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Autore: Francesco Frisenda
Titolo: Il Predatore d'Identità
Genere Thriller
Lettori 202
Il Predatore d'Identità

Il complesso militare abbandonato fa la sua comparsa quasi dal nulla letteralmente dividendo il panorama in due distinte visuali. Alla sua destra una vasta pineta si espande per centinaia di metri quadrati, terminante con una piccola fattoria. Sulla sinistra, invece, predomina una scogliera circondata da quello che reputo sia il mare più calmo che abbia mai visto, così piatto che la scarsa luce solare restante nelle ultime ore del pomeriggio riesce a specchiarsi perfettamente tra le sue acque.
<> mi avverte. Per poco non sobbalzo. Dopo quel lungo periodo di silenzio mi ero quasi dimenticato che fossimo dotati del dono della parola.
<> replico, tentando di chiudere il discorso e ritornare nell'atmosfera tranquilla con la quale stavo indirettamente creando un legame.
Giungiamo finalmente dinnanzi al portone principale.
L'entrata è affiancata da due pilastri di pietra dai quali si estende una cinta muraria che circonda tutta la struttura. Il piazzale rettangolare esterno che si incontra subito dopo presenta sul pavimento un sentiero di ghiaia, rimpiazzante quello precedente in marmo, congiungente tutti i vari edifici del posto. Quattro costruzioni molto simili tra loro sono disposte in successione e parallele rispetto all'entrata.
La vegetazione ha preso possesso della maggior parte dello spazio esterno, con numerose oasi di pini, salici e arbusti secchi; tipici della flora locale. Sara si dirige prontamente in direzione di uno dei quattro complessi componenti il forte, incurante di soffermarsi a controllare gli altri tre nell'eventualità di non essere i soli nella zona. Probabilmente perché il silenzio tombale dominante funge da garanzia alla nostra solitudine.
Ci incamminiamo sino a giungere di fronte all'entrata di quello che ha tutta l'aria di essere, date le dimensioni, l'edificio principale del bunker. È quello situato più a sinistra. Forse in passato fungeva da torretta strategica per la difesa da navi avversarie data la vicinanza al mare. Presenta un'entrata dalle sembianze di un tunnel, e la scarsa, quasi inesistente, illuminazione faceva sì che dentro regnasse l'oscurità. Sopra di esso campeggia una scritta di bomboletta spray, probabilmente il risultato di uno dei tanti atti di vandalismo che la struttura è stata costretta a subire nel corso degli anni, la quale recitava "Porta dell'inferno". Certamente questo contribuiva a rendere l'atmosfera ancora più inquietante.
Sara, però, prosegue rimanendo impassibile a tutto ciò. Si vedeva che passasse lì buona parte del suo tempo.
Come se quella fosse la sua seconda casa.
<>
A quest'affermazione, le mie mani iniziano involontariamente a tremare.
Sono appena giunto nel luogo di una potenziale scena del crimine.
L'agitazione in me repressa stava esplodendo in un istante. Agitazione che durante il tragitto non si era in nessuna occasione manifestata così intensamente. Un po' come capita con l'ansia da prestazione prima di un esame. Giorni prima sei tranquillo, ripeti la lezione qualche volta sicuro di averla imparata praticamente a memoria; ma, appena sei faccia a faccia con la commissione, senti di aver dimenticato ogni cosa. L'effimera tranquillità delle giornate precedenti svanisce istantaneamente, mentre il timore e l'ansia prendono il sopravvento.
Esattamente come in questo istante.
Sara si addentra nella galleria, questa volta anche lei con timore facendo svanire la sicurezza che la contraddistingueva sin dal nostro ingresso nella struttura. Estraiamo simultaneamente il cellulare con la torcia attiva, mentre i nostri passi iniziano sempre più a farsi leggeri. Soprattutto per evitare un eventuale inquinamento acustico provocato dal contatto delle nostre scarpe sui detriti e calcinacci, oltre che sui rifiuti accumulati come bottiglie di plastica o giornali semi-strappati.
Ormai era solo questione di pochi secondi.
La prima camera da noi incontrata ha una pianta quadrata e si presenta come un ambiente totalmente vuoto. Nessun mobile o suppellettile pare esser sopravvissuto al trascorrere del tempo. Ad essa si collegano altri due locali le cui entrate sono poste simmetricamente sulla parete opposta all'entrata, facendo intuire che questa stanza venisse utilizzata come anticamera per sale più interne.
<< È qua dentro.>> mi dice indicando l'entrata a sinistra.
Però, poco prima di varcare quella soglia, impulsivamente lei mi prende la mano e inizia a stringere con forza. Decido di non esprimermi, limitandomi a ricambiare quel gesto.
L'atmosfera creatasi era inspiegabilmente passiva, quasi sembrava non trovarsi davvero lì, in quelle circostanze. Un raggio di luce fuoriuscente da una feritoia assecondava questa teoria. Stessa luce che ci costringe a spegnere la torcia del cellulare, ormai superflua.
<< Hai qualche idea sul come diavolo ci sia finito in questo posto?>> chiedo. Tento di iniziare una conversazione sfruttando così questi ultimi istanti per attenuare la tensione e, ora come ora, anche il terrore.
<< No.>> risponde seccamente. Mentre camminiamo a passi brevi intuisco, dopo questa istantanea risposta, la sua predisposizione a voler far dominare il silenzio. Però stavolta ho intenzione di oppormi, tentando di procedere con la conversazione.
Ma fallisco.
Appena poco prima di pronunciare qualsiasi parola per spezzare la quiete, la vedo fissare l'angolo sinistro della stanza successiva, come fosse paralizzata.
Il suo sguardo sbianca. Percepisco la sua mano stringere sempre più forte la mia, quasi ferendomi, mentre si avvicina l'altra alla bocca. Per poi infine distogliere sveltamente lo sguardo da terra per portarlo verso di me.
Non c'è altra spiegazione. L'ha appena visto. E se questa è stata la sua reazione adesso, non posso neanche lontanamente immaginare cosa abbia provato, la prima volta.
Mancano ancora pochi centimetri. Continuo a ripetere tra me e me di farmi coraggio, e affrontare questa situazione senza ripensamenti. D'altronde sono quasi costretto ad avvicinarmi senza poter oppormi a Sara, data la sua presa che mi trascina verso di lei.

