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Autore: Andrea Riccardo Gasparoni
Titolo: Storie delle Terre Unite
Genere Fantasy Epic
Lettori 332
Storie delle Terre Unite

Il risveglio della Fenice

- Guardatevi intorno, amici miei, guardate le meraviglie che ci circondano: come quelle nuvole bianche che navigano, spinte dal vento, in quel meraviglioso cielo azzurro; o quella fitta foresta, fonte infinita di ossigeno, cibo e riparo per ogni animale. E che dire del sole, quella sfera luminosa che illumina e riscalda il nostro pianeta.
Vedete, in origine nulla di tutto questo esisteva; nulla, neppure la terra da cui emergono le immense montagne, o le acque che circondano i Quattro Regni.
La leggenda narra di quattro fratelli, quattro creature mitiche, dagli sconfinati poteri.
Fenice, il più vecchio, creò la vita sulla terra. Simbolo del sole, era il sovrano di Coelum, un regno sopra le nuvole, dove viveva insieme ai suoi tre fratelli. Si racconta che milioni di anni fa versò una singola lacrima nel lago di un piccolo e remoto villaggio di fabbri. Il popolo che vi abitava, e che si abbeverava da quelle acque, acquisì dei poteri e divenne più longevo. Quegli uomini furono presto conosciuti in tutte le terre come i più abili fabbricanti di spade del pianeta. Dotati di infinita saggezza, di una forza sovraumana e di una grande abilità nel combattimento, erano considerati il collegamento tra l'uomo e le quattro creature mitiche. Una singola lacrima di Fenice diede vita a una tra le più magnifiche razze mai viste, quella degli Elfi.
Dragone, il secondo fratello, creò la morte. Lui ritenne che nessuno potesse vivere in eterno, altrimenti le risorse della terra sarebbero presto finite, e insieme a esse la vita stessa del pianeta. Creò così un secondo mondo, separato da quello dei vivi: il Lumen. Un mondo dove le anime degli uomini, se avessero vissuto una vita priva di vizi e di malvagità, avrebbero passato l'eternità in pace, insieme ai loro cari. Se, al contrario, l'anima del defunto fosse stata macchiata dei peccati commessi in vita, le sarebbe spettata una vera tortura: rivivere, in un ciclo infinito, i momenti più bui della sua vita. Solo se si fosse pentita avrebbe potuto riposare in pace nel Lumen.
Grifone, il terzo dei fratelli, plasmò il cielo, i venti e le piogge, che a loro volta crearono i mari, i laghi e i fiumi. Si narra che, quando scendeva sulla terra, la forza della sua caduta era così elevata da innalzare immense montagne.
Infine Pegaso, la più giovane dei quattro, popolò le aride terre con i boschi, le foreste e gli animali. Lei era conosciuta dagli uomini anche con un altro nome, Madre Natura. Al contrario dei fratelli, Pegaso passava la maggior parte del suo tempo sulla terra, in compagnia dei suoi animali, a vegliare sui meravigliosi e indifesi boschi. Scelse inoltre alcuni tra gli uomini più puri di cuore, e donò loro parte del suo potere, creando così due razze potentissime: quella degli Spiriti, alla quale incaricò di vegliare sulla natura durante la sua assenza, e quella dei Maghi, che avevano invece il compito di vegliare su tutti gli esseri viventi.
Vita, Morte, Acqua e Natura, insieme, creavano l'equilibrio della vita terrena.
Secondo la leggenda, le quattro creature immortali si erano prefissate due semplici regole: la prima, che mai avrebbero dovuto attaccarsi tra di loro; la seconda, che non avrebbero dovuto interferire direttamente con la vita degli esseri viventi, per nessun motivo.
Per milioni di anni perdurò la pace, i popoli crescevano, si espandevano, dando vita ai quattro grandi regni degli uomini delle Terre Unite. Elfi e Maghi vivevano in luoghi lontani, oltre i mari, in isole disperse, mentre gli Spiriti vivevano nascosti nei boschi.
