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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Writer Officina
Autore: Rocco Luccisano
Titolo: TSINGY
Genere Spy Thriller Avventura
Lettori 1994 10 13
TSINGY
La foresta di pietra del Madagascar.

Madagascar, Riserva naturale Tsingy di Bemaraha, 2018.

Sospeso nel vuoto. Quella era la sensazione di Dante Léon. Proprio quello che avrebbe voluto evitare. Una delle situazioni che meno amava di quel tipo di escursioni e della sua professione di archeologo. In quel momento, anziché trovarsi lì, vestito da esploratore su quella passerella instabile appesa a cinquanta metri dal suolo, avrebbe preferito starsene più stabilmente seduto al bancone di un bar a bersi una birra fresca, beato come la sera precedente.
E pensare che poco prima si era goduto il panorama dall'alto: una foresta di pietra impenetrabile, un dedalo fitto di formazioni calcaree a forma di pinnacolo e un intrico di grotte e cunicoli.
Era giunto per lui il momento di attraversare quella passerella lunga e stretta, e soprattutto precaria e inaffidabile. Una trappola fatta di corde e tavole vecchie, che oscillava vertiginosamente sopra rocce acuminate. Rocce che spuntavano dal terreno come grappoli di dardi ammassati l'uno all'altro a formare un groviglio inestricabile di stalagmiti.
Si trovava lungo la parte discendente dell'arco formato dalla passerella. Aveva percorso appena un quarto della cinquantina di metri o poco più che da lui calcolati e che doveva affrontare per raggiungere l'altra estremità, ma il sudore gli scendeva dai riccioli neri illuminati dal sole come se avesse attraversato di corsa il ponte di Brooklyn in piena canicola. Invece quella mattina il sole non si era fatto vedere nemmeno lontanamente. Non un raggio era ancora riuscito a penetrare lo spesso strato di nuvole grigie sopra di lui.
Le assi di legno, traballanti, scricchiolavano sotto i suoi piedi. L'idea di precipitare ed essere trafitto da quelle guglie rocciose scosse l'archeologo. La testa gli girava, la vista gli si offuscava, le ginocchia gli cedevano e temette di perdere l'equilibrio. Proprio mentre sollevò il piede destro per avanzare di qualche centimetro venne spinto di sorpresa da dietro la schiena e per poco non stramazzò con la faccia in avanti.

D'istinto il professore strinse ancor più forte le corde di protezione, il rudimentale parapetto a cui era aggrappato fino a far sbiancare le nocche. Solo dopo si voltò.
Le pieghe delle dita gli bruciavano, ma era determinato a non mollare la presa. Le mani tremavano meno delle ginocchia soltanto perché erano ben afferrate alle funi.
- Smettila, Yuma! Non fare la stupida, por Dios! - sbottò.
Lei si carezzava i capelli neri che le cadevano lisci fino all'osso sacro - Soffri di vertigini? -
Yuma Columbié Lopestegui ignorava quel punto debole di Dante. Per lei, l'uomo che era stato il suo insegnante di storia e archeologia e che poi aveva sposato, era sinonimo di sicurezza.
- Ti sembro un funambolo? Ti fidi di questa specie di ponte pericolante? -
- Non sapevo che patissi l'altezza. -
Con un movimento repentino dell'occhio, Dante fece appena in tempo a scorgere stampato sul volto di Yuma quel ghigno che conosceva bene e che poco sopportava.
- Quante cose non sai ancora su di me... -
Lasciò il seguito all'immaginazione di lei, che fece una smorfia di irritazione tirando il naso più in su degli zigomi prominenti e allargando le piccole narici.
- Delle tue avventure da scapolo? -
Per ripicca lo strattonò per l'imbracatura da arrampicata.
- Lasciami, non mi toccare! -
- Fammi passare allora, professor Dante Léon Vidal. Se non cammini rischiamo di morirci davvero qua sopra. -
Non fu difficile per lui capire, dal tono di quelle parole, che si era offesa per la frase lasciata in sospeso.
“Magari a essere sospesa fosse solo quella frase, anziché questo dannato ponte.”
