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Autore: Daniele Missiroli
Titolo: Moonlift
Genere Fantascienza
Lettori 383
Moonlift

Austin, 2119

La piattaforma volante era imponente.
Nei suoi corridoi, all'ora di cena deserti, una persona si muoveva furtiva.
Entrò nella sala motori e lavorò su una delle quattro enormi eliche.
Finita l'operazione, scollegò anche il circuito d'emergenza.
Infine, cancellò le registrazioni delle telecamere.
Entro poche ore l'allarme avrebbe gettato tutti nel panico.

1

Mi serve dell'acqua, pensò Kimberly, seduta sulla scomoda sedia della sala d'aspetto del Comando Centrale dell'Agenzia Spaziale Terrestre. Quella mattina voleva fare bella figura: pantaloni grigio topo a quadri con maglietta nera a collo alto, per mettere in risalto i suoi capelli biondi, e scarpe con il tacco.
Aveva appuntamento con il direttore dell'Agenzia, l'ingegner Raymond Peterson, ed era nervosa. Ray, come lo chiamavano gli amici, era un uomo famoso. Quarant'anni, divorziato da cinque, viveva in un appartamento presso il Comando. Il grave insuccesso dell'anno precedente non aveva intaccato la sua credibilità di scienziato scrupoloso.
Kimberly si guardò intorno, alla ricerca di un indizio che le facesse capire dove diavolo avessero collocato il distributore di bevande. Si alzò, e con malcelata riluttanza si diresse verso il banco della reception.
Un lungo mobile di abete bianco alto quasi quanto lei, con venature rossastre, la separava da una ragazza con i capelli viola che trafficava con la tastiera a velocità supersonica.
– Scusa – le disse, – sai dove posso trovare un distributore di bottigliette d'acqua?
La giovane non dimostrava più di vent'anni. Indossava la divisa di plastica bianca con la A rossa dell'Agenzia sul petto e non le rispose. Kim tamburellò con dita nervose sul ripiano, quando finalmente arrivò la risposta.
– Non abbiamo distributori di quel tipo – rispose senza alzare lo sguardo dal monitor.
Kimberly strinse i pugni. – Dove posso trovare dell'acqua potabile?
Dopo un'attesa che le parve infinita, arrivò la seconda risposta: – In fondo al corridoio, a sinistra, c'è un bagno.
– Ci sono dei bicchieri, da qualche parte?
– No.
Be', un miglioramento c'è stato, pensò Kim. Ora le risposte arrivano subito.
Il problema dell'acqua, però, era rimasto. Doveva prendere un farmaco liquido e un bicchiere le era necessario.
– Io mi chiamo Kimberly – sorrise controvoglia. – Tu come ti chiami?
La ragazza sospirò, poi si arrese. Lasciò la tastiera e alzò gli occhi: – Mi chiamo Jessica e sono molto occupata!
– Non ti voglio disturbare. Mi serve un bicchiere e dell'acqua per una medicina. C'è un bar da queste parti?
– Scendi giù, esci in strada, vai a destra per cinquecento metri e vedrai un'insegna. Forse è più lontano, non sono sicura.
– E io dovrei farmi un chilometro con questi tacchi?
La ragazza fece spallucce e riprese a digitare.
Kimberly si mise le mani nei capelli. Era lì dalle otto e il tempo non passava mai. Gli orologi sul muro sembravano messi lì apposta per schernirla. C'era quello che indicava l'ora lunare, quello con l'ora marziana e quello con l'ora di Houston. Kim li fissò con rabbia, poi tornò a sedersi.

Alle nove e quaranta l'ingegnere non era ancora arrivato e Kim iniziò ad avvertire lievi tremori alle braccia. Appoggiò la sua cartellina sopra l'uccelliera che aveva con sé e si alzò. La gabbia, poggiata sul pavimento di fianco alla sedia, era coperta da un panno nero. Iniziò a misurare il corridoio a piccoli passi. Non c'era nessuno.
Il pavimento era bianco come le pareti, dotate di corrimano azzurro su entrambi i lati. Le porte degli uffici erano grigie ed erano tutte chiuse tranne una. Sbirciò all'interno di quella stanza: deserta. Il conteggio le rivelò che il corridoio misurava circa sessanta passi.
Gli ospedali che ho frequentato erano più allegri, pensò.
Dopo una ventina di andirivieni si fermò di nuovo al banco della reception. Jessica aveva continuato a lavorare al computer per tutto il tempo. Cominciò a sospettare fosse un robot.
– Sono le dieci – batté un pugno sul ripiano.
La ragazza fece un salto sulla sedia.
– Pensi che il tuo capo si farà vedere, oggi?
– Sta arrivando – Jessica non alzò lo sguardo.
Kim chiuse gli occhi con forza e strinse i pugni fino a farsi male. Tornò a sedersi, maledicendo il momento in cui aveva deciso di venire lì.
Vattene, pensò a palpebre serrate, con il naso raggrinzito per lo sforzo. Devi andartene. Ora! Non è possibile che qualcuno venga al lavoro alle dieci. Non si può essere così imbecilli. Chi si crede di essere quel... quel pallone gonfiato? Se non fossi costretta... calmati, Kim, calmati. Prima o poi il deficiente si farà vedere, e allora... se fossi io il capo... a calci in culo lo farei alzare da letto! Ecco come si trattano i fannulloni!
Mentre Kimberly rimuginava, anche le gambe iniziarono a tremare. Alle dieci e venti le sue dita cambiarono colore.
Prese una fialetta dalla borsa, la aprì e se la mise fra i denti. Strappò la copertina plastificata del block notes e la piegò in modo da creare un contenitore quadrato. Poteva restare in quella forma solo se la teneva stretta fra le mani. Si alzò e andò verso i servizi, che aveva localizzato quando faceva su e giù per il corridoio. Aprì il rubinetto con un gomito e riempì a metà il suo improvvisato recipiente. Fece ruotare la fiala con la lingua e versò il liquido nel bicchiere. Lo agitò un po', in modo da mescolare tutto, sputò via la fialetta vuota e finalmente bevve la sua medicina. Alla fine crollò a terra, esausta.
Dopo cinque minuti si rialzò, calma e rilassata. Fece un profondo respiro e si sistemò i capelli allo specchio.
Porca vacca, pensò, non mi sono truccata! Non fa niente: quel coglione non merita di vedere una bella ragazza.
Uscì dal bagno e tornò a sedersi.
Facevo meglio a truccarmi, ho bisogno di quel bastardo. Fanculo: ormai è troppo tardi.
Kimberly non portava mai con sé trucco, rossetto o profumo e ora le avrebbero fatto comodo. Questo la innervosì ancora di più.
Alle dieci e quaranta cominciò a percepire il battito del suo cuore.
Cardiopalma, pensò. Fastidioso, ma non pericoloso. Chissenefrega. Se quella bestia non entra all'istante, io...
La sua pazienza le concedeva solo pochi minuti di autonomia. Mentre aumentava il respiro per inalare più ossigeno, udì l'ascensore muoversi. Sì, qualcuno stava salendo.
Forse è il fetente, pensò. Devo prepararmi.
Recuperò la cartellina e la gabbia, si alzò in piedi e si mise davanti alla reception, sforzandosi di sorridere. La porta dell'ascensore si spalancò e Raymond Peterson fece il suo ingresso. Il viso serio dell'uomo non annunciava nulla di buono per il suo appuntamento, ma lei ignorò il problema e sfoderò il suo miglior sorriso.
Ray era un uomo alto e magro con capelli neri molto corti. Un filo di barba e baffi appena accennati, aveva occhi scuri e penetranti e vestiva casual. Quando era in forma, riusciva a mascherare la sua leggera zoppia, ricordo del periodo in cui aveva servito in marina come pilota addetto al recupero dei soldati dispersi in territorio nemico.
