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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Writer Officina
Autore: Francesca Dedin
Titolo: Era una brutta giornata
Genere Romanzo Drammatico
Lettori 2193 4 6
Era una brutta giornata
Era una brutta giornata.
Di quelle brutte davvero, iniziata con un brusco risveglio dopo un incubo: di quelli che ti rimangono dentro per ore, di quelli che non ricordi nitidamente, ma che si appropriano delle tue emozioni per il resto del giorno.
A letto, nel silenzio delle prime ore del mattino, lui si voltò a guardare la donna che dormiva al suo fianco. Per la prima volta permise a quella domanda, nascosta da tempo nella profondità della sua mente, di venire alla luce: Perché sono ancora qui?
Si alzò cercando di non far rumore, bloccando così di fatto, ancora una volta, quella frustrazione che pian piano, un giorno alla volta, si stava impadronendo di lui facendolo sentire sempre più impotente e imprigionato in una vita che non riconosceva più come sua.
Andò in bagno dove c'era un gradevole tepore ad attenderlo, appoggiò i piedi nudi sul soffice tappeto grigio e iniziò a spogliar-si. Quando entrò nel box doccia decise di aprire il rubinetto dell'acqua calda anziché quello dell'acqua fredda come era solito fare. Aveva bisogno di riflettere, di prendere del tempo per piangersi addosso e per lasciare la mente libera di muovere i pensieri in ogni direzione avesse voluto.
Ripensò all'incubo appena fatto, ma ormai le immagini si erano completamente offuscate. L'angoscia che lo aveva attanagliato però, la sentiva ancora reale in ogni respiro.
Decise di respingere quel vago ricordo fatto per lo più di sensazioni e, seppur faticosamente, ci riuscì.
Mentre si insaponava sotto la piacevole cascata d'acqua, sul suo volto comparve un sorriso di rassegnazione e nostalgia, un sorriso amaro che sarebbe stato accompagnato, a breve, da grosse lacrime: qualche anno prima sua moglie lo avrebbe raggiunto sotto la doccia e avrebbero iniziato la giornata insieme, nel migliore dei modi.
Ricordò quando ancora riusciva a convincerla a guardare i film accoccolati sul divano e quando, d'estate, in giardino, la teneva con sé a conversare distesi sopra la stessa sdraio non di rado ad-dormentandosi alla luce della luna e al tepore del braciere che lui aveva costruito.
Quanta soddisfazione aveva provato una volta terminato quel progetto, ci aveva lavorato ogni minuto libero durante il primo inverno passato a vivere nella loro nuova casa, una volta sposati. Da professore di lettere alla scuola media, si era improvvisato geometra e muratore ed il risultato finale non era male: quante giornate passate in compagnia degli amici, quanti canti improvvisati con i vicini al suono di chitarre e percussioni.
Sebbene i ritrovi festosi con gli amici di sempre non avessero mai smesso, le serate con la moglie si erano trasformate in serate di solitudine o in compagnia di un calice di vino: bianco o rosso, costoso o da discount che fosse, non faceva differenza.
E il fuoco del braciere non gli trasmetteva più nessun calore.
La loro relazione ormai era ridotta solo allo vivere insieme: rare le carezze, i baci, i gesti affettuosi, più nessuna sorpresa e nessun augurio per le feste comandate.
Niente buon giorno.
Niente buonanotte.
Niente.
L'acqua calda della doccia, puntata direttamente sul viso, si mescolò alle lacrime che finalmente trovarono la strada per uscire dagli occhi.
Cos'era successo? Perché lui aveva smesso di cercarla?
In fondo l'amava ancora e sapeva che non l'avrebbe mai lasciata. In quel matrimonio ci credeva, ci aveva sempre creduto.
Sapeva fin dall'inizio che lei non era incline ad esprimere, con i gesti o con le parole, i propri sentimenti, non gli aveva mai detto ti amo e mai lo avrebbe fatto, non lo avrebbe mai preso per mano durante una passeggiata, mai lo aveva, o lo avrebbe, abbracciato di propria iniziativa, né in pubblico né in privato. Faceva fatica anche a ricevere quei gesti affettuosi che lui non si stancava mai di fare e dare.
Le uniche eccezioni erano quelle incursioni in doccia e per questo erano così speciali.
Lei proveniva da una famiglia dove i sentimenti e le effusioni erano cose da nascondere.
Per lui, invece, era più facile: da bambino aveva visto i suoi genitori scambiarsi tenerezze, la sua casa d'infanzia era piena di calore, il saluto non mancava mai, ogni occasione era buona per fare festa, a differenza della casa dei suoi suoceri: sempre impeccabile, ma senza anima.
Per lui era normale salutarla con un bacio, sia quando usciva di casa sia quando rientrava, abbracciarla di sorpresa e organizzare, nei minimi dettagli, cene e gite romantiche.
Non mancava mai di regalarle fiori ad ogni ricorrenza e diceva di amarla senza nessuna esitazione.
Tutto questo lo aveva fatto con grande piacere, sperando che anche lei imparasse a lasciarsi andare.
Nutriva comunque dei dubbi sul fatto che quella donna, cresciuta in un ambiente tanto freddo, cambiasse.
Anche per lui, però, la vita non era stata sempre facile e felice.
Durante gli anni dell'adolescenza la depressione lo aveva rapito: ricordava un tempo buio, pieno di bugie a sé stesso e agli altri. Fare qualsiasi cosa era difficile, al limite dell'impossibile: dallo svegliarsi il mattino allo studiare il pomeriggio.