Si presenta senza alcuna traccia di ferita visibile. Oppure probabilmente sotto quel camice bianco si nasconde qualche tipo di lesione o trauma non notabile ad occhio nudo. Ovviamente decido di non corrompere le eventuali prove mettendo mani su quel corpo senza vita.
Il viso, rivolto verso l'alto, è stranamente coperto da un velo di tessuto rosso, lasciando intravedere solo la testa senza capelli. Il suo capo calvo (singolare per un uomo probabilmente sulla cinquantina), la posizione rannicchiata, quasi fetale, e la spenta colorazione della pelle creano un macabro connubio dando l'impressione di un corpo finto, vuoto, rendendo difficile immaginarlo padroneggiato da un'anima, oramai solamente un lontano ricordo della sua identità su questo mondo.
<> esclamo, senza poter distogliere lo sguardo.
Sara indietreggia lentamente, percorrendo pochi centimetri per passo, rischiando anche di inciampare in una trave di metallo.
<< Scusa, non avrei dovuto portar- >>
<< Esaminiamolo velocemente e andiamocene, per favore.>>
Non era mia intenzione rivolgermi a lei con tono arrogante, sicuramente una componente del mio inconscio esterna alla mia volontà ha agito facendomi produrre quelle parole. In verità, è proprio questa la sfaccettatura del mio - istinto - che preferisco. Capace di farmi agire e giungere alla concretezza dei fatti.
Aggirando l'emotività.
<< Chissà perché gli è stata nascosta la faccia.>> sussurra. Come se non volesse che quella persona la sentisse.
Mi piego sulle ginocchia e riporto lo sguardo verso quel corpo senza vita, ponendo stavolta più attenzione alla testa.
<< Non toccarlo. >> mi suggerisce.
Tra i rifiuti noto per terra un piccolo ramo d'albero. Lo prendo e decido di utilizzarlo per sollevare quella bandana.
<< Aspetta! >> esclama. << Non siamo costretti a farlo. Tutto ciò è solo colpa mia. Forse quello che si cela la sotto potrebbe non piacerci. Mi dispiace averti coinvolto...>> controbatte colpevolizzandosi.
- Beh, arrivati fin qua, mi sembra difficile sconvolgermi ulteriormente - penso.
Avrei tanto voluto pronunciare quelle parole. Fortunatamente il mio buon senso mi ferma.
Resto in silenzio, immobile per qualche secondo col bastone in mano. È l'unica reazione che mi limito a mostrare. Per poi proseguire con la rimozione, ignorandola.
Al primo contatto del ramo con quel velo, noto subito qualcosa di anomalo. Il tessuto possiede alcune piccole chiazze bianche asimmetriche.
Perplesso, rifletto su questo piccolo particolare per qualche secondo. Fin quando la traslazione così evidente dei colori dal rosso al bianco mi fa arrivare ad una conclusione.
Quel velo, originariamente bianco, è talmente pregno di sangue da farlo sembrare di un color rosso acceso.
Spero con tutto me stesso di sbagliarmi.
Teoria che, però, si insedia nella mia mente troppo tardi. Ormai l'istinto aveva preso possesso del mio corpo, facendomi sollevare l'indumento con uno scatto deciso.
La mia teoria era stata confermata.
Non posso capacitarmi di quello che sto vedendo. Sento che da un momento all'altro il mio stomaco mi abbandoni facendomi vomitare.
A quell'uomo è stato rimosso il volto.

Francesco Frisenda
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