– Buongiorno, ingegnere, io sono Kimberly Fisher e...
– Scusi, signorina – la interruppe lui – mi dia un attimo. La faccio chiamare appena sono pronto a riceverla.
Detto questo, l'uomo sparì dietro a una porta, lasciando Kim di stucco.
Mi ha ignorata, pensò. Io sto sognando, nella realtà non possono esistere stronzi del genere. Sono qui da tre ore e il cretino ha bisogno di un attimo.
Kimberly tornò a sedersi, chinò il capo e pensò al suicidio. Poi optò per l'omicidio.

2

Alle undici Jessica ricevette una chiamata.
– Sì, ingegnere, la faccio entrare.
Kimberly, che aveva sentito, non aspettò un secondo. Si alzò di scatto e, ignorando la ragazza, corse verso la porta dietro la quale era scomparso Peterson. Entrò senza bussare. Lo studio era spazioso, con una grande scrivania di cristallo al centro e due tavoli di legno sulla sinistra, colmi di documenti. Addossati alle pareti c'erano parecchi armadi. In quelli aperti si intravedevano pile e pile di altri documenti. Nella stanza non c'era nemmeno una pianta o una fotografia. I quadri alle pareti erano astratti. Kimberly restò allibita. Passare otto ore in un posto così squallido era per lei inammissibile.
Come fa questo cretino, pensò, a dirigere l'Agenzia Spaziale Terrestre?
Avanzò decisa verso la scrivania e si sedette in una poltroncina davanti a lui. Lo guardava con un cipiglio rabbioso, ma Raymond continuava a osservare il gigantesco monitor del suo computer, senza degnarla di uno sguardo.
Prima di esplodere, disse: – Sa che è da maleducati giocare con il computer mentre una persona è presente?
– Non sto giocando, leggo la sua scheda.
– Io non ho schede!
– Tutti ce l'hanno, ma non lo dica in giro. Kimberly Fisher, uno e settantacinque, capelli biondi, di media lunghezza, ondulati.
– Questo lo può vedere da sé guardandomi – disse, puntandosi un dito contro. – Pronto? Vede che sono qui? Che cosa sta leggendo?
– Segni particolari: un neo sulla guancia destra.
Ray si sporse a lato del monitor per controllare e, in effetti, il neo c'era.
– Laureata in Ingegneria Spaziale nel 2110 con... complimenti: il massimo dei voti. Il professor Obrek non concede spesso la lode.
– Conosce il mio relatore?
– Nel 2115 ha conseguito una seconda laurea in Scienza dei Materiali Compositi, nel 2116 un master in Dinamica dei Veicoli e nel 2118 una specializzazione in Analisi e Programmazione delle Interfacce Artificiali.
– Quelle sono notizie di pubblico dominio.
– Dal 2118 fino al 2120... niente! Non una pubblicazione, un articolo, un saggio di fisica. Una donna dal carattere riservato, vedo...
– Insomma, mi vuol dire dove trova quelle informazioni o devo venire lì a fare qualcosa di cui mi pentirò?
Pronunciando quelle parole, Kimberly si era alzata, minacciosa, e Ray capì che era meglio cambiare discorso.
– Qui dice che porti gli occhiali, ma non li vedo. Posso darti del tu, vero?
Kim restò sorpresa da quell'improvvisa confidenza e dal sorriso disarmante che si trovò di fronte. Ray era un bell'uomo, e quando sorrideva in quel modo, il suo interlocutore si ritrovava disarmato. Soprattutto se era una donna.
– Mi sono operata – Kim tornò a sedersi. – E sì: mi puoi dare del tu, dottor Peterson.
– Chiamami Ray e io ti chiamerò Kim.
– Poiché siamo in confidenza, ti dico che sono molto delusa. Non si viene a lavorare alle undici di mattina. Bell'esempio che dai ai tuoi impiegati.
– Infatti, io inizio alle sette. Questo non è il mio unico ufficio.
Kimberly si morse un labbro con la sensazione di aver fatto una gaffe.
– Ho quattro uffici. Dalle sette alle undici sono al Centro di Controllo Lunare. Dobbiamo aumentare la superficie di Luna City, poiché le richieste di trasferimento sono aumentate. Poi vengo qua a gestire i mille problemi ordinari.
Di cui fai parte anche tu, pensò Ray.
Kim avrebbe voluto dire qualcosa, ma lui la zittì alzando un dito. – Alle tre del pomeriggio mi trasferisco nella Torre di Controllo dello Spazioporto per supervisionare i voli per la Luna, Marte e le miniere sugli asteroidi.
– Ho capito...
– Infine – continuò Ray – alle sette di sera vado nel mio ufficio preferito: il Centro di Ricerca e Sviluppo, qui dietro. Questa è la mia routine, quando non sono impegnato in progetti importanti.
– Va bene, sei un superuomo, possiamo venire al dunque, ora?
– Sei tu che hai fatto una digressione inopportuna.
– Sì, sì, sono una brutta persona e ho un carattere di merda, però sono fatta così, mi devi prendere come sono.
Be', brutta non direi proprio, pensò Ray. Poi aspettò con pazienza che Kim gli rivelasse il motivo della sua visita.

– Tu l'anno scorso hai tentato di costruire un ascensore spaziale ad Austin, ma qualcosa non ha funzionato!
Raymond non si aspettava che quella donna rivangasse una delle pagine più nere della sua carriera. Aggrottò la fronte e si preparò a cacciarla via.
– Non conosco i dettagli, so solo che hai calato un cavo di grafene da una piattaforma che volava a dieci chilometri di altezza. Era un cavo sottile; prima di rinforzarlo e attaccarci l'ascensore, la piattaforma è precipitata. Non è morto nessuno per miracolo.
– Stai agitando un coltello rovente in una ferita aperta – le disse Ray, con voce roca. – Per quale motivo lo fai?
– Perché ho risolto il problema legato al cavo e ho migliorato il progetto. L'idea in sé era buona, ma quella piattaforma, anche se gigantesca, era chiaramente inadeguata. Non puoi tendere un cavo restando dentro l'atmosfera e sperare che regga per sempre.
Kim aprì la sua cartellina ed estrasse un vecchio tablet. Lo accese, avviò un programma e lo girò verso Raymond. L'animazione mostrava la Terra al centro dello schermo, con la Luna che le ruotava intorno. Dopo un po', dalla Terra uscì una linea nera che si allungò fino a tre quarti della distanza dalla Luna. Poi, dalla Luna uscì una linea analoga che arrivò quasi a toccare la prima. Infine, dalla Terra uscì un cilindro bianco che scivolava sul filo, fermandosi al termine. Quando la Luna arrivava nei pressi del primo filo, il cilindro saltava sul secondo e scendeva verso la Luna.
– L'animazione è molto affascinante – disse Ray, per nulla impressionato. – Peccato che sia irrealizzabile.
– Perché no? – chiese Kim, risentita.
– Raggiungere il punto di Lagrange L1 fra Terra e Luna significa stendere un cavo di almeno trecentomila chilometri. Il peso, usando l'aerogel di mia invenzione, sarebbe di trentasettemila tonnellate. Ho fatto questi calcoli per divertimento l'anno scorso e so quello che dico.
– Li ho fatti anch'io. Il mio grafene modificato pesa poco più della metà.
– Sono sempre ventimila tonnellate. Come faresti a tenerlo in trazione?
– Con un asteroide.
– Preso dalla Luna?
– No, sarà uno degli asteroidi della fascia principale.
– Quelli sono molto lontani, ci vorrebbero anni per portarne uno in posizione.