Lavarsi, mangiare, uscire di casa, richiedevano uno sforzo notevole. Si sentiva in gabbia. Trascorreva il giorno in uno stato di torpore, facendo il minimo indispensabile, incapace di reagire agli stimoli.
La notte, al contrario, la passava quasi tutta camminando su e giù per la camera, incapace di stare fermo, maledicendosi per aver sprecato un altro giorno, formulando propositi e piani d'azione per il giorno dopo.
Elaborava progetti per il futuro, i pensieri si accavallavano uno sopra l'altro, anche la sua mente era incapace di stare ferma.
Si addormentava esausto solo verso mattina, cadendo in un sonno poco profondo e per nulla ristoratore.
I suoi genitori si erano accorti del suo stato e avevano fatto di tutto per sostenerlo, ma lui li aveva allontanati, non voleva essere aiutato.
Ci fu un lungo periodo dove la lametta del rasoio divenne la sua migliore amica, la cercava, la desiderava e la utilizzava perché solo il filo rosso di sangue, che usciva dai polsi, lo faceva stare meglio. Al suo passaggio, l'ansia che lo attanagliava lo lasciava respirare per qualche istante.
Vedere il suo sangue gli ricordava che era ancora vivo, che il suo cuore batteva nonostante tutto, che forse l'uscita dal tunnel era vicina.
Niente di più falso! Quella lametta si era trasformata nella sua dipendenza e gli intervalli di tempo tra un utilizzo e l'altro si facevano sempre più brevi e le ferite sempre più profonde: lucidamente, però, stava attento a non esagerare, non doveva correre il rischio di aver bisogno di un medico.
Le sottili cicatrici erano lì, bianche, quasi mimetizzate con il colore della sua pelle, ma presenti e ultimamente si soffermava spesso a guardarle: troppo spesso. Nessuno le aveva mai viste e, nei giorni in cui le ferite erano fresche e ben visibili, le aveva tenute nascoste indossando maglie dalle maniche molto lunghe e non era stato difficile: aveva imparato a mentire e inventare scuse credibili era diventato il suo passatempo preferito.
Era il suo segreto, ne era geloso. D'altra parte, nessuno vede ciò che non vuole vedere.
Non era mai stata sua intenzione, però, tentare il suicidio, nemmeno nei giorni più neri aveva pensato di farla finita.
Durante questo periodo terribile conobbe lei: quella ragazza carina, ma non bellissima, quella ragazza dai lunghi capelli castani e dagli occhi color nocciola che piano piano gli rapì il cuore e che, a distanza di anni, sarebbe diventata sua moglie.
Lei frequentava il suo stesso liceo, lui al quarto anno, lei al primo.
Si parlarono la prima volta al distributore di merendine durante la ricreazione: iniziò lei con una battuta sul fatto che lui ci stava mettendo troppo a scegliere. Lui, assorto nei suoi pensieri, mugugnò qualcosa di incomprensibile e lei, senza aspettare, digitò il codice al posto suo, la macchina si mise in moto e fece scendere il prodotto corrispondente a quei tre numeri digitati: una barretta dietetica ai frutti di bosco che mai e poi mai lui avrebbe preso in considerazione non solo di prendere, ma anche di assaggiare.
Velocemente, lei gli prese la mano, gliela girò mettendola a palmo in su, ci appoggiò qualche monetina, prese la barretta e se ne andò salutandolo.
Lui rimase lì, in piedi, inebetito, senza muoversi o proferire parola. Lo aveva piacevolmente sorpreso quello che era successo in così breve tempo e si trovò a sorridere.
Da quel giorno, l'ora di ricreazione divenne il loro appuntamento fisso, l'ora nella quale una forte amicizia nacque e crebbe.
Dopo qualche mese iniziarono a frequentarsi anche fuori da scuola scoprendo di avere interessi ed amici in comune, idee per il futuro diverse, ma delle quali potevano parlare insieme.
E più vedeva lei, meno aveva bisogno dello psicologo, dal quale aveva iniziato ad andare per delle sedute di psicoterapia. Tutto stava, pian piano, tornando alla normalità, sia in casa che nella sua testa.
Ormai la lametta del rasoio poteva essere relegata in fondo al cassetto della scrivania. Era stata parte della sua vita e, di conseguenza, non l'avrebbe buttata via.
Fu durante il periodo in cui lui la aiutò a studiare per gli esami di maturità, che il loro sentimento cambiò trasformandosi in amore: passare tanto tempo insieme, vicini, condividendo i momenti della giornata più strani, diede i sui frutti.
Il primo bacio se lo scambiarono durante i festeggiamenti fatti dopo l'ultima prova d'esame. Prese lui l'iniziativa, aveva capito che anche lei lo desiderava e dopo un lungo momento di imbarazzo appoggiò le sue labbra su quelle di lei. Il bacio non durò a lungo, ma fu bello.
Con il passare del tempo, conoscendo meglio lei e la sua famiglia, lui comprese il perché della freddezza nell'esternare i sentimenti che comunque c'erano ed erano forti. Accettò la cosa anche perché a lui non importava. La amava, era amato e tanto bastava. Avevano progetti da realizzare per la loro vita insieme e questi avevano sicuramente un'importanza maggiore del dover dare un bacio per primo.