Voleva essere una delle sue sporadiche provocazioni, le quali centravano puntualmente il bersaglio quando diceva qualcosa che implicava la loro relazione o che alludeva a qualcun'altra o anche solo a una delle sue non meglio precisate ex.
La gelosia era più forte di lei. La sua reazione era giunta puntuale e immediata: prima il broncio, poi la piega verticale che si formava tra le due sopracciglia, le braccia conserte con le spalle alte e il piede che si agitava nervoso e fuori controllo. Generalmente non reagiva con scatti aggressivi e subitanei. Quasi sempre si chiudeva in un silenzio che a lui faceva tenerezza. Quindi la sposa spariva per poi tornare con lo sfogo di parole che ormai lui, con quasi vent'anni più di lei, sapeva gestire con facilità. Sapeva che non era un sentimento dovuto alla sua insicurezza, che in quell'età di mezzo tra i venti e i trenta poteva farsi sentire in misura più incisiva. Era semplicemente la sua indole, la sua natura, che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita. Lui lo sapeva ed era disposto ad accettarla. Ma era anche il conto che lei doveva pagare per il fatto di aver scelto di avere al suo fianco l'insegnante più piacente dell'ateneo, con i suoi modi affabili e naif, lo sguardo furbo dietro alla montatura spessa e il suo sorriso da ammaliatore.
In quel frangente di estrema precarietà, tuttavia, il suo scopo non era certo quello di provocarla. L'ultima delle sue intenzioni era quella di agitare lei e quel benedetto ponte. Avrebbe voluto che non ci fosse nemmeno quel filo d'aria, per lui un tifone, a farlo dondolare più di quanto già non facesse. Ricattabile come non mai, avrebbe accettato qualsiasi compromesso pur di raggiungere indenne e al più presto l'altro lato della passarella. Ma lei fece proprio quello che lui non avrebbe mai voluto. Labbra serrate, con un passo in avanti fece vibrare le cigolanti e sgangherate assi di legno. Si chinò quanto bastava per passare sotto il braccio di lui, che se ne restava immobile e avvinghiato alle corde. Con lo zaino che teneva sulle spalle lo urtò sotto l'ascella.
- Che fai? Vuoi farci ammazzare? - le ringhiò, pensando che l'urto fosse stato intenzionale.
Indispettita e imbronciata, Yuma oltrepassò il marito e poi Taddeus, il terzo e ultimo componente della ristretta comitiva, che si scostò per lasciarla passare. Un po' troppo avanti con gli anni e fin troppo taciturno per essere una guida, aveva dimostrato invece di essere ancora agile sulle rocce, tanto da sfidare i due e velare il peso e il logorio dei suoi sessant'anni suonati.
Le mani ancora saldamente ancorate alle corde, Dante osservò Yuma allontanarsi di buona lena. Ebbe un moto d'invidia nel vederla camminare su quelle tavole instabili e mezze marce, risoluta e con passi volutamente pesanti, nonostante i suoi nemmeno cinquanta chili. Aveva l'aspetto di un'equilibrista: piccola, minuta, leggera e anche leggiadra, se solo avesse voluto.
“Stronzetta, lo fai apposta” pensò Dante sforzandosi di rilassare i muscoli in un accenno di sorriso tirato, compiaciuto del fatto che per una volta la sua piccola avesse mostrato più sicurezza di lui.
Dopo un secondo i suoi muscoli e i suoi nervi erano già tornati a tendersi al limite dello strappo.
Cercò di affrancarsi da quello stato di paralisi, ma gli scarponi rimanevano piantati sul legno come pilastri nel cemento. Non riusciva ad andare né avanti né indietro. Si voltò muovendo solo il collo per non causare ulteriori scossoni alla passarella e con la coda dell'occhio si guardò indietro. Non si capacitava di come si potesse ritrovare a quel punto.
Le vertigini erano comparse all'improvviso, troppo tardi, altrimenti avrebbe rinunciato a quella traversata.
- Non ci sono altre vie più agevoli di questa. - Nella sua riservatezza, Taddeus si scoprì essere un buon lettore di menti altrui.
Dante inspirò l'aria calda, con tutta la delicatezza che poteva mettere in atto. Evitava perfino di fiatare e non disse nulla, concentrato su come azzardare un passo. Nonostante un soffio d'aria gli mosse i pantaloni color cachi si sentì soffocare nel suo gilet multitasche.