Ma una notte, qualcuno decise di turbare questa armonia: Dragone cercò di impossessarsi del potere del fratello maggiore, Fenice, il quale decise di sacrificarsi per impedire al fratello di diventare immensamente potente.
Ad oggi, il reale motivo di questo suo gesto resta ignoto.
Da quel momento il mondo cambiò: le tenebre ricoprirono ogni cosa. Desolazione, guerre e miseria si abbatterono sui popoli delle Terre Unite, dividendoli.
Dragone, con l'aiuto di un Mago, imprigionò Grifone e Pegaso impossessandosi del loro potere e diede inizio a un governo del terrore.
Riuscì a creare un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti, così il caos iniziò a regnare incontrastato.
Schiacciò con forza tutti coloro che si opponevano al suo dominio, sterminando intere razze finché nessuno osò più contrastarlo.
Dopo qualche tempo, Fenice, risorto dalle sue ceneri, scatenò una violenta battaglia che durò cinque anni. Fu uno scontro di inaudita violenza. Grifone e Pegaso, ancora privi di potere, parteciparono al conflitto, ma nel farlo persero la vita. Fenice, furioso per la perdita, scatenò tutto il suo immenso potere, consumando se stesso e Dragone nella sua fiamma, determinando così la fine per entrambi.
Il ponte che collegava i due mondi si dissolse con la morte di Dragone, riportando l'equilibrio sulla terra.

Col passare degli anni la pace tornò a regnare nelle Terre Unite. I villaggi distrutti furono ricostruiti, le coltivazioni e i commerci prosperavano e quella delle quattro creature magiche divenne solo un'antica leggenda.
Mille anni dopo la morte dei quattro, un uomo rivendicò il dominio sulle Terre Unite, seminando terrore e morte.
Lui, Goldfire, la reincarnazione del Drago, riportò il male sulla terra; e ora, senza alcuna forza abbastanza potente da fermarlo, regna incontrastato... -  

Capitolo 1

- Devo muovermi, devo arrivare prima di Tom o dovrò pagare nuovamente io. -
Stavo marciando a passo repentino quando una leggera brezza fresca, che portava con sé l'odore del fieno delle fattorie vicine, penetrò la sottile stoffa della mia tunica facendomi risalire un brivido lungo la schiena. I fili d'erba verdi della radura e le foglie delle grandi querce che costeggiavano le rive del lago Argento danzavano al ritmo del vento, un vento che celebrava l'arrivo dell'Autunno.
Mi fermai per qualche istante a osservare il meraviglioso paesaggio. La luna, sorta da poche ore, era uno squarcio nell'infinito cielo trapuntato di stelle che si rispecchiava nel lago dal quale prendeva il nome il mio villaggio: Argento.
Era un lago meraviglioso, con rocce bianche come l'avorio, e una piccola cascata che lo rendeva più simile a un fiume di montagna che a un semplice lago. Questa sua caratteristica incuriosiva molti abitanti dei villaggi limitrofi al nostro, spingendoli a visitarlo; nelle stagioni più calde, i padri allestivano campeggi con i propri figli, passando giornate a cacciare e a pescare.
Sollevai lo sguardo al cielo tornando a osservare le stelle e, in un lampo, la mia testa iniziò a vagare nel passato, riportandomi con la memoria a una sera di primavera.
- Quelle, quelle stelle sembrano il cane di Gastone - disse mio fratello Luke indicando un piccolo agglomerato luminoso.
- Quelle lì invece hanno la forma di un'aquila - dissi io.
- Mentre quelle ricordano uno scudo - continuò Tom ridendo.

- Tom! - chiamai a voce alta distogliendomi dal ricordo.