– Sciocchezze, ce ne sono alcuni che si avvicinano talmente tanto alla Terra che abbiamo perfino paura che ci cadano sulla testa.
– Ok, ma per stendere un cavo simile occorrerebbero decenni.
– Il mio si stende da solo in un anno.
– Le simulazioni dimostrano che il grafene più puro e resistente si spezza dopo mille chilometri.
– La mia laurea in Scienza dei Materiali Compositi dice che non si romperebbe nemmeno se fosse lungo un milione di chilometri.
– Un veicolo che corresse lungo il filo dovrebbe accelerare per metà del viaggio, poi decelerare per l'altra metà fino a fermarsi prima di urtare l'asteroide. Come farebbe a saltare sul cavo lunare?
– L'asteroide avrà la forma di una ciambella. Il veicolo sarà un cilindro costituito da due metà separabili nel verso della lunghezza. Giunto alla fine del cavo, non si dovrà fermare. Le due metà si separeranno e attraverseranno l'asteroide. Poi si riuniranno e faranno l'operazione inversa quando si agganceranno al cavo lunare.
– Quanto peserà l'ascensore?
– Non più di sessanta tonnellate. Inoltre trasporterà cento persone, non solo dieci o dodici. Internamente sarà costituito da sei piattaforme: quattro centrali che ospiteranno delle poltroncine in grado di ruotare di centoottanta gradi quando si passerà dall'accelerazione alla decelerazione. In questo modo gli occupanti subiranno sempre una forza che li terrà incollati a terra. Poiché sarà una forza identica alla gravità terrestre, a parte il momento della partenza non si accorgeranno nemmeno di essere in viaggio.
– Hai parlato di sei piattaforme.
– All'ultimo piano ci sarà la cabina di pilotaggio e al piano terra le batterie con gli alternatori. È tutto qui: progetti, disegni e calcoli.
– E per spostarsi da un piano all'altro?
– Un montacarichi speciale in grado di essere utilizzato anche capovolto. Dobbiamo poterci muovere sia in accelerazione, sia durante la decelerazione.
– Senza un motore che lo spinge, non potrà opporsi alla gravità.
– Non servono motori o razzi. Il movimento avverrà grazie al magnetismo naturale del cavo.
– Questa è un'assurdità!
Kimberly si aspettava tutte quelle osservazioni, inclusa l'ultima. Tolse il panno nero dalla sua uccelliera e la mise sulla scrivania di Raymond.
– Cos'è? – chiese l'uomo, incrociando le braccia.
La gabbia, a cui era stata tolta la parte superiore, conteneva una specie di albero nero sottile.
Ray lo toccò e disse: – Una scultura molto bella. Un palo irregolare di grafene che ti sarà costato una fortuna.
– Le sculture possono fare questo? – replicò Kimberly.
Si tolse un braccialetto d'acciaio e lo infilò nel palo. Il monile restò sospeso a mezz'aria. Ray lo spostò più in basso e il braccialetto restò fermo anche in quella posizione.
– Un bel trucco – disse Raymond – ma lo saprei fare anch'io. Il grafene è stato magnetizzato.
– Gli oggetti metallici che lo circondano restano in sospensione in qualsiasi posizione tu li metta, non importa che massa abbiano.
In quel mentre bussarono alla porta e un cespuglio di capelli rossi comparve sulla soglia.
– Sono occupato, Boris – disse Raymond. – Puoi tornare più tardi?
– Perdonami, Ray, ma stai bloccando l'aggiornamento programmato.
Boris Lebedev, ventisette anni, era il responsabile informatico del Centro. Non tanto alto e faccia da ragazzino, aveva una collezione di tutti gli accessori tecnologici esistenti. E quelli che non esistevano, li inventava lui nel tempo libero.
– Buttami fuori – gli disse Raymond, seccato.
– Non posso estromettere dalla rete un livello zero.
Raymond si rese conto che il giovane aveva ragione e iniziò le procedure di chiusura dei programmi, al fine di potersi scollegare.
– Ciao, io mi chiamo Boris – disse a Kimberly, quando lei si voltò per vedere chi fosse entrato.
– Io sono Kimberly – rispose lei, abbozzando un sorriso.
Il ragazzo rimase colpito dal viso angelico della donna: – Piacere di conoscerti, Kimberly.
– Sono fuori dalla rete – gli disse Ray. – Puoi andare, grazie.
Boris richiuse a malincuore la porta e si allontanò.
– Ora guarda questo. – Kim sostituì il bracciale con un anello massiccio.
Dalla sua cartellina prese anche un piccolo joystick. Il nuovo anello circondava il palo di grafene, sospeso a mezz'aria nella parte più bassa. La donna spostò leggermente la leva del joystick e l'anello salì di qualche centimetro. Poi la spostò con rapidità e l'anello schizzò via, urtando il soffitto. Quando ricadde giù, Ray lo prese al volo.
– Hai in mano il prototipo del veicolo che correrà lungo il mio cavo.
– Come lo fai muovere?
– L'anello ha una pila che genera un'oscillazione magnetica contraria a quella dei cerchi di grafene. Più il campo è intenso, più l'oggetto si muove velocemente.
– C'è un limite?
– Può raggiungere il doppio del valore dell'accelerazione terrestre a livello del mare, ma a noi basteranno dieci metri al secondo. Un fisico normale regge bene anche un'accelerazione da quindici, ma ho pensato che durante il viaggio sia meglio restare attorno ai 9,8 canonici. Dobbiamo essere in grado di portare sulla Luna anche persone di una certa età.
– Se la batteria si esaurisce?
– Le batterie saranno due, ricaricate da alternatori separati. Anche se una si guasta, l'altra sarà sufficiente a garantire l'energia necessaria a completare il viaggio.
– Se si guastano entrambe?
– Si ferma tutto, e poiché viene a mancare la spinta creata dall'oscillazione magnetica, il veicolo rallenta spontaneamente fino a fermarsi.
– Saranno necessarie batterie ciclopiche.
– Il grafene, nello spazio, diventa un superconduttore. L'energia necessaria è meno di quello che immagini. Ho già trovato in commercio batterie adeguate. Occupano meno di quattro metri cubi di spazio.
– Sono trucchi molto belli, ma quello che si vede nella tua animazione resta impossibile.
– Cosa non ti convince? – Kim aggrottò la fronte.
– Non si può stendere un cavo così lungo. La nostra attuale tecnologia non lo permette.
Kim prese uno spruzzatore dalla cartellina e lo mostrò a Ray.
– Non farò battute ironiche, ma dimmi subito quello che vuoi fare, perché la mia pazienza è al limite.
Kim non disse nulla, ma spruzzò la base del grafene. Il palo si allungò. Ray spalancò gli occhi. La giovane spruzzò la base con più decisione e il palo crebbe all'istante di qualche metro, conficcandosi nel soffitto.
A Raymond scappò di bocca un'imprecazione.
– Maledizione!
– Ho scoperto una sostanza catalizzatrice che si lega al grafene, lo magnetizza e lo rende antigravità.
– Che cosa intendi con antigravità?
– Tende a respingere il campo gravitazionale. In pratica lo fa crescere come se fosse una pianta. Ecco perché non sarà necessario calare un cavo dall'alto. Basterà avere a disposizione ventimila tonnellate di grafene e tremila di catalizzatore e il cavo salirà da solo verso il cielo. Possiamo stendere il cavo terrestre in dodici mesi, forse meno. Nel frattempo, ci procuriamo gli asteroidi e costruiamo l'ascensore. I lavori sulla Luna procederanno in parallelo.
Raymond era frastornato da tutte quelle parole e dall'ingenuo entusiasmo di Kimberly. Lo stesso che aveva avuto lui quando aveva caldeggiato il suo progetto. Prima di Austin, ovviamente.