- Non abbassare lo sguardo. Guarda in alto, la punta del tuo cappello. -
Dante seguì il consiglio. Levò gli occhi verso la visiera del berretto e mosse un piede, ma la sensazione di non sapere dove lo stava poggiando non lo incoraggiò affatto.
- Difficile camminare e guardare verso l'alto allo stesso tempo. Non vorrei prendermi una cacca di piccione in un occhio. - Ma mentre cercava di sdrammatizzare una goccia di sudore gli si insinuò sotto il colletto, solleticandolo che per poco perdeva l'equilibrio.
- Bravo, continua così. Concentrati sulle cacche di uccello invece di fissarti sull'altezza e se ti viene difficile guardare verso l'alto, guarda in avanti. Guarda tua moglie. -
L'archeologo allungò la vista. Yuma aveva già raggiunto il lato opposto.
- Benarrivata sulla terra ferma, beata te, mi amor - borbottò tra sé.
- Tsingy - gli si rivolse laconica la guida pronunciando il nome di quel posto.
- Cosa? -
- Tsingy! - ripeté quello puntando le mani verso i suoi piedi, ma Dante non ebbe la forza di abbassare lo sguardo.
- Tsingy, cosa? -
- Cammina, “tsingy”. -
All'archeologo parve più un ordine che un consiglio.
- Ho capito che siamo sopra gli Tsingy. Si vedono fin troppo bene da quassù: calcare e conchiglie fossilizzate. -
- Vuol dire camminare in punta di piedi...su quegli aghi. Un modo di dire antico della gente che abitava questi luoghi... per evitare di procurarsi tagli con quelle rocce affilate come lame, capisci? -
Dante gli lanciò un'occhiataccia.
- Non sono in vena di lezioni, Taddeus, non adesso! -
Senza accorgersene, passo dopo passo, Dante era riuscito a percorrere altri dieci metri e mancava ormai poco alla fine della passarella.
Yuma li aspettava seduta su uno spuntone con aria infastidita.
Taddeus poggiò il piede sulla terra quando a Dante mancavano pochi passi e si afferrava alla mano della guida per saltare dal ponte sospeso.
Fece un sospiro profondo, rumoroso.
- Ce l'ho fatta, amore - annunciò alla moglie appena si sentì al sicuro.
Lo sguardo geloso di lei non si era ancora affievolito e nemmeno l'espressione di irritazione era svanita dal suo viso.
Dante poggiò lo zaino ai piedi e rimasero lì, su quella stretta cima rocciosa a strapiombo, a osservare il paesaggio sotto di loro.
Dopotutto ne era valsa la pena, concluse tra sé il cubano. Afferrò il binocolo appeso al collo e si avvicinò al bordo del roccione, ormai di nuovo sicuro e padrone di sé. Un fugace movimento davanti a una caverna quasi nascosta dalle guglie catturò la sua attenzione. Fece un balzo indietro lasciando cadere il binocolo sul petto e lanciò un urlo che risuonò tra le pareti rocciose.
- Un ravoloma - sbraitò.
Un piede perse aderenza e gli scivolò colpendo lo zaino che cominciò a rotolare precipitando nel vuoto, seguito da lui.

Dante si ritrovò sull'orlo del precipizio. Cercò di arrestare la caduta facendo presa con gli scarponi e le unghie sulla roccia, ma non ci riuscì.
Era rimasto appeso. La cinta dell'imbracatura stretta in vita si era agganciata a uno spuntone. In bilico, l'archeologo si teneva abbracciato con tutte le forze a quel costone che gli aveva impedito di precipitare al suolo in un volo mortale. Fino a quel momento. Si sentiva scivolare lentamente verso il vuoto. La roccia si sgretolava sotto il suo peso, friabile quanto dovevano esserlo gli Tsingy che più sotto lo stavano attendendo con le punte taglienti rivolte verso di lui.
Adesso sì che era veramente sospeso nel vuoto.