Ad un certo punto della sua vita, dopo molti anni insieme però, si accorse che anche lui aveva bisogno di ricevere quel che dava, sentiva il desiderio che fosse lei a fare il primo passo. Aveva provato più volte a dirglielo, ma la risposta che riceveva era sempre la stessa, ovvero che lui si stava immaginando tutto.
Iniziò allora a tenere le distanze, sperando che lei sentisse la mancanza dei suoi baci e dei suoi saluti. Ma ciò non avvenne. Non sapeva dire se lei non se ne fosse accorta o se invece fosse sollevata dal fatto di non ricevere più mille attenzioni.
Lui, con il passare dei giorni, si accorse che si stava abituando alla lontananza, che faceva sempre meno fatica a trattenersi dal rivolgerle qualsiasi gesto d'affetto, cercarla non era più la prima cosa che faceva una volta tornato a casa.
A cena stavano a tavola il tempo necessario per mangiare e scambiare poche frasi formali con i telefoni ormai sempre accesi e, attraverso di loro, il lavoro importante che lei svolgeva, iniziò ad occupare anche quegli spazi intimi.
Fino a quel momento lui aveva preteso che durante la cena non ci fosse nessuna interferenza lavorativa, era un momento che doveva rimanere solo loro. Lei aveva assecondato quella richiesta senza condividerla. Il ruolo di responsabile che ricopriva richiedeva grande dedizione anche oltre l'orario di lavoro e questo lui non l'aveva mai messo in dubbio, ma più ci pensava, più si rendeva conto che era lei, la maggior parte delle volte a non voler staccare. Il lavoro, quel lavoro, la rendeva euforica, era diventato quasi una dipendenza. E più lui si mostrava insofferente, più lei aumentava il ritmo.
Ora sua moglie poteva farsi assorbire totalmente dal lavoro: a lui non importava più. O forse lo credeva.
Il peso che aveva sul cuore non accennava a sparire, anzi, aumentava ogni giorno. Non tollerava quasi più la solitudine che provava e sentiva che stava per tornare indietro nel tempo. Era quasi tentato di lasciarsi abbracciare dalla sua vecchia amica, di lasciarsi prendere per mano e seguirla nuovamente all'interno di quel tunnel senza luce. Ma la speranza che le cose si sistemassero, era ancora forte e lo tratteneva sul ciglio del burrone.
Un getto d'acqua fredda della doccia lo riportò alla realtà. Quanto tempo era passato?
Guardò l'orologio appeso alla parete, ma non riuscì a leggere l'ora per via dell'enorme quantità di vapore che si era creata. Uscì dalla doccia, infilò l'accappatoio bianco e si mise davanti allo specchio. Ci passò sopra una mano per togliere lo strato di condensa che gli impediva di vedersi riflesso, in un impeto di pazzia stava anche per mettersi a disegnare come faceva da bambino, ma lo sguardo cadde sulle lancette del suo orologio e si accorse che rischiava di fare tardi.
Si lavò i denti e, dopo aver dato un'occhiata alla sua immagine rifessa, decise che poteva fare a meno di radersi. Il suo volto appariva così un po' trascurato, ma non gli importava.
Sempre con l'accappatoio addosso, aprì finestre e balconi per far uscire il vapore e far entrare un po' di aria fresca e pulita.
Vide che anche fuori la giornata non era delle migliori: piovigginava e c'era una leggera nebbia. I vicini avevano acceso la stufa e il fumo veniva tutto verso la sua finestra aperta. Si affrettò a chiuderla imprecando e chiedendosi che bisogno c'era di accendere il camino quando le temperature erano ancora miti.
Quella mattina non sopportava nulla.
Cercando di fare il meno rumore possibile, tornò in camera per vestirsi, ma trovò la luce tenue della lampada di sale accesa ed il letto vuoto.
Lei si era già alzata e sicuramente si stava preparando il caffè.
Di rado capitava ancora che lo preparasse anche per lui, ma di sicuro non nei giorni lavorativi come quello.
Iniziò a vestirsi.
Moralmente a terra sarebbe andato a lavoro in tuta e scarpe da ginnastica, ma il Preside non avrebbe gradito, avendone, tra l'altro tutte le ragioni.
Scelse di mettersi un paio di vecchi jeans e una camicia bianca stirata ed inamidata alla perfezione. Profumava di fresco.
Pensò che quella camicia rappresentava al meglio quello che era sua moglie: rigida e impassibile nel dimostrare i sentimenti che provava per lui, ma allo stesso tempo leggera e libera quando si trovava in mezzo alla gente o nel suo posto di lavoro.
A volte si chiedeva se fosse lui il problema, se lei si sentisse in gabbia, se quel matrimonio lei l'avesse semplicemente subito.
Non sapeva che risposte dare a quelle domande e soprattutto quella non era la giornata giusta per farsele.
Mentre si metteva la giacca difronte allo specchio che si trovava all'interno della porta dell'armadio, la sentì salire le scale.
Quando la vide entrare in camera si sentì un perfetto idiota e l'amore che provava per lei tornò prepotentemente ad occupare il posto che gli spettava, al centro dei suoi pensieri.
Solo per un attimo.
Chiuse la porta dell'armadio, le sorrise e, dopo molto tempo, l'abbracciò e le sfiorò le labbra con un bacio.
Lei non sembrò sorpresa, era come se tutti quei mesi di silenzio non fossero mai esisti, ma lui sentì tutta la lontananza che c'era tra loro.