Quando finalmente Kimberly tacque, scosse la testa e disse: – Questa è fantascienza.
– No, è realtà. Se non la vedi sei proprio cieco!
– Io sono responsabile di migliaia di persone e di miliardi di finanziamenti. Questo progetto è troppo complesso e tu sei troppo giovane. Non posso invischiarmi in qualcosa destinato a fallire in partenza.
Ray non poteva immaginarlo, ma parlare della sua giovinezza come se fosse un handicap, era la cosa che più faceva imbufalire Kimberly. Come si permetteva, quel bellimbusto, di mettere in dubbio la sua professionalità basandosi solo sull'età?
Prima che lei potesse ribattere, Ray continuò: – Io ho lavorato su un'idea analoga per anni, prima di poter iniziare i lavori. E anche se mi sembrava di aver previsto tutto, poi è successo quello che sappiamo. Dopo quell'incidente, il Consiglio ha bloccato il progetto e ora... – Ray si massaggiò gli occhi e sospirò.
– Ora hai l'occasione di prenderti la rivincita grazie a me, non sei contento? – chiese Kimberly.
Ray si rabbuiò: – Ora ho l'occasione di creare un disastro di proporzioni maggiori, te ne rendi conto?
Kimberly ammutolì. Quell'uomo non era come lo descrivevano i giornali e i notiziari. Coraggioso, sicuro di sé, vincente anche contro ogni probabilità.
– Queste sono le parole di un coniglio che ha paura della sua ombra. E quell'ombra è il fallimento che hai già vissuto sulla tua pelle, ecco perché cerchi delle scuse per tirarti indietro.
– Non ti permetto di...
– Non mi permetti di buttarti in faccia la verità? Ti brucia il sedere quando vieni messo di fronte ai tuoi errori? La scienza è costellata di errori.
– Non sai di cosa parli. Non sei nemmeno uno scienziato: solo una donna egoista con un comportamento irresponsabile da ragazzina. Vuoi vedere il tuo nome sui giornali, ma i veri ricercatori non si comportano in questo modo.
– Io sarò anche una ragazzina, però ho avuto successo dove tu hai fallito. Hai visto con i tuoi occhi che cosa sono stata capace di inventare.
– Ho solo visto cartoni animati e giochetti da fiera di paese. Un progetto del genere richiede mesi di studi prima di essere anche solo preso in considerazione.
– E i vent'anni che gli ho dedicato io non contano?
– Quest'agenzia ha due secoli di storia. Ti rendi conto di quello che facciamo qui? Delle responsabilità che ho verso gli uomini e verso le risorse che mi vengono assegnate?
– Ecco, ora mi è tutto chiaro. Il grand'uomo non ha tempo da perdere, dovevo immaginarlo. Sono stata stupida a venire qui.
Kim raccolse in fretta le sue cose e uscì sbattendo la porta, mentre Ray gridava: – Peccato per quel tuo carattere spigoloso. L'idea meritava di essere approfondita.
Poco dopo sentì bussare. Era Jessica, che entrò con l'uccelliera e la cartellina.
– Quella donna ha lasciato questi oggetti per lei. Ha detto di fare dei test, oppure di ficcarseli...
– Ho capito, ho capito!

3

L'Agenzia Spaziale Terrestre era subentrata alla N.A.S.A. nel 2070 accorpando tutte le agenzie della Terra. La sede principale, dislocata nei pressi di Houston, aveva una forza lavoro di oltre ottomila dipendenti, la maggior parte dei quali erano ingegneri e scienziati. Ogni giorno entravano più di diecimila appaltatori di supporto. Era la più grande concentrazione di menti di primo piano della Terra. Gli studenti delle università di tutto il mondo partecipavano ai lavori attraverso il programma di educazione cooperativa organizzato dall'Istituto di Ingegneria Informatica.
Il quarto piano del Centro Ricerche e Sviluppo era costituito da sette laboratori, di cui i primi due identici. Raymond aveva la sua scrivania all'interno del Lab-1, ma si spostava in base alle richieste che gli erano rivolte.
Quella mattina era furioso. Dopo una settimana di test, ancora non aveva capito come faceva quel composto a provocare una crescita istantanea di un materiale inerte come il grafene.
Si era procurato una buona scorta di aerogel in forma liquida e l'aveva solidificato, ricreando più o meno il palo di Kimberly. L'analisi spettroscopica gli aveva rivelato che i due oggetti erano costituiti della stessa sostanza. Il microscopio a scansione gli aveva mostrato le perfette celle esagonali che conosceva bene. Quello era l'elemento più resistente del pianeta: una volta solidificato era impossibile da rompere.
Ray aveva anche analizzato il catalizzatore presente nella bomboletta. Aveva scoperto che era una variante isotopica sconosciuta del fosfato di tributile. Di quell'elemento conservava il colore giallo pallido, ma si era rivelato insolubile con qualsiasi mezzo. Se messo a contatto con il grafene, però, veniva inglobato all'istante. Da una ricerca in rete aveva scoperto che esisteva un processo che lo utilizzava per estrarre plutonio dalle sbarre di uranio esaurite, ma questa informazione non gli era stata di alcun aiuto. Era riuscito a sintetizzarlo, tuttavia, grazie al supporto di Mary, l'Intelligenza Artificiale del settore chimico. Nella formula c'era un piccolo errore che Mary era riuscita a correggere.
Aveva usato una bobina di Tesla per generare delle forti scariche elettriche su un plasma, realizzato riscaldando il tributile a oltre cinquemila gradi. Il liquido, una volta raffreddato, faceva crescere all'istante l'oggetto di aerogel sul quale veniva spruzzato. Aveva scoperto il trucco, ma non aveva capito come facesse a funzionare.
Non importa, aveva pensato, questo sarà sufficiente a costruire i cavi. Lascerò al reparto chimico il piacere di comprendere il meccanismo di crescita.
Il secondo problema era quello di far salire l'ascensore lungo il cavo senza consumare carburante. Il suo vecchio progetto prevedeva di usare razzi a combustibile solido per i primi chilometri, per passare poi a un motore a ioni. La spinta era meno potente, ma più sicura. Nel progetto di Kimberly, invece, non c'era niente di tutto questo. L'unica spinta era data dalla variazione del campo elettrico che circondava il cavo. Decise di risolvere il mistero a ogni costo.
Raymond aveva scoperto, grazie ai test, che il grafene era diventato magnetico grazie al tributile: si erano creati tantissimi cerchi sottili con il polo positivo in alto e quello negativo in basso. Ray posizionò l'anello di Kim attorno al grafene e accese il telecomando. Spostò con delicatezza la leva del joystick verso l'alto e l'oggetto salì di qualche centimetro. Il sistema funzionava anche sul manufatto costruito da lui. Prese l'anello e lo mise sotto al microscopio elettronico a scansione. Con centomila ingrandimenti si vedevano le celle esagonali, disposte su fogli monoatomici arrotolati. L'anello era quindi rivestito con un invisibile strato di grafene. Aumentò l'ingrandimento e vide che i micro cerchi erano ordinati al contrario: il polo negativo in alto e quello positivo in basso. Erano come delle microscopiche calamite e questo spiegava perché l'anello - levitasse - . Non sapendo che altro fare, decise di accendere il telecomando mentre l'anello si trovava ancora sotto al microscopio. I cerchi invertirono la polarità. Ora il polo positivo era in alto e quello negativo in basso.
Finalmente è tutto chiaro, pensò Raymond, il movimento si genera grazie all'inversione di queste calamite. Il polo positivo è attratto da quello negativo, ma questo cambia polarità e lui si sposta, cercando il polo negativo successivo.
