La fece girare, ansimante, e di nuovo la danza riprese, ancor più frenetica di prima. Solo quando Martina raggiunse l'orgasmo per la quarta volta, anche Nick si lasciò andare. Raggiunsero insieme la vetta più alta, quella che i cinesi chiamano “l'estasi delle nubi e della pioggia” e che solo due amanti attenti e affiatati possono condividere appieno.
Giacquero a lungo fianco a fianco, sudati e ansimanti, senza dire una parola. La voce di Louis Armstrong continuava a veleggiare nella stanza, ormai in penombra, come un veliero senza meta. Le luci e i rumori della città parevano remoti nel tempo e nello spazio.
Dopo parecchi minuti fu Martina a rompere il silenzio: - Questo sì che si chiama festeggiare San Valentino - .
- Noi non siamo innamorati - mormorò Nick senza aprire gli occhi. Louis Armstrong aveva lasciato il posto alle melodie celtiche di Enya.
- Però ci siamo appena amati, e anche intensamente direi - .
Nick emise un brontolio di assenso. - Hai il potere di distruggermi - .
- Chi la fa l'aspetti. Io non riesco a muovere un mu-scolo - sospirò Martina. - Mi sei mancato, lo sai? -
Nick non rispose. Lei si girò su un fianco, posò il viso nell'incavo della sua spalla e prese ad accarezzargli il petto. Si addormentarono così, appagati e felicemente isolati dal resto del mondo.
Si erano conosciuti a Genova, all'epoca del liceo. Martina aveva un anno più di Nick, ma in prima era stata bocciata e si erano ritrovati nella stessa classe. Diventati da subito buoni amici, con il tempo la loro intesa era andata crescendo finché, dopo tre anni, erano usciti insieme. Avevano due caratteri troppo simili per funzionare come coppia e si erano lasciati ben presto, senza mai smettere di frequentarsi. Sessualmente, erano fatti l'uno per l'altra, riuscivano a darsi piacere a vicenda in maniera naturale, istintiva.
Finché Nick era partito per gli Stati Uniti.
Martina, di padre tedesco e madre italiana, si era trasferita a Berlino dove ora lavorava come responsabile delle risorse umane presso un'azienda anglo-tedesca. Single incallita, collezionava amanti senza mai legarsi con nessuno e quando Nick capitava in città pretendeva che lui si fermasse da lei almeno una notte. Abitava all'ultimo piano di un'elegante palazzina di Viktoria-Luise platz, nel quartiere di Schöneberg, a pochi minuti di metropolitana dal centro. Anche se prevalentemente residenziale, era una zona eclettica dove uomini in giacca e cravatta si mescolavano a gay amanti della vita notturna, ex hippy e immigrati turchi. Negli anni Settanta David Bowie aveva vissuto lì, nella vicina Hauptstrasse. Nick amava sedersi nei caffè all'aperto e rilassarsi osservando la gente.
Fu svegliato dal trillo del proprio cellulare. Al suo fianco, Martina mormorò una flebile protesta e si girò dall'altra parte mostrandogli la schiena nuda fino alla curva sensuale delle natiche. I lunghi capelli dorati, aperti a ventaglio sul cuscino, ricordarono a Nick la ruota che i pavoni esibiscono nella stagione degli amori.
Il cellulare continuava a trillare. Nick vide il numero sul display e riconobbe il prefisso di Washington. La sveglia sul comodino segnava le ventitré e trenta, le cinque e mezzo del pomeriggio sulla costa orientale.
Fece scorrere il pollice sull'icona verde e subito la voce gutturale del suo superiore lo riportò sul pianeta Terra.
- Dolente di interrompere le tue vacanze, giovanotto, ma devi rientrare. Prendi il primo volo di domattina. Ti aspetto nel mio ufficio - .
- Qui è notte fonda... - esagerò Nick.
- Beh, qui no - .
- Che succede, signore? -
- Che i Redskins hanno perso, ecco che succede! Altro per telefono non posso dirti. Chiama appena sai a che ora atterri al Dulles che mando un'auto a prenderti - .
Nick spense il cellulare e si girò verso Martina. La schiena della ragazza costituiva un richiamo troppo forte per poter resistere e, considerato che il giorno dopo sarebbe dovuto partire, interrompendo anzitempo il soggiorno berlinese, tanto valeva godersi appieno il resto della notte.
Un mugolio di protesta si trasformò ben presto in un gemito di piacere quando lui allungò la mano oltre la farfalla tatuata.
Luca Cozzi
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