La salutò mettendoci tutto il calore di cui era ancora capace, uscì dalla camera e si diresse verso il piccolo studio in fondo al corridoio, si soffermò un secondo a guardare il telefono fisso messo a prendere polvere sopra una mensola: stava pensando di darsi malato, che, in fin dei conti non era proprio una bugia.
Con uno sforzo enorme prese la borsa ai piedi dello scrittoio e scese al piano di sotto.
Come previsto non c'era caffè ad attenderlo, ma d'altronde, non avrebbe avuto il tempo di berlo. Forse lei lo aveva capito e non glielo aveva preparato proprio per quel motivo.
Un'altra bugia che amava raccontarsi.
Inspirò profondamente, aprì la porta di ingresso e uscì espirando.
La giornata lavorativa che lo aspettava sarebbe stata perfetta-mente in linea con il suo malumore: la prima ora si era reso disponibile per una supplenza, alla seconda ora c'erano i colloqui con i genitori dei suoi studenti e, spulciando i nomi di chi aveva preso appuntamento, sapeva di aver bisogno di tutta la pazienza possibile, cosa non facile da trovare nello stato d'animo in cui si trovava. La terza ora era un'ora buca: forse avrebbe sforato con i colloqui, forse l'avrebbe passata in sala professori ad organizzare il lavoro dei prossimi mesi e lì sarebbe stato continuamente interrotto dai colleghi che non avevano niente da fare.
Nei giorni normali non gli sarebbe dispiaciuto, ma quello non era un giorno normale.
Le ultime tre ore le avrebbe passate in due classi diverse: nella prima per due ore e nella seconda avrebbe passato l'ultima.
Per la prima aveva in programma una bella esercitazione sul racconto fantasy e già pregustava il momento della correzione dei temi: era una classe pazzesca, i ragazzini erano svegli e pieni di vita. Vivaci al punto giusto, interessati e pronti ad intervenire in modo intelligente. Le ore in quella classe passavano velocemente e riusciva a fare il suo amato lavoro nel migliore dei modi.
La seconda, invece, era una sfida quotidiana, ragazzi con un'intelligenza sopra la media, ma quasi incontrollabili. Avevano da ridire su tutto: contestare era il loro passatempo preferito, difficilmente sembravano interessati alle attività che lui proponeva.
Doveva assolutamente trovare un modo per conquistarli e poi, ne era certo, le ore di lezione con loro sarebbero state meraviglio-se.
Lui era nuovo in quella scuola e l'anno precedente, quella classe, per quanto riguardava le sue materie, era stata lasciata allo sbando, con una professoressa sempre assente, di quelle prossime alla pensione che lavorano solo per lo stipendio facendo grossi danni.
Per loro non aveva ancora programmato niente, avevano lezione di geografia e questa era l'unica cosa di cui era sicuro. Forse avrebbe chiesto ai ragazzi di raccontare qualche viaggio fatto, qualche aneddoto, qualsiasi esperienza avessero voluto condividere.
Nel pomeriggio erano previsti i consigli di classe: lui era coordinatore e sarebbe toccato a lui fare da portavoce con i rappresentanti dei genitori.
Visto come si sentiva avrebbe preferito di gran lunga starsene in disparte a redigere il verbale, cosa che nessuno voleva mai fare.
Quegli incontri, dal suo punto di vista e per la sua esperienza decennale, erano strumenti burocratici che non portavano a nulla: quasi nessuno dei professori, stanchi dalla giornata lavorativa, aveva voglia di trovare soluzioni ai problemi che evidenziavano, i rappresentanti dei genitori, dal canto loro, si limitavano ad ascoltare passivamente per la maggior parte del tempo e alle poche domande che ponevano venivano date risposte talmente vaghe e brevi da limitare qualsiasi dibattito.
In ogni scuola dove lui aveva insegnato, aveva cercato di cambiare quel modo di fare, per lui era importante cercare di risolvere i problemi, non solo elencarli, voleva rendere partecipi i genitori, nei limiti del possibile, chiedere loro pareri e consigli. Ma ad ogni idea di cambiamento che portava si sentiva rispondere sempre di no. Ad ogni nuovo incarico sperava di trovare terreno fertile: forse era giunto finalmente nella scuola giusta, i colleghi avevano le sue stesse idee e il rapporto con i genitori era visto come un supporto, non come un ostacolo, il bene dei ragazzi era sempre messo al primo posto.
Una volta fuori di casa fu investito da un misto di pioggia, nebbia e fumo. Lo stesso miscuglio che stava per entrare dalla finestra del bagno mezz'ora prima. Salì velocemente in macchina, mise in moto e uscì dal cancello.
Come da sua abitudine riuscì ad arrivare a scuola in anticipo, gli piaceva salutare i colleghi e scambiare con loro qualche parola, avere un buon rapporto con il resto del personale scolastico era fondamentale nel suo lavoro, almeno dal suo punto di vista.
Quella mattina però, invece di fermarsi a parlare con i professori già presenti, si diresse velocemente al distributore del caffè per prendersi la dose di caffeina quotidiana di cui aveva bisogno.
Sorseggiò piano il suo cappuccino rispondendo debolmente a qualche saluto.
Quando suonò la campanella era pronto, nella sua postazione, ad accogliere la classe nella quale avrebbe sostituito la professoressa di inglese: era una terza e per fortuna, la collega aveva lasciato ai ragazzi del lavoro da fare.
L'aula era all'ultimo dei quattro piani e fare le scale l'aiutò a scaricare un po' la tensione.