Non fiatava, non perché non ne avesse la forza. L'adrenalina gli abbondava nelle vene quasi a scoppiare, ma non voleva provocare movimenti che gli sarebbero potuti costare la vita. Doveva restare immobile nella speranza che la guida e la moglie potessero intervenire in suo soccorso, la qual cosa non era affatto facile. Lui ne era fin troppo cosciente, come del fatto che non c'erano altre vie di salvezza, ma non poteva nemmeno rimanere inerte: la morte era troppo vicina.
Quando i suoi piedi persero ogni appiglio, si accorse che il suo corpo scorreva verso l'abisso come se si trovasse disteso su un nastro trasportatore. Sentì le voci di Yuma e di Taddeus lontane, troppo lontane, sopra la sua testa.
- Non ti muovere! - gli urlò la guida.
“E chi si muove” avrebbe voluto rispondere, ma evitò che le corde vocali vibrassero e che i suoi muscoli involontariamente si tendessero.
- Adesso scendo io. -
Lo sentì trafficare all'interno dello zaino e armeggiare con qualche attrezzo, forse dei moschettoni. Tutti e tre portavano con sé l'attrezzatura per l'arrampicata. Immaginò Taddeus fissare un chiodo da roccia o direttamente una fune a qualche spuntone per calarsi a recuperarlo.
Il tempo trascorreva inesorabile. Le braccia cominciavano a bruciare e le gambe a penzolare dalle ginocchia in giù mentre sdrucciolava centimetro dopo centimetro, sempre più velocemente.
“Sbrigati” gli avrebbe voluto urlare, ma preferì trattenere il fiato.
Taddeus si sporse più che poté e allungò il braccio. Lo afferrò per il polso, ma mentre stava per tirarlo su perse la presa e Dante scivolò lungo il dirupo.
La caduta si arrestò su una sporgenza cinque metri più in basso. Dopo aver picchiato con la testa contro la parete, le voci dei due gli arrivavano sempre più lontane e lui si sentì volare. Aveva perso i sensi.
La sua mente retrocedette a due giorni prima e si mise a rivivere gli avvenimenti vissuti da lì in avanti.

Due sere prima.

Dante Léon Vidal era docente di archeologia e storia all'Università di San José in Costa Rica. Yuma Columbié Lopestegui, sua ex studentessa e ora sua moglie, apparteneva alla tribù indigena degli huetares, originaria dell'interno della Costa Rica, come rimarcavano i tratti somatici e la pelle luminosa di un'abbronzatura naturale.
Erano seduti a un tavolo del ristorante del Tsingy di Bemaraha, l'hotel dove alloggiavano. Rustico come volevano loro, era perfettamente integrato con la natura che lo circondava.
A parte la riproduzione di un Tsingy che si ergeva in fondo alla struttura come fosse un monumento, le dimensioni contenute non lo facevano svettare al di sopra della vegetazione. A ogni modo la scelta su dove pernottare non era stata difficile. Le strutture per turisti di Bekopaka, la cittadina da cui sarebbero partiti alla volta del Parco Tsingy de Bemaraha, si contavano sulle dita di una mano. Erano gli unici ospiti di quel luogo immerso tra la terra rossastra e il verde piuttosto rinsecchito.
Tutto era in legno e bambù, dai bungalow costruiti su palafitte alle aree esterne, così come le poltrone, i tavoli e la stessa tettoia del ristorante sotto la quale si godevano l'ultimo lucore crepuscolare del sole calante oltre il nero della savana all'orizzonte.
Entrambi avevano appena finito di cenare con del zebù al curry e un flan al cocco. La birra con cui avevano accompagnato il piatto era fresca al punto giusto e all'unisono, con perfetto sincronismo, alzarono il gomito per scolarsi l'ultimo sorso rimasto nelle rispettive bottiglie.
- Sono stanca, amore. Ce ne andiamo? -
- Io resto un altro po'. -
Yuma si diresse verso il loro bungalow in legno e Dante verso il chioschetto adiacente, anch'esso in legno.
- Un'altra birra - chiese il cubano in un francese arrancato appoggiandosi al bancone.
Nella sua livrea nera, il barista era più paffuto che robusto, dalla pelle più scura degli indigeni che avevano visto fino a quel momento. - La stessa di prima? -
- Più fredda. -
- Siete qui per visitare gli Tsingy? -
- Sì, domani. -
- Dopodomani - lo contraddisse da dietro una voce maschile che non conosceva.