L'anello si spostava solo di qualche millesimo di millimetro, ma facendo oscillare con rapidità le micro calamite, acquistava velocità e poteva viaggiare sul filo. Ray impostò alcuni valori sul suo olophone e calcolò la velocità massima di oscillazione. Quel sistema poteva far viaggiare gli oggetti con un'accelerazione costante pari a due volte la gravità terrestre a livello del mare.
È sufficiente per arrivare sulla Luna in mezza giornata, pensò Raymond, euforico.
Calcolò anche la corrente necessaria per muovere un mezzo di sessanta tonnellate, e vide che le batterie di cui erano dotate le grandi navi da trasporto sarebbero state sufficienti. Dato l'alto tasso di inquinamento terrestre, tutte le navi oltre una certa stazza erano elettriche. L'autonomia di quelle più grandi era di due giornate di navigazione, ma poiché l'ascensore era più leggero e non aveva il problema dell'attrito con l'acqua, si potevano usare anche quelle di media grandezza.
A proposito di batterie, si ricordò di aver visto qualcosa nel tablet di Kimberly. Lo recuperò dalla cartellina, lo accese e fece una ricerca. Trovò il progetto e vide che non era stato indicato il tipo di alternatore necessario per ricaricarle. E non c'erano indicazioni nemmeno sul raddrizzatore. Pensò che fosse stata una svista comprensibile. Tutto sommato, quelli erano dispositivi comuni. Decise di fare una prova.
Avviò un programma di simulazione nel computer centrale e impostò un veicolo che si muoveva lungo un filo con accelerazione costante. Notò che c'erano molte dispersioni. Il magnetismo del cavo diminuiva l'efficienza della carica fornita dall'accumulatore.
Poco importa, pensò Ray, metteremo un maggior numero di batterie collegate in cascata. Lo spazio ci sarebbe, ma lei non ha indicato quante ne serviranno. Sotto questo punto di vista, il progetto è incompleto.
Il fatto che Kimberly non avesse realizzato un progetto come lui si aspettava lo rabbuiò. Potevano esserci altre lacune? Controllò ancora una volta gli schemi di costruzione dell'ascensore. Le due metà non erano del tutto simmetriche, e questo era naturale. Una parte era stata denominata master e l'altra slave. Sei piani nella slave, tutti occupati da passeggeri, e quattro nella master, per un totale di cento posti. In quest'ultima c'era anche un piano per la cabina di guida e uno per il motore. Che poi non era un vero motore, anche se sarebbe stato responsabile del movimento. Per passare da un piano all'altro, Kim aveva previsto un montacarichi senza porta.
Qui dovrò aggiungere subito qualcosa, pensò Ray, o Jim non lo approverà mai. Lo strumento più semplice sono le cinture di sicurezza. No, si perderebbe troppo tempo. Le persone devono salire e raggiungere il loro posto in un attimo. Biglietti automatici. Lo infili nel lettore e sei trasportato al piano corretto. Soprascarpe magnetiche che sorgono dal pavimento e porta singola che si chiude e si apre in autonomia. Mentre sali sei ancorato alla piattaforma; quando si ferma, l'ancoraggio scompare, la porta si apre e una scia luminosa ti guida al tuo posto.
Raymond inserì subito le note relative. Poi si rese conto che non erano state previste uscite d'emergenza. Un veicolo che viaggia nello spazio, anche se per pochi minuti, quando vola da un cavo all'altro deve avere dei dispositivi in grado di consentire il passaggio dei passeggeri in un'altra nave.
Esaminò con cura tutto il progetto, ma non vide dove poter inserire delle camere di decompressione. L'ascensore era già alto come un palazzo di sei piani e aveva un diametro di cinque metri, non poteva ingrandirlo.
Potrei sfruttare gli accessi dalla sezione master a quella slave. Le due metà devono essere in grado di separarsi, per cui le posso considerare due veicoli. Un altro problema che dovrò risolvere, maledizione!
Il pensiero di Kimberly e del suo giovane ingenuo viso gli fece passare la rabbia dovuta alla poca professionalità del progetto. Abbandonò il problema dell'ascensore per passare a quello degli asteroidi.
I cavi potevano restare in tensione solo se agganciati a qualcosa che ruotasse in sincronia con il corpo da cui partivano. Il punto lagrangiano L1 era perfetto per questo scopo. Però le distanze non erano sempre le stesse. L'orbita lunare era schiacciata e inclinata rispetto al piano terrestre di rotazione; i due asteroidi andavano perciò scavati per trasformarli in ciambelle e i motori per spostarli in posizione andavano lasciati sul posto per le correzioni di rotta necessarie nel tempo. Sarebbe stato un lavoro complesso. E soprattutto costoso.
Esaminò i progetti di Kimberly e vide che l'aveva previsto. Però non aveva disegnato le stazioni spaziali, per le quali occorreva del personale. Sì, avrebbe costruito due stazioni spaziali: una grande per l'asteroide terrestre e una più piccola per quello lunare. Le avrebbe usate anche come ricovero di emergenza: se per qualsiasi motivo il veicolo si fosse trovato in panne nello spazio, i tecnici avrebbero potuto soccorrerli in pochi minuti e trasportare tutti nelle stazioni, in attesa di un cargo che avrebbe riportato le persone a terra sane e salve. Annotò tutto a margine del progetto, incluso il tipo di navicella. Sull'ascensore però non c'era posto per le tute spaziali, quindi la navicella avrebbe dovuto agganciarsi al veicolo con un tunnel a tenuta stagna. Quel tipo di nave esisteva già.
Soddisfatto dei suoi progressi, si concentrò sugli asteroidi. Fece una ricerca in rete per trovarne due adatti. Nella fascia tra Marte e Giove ce n'erano tre milioni. Impostò un filtro per escludere quelli superiori al chilometro di diametro e scesero a meno di centomila. Escluse quelli che non passavano nelle vicinanze della Terra e scesero a duemila.
Troppi, pensò stizzito. E qui non c'è la minima indicazione di quali utilizzare. Dimensioni, massa, orbite da considerare. Nulla! Mi aspettavo di più, cara Kimberly, mi hai proprio deluso.
Nonostante tutto, Raymond era deciso ad andare avanti: avrebbe fatto risolvere i problemi degli asteroidi agli esperti dell'Agenzia.
Il ricordo dell'incidente di Austin lo sorprese con un brivido freddo. Che cosa stava facendo? Intendeva davvero correre di nuovo un rischio del genere? Questa volta le persone a bordo sarebbero state cinque volte tanto e non avrebbe avuto un sistema di emergenza per salvarle. O forse sì?
Si convinse che poteva farcela; le cose adesso erano molto diverse. Questo progetto era già buono al 90% ed era differente dal suo: il blocco che avevano decretato non sarebbe stato valido. Per il resto ci avrebbe pensato lui a renderlo perfetto. Era la sua occasione e non se la sarebbe lasciata sfuggire. Decise che fosse il momento di coinvolgere i suoi collaboratori.
Per avere una minima probabilità di ottenere l'approvazione dal Consiglio Consultivo, e i relativi finanziamenti, doveva convincere il suo vice, Jim West, e Theodore Lonegan, l'ispettore generale. La loro firma doveva comparire in calce alla richiesta, o il Consiglio non l'avrebbe nemmeno letta.

4

Ray attivò l'olophone e chiamò Jim.
Cinquantadue anni, alto quanto Raymond, capelli leggermente brizzolati, il suo amico aveva rifiutato la carica di direttore per via di problemi di salute, dei quali non gradiva parlare. Solo Ray e pochi altri sapevano che aveva avuto un linfoma, dal quale, per fortuna, era guarito.
– Ciao, Jim – disse Ray, quando sentì la sua voce, – come stai?
– Tutto a posto, grazie.
– Potresti fare un salto ai laboratori? Vorrei farti vedere qualcosa di incredibile. Sono al quarto piano.