Aumentai il passo cercando di recuperare il tempo perso a sognare a occhi aperti, attraversando il bosco in direzione dell'unica luce ancora accesa del villaggio, quella della locanda. A mano a mano che mi avvicinavo al limite del bosco, l'echeggiare delle grida degli ubriaconi che popolavano la taverna si faceva più nitido.
Arrivai innanzi alla piccola cinta di legno che circoscriveva il mio bel villaggio. Mi ero sempre chiesto quale fosse l'utilità di quel recinto, visto che non si erano mai avvistati animali pericolosi nel bosco, e di certo non avrebbe retto all'attacco di un esercito.
Il mio era un piccolo villaggio del regno di Asli, uno dei Quattro Regni delle terre conosciute. Situato su un'ampia collina circondata da sconfinati vigneti, era conosciuto come il maggior produttore di vino e formaggio di tutto il regno, e per questo considerato uno dei villaggi più importanti di Asli. Era popolato prevalentemente da fattori, compreso mio padre.
Superai la cinta di legno camminando attraverso le case e le botteghe chiuse da poco. Poi finalmente arrivai. La porta di legno chiusa, con la piccola scritta Da Jakob incisa con un coltello all'altezza della testa, mi divideva dal buon sidro che tanto avevo sognato quel giorno. Quella bevanda era una delle cose che più amavo, uno dei pochi vizi che riusciva a farmi sentire quello che ero: un ragazzo di soli quindici anni. Ero giovane per frequentare un posto come quello, ma purtroppo non c'erano altri luoghi nel villaggio per ritrovarmi col mio amico.
Aprii la porta spingendola con forza e fui invaso da un'ondata di odore di birra misto a vomito e legno bagnato; era nauseante ma, nonostante tutto, era bello recarsi alla locanda e vedere gli abitanti del villaggio ridere e ballare dopo una giornata passata a lavorare nei campi.
Entrai e mi guardai intorno. Era molto affollata, come sempre, e illuminata da piccole candele bianche posizionate su ogni parete e sui tavoli. Uomini e donne consumavano per lo più birra di malto, la specialità di Jakob, il locandiere. Il pavimento era sempre appiccicoso, lercio, con uomini che vi dormivano beatamente sopra senza accorgersi delle pedate dei passanti o delle grida degli ubriachi. Il grande bancone di legno massiccio, posto alla destra dell'ingresso, era ricco di boccali vuoti. Dietro, si ergeva un grande uomo con lunghi capelli grigi e una folta barba dello stesso colore, che strofinava le stoviglie con uno straccio di dubbia provenienza; per quanto ne sapevo, poteva essere un pezzo di toga strappato a qualche ubriacone. A sinistra, invece, una lunga fila di tavolini di un legno più scadente, addobbato con incisioni e disegni vari e circondata da tanti piccoli sgabelli a tre gambe, o persino ricavati da tronchi di qualche quercia del bosco.
- Eccoti, finalmente! - .
Mi voltai e vidi il mio amico in piedi vicino al tavolo sotto una delle finestre della locanda che mi faceva cenno con un braccio, invitandomi a raggiungerlo.
Tom, un ragazzo magrolino con folti capelli corvini e un largo sorriso sornione, sembrava divertito nel vedermi in difficoltà mentre oltrepassavo i corpi degli ubriaconi addormentati a terra cercando, invano, di non pestarli.
Ci eravamo conosciuti quando eravamo poco più che bambini, e Tom era sempre stato presente nei momenti più difficili della mia vita. Ovviamente all'epoca non potevo immaginare che di lì a poco le difficoltà quotidiane mi sarebbero apparse delle
sciocchezze e che sarei giunto a rimpiangere i duri scontri con mio padre.
- Maledizione, sei arrivato prima di me... due sidri, buonuomo - ordinai rivolgendomi al locandiere, mentre mi accasciavo sulla panca di legno accanto al mio amico.
- Eh, ti tocca pagare amico mio! - disse ridendo Tom. - Non ti dà tregua, eh? - concluse dandomi una pacca sulla spalla.