Stava da fare schifo: moralmente e fisicamente, ma non poteva permettere che i suoi problemi personali, reali o meno che fossero, influissero nel suo lavoro.
Una volta in classe, salutò gli allievi, si presentò, fece l'appello, qualche battuta qui e là per alleggerire l'atmosfera e lasciò poi che i ragazzi svolgessero, da soli o in gruppo, gli esercizi di inglese. Poche volte ci fu bisogno del suo intervento per ristabilire l'ordine.
Utilizzò l'ora per prepararsi ai colloqui: erano i primi ricevimenti dell'anno dove lui era solito illustrare il suo metodo di lavoro e, in questa occasione, sarebbe stato molto chiaro su ciò che avrebbe preteso dai suoi studenti: attenzione, studio, comportamento educato, interventi e domande pertinenti alla discussione. Da parte sua, assicurava ai genitori che non avrebbe lasciato indietro nessuno e ogni argomento non capito lo avrebbe rispiegato fino alla completa assimilazione.
Cercò le schede personali dei ragazzi che gli servivano e le rilesse velocemente.
Le aveva elaborate durante uno dei primi anni di insegnamento, quando si rese conto che avere sempre a portata di mano le informazioni che non potevano essere affidate unicamente alla memoria, portava i suoi frutti in fatto di organizzazione e ottimizzazione dei tempi. Avere il quadro generale per ogni studente lo aiutava a trovare le strategie giuste per ogni suo allievo e per questo le compilava tutti i giorni, meticolosamente, con ogni dato che riteneva utile: dal modo di parlare del ragazzo, al modo di scrivere, dalla capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio alla capacità di elaborare un pensiero critico. Trascriveva anche gli interventi che riteneva più significativi, quelli che utilizzava il ragazzo per raccontarsi tra le righe.
Durante i colloqui con i genitori cercava di mettere in risalto le doti dei figli e quando era costretto a parlare anche di gravi difficoltà o di comportamenti non proprio esemplari, lo faceva con grande rispetto cercando di capire e consolare padri e madri, a volte, sull'orlo della disperazione.
Sapeva che mettersi sopra un piedistallo e giudicare non avrebbe giovato molto, anzi, avrebbe ottenuto l'effetto opposto.
Quel giorno avrebbe dovuto parlare con sei persone, dieci minuti circa a testa.
In quei dieci minuti doveva raccontare, ascoltare, prendere appunti, entrare nel loro mondo privato: non sempre sereno e privo di problemi.
Aveva dieci minuti di tempo per cercare di trovare, attraverso i genitori, la chiave di accesso per i suoi alunni.
Non era assolutamente facile, ma ci doveva riuscire: la crescita a tutto tondo dei suoi ragazzi, di tutti indistintamente, gli stava veramente a cuore.
Per fortuna aveva già imparato ad associare i nomi ai volti.
Guardò l'orologio, l'ora era quasi finita.
Rimise le sei schede nella cartella, si tolse la giacca e arrotolò le maniche della camicia: voleva presentarsi ai colloqui in modo informale per mettere i genitori a proprio agio cosicché si sentissero liberi di raccontare.
A volte, sorridendo, pensava a sé stesso come ad un confessore.
Al suono della campanella si alzò e aprì la porta della classe, fortunatamente il professore dell'ora successiva era già in corridoio e stava chiacchierando con la collaboratrice scolastica del piano.
Era un uomo alto e dal volto gentile, trovava sempre il tempo per una battuta, catturava senza difficoltà l'attenzione della classe e la sana invidia dei colleghi che non ci riuscivano.
Era un insegnante carismatico che faceva amare la matematica oltre che insegnarla. Il suo metodo di lavoro, l'entusiasmo che ci metteva faceva sì che nessuno dei suoi studenti avesse insufficienze a fine anno e che tutti, indistintamente, studiassero volentieri.
Lui prese le sue cose, salutò e ringraziò i ragazzi e uscì dall'aula.
Rivolse un cenno di saluto al collega e alla collaboratrice, sorrise a chiunque incontrasse in corridoio e si avviò verso le scale.
Scese al piano terra e si diresse verso la sua aula ricevimento.
Una delle cose che l'avevano piacevolmente colpito di quella scuola, era la presenza di piccole stanze dedicate esclusivamente ai rapporti con i genitori.
In realtà, c'era proprio un'intera area dedicata a questa attività: un grande spazio con delle sedie, un distributore di caffè, le bocce d'acqua, un tavolo con riviste di ogni genere e degli scaffali pieni di libri fungeva da sala d'aspetto.
La presenza di enormi vetrate, che davano sul giardino interno della scuola, rendeva tutto molto luminoso.
Lungo il corridoio, invece, si aprivano le porte bianche delle sale ricevimento vere e proprie.
Ogni porta era affiancata da una grande finestra da un lato e da una targhetta con il nome dell'insegnante, cambiato di volta in volta, dall'altro.
Le aule erano in numero superiore a quelle che venivano utilizzate in una normale ora di colloqui per consentire ai professori, in casi particolari, di dedicare più tempo ai genitori.
Lui trovò il suo nome scritto accanto alla porta centrale e un piccolo sorriso di vittoria gli disegnò il volto.
Aveva gentilmente chiesto alla segretaria, che si occupava di assegnare le aule nei cambi d'ora, se fosse possibile avere sempre quella stanza.