Dante si voltò e salutò il nuovo arrivato, poi si sedettero al bancone e cominciarono a conversare.
Yuma, invece, si era addormentata sul letto a baldacchino, ancora vestita. Erano bastati pochi secondi per sprofondare nel sonno. Ma, dopo un'ora, dei rumori alla porta la svegliarono.
Attese che Dante entrasse e richiuse gli occhi. Dopo nemmeno un minuto gli stessi suoni.
- Amore - lo chiamò assonnata.
Nessuna risposta.
- Dante. -
Guardò l'orologio al polso. Era passata la mezzanotte da un pezzo e si accorse che aveva dormito più di un'ora.
- Dante? -
Nulla, solo i suoni della natura e di nuovo quel cigolio che l'aveva svegliata. Ma Dante non era lì con lei.
Era là fuori?
Si alzò e andò ad aprire la porta barcollando per il sonno. Sentì un fruscio provenire da un cespuglio di orchidee tra la loro abitazione e un'altra, ma del marito nessuna traccia.
Si ricordò che Dante si era fermato al bar e andò a cercarlo. Nell'approssimarsi al chioschetto lo vide di spalle al bancone, il barista dall'altro lato e un uomo al suo fianco. Notò anche il rapido e indecifrabile cenno del capo che lo sconosciuto indirizzò al barista.

Appena Yuma appoggiò il piede sul parquet del chioschetto, lo sconosciuto accanto a Dante si voltò verso di lei come se avesse avvertito la sua presenza.
Adesso che lo vedeva di fronte, capì che era un uomo di mezz'età. Fisionomica com'era, lo aveva praticamente fotografato nella mente con una sola occhiata: capelli brizzolati e mossi, sopracciglia folte e ispide, quasi a unirsi sopra gli incavi pronunciati degli occhi. A parte ciò e le rughe di vecchiaia, nel complesso il resto del viso era piuttosto armonioso. Ma aveva un qualcosa di misterioso nei lineamenti, diversi dagli altri che aveva incontrato fino a quel momento sull'isola, secondo lei. Non aveva tratti né da africano né da indiano né da asiatico.
“Un altro dei tanti miscugli del Madagascar” rifletté mentre l'uomo veniva nella sua direzione.
Yuma notò in lui una camminata strana, appena zoppicante. Quando s'incrociarono, lui le fece un fiacco cenno di saluto. Lei lo squadrò diffidente, sostenendo il suo sguardo. Era slanciato, talmente magro che le clavicole facevano capolino da sotto la maglietta. Un paio di bretelle nere gli sorreggevano i pantaloni lunghi.
Non avrebbe saputo spiegarsi il motivo di quella diffidenza, notò solo che i suoi occhi erano di un verde annacquato, così spenti da trasmetterle una gelida sensazione.
Quando raggiunse il marito al bancone non perse tempo.
Aggrottò la fronte aggrottata come quando s'ingelosiva per una donna. - Chi era quello? -
- La nostra guida e mpanandrano. Un ombiasy. -
- E che sarebbe? -
- Un contadino... -
- Ah, capito - esclamò lei, ma lui continuò l'elenco.
- Un guaritore, un medico che effettua le circoncisioni. -
L'espressione di Yuma si fece corrucciata.
- Un guaritore? Un medico? -
- E anche un astrologo. -
- Ah... - Sulla fronte della costaricana, le pieghe di quando è dubbiosa ma vuole saperne di più si fecero più nette. - Anche un astrologo? -
- Una specie di sciamano, curandero, amore, che qui chiamano ombiasy e mpanandrano - le spiegò Dante, volgarizzandone l'espressione.
Questa volta lei tacque, ancor più sospettosa.
- Ci ha invitato domani al famadihina. -
- Al che? -
In risposta Dante scambiò un sorriso complice col barista che intervenne mentre gli stava servendo un'altra birra: - Il rovesciamento delle ossa, l'incontro e la trasformazione e il saluto dei defunti - spiegò.