- Giuro che un giorno di questi me ne vado, prendo i miei fratelli e li porto via da quella maledetta fattoria! - annunciai con fervore sbattendo un pugno sul tavolo. Nel frattempo, il locandiere era arrivato davanti al nostro tavolo con due boccali colmi di sidro.
- Ecco, ragazzi - disse porgendoci i bicchieri dall'altra parte del tavolo.
- Grazie, Jakob - dissi al locandiere prendendo i due sidri.
In quel momento un passante mi urtò da dietro facendomi rovesciare buona parte del contenuto sulla tunica lavata di fresco.
- Ehi, attento, idiota! - esclamai alzandomi di scatto e guardandolo in cagnesco, incurante del fatto che fosse il
doppio di me. Tom mi osservava attento, forse preoccupato per la reazione che potevo aver innescato nell'uomo.
Ma quello era già passato oltre, senza prestarmi la minima attenzione. Mi rimisi seduto, quasi deluso di essere appena scampato a un occhio nero, e ripresi il mio sfogo.
- Mio padre la deve smettere di trattarci come schiavi, dodici ore di lavoro al giorno e neanche una parola di ringraziamento. Gli unici spicci che ho in tasca li devo al vecchio Clayton. Potare quella vecchia quercia mi ha fruttato più di quanto pensassi! Stasera offro io! - conclusi con finta allegria, tirando fuori dalla tasca qualche moneta per il locandiere.
Attendendo un resto di pochi spicci, il mio sguardo si perse fuori dalla finestra e il pensiero andò inevitabilmente a mia madre. Quando lei era al mondo le cose andavano in modo completamente diverso, e anche se non eravamo mai stati ricchi, eravamo felici con quel poco che avevamo. Ma quando la malattia ce la portò via, portò con sé anche quella serenità. Era lei che ci teneva uniti, e dopo la sua morte mio padre sembrava non riuscire più a provare affetto per nessuno: il lavoro era l'unica cosa che contava per lui. Non capiva che lui aveva perso una moglie, ma noi, noi avevamo perso nostra madre. Per questo lo odiavo, per il suo essere così egoista. Io cercavo un modo per alleggerire il carico di lavoro dei miei fratelli, ancora troppo piccoli per sacrificare le loro giornate e la loro fanciullezza dietro a una vanga. Altro non potevo fare per onorare la memoria di mia madre che prendermi cura come potevo dei suoi adorati bambini.
Una risata spontanea e contagiosa mi riscosse dai miei pensieri. Era Bianca, la figlia del locandiere, che costituiva il motivo principale per cui io e Tom andavamo lì quasi tutte le sere. Aveva i capelli del colore del grano e gli occhi della stessa sfumatura verde-azzurra del lago Argento. E in quel momento, con le sue labbra carnose di un bel rosa acceso e le guance arrossate per il calore all'interno della locanda, era accanto a noi e ci sorrideva amichevolmente.
- B-buonasera Bianca, bella serata, eh? - Mi maledissi per non aver saputo trovare qualcosa di intelligente da dirle. Ma non potevamo sprecare questa occasione. - Volete unirvi a noi? - tentai, speranzoso.
- Perché no! - rispose lei con la sua voce squillante, sedendosi accanto a me.
Io e Tom ci scambiammo uno sguardo carico di sorpresa e pura estasi. In cinque anni, infatti, lei non ci aveva mai rivolto la parola, né dato alcun segno di essersi accorta della nostra esistenza.
Ma quella sera era diversa, quella sera la fortuna era dalla nostra.
- Ehm... gradite un sidro? - le chiese timidamente Tom.
- Ahahah, un sidro? Avete ancora dodici anni? Per me un boccale di birra, padre! - chiese al locandiere.
- Anche per me - esclamai subito io d'impulso.