Inizialmente trovò resistenza nell'esaudire la sua richiesta, ma alla fine riuscì in qualche modo a siglare un tacito accordo.
D'altra parte, nessuno dei colleghi si era mai preoccupato dell'aula che veniva data loro.
Per lui, riuscire a vedere i genitori e il loro comportamento mentre si trovavano in attesa, era molto importante e la vetrata di quell'aula era l'unica che consentiva la vista su tutta l'area d'aspetto.
Entrò nella piccola stanza: al centro c'erano una scrivania di legno bianca, semplice, lineare, alcune sedie nello stesso stile e per lui una poltrona girevole grigia. Appesa ad una parete c'era un'imponente lavagna, di quelle vecchio stile, divisa in due, con le braccia metalliche al centro che ne facevano abbassare una parte, mentre si alzava l'altra.
Era una lavagna consumata dal tempo che però raccontava ancora una storia a chi si fermava a guardarla.
Dall'altro lato dell'aula c'erano gli immancabili distributori di caffè e acqua. Questa era un'altra cosa che apprezzava della nuova scuola.
Si accomodò nella poltrona e dalla sua costosa borsa in pelle nera tirò fuori le schede degli alunni, il tablet da dove vedere gli appuntamenti e il loro eventuale aggiornamento, un blocco per gli appunti e una penna blu con cui scrisse in stampatello il primo nome della lista.
E poi si alzò.
Era pronto.
Si sentiva euforico, era nel suo mondo, stava facendo una parte importante del lavoro che adorava e i brutti pensieri di quella mattina stavano piano piano svanendo.
Uscì e chiamò il primo nome.
Dalla porta e dalla scrivania poteva vedere chiaramente tutti i presenti, osservarli, notare atteggiamento e postura, guardare con attenzione chi si avvicinava una volta chiamato e come lo faceva.
Mentre la prima mamma si dirigeva verso di lui, la sua attenzione fu catturata, per una frazione di secondo, da un'altra donna, in disparte, con l'espressione di chi avrebbe voluto essere altrove.
Aveva i capelli scuri, lisci e lunghi fino alle spalle, una frangia che cadeva quasi a nascondere parte degli occhi. Era vestita con un lungo cardigan nero che arrivava al ginocchio, un paio di jeans chiari e una maglia bianca.
Lui si stupì di aver notato tutti quei dettagli in così poco tempo, si sentiva stranamente a disagio.
Sperò che non fosse lì per lui.
Intanto giunse il momento delle prime presentazioni con la classica stretta di mano e sorriso di circostanza. Da quei primi istanti capì di aver davanti una persona sicura di sé.
Una volta seduti, lui si tolse l'orologio e lo appoggiò sul tavolo, in modo da poterlo controllare per gestire al meglio i tempi, ma senza farsi vedere.
Quel primo colloquio fu facile, il colloquio giusto per rompere il ghiaccio: Simone era un bravo ragazzo, attento e responsabile. Un esempio per i compagni, sapeva scrivere bene sia nella forma che nei contenuti. Socializzava con facilità e si comportava sempre in modo adeguato. Un alunno modello insomma.
Gli occhi della mamma luccicavano di gioia ad ogni complimento e lui giunse alla conclusione che, negli anni della scuola primaria non si era mai sentita dire cose diverse. Per lei andare a colloquio con maestri e professori era un modo per sentirsi madre orgogliosa di un figlio perfetto, scolasticamente parlando.
Lui finì velocemente di dire quello che doveva e chiese a lei se avesse qualche domanda.
La risposta negativa non lo lasciò stupito. Si alzò per i saluti di congedo.
Aveva finito in cinque minuti. Perfetto.
Mentre chiamava il secondo genitore in lista, cercò con lo sguardo la donna di prima, era di spalle e guardava fuori attraverso la grande vetrata.
Qualcosa in lei lo aveva colpito in modo profondo.
Continuò a sperare che non fosse lì per lui.
Con il papà ora seduto difronte, le cose non sarebbero state facili. Il figlio aveva grosse difficoltà, utilizzava la lingua scritta in modo molto limitato e non riusciva a sostenere un'interrogazione da solo senza bisogno di suggerimenti. Il genitore lo guardava attentamente e annuiva con espressione impotente. Lui e la moglie stavano facendo di tutto per aiutare quel ragazzo a cui la scuola media stava stretta. Viveva con ansia e costrizione l'aula, le lezioni, lo studio, e tutto ciò che ruotava attorno all'istruzione. Tutto questo non era dovuto, come avevano ipotizzato all'inizio, a problemi con i compagni o con i ragazzi più grandi che frequentavano la scuola. Non era vittima di bullismo, la prima cosa a cui avevano pensato, anzi, era un ragazzino socievole che faceva amicizia con tutti facilmente. Praticava nuoto a livello agonistico, di conseguenza passava gran parte del pomeriggio in piscina, ma questo non era mai stato d'ostacolo allo studio, anzi, lo aveva sempre spronato a fare meglio. Dalle maestre, gli anni precedenti, aveva sempre ricevuto grandi complimenti.
Tutto era precipitato all'inizio di quel nuovo anno, Alessio rifiutava di fare qualsiasi cosa che riguardasse la scuola. Avevano provato a togliergli il nuoto, sperando di incentivarlo a studiare, ma senza ottenere nulla. Si trovavano in un vicolo cieco e non sapevano più cosa fare. Stavano pensando di rivolgersi ad uno psicologo dell'età evolutiva, però volevano ponderare bene questa scelta.