– Va bene, dammi trenta minuti per finire una relazione.
Poiché doveva attendere un po', Raymond decise di fare un esperimento. Il Lab-1 era una grande stanza quadrata di dieci metri di lato. Entrando, sulla parete destra c'erano tre scrivanie. La più grande, era riservata a Raymond. La parete di fondo era occupata da grandi armadi di metallo, e sulla sinistra c'erano diversi macchinari, fra cui il microscopio elettronico e la bobina di Tesla che aveva usato prima. Altri strumenti erano addossati alla parete confinante con il corridoio. Il centro era occupato da due enormi tavoli che sostenevano computer con schermi da quaranta pollici.
Ray prese un po' di aerogel, lo versò in un piccolo contenitore di vetro e lo mise nella bobina di Tesla. In precedenza la corrente era stata di diecimila volt, un valore, tutto sommato, abbastanza basso. Puntò il microscopio elettronico in direzione del contenitore e alzò il livello della macchina fino a centomila volt. Le scariche azzurre balenarono fra i due elettrodi. Non vide accadere nulla di significativo. Provò a portare il valore a duecentomila, poi a trecentomila volt, ma non notò alcun cambiamento.
La massima scarica che poteva ottenere era di cinquecentomila volt. Dopo una breve riflessione, alzò il livello al massimo. Tutte le scariche erano catturate da una griglia che incapsulava la bobina. La corrente era convogliata verso due puntali, che erano schermati e lasciavano scoperto meno di un millimetro di metallo. Il piccolo fulmine azzurro che si generò era stabile e assomigliava a uno spaghetto molto corto.
Orientò il microscopio al fine di controllare parti differenti del composto di grafene. Qualche cella si era deteriorata: non era più esagonale. La sua intuizione era giusta: se con diecimila volt si riusciva a ottenere un cambiamento nelle proprietà del tributile, la stessa cosa poteva succedere con il grafene. Già, ma si sarebbe ottenuto qualcosa di utile? Spense la macchina e si sedette a pensare.
Con cinquecentomila volt aveva ottenuto un piccolo risultato, ma non era sufficiente. Non disponeva di una bobina più potente, ma c'era uno strumento identico nel laboratorio accanto. Raymond si grattò la testa, riflettendo su come poteva utilizzarlo per incrementare il voltaggio. I circuiti elettrici dei vari laboratori erano indipendenti, non poteva dirottare la corrente da una stanza all'altra. Aprì gli armadi in cerca di idee, ma non trovò nulla di utile. Allora andò in uno sgabuzzino che si trovava in corridoio. Un polveroso ripostiglio dove c'erano solo grossi cavi elettrici avvolti in pesanti matasse e indumenti di protezione.
Questi cavi sopportano anche voltaggi enormi, pensò, mentre ne verificava la consistenza e il peso. Gli venne un'idea.
Prese due matasse e tolse con fatica tre centimetri della guaina di plastica che rivestiva le loro estremità. I fili di rame interni erano intrecciati e di colore rosso scuro. Lo spessore superava la dimensione del suo dito mignolo. Cominciò a svolgere le matasse, stendendo i cavi da una bobina di Tesla all'altra. Nel secondo laboratorio collegò due estremità ai puntali dai quali partiva la scarica elettrica. Le assicurò tramite dei morsetti, che strinse con tutte le sue forze. Tornò indietro e fissò le altre estremità ai puntali della prima macchina.
Terminata quell'operazione, andò di nuovo nel laboratorio due e accese la bobina, portandola al massimo. Uno spaghetto elettrico blu, perfettamente stabile, attraversò i puntali. Quando tornò, vide che la stessa scarica stava attraversando il contenitore di aerogel. La dispersione causata dal filo che aveva steso era trascurabile.
Ora doveva avvicinarsi alla prima bobina per accenderla e ottenere una scarica complessiva da un milione di volt. Fece un primo passo, poi si fermò. Le punte scoperte del filo che aveva steso gli sembrava lo stessero guardando. Togliendo parte della guaina di plastica che lo avvolgeva, il rame aveva assunto una strana forma minacciosa. La scarica elettrica aveva guizzi improvvisi in alto, in basso e di lato. Non era stabile come quella che attraversava i puntali in condizioni normali. Decise di prendere qualche precauzione. Tornò nello sgabuzzino e infilò i piedi in due pesanti stivali. Indossò anche degli spessi guanti di gomma.
Adesso si sentiva molto più sicuro. Fece due passi verso la macchina, ma la scarica elettrica fece un arco maggiore. Ora sembrava un cavallo imbizzarrito: la vicinanza di un corpo umano perturbava il sistema.
I morsetti con cui aveva fissato i cavi erano di metallo, la scarica partiva da lì. Era un lavoro molto artigianale, dovette ammetterlo. Si rese conto che se l'aria della stanza fosse stata abbastanza umida, si sarebbe potuto creare un arco diretto verso di lui. Si fermò pensieroso, indeciso sul da farsi. La bobina di Tesla non poteva uccidere un uomo; o meglio, non era mai successo, e la gomma lo isolava da terra. Ma una scarica poteva produrre contrazioni muscolari diffuse e anche un arresto cardiaco.
Si tolse i guanti e si accigliò. Odiava rinunciare quando era sul punto di concludere un esperimento. Si ricordò che in un armadietto aveva visto un drone: lo usavano i ricercatori per controllare il tetto dell'edificio e le pareti esterne dei razzi. Il drone era bianco ed era dotato di sei eliche, oltre che di una telecamera.
Lo mise sul pavimento e lo accese. Premette una levetta del telecomando e quello si alzò in verticale. Spinse in avanti la leva del movimento e l'esacottero iniziò ad avvicinarsi alla bobina di Tesla, che continuava a far danzare nell'aria la sua scarica azzurrina. Quando giunse a un metro, un fulmine improvviso raggiunse il velivolo con un suono secco, come se fosse stato sparato un colpo di pistola. Il drone fu scaraventato contro la parete alle spalle di Ray, che ne fu sfiorato. Non l'aveva colpito in testa per miracolo.
Raymond lasciò cadere a terra il telecomando e si precipitò a spegnere la macchina nel laboratorio due. A quel punto respirò profondamente. Tornò indietro e guardò il povero drone. Le parti di plastica erano state annerite e fumavano; l'odore era pungente. La cinepresa stava ancora sfrigolando. Funzionava a dodici volt e ne aveva preso... mezzo milione. Non sapeva se fosse ancora caldo, per cui decise di lasciarlo sul pavimento.
Quando ormai stava per rinunciare, aggrottò la fronte e pensò: Sono uno stupido! Mi è sembrato naturale accendere la bobina del secondo laboratorio e tornare qui, ma dovevo fare il contrario.
Si avvicinò con cautela allo strumento iniziale. Non c'era pericolo, ma la corrente elettrica non gli era mai piaciuta.
Accese la bobina e iniziò ad alzare la corrente per gradi. Come prima, non successe nulla di pericoloso, quindi la mise al massimo. Tornò nel secondo laboratorio e accese l'altra bobina. Ora il grafene era attraversato da un milione di volt. Udiva bene il crepitare delle scariche elettriche. Decise di fidarsi e di non andare a controllare, nemmeno da lontano. Dopo un minuto spense la macchina, tornò indietro e spense anche la prima. Poi prese l'aerogel e lo mise sotto al microscopio elettronico. Tutte le celle esagonali avevano modificato la loro struttura: ora il grafene aveva fogli monoatomici di celle perfettamente quadrate. L'esperimento era riuscito, ma che cosa aveva ottenuto? Si tolse gli stivali e rimise tutto a posto. Quel materiale era qualcosa di nuovo, ma ci sarebbero voluti dei test per capire se il suo utilizzo poteva essere utile. Gli venne il dubbio di aver fatto un'inutile cazzata.