Non avevo mai bevuto una birra, l'alito mefitico degli avventori del locale mi aveva sempre distolto dall'idea. Ma quella sembrava proprio la serata delle prime volte e non potevo certo permettere che Bianca pensasse che fossi un ragazzino.
- Facciamo tre boccali di birra, allora - esclamò Tom, deciso. Probabilmente aveva avuto il mio stesso pensiero.
- A noi! - brindammo poco dopo, sollevando i bicchieri e bevendo da essi una generosa sorsata. Il gusto era un po' amaro e la birra leggermente calda, ma con Bianca seduta accanto a me sembrava la cosa più buona che avessi bevuto in vita mia.
Cominciarono le danze. Da un angolo della locanda, un gruppo di uomini iniziò a intonare delle melodie allegre e festose, accompagnandosi con flauti e strumenti a corde. La musica riempiva il locale e le donne presenti ballavano tenendo sollevate le lunghe gonne, incitate a gran voce dagli uomini che pestavano i piedi e battevano le mani sui tavoli a tempo di musica.
Bianca spiccava tra le altre per la sua bellezza ed eleganza innate e volteggiava in modo così aggraziato che sembrava volare, con gli occhi che brillavano come quelle stelle che tanto amavo.
- Seth, un giorno io la sposerò - disse Tom serio. Io lo guardai e gli diedi un colpo sulla spalla.
- Sarà così, amico mio. - Finii la mia birra con una sorsata cercando di non sentire il sapore pungente della bevanda e mi alzai di scatto.
Pessima idea.
Non passò molto tempo prima che l'intera taverna iniziasse a girare.
- Tom, non mi sento molto bene, me ne vado a letto - dissi barcollando.
Lui iniziò a ridere. - Seth, mi sembri il vecchio Alec. -
- A domani - dissi chiudendo la porta della locanda dietro di me. Uscito, respirai a pieni polmoni, cercando di bloccare la sensazione di vertigine.
Attraversai nuovamente il bosco. Avrei potuto prendere il sentiero battuto, quello che passava davanti alla fattoria di Tom: era sicuramente meno buio, meno pericoloso, ma volevo passeggiare tra gli alberi che tanto amavo. Camminai cercando di mantenere l'equilibrio ma caddi a terra un paio di volte, inciampando sulle mie stesse gambe. Era una cosa imbarazzante.
Al mio rientro alla fattoria dormivano tutti, si udivano solo il frinire dei grilli e il russare profondo di mio padre e mio fratello. Aprii la cigolante porta di casa muovendomi il più silenziosamente possibile per evitare di svegliare la mia famiglia. In realtà lo facevo soprattutto per mio padre: lui aveva l'abitudine di punire severamente chi lo svegliava prima del canto del gallo, oltre al fatto che non sarebbe stato affatto contento di sapere che ero stato alla locanda come i perdigiorno, come li chiamava lui, e per di più ubriaco. Chiusi la porta lentamente e mi recai nella mia stanza sdraiandomi sul letto. Mi tolsi solo le scarpe che portavo ormai da diciotto ore, ma appena posai lo sguardo sulla finestra sussultai. Le ante erano aperte, seduto sul cornicione c'era Tom che fissava incupito il cielo.
- Tom? Sei tu? Che ci fai qui? - chiesi saltando in piedi sbalordito.
- È tempo, Seth... È tempo... - rispose lui con una voce strana, senza guardarmi ma continuando a fissare il cielo. - Devi essere pronto, Seth... È tempo... - ripeté. Poi si voltò verso di me. Due occhi dalle iridi rosso fuoco mi fissavano.
- È tempo. -
D'improvviso l'intera stanza diventò rossa, come se fosse in fiamme. Poi, il nulla.
Mi svegliai di soprassalto, tutto sudato. Ero a terra, caduto dal mio letto.
- Basta birra, lo giuro... mai più... - mormorai stendendomi a letto, mentre ripiombavo in un sonno profondo e senza sogni.

Andrea Riccardo Gasparoni
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