Lui, come professore, ringraziò per essere stato messo al corrente di tutto quanto e cercò di tranquillizzare quel papà dicendogli che erano appena all'inizio dell'anno e, molto probabilmente, quello di cui il ragazzo aveva bisogno era tempo. Non avrebbe lasciato che si perdesse per strada e ne avrebbe parlato quel pomeriggio, durante il consiglio di classe, con i colleghi.
Lo congedò sulla porta stringendogli la mano e dicendogli di non preoccuparsi, che una soluzione si sarebbe trovata. Lo vide andare via con il passo più leggero e un sorriso meno amaro.
Lui non aveva figli, non poteva averne, e quindi non poteva immaginare cosa stesse provando quell'uomo, ma era contento di avergli alleggerito, almeno un po', il carico emotivo che portava sulle spalle.
I colloqui successivi si susseguirono senza grosse difficoltà. Solo in un caso, e con non poca soddisfazione, fu costretto a riportare con i piedi per terra una mamma arrogante.
Le disse che il figlio era un alunno con ottime potenzialità, ma i voti mediocri che aveva ricevuto fino a quel momento erano dovuti alla poca attenzione che prestava durante le ore di lezione e non perché si annoiasse come lei avrebbe voluto far credere.
Veniva spesso invitato ad esprimere le sue idee e i suoi pensieri, ma ciò che riusciva a produrre erano concetti banali e poco interessanti. Sapeva bene che da lui poteva pretendere molto di più, ma non era certo che lo avrebbe ricevuto nel breve tempo. Studiava senza approfondire e andava in crisi quando gli venivano poste domande che andavano oltre le cose imparate a memoria, oppure quando gli veniva richiesto di formulare ipotesi e concetti astratti.
Quando la salutò ebbe la sensazione che sarebbe uscita dalla scuola mandandolo a quel paese.
Tra un genitore e l'altro, come se fosse un passaggio obbligato, cercava con lo sguardo colei che aveva attirato la sua attenzione e l'ultima volta la vide sorridere, a lui parve serenamente, mentre un'altra donna le stava parlando.
La speranza che non fosse lì per lui ormai aveva lasciato il posto all'esatto opposto.
Chiamò il penultimo nome e venne avanti la mamma con cui stava parlando quella donna: le due si salutarono con un cenno e un sorriso.
Fu un attimo.
Appena rimasta sola, sul suo viso ricomparve quell'espressione di profonda tristezza mista a rassegnazione che lui prima aveva scambiato per supponenza. Si era stretta di nuovo il lungo cardigan nero attorno all'esile corpo, come se avesse freddo.
Lui stava perdendo la concentrazione e non poteva permetterselo. Era quasi alla fine, aveva gestito bene i tempi, ma l'imprevisto era sempre in agguato.
Senza quasi rendersene conto, fece sedere la nuova arrivata, chiese di scusarlo per un momento e si diresse verso la persona che ormai aveva preso una parte importante dei suoi pensieri e che stava pazientemente aspettando il suo turno.
Si era messa a guardare fuori ancora una volta e quasi sussultò quando lui la chiamò mettendole una mano sulla spalla, si girò velocemente con un'espressione sorpresa e interrogativa.
Lui si scusò e le disse che ci teneva a farle sapere che, se la campanella avesse suonato, non ci sarebbero stati problemi nello svolgimento del colloquio dato che lui aveva l'ora successiva libera.
Lei lo ringraziò, gli sorrise e dopo averlo seguito con lo sguardo mentre tornava alla sua scrivania, si voltò e tornò a guardare fuori.
Aveva il cuore che le batteva più forte.
Con grande fatica, lui riprese padronanza del suo ruolo e in pochissimi minuti finì anche quell'incontro che vide la madre del suo allievo più vivace, collaborativa e consapevole del carattere del figlio. Si lasciarono con l'accordo di rivedersi spesso per controllare se la strada intrapresa avesse portato da qualche parte.
L'accompagnò alla porta e lei, anziché prendere la via d'uscita, andò a salutare l'amica: lo fece così calorosamente da risultare imbarazzante e lui capì in un istante da chi avesse preso il figlio.
In piedi, appoggiato allo stipite sorrise allegro e aspettò tranquillamente.
Dopo quella che era sembrata un'eternità, vide la mamma di Pietro andare via e l'altra avanzare verso l'aula ricevimento.
Lui la osservò ad ogni passo e cercò di capire perché lo avesse colpito così tanto: forse la profondità dei suoi occhi verdi, contornati da ciglia lunghissime e dal tratto nero della matita passata pesantemente.
No, non poteva essere quello, lei lo aveva attirato da subito, ma gli occhi li aveva visti bene solo pochi minuti prima.
La fece entrare per prima nella stanza e, dopo aver chiuso la porta, la seguì all'interno.
Con fare galante, dopo averle stretto la mano per i saluti, le scostò la sedia per farla sedere. Lei lo guardò divertita e lui si sentì di nuovo in imbarazzo.
Si sedette anche lui e, proteso in avanti, incrociò le mani portandole sotto il mento pronto a cominciare.
Poi successe una cosa che non si sarebbe mai aspettato.
Lei, per qualche istante, posò lo sguardo sulle cicatrici.
Non se lo era immaginato, era certo che le avesse viste per quello che fece subito dopo: con nervosismo e un leggero tremore delle mani, prese le maniche del cardigan, le allungò fino alla punta delle dita e distolse lo sguardo.