Prese il contenitore e lo portò con sé, osservandolo con circospezione, mentre andava a lavarsi le mani. A quell'ora non c'era nessuno. Attraversò il corridoio, entrò nel bagno degli uomini e fece scorrere l'acqua. Una goccia cadde dentro al recipiente con l'aerogel modificato, ma sparì subito.
Strano, pensò Raymond, mentre si asciugava le mani, ho visto bene che una goccia d'acqua era caduta sul grafene.
Si bagnò di nuovo una mano e spruzzò altra acqua sulla superficie del materiale. Il liquido sparì all'istante, assorbito dall'aerogel.
Ho inventato una spugna?
Ray prese il contenitore e uscì dal bagno, amareggiato per la sua scoperta apparentemente inutile. Nel corridoio incontrò Jim, che lo salutò cordialmente; quel giorno indossava un'impeccabile giacca blu con camicia bianca e cravatta rossa. Aveva lo stemma dell'Agenzia sopra al taschino. Andarono insieme nel laboratorio e si sedettero. L'incidente con il drone aveva lasciato un odore pungente nell'aria, ma Jim non se ne curò. Frequentava spesso i laboratori e avevano tutti uno strano odore.
– Ti ho convocato per farti vedere un progetto che mi sta molto a cuore. Il titolo ti farà ridere, ma è una cosa seria ed è realizzabile.
Jim era abituato a quel tipo di preamboli. Per il suo vecchio amico, tutto era importante e realizzabile.
– Si tratta di un ascensore lunare – Raymond abbassò gli occhi, aspettandosi una sonora risata.
– Vai pure avanti – commentò Jim, senza scomporsi.
– Ora ti mostro tutto. – Ray aprì un secondo schermo olografico. – All'inizio non lo credevo possibile nemmeno io.
Con entusiasmo richiamò tutte le schede, incluse le sue note, che ormai erano diventate parte integrante del progetto. Ogni tanto Jim gli poneva delle domande e lui rispondeva con sicurezza. Aveva la padronanza completa dell'operazione e sapeva tutto quello che ci sarebbe stato da fare. C'erano ancora alcuni punti oscuri, ma erano marginali e li avrebbero risolti in corso d'opera.
Quando gli elementi tecnici furono esauriti, Ray gli chiese: – Che cosa ne pensi? Esprimiti liberamente, voglio conoscere la tua opinione, non lo stiamo costruendo.
– Tu sei matto! – Jim scosse la testa.
– Hai visto che è possibile!
– Non ho detto che sia impossibile, dico che sei un folle a imbarcarti di nuovo in un'impresa fallita.
– Sai che non è stata colpa mia. Avevo pensato a tutto, infatti nessuno si è fatto male.
– In quanti lo sappiamo? Cinque? Dieci? Ti sei assunto la responsabilità davanti al mondo e non importa di chi sia davvero la colpa: l'hanno data a te. Come credi che la prenderanno quando sapranno che vuoi riprovarci?
– Questo progetto è diverso. Pensavo di realizzare un ascensore spaziale per portare carichi in orbita, mentre qui si tratta di andare sulla Luna a costo zero.
– Dovrai truccare bene le carte, se vuoi che non si accorgano che ci stai riprovando.
– Il progetto non è mio – disse a sorpresa Ray.
– No?
– È frutto di una giovane dottoressa: Kimberly Fisher. Se l'hai già incontrata, la ricordi. Trent'anni, bionda, molto carina.
– Quando l'hai vista?
– Due settimane fa è venuta nel mio ufficio e mi ha lasciato tutto. Naturalmente non le ho promesso nulla. Ho fatto dei test e ho scoperto che aveva ragione: si può fare.
– Su questo non ho dubbi, ho visto il progetto e so che le piccole lacune qua e là non sono determinanti. Vuoi davvero rischiare la tua carriera a meno di un anno dall'incidente di Austin? Se qualcosa va storto, che sia colpa tua o no, questa volta dovrai lasciare l'Agenzia.
– Niente può andare storto. Metterò tripli sistemi, anzi quadrupli sistemi di sicurezza.
Jim sorrise e annuì. Anche Raymond sorrise, perché pensava di averlo convinto. Non poteva immaginare, invece, che il sorriso dell'amico derivava da tutt'altro. Jim non metteva in dubbio le capacità di Ray di creare sistemi sicuri, però sapeva che, in caso di problemi, avrebbe perso il posto ugualmente. Nell'Agenzia Spaziale c'era solo una possibilità: o funziona, e allora sei un eroe, o non funziona, e te ne devi andare. Ma Raymond era un ingenuo rullo compressore, non poteva fermarlo con le parole. E nemmeno avrebbe voluto mortificare il suo entusiasmo, rifiutando di mettere la firma accanto alla sua.
– Firmerò il progetto, ma ti avviso che dubito molto che sia approvato. Tutti gli stanziamenti sono già stati assegnati.
– È un problema mio, non ti preoccupare. A me interessa solo che tu sia convinto a livello tecnico. Il cavo si può tendere, gli asteroidi si possono spostare e il veicolo può essere costruito. Tutto sarà governato da un software integrato in Eloisa.
Jim si alzò. Mentre stava uscendo, disse: – Tu non sei normale, lo sai?
Raymond lo ringraziò mostrandogli il dito medio alzato.
Uscito Jim, cominciò a pensare alla mossa successiva. Doveva ottenere anche la firma di Theodore Lonegan, l'ispettore generale. Stava per telefonargli, ma ci ripensò: non era un tecnico, inutile fargli vedere cos'era possibile realizzare con le idee di Kimberly. No, meglio andare nel suo ufficio. Si avvicinò al banco dove aveva lasciato l'aerogel elettrificato e vide che l'acqua ora ricopriva la sua superficie.
Non è nemmeno una buona spugna, pensò Raymond, dato che dopo un po' rilascia il liquido che ha assorbito.
I termini - assorbire - e - rilasciare - gli ronzarono in testa e gli accesero una lampadina. Jade, la sua ex moglie, gli aveva parlato una volta di problemi di quel tipo. La ricerca medica era riuscita ad associare farmaci a sostanze veicolatrici molto efficienti. Queste portavano la medicina a destinazione nel corpo del paziente, ma durante il percorso ne perdevano molta. Con quel sistema si dovevano usare dosi elevate, che però avevano importanti effetti collaterali.
A Raymond venne un'idea.

5

Raymond gettò via l'acqua che era fuoriuscita dal grafene, poi aprì una delle sue fialette di collirio - si stancava gli occhi quando restava molte ore davanti allo schermo - e la versò nel recipiente, attivando anche un timer. Il collirio sparì subito, ma dopo trenta secondi ricomparve sulla superficie del grafene.
Una spugna che assorbe all'istante i liquidi, pensò Ray, e dopo mezzo minuto li rilascia. Potrebbe essere una grande scoperta!
Ray telefonò alla ex moglie.
– Ciao, Jade. Sei impegnata?
– Ciao, Ray. Sto scrivendo dei rapporti sugli ultimi test che ho fatto ai miei topolini.
– Perfetto, allora non appena avrai finito ti propongo di fare un esperimento qui da me.
– Di che cosa si tratta?
– Non lo so, è qualcosa nato per caso mentre facevo delle prove su tutt'altro. Forse ti farò solo perdere tempo, ma potrebbe anche essere la scoperta del secolo.
– Dove ti trovi? – chiese lei, incuriosita.
– Ricerca e sviluppo, quarto piano. Dovresti portare con te qualche topo malato con la relativa cura.
– Ne ho uno moribondo. Penso che non arriverà a sera. Può andar bene?