- La festa del ritorno dei morti, un rituale malgascio, tuttavia poco diffuso nel resto dell'isola, legato al culto dei morti - spiegò di nuovo Dante.
- E lo dici come se fosse una festa di compleanno? -
- È la venerazione dei morti che vengono riesumati dalle loro tombe. -
I grossi occhi dalla forma allungata si spalancarono, ma non fiatò.
Dante si accorse che, visto il tema, era il momento di intervenire con maggiore tatto: - È come un secondo funerale, una ricorrenza antica dell'isola. Sarà interessante scoprire di più. Ricorda che ogni cultura arricchisce. -
- Sì, prof. E cosa, ancora? - ribatté Yuma con tono sarcastico.
- Per la celebrazione, gli astrologi seguono un complesso calendario che solo l'ombiasy può calcolare - s'intromise il barman.
- E qui l'astrologo è lui - continuò Dante con gli occhi che gli brillavano per il cambio di programma.
- Ed è allo stesso tempo un medico che guarisce, che circoncide, e non so cos'altro. Por favor, Dante. Non abbiamo tempo per invocare i morti. Domani dobbiamo partire per il parco Tsingy - obiettò lei. - Te ne sei dimenticato? -
- E lui ci guiderà... - Un secondo di pausa. - Dopodomani. -
- La nostra guida? - sbuffò Yuma avviandosi, prima che Dante potesse ribattere, verso il sentiero di terra che conduceva alla loro abitazione, illuminato dalla luce fioca di pochi lampioni.
Quell'uomo tenebroso, né bianco né nero, ossuto come uno scheletro che cammina, era sparito veloce come a quella latitudine faceva il sole all'imbrunire. Ora lei camminava sola sfidando le tenebre africane, tormentata da cattivi presagi.
Seguita da ombre lunghe e torve, raggiunse il loro bungalow. Salì i gradini del terrazzino davanti all'entrata e cercò la chiave nella tasca dei pantaloni. Nel frattempo notò che la porta era socchiusa.
Non l'aveva chiusa quando era andata al bagno? Non ricordava.
Esitò ad aprirla. Sentì il fiato sui capelli e si voltò di colpo. Un'ombra da dietro si materializzò.
- Idiota! Mi vuoi fare morire d'infarto? -
Dante l'abbracciò dai fianchi.
- Ti scoccia se andiamo dopodomani agli Tsingy? -
- Fai come vuoi - tagliò corto lei divincolandosi dall'abbraccio ed entrando senza accendere le luci.
- Cos'è che non va? -
Yuma andò dritta verso il letto protetto dalle zanzariere. - Quel tipo non va. -
Le vide ondeggiare, ma non diede peso a quel particolare.
- Il barista? -
- No! Quell'altro. -
- Taddeus? -
- Non so come si chiami. - Scostò le tende quasi trasparenti del baldacchino, che le cascarono addosso appena si sedette sul bordo del materasso. - È solo che... -
Lui si sedette al suo fianco. - Che cosa? -
- Non so, non mi fido. Mi sembrava che fosse d'accordo col barista. -
Mentre si toglieva le scarpe, Dante cercò di tranquillizzarla: - È normale, è una guida. Ho chiesto io al barista di cercarne una. -
- Comunque... -
- Comunque che? - la incalzò mentre continuava a svestirsi.
- Puzza di morte. -
Mentre lo disse, Yuma notò che l'aria proveniva dalla finestra aperta. Lui si fermò e si girò di scatto, lo sguardo su di lei che si era alzata per chiuderla.
- Di morte? Che stai dicendo? -
Dopo pochi passi Yuma si bloccò. Le era parso di vedere un'ombra bassa passare davanti alla finestra. Si voltò verso il marito che si era sdraiato, sfinito, sul letto.
- Dante? Ho visto qualcosa là fuori! -
- C'è una savana piena di animali - borbottò lui, già mezzo addormentato.
Yuma esitò, poi si fece coraggio e si avvicinò alla finestra. Si sporse e tirò a sé la persiana, più veloce che poté. Quindi sbatté la finestra.
Era forse la sua mente a giocarle brutti scherzi, anch'essa esausta dopo giorni di viaggio stancante, a volte al limite del proibitivo?
O quel Taddeus?
Rocco Luccisano
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