Un gesto istintivo che lui conosceva molto bene.
Fece finta di niente e cominciò a parlarle del figlio.
Lei rialzò lo sguardo e cominciò a guardarlo dritto negli occhi con intensità, cosa che a lui creò non poche difficoltà: mai nella vita era stato in grado di sostenere gli sguardi delle altre persone, conosciute o meno, era una cosa che non sopportava perché faceva emergere tutte le sue insicurezze.
D'un tratto non ricordò più le cose che aveva da dire, la mente era vuota, il disagio che provava era quasi palpabile.
Si fermò, respirò a fondo e, scusandosi, le disse che aveva bisogno di bere un bicchiere d'acqua perché si sentiva la gola secca.
In realtà si sentiva mancare l'aria.
Lei sorrise e annuì.
Mentre lui prendeva la bottiglietta dalla borsa, lei gli fece una domanda che lo lasciò spiazzato.
Gli chiese come avesse fatto a conquistare suo figlio.
Gli disse che non aveva richiesto un colloquio per sapere l'andamento scolastico, quello lo conosceva: vedeva i voti sul registro elettronico. Per quanto riguardava il comportamento sapeva benissimo che se Ian si fosse comportato male sarebbero fioccate le note.
Voleva solo conoscere il professore di cui tanto si sentiva parlare a casa, il professore che si era guadagnato la stima di un ragazzo che non la dava facilmente, voleva conoscere il suo segreto.
Gli spiegò quanto fosse stato difficile crescerlo, quanto il giudizio negativo, che i parenti del marito avevano su di lei, avesse influito nel processo educativo.
Alla fine, con la voce rotta e le lacrime che stavano per uscire, disse, più a se stessa che a lui, che il figlio si vergognava di lei.
Lui rimase a guardarla, non sapeva cosa dire.
Aveva ascoltato con attenzione la descrizione che lei gli aveva fornito del ragazzo e, per quello che aveva potuto osservare fino quel momento, concordava in tutto: intelligente, critico, veloce nell'elaborare pensieri e analizzare situazioni, ma con un'autostima smisurata.
Preso alla sprovvista da quegli occhi lucidi, le chiese di aspettare un attimo, si recò al distributore e prese due tè caldi. Gliene porse uno e lei, ringraziandolo, lo prese e lo tenne tra le due mani quasi totalmente coperte dalle maniche del cardigan.
Lo bevvero a piccoli sorsi, lei mantenendo lo sguardo basso, lui guardandola, ma tutti e due in silenzio.
Fu lui a finire per primo e per alleggerire l'atmosfera che si era creata fece una battuta banale che andò a segno.
Lei alzò la testa sorridendo insicura, gli chiese di scusarla, gli disse che non era solita presentarsi ai professori comportandosi così e lo pregò di non riferire ai colleghi quanto accaduto.
Di questo venne rassicurata immediatamente.
Poi si alzò e lui fece lo stesso, la campanella del cambio ora era suonata da pochi secondi e già, in lontananza, si sentivano i ragazzi che si riversavano nei corridoi con risa, urla e schiamazzi.
Quando si strinsero la mano nel consueto gesto di commiato, lui sentì un brivido lungo la schiena e non solo perché lei aveva le mani gelide.
CAPITOLO DUE
“Grazie del tè, della bella chiacchierata, di essere un punto fermo per Ian, grazie di tutto professore.”
Fece una pausa indecisa se continuare oppure no, ma poi prese coraggio e continuò quasi in un sussurro con lo sguardo rivolto verso il basso: “Vorrei che non mi giudicasse male per quello che ha visto, ogni tanto ci sono delle brutte giornate e oggi è una di quelle, mi dispiace tanto.”
“Beh!” Disse lui incapace di togliere la mano dalla sua “Anche la mia non è proprio una gran giornata, vorrei tanto che finisse velocemente.”
Lo disse con leggerezza, quasi con noncuranza, come se fosse una frase di circostanza, ma da come lei lo guardò dritto negli occhi e strinse più forte la presa della mano, lui capì: la donna che aveva difronte, gli aveva letto dentro e sapeva perfettamente come si sentiva realmente.
“Spero di rivederla presto!” E lasciò la mano che ancora stringeva come se fosse l'ultimo appiglio a cui aggrapparsi mentre era sul ciglio del dirupo.
Gli occhi di lei si fissarono ancora una volta su quelli di lui quando disse, quasi divertita: “Ci rivedremo sicuramente e prima di quanto possa immaginare.”
All'uomo si dipinse sul volto un'espressione interrogativa che ebbe il meraviglioso effetto di farla sorridere: un sorriso sincero e caldo, un sorriso quasi impertinente.
“Nessun mistero: sono rappresentante di classe e oggi pomeriggio c'è il consiglio, immagino che ci sia anche lei professore.”
Mentre diceva questo lei si scostò una ciocca di capelli dalla fronte, utilizzando solamente due dita della mano sinistra perché le altre erano ancora impegnate a tenere saldamente la manica del cardigan affinché non scivolasse e lasciasse così intravedere il braccio.
Lui venne piacevolmente colpito dalla semplicità di quella mano dove non c'erano unghie lunghe o smalto dai colori improponibili, le dita erano libere da qualsiasi anello.
Soprattutto libere da uno specifico anello.
Accantonò subito un pensiero che si stava facendo strada nella sua mente...
Francesca Dedin
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