– Sì, portalo qui.
Raymond chiuse la comunicazione e si preparò per l'esperimento che aveva in mente. Gettò via il collirio e asciugò con cura il grafene con della carta igienica. Da un cassetto recuperò una siringa e un ago; poco dopo arrivò Jade con il topolino chiuso in una gabbietta.
L'ex moglie di Raymond era una bella quarantaduenne, dalla mascella pronunciata. Lunghi capelli neri e lisci, occhi marroni, non portava né trucco né rossetto. Di statura media, vestiva con un camice bianco sopra un top azzurrognolo e pantaloni dello stesso colore.
– Eccomi. Ma... che cos'è questa puzza?
– Oh, niente, ho solo cucinato un uccello di plastica – Ray indicò l'ammasso annerito in un angolo del pavimento.
La donna diede un'occhiata distratta al drone: – Ti ho portato un po' di Raloxim. Come va il dolore?
– Sopportabile. Prendo quelle gocce solo prima di dormire.
– Non abusarne, o dovrai passare alle iniezioni.
– Il dolore non è forte, però è costante.
– Ti potrei operare anche domani, se tu volessi.
Ray scosse la testa e chiuse gli occhi. Jade si avvicinò e gli mise una mano su un braccio.
– Ti sei già punito abbastanza. Ciò che è stato è stato, non ha senso comportarsi così. Non fu colpa tua.
– Non è questo – Ray le voltò le spalle – è solo che non voglio diventare un cyborg, tutto qui.
– Questa la racconti al bar, non a me.
Ray non sopportava quell'argomento, ma si rese conto che Jade parlava per il suo bene e cercò di controllarsi.
– Scusami, ho la testa da un'altra parte. Ti dispiace se rimandiamo il discorso?
– Come vuoi – la donna abbassò lo sguardo e sospirò – ma torneremo su questo argomento, prima o poi. Sono il tuo dottore ed è mio dovere farlo!
– E io ti prometto che un giorno ti ascolterò – Ray si girò verso di lei e sorrise.
La donna capì che era inutile insistere. – Di che cosa mi volevi parlare?
– Sto per imbarcarmi in un progetto nuovo, poi ti metterò al corrente dei particolari. Ti ho fatto venire perché voglio fare un esperimento. Ho creato una sostanza che assorbe i liquidi e in seguito li rilascia; credo che potrebbe essere utile per risolvere il problema cui mi avevi accennato tempo fa.
– Che materiale è?
– Deriva dall'aerogel. Fogli monoatomici di perfette celle quadrate, che ho ottenuto da quelle esagonali. Finora nessuno è riuscito a ottenerne in quantità con procedimenti semplici. Io ci sono riuscito facendo attraversare il liquido da una corrente molto forte. Hai il farmaco che potrebbe guarire la tua cavia?
– Il farmaco ce l'ho, già unito alla sostanza veicolatrice – Jade estrasse una boccetta di tasca – ma non raggiungerà in tempo il fegato del topolino nella quantità corretta. E se ne usassi molto di più, lo ucciderei.
Raymond prese il medicinale, lo aprì e versò il suo contenuto sopra al grafene. Dopo essere stato assorbito, aspirò il tutto con la siringa e la diede a Jade. Lei la prese e fece l'iniezione alla cavia.
Ray aveva anche attivato il timer.
Il topolino giaceva su un fianco e anche dopo l'iniezione era rimasto in quella posizione, senza dare segni di vita. Raymond controllava il timer con ansia.
Quando furono passati trenta secondi, disse: – Ora dovrebbe accadere qualcosa. La sostanza veicolatrice ha portato il farmaco al posto giusto e il grafene lo sta rilasciando senza che ne sia andata persa una goccia.
Dopo un po' la cavia si alzò e zampettò via. Si avvicinò a una foglia di insalata e iniziò a sbocconcellarla.
– Incredibile! – Jade era perplessa. – Ha funzionato! Forse hai fatto davvero una scoperta eccezionale. Certo, ci vorranno ancora molti studi...
– Sono contento per tutto quello che può significare nel campo della medicina, ma è stata solo una scoperta casuale. Non ho alcun merito.
– Molte scoperte sono state fatte per caso, Ray. Non per questo gli scopritori hanno rinunciato ai loro riconoscimenti. Se funziona come sembra, potresti anche ricevere il premio Nobel per la medicina.
– Sono un ingegnere, non potrei mai accettare un premio in un campo di cui non so niente.
– Come lo chiamerai?
– Be', deriva dal grafene, per cui lo vorrei chiamare Graf-X. Tu che cosa ne pensi?
– Lo scopritore sei tu, il nome va benissimo. Posso avere quello che resta? Così inizio subito a fare dei test.
– Certo, manderò subito un ordine di lavorazione per iniziare la produzione del Graf-X. Ci occorre una bobina di Tesla più potente di quelle che abbiamo in dotazione. Pensa che è necessario raggiungere il milione di volt per deformare le celle di grafene e noi abbiamo solo bobine da cinquecentomila.
Jade sgranò gli occhi.
– Se non possediamo una macchina che generi un milione di volt, come hai fatto a ottenerlo?
Raymond si rese conto che in preda all'euforia aveva parlato troppo.
– Ora questo non è importante. Tu cerca di scoprire al più presto se funziona anche con animali più grossi, perché...
– No, invece, questo è molto importante – lo interruppe la ex moglie. – Dimmi che non hai fatto qualcosa di stupido, ti prego.
Raymond arricciò il naso e non disse nulla.
– Scommetto che hai violato tutte le norme di sicurezza, come al solito. Non hai più vent'anni, quando ti decidi a crescere?
– Non mi è successo nulla, come vedi.
– Ecco perché c'è un drone cucinato! Potevi esserci tu al suo posto. Come fai a essere così sconsiderato?
– Ma se ho usato lui proprio perché sto attento a non fare cose pericolose! Il drone è un testimone del fatto che non corro rischi inutili, non il contrario.
– Non fai nulla di pericoloso, certo. Come quella volta che ti sei lanciato con un paracadute difettoso.
– Non era difettoso! Come potevo far usare ai cadetti un oggetto da me inventato senza che io stesso ne avessi fiducia? In caso contrario, avrei dovuto buttare via l'intera partita: più di mille paracadute nuovi di zecca.
– E se si fosse rivelato imperfetto?
– Avrei usato quello di riserva. Ce ne sono due proprio nel caso che il primo non si apra. Ti ricordo che nessuno ha sgridato Marie Curie per i suoi esperimenti, nonostante lei toccasse il radio a mani nude.
– E poi è morta di leucemia.
– Sì, ma io sono vivo e vegeto. E se mi ammalerò... ho una dottoressa che mi vuole bene e mi curerà con amore, vero?
Raymond aveva pronunciato quelle parole avvicinandosi a Jade e sfoggiando il suo sorriso disarmante. Quando erano sposati quel comportamento annunciava anche altri piacevoli sviluppi, ma ora, anche se non ci potevano più essere, l'espressione aveva conservato la sua capacità di interrompere qualsiasi discussione.
Jade rimase imbronciata, ma non lo aggredì ulteriormente a parole. Ray la abbracciò da dietro, le diede un bacio sul collo e le sussurrò: – Non ti devi preoccupare per me; ti prometto che non lo farò più. Adesso però concentrati sulla scoperta che ho fatto. Prendi tutto quello che resta e fai altri test. Pensa a tutte le persone che ne trarranno beneficio.
Fra le sue braccia Jade si rilassò.
– Va bene, è inutile che me la prenda. Mi devi informare di quell'altro progetto?
– Te ne parlerò dopo che sarà stato approvato. Un po' per scaramanzia e un po' perché ho un paio di cose da fare prima che tutti scappino a casa.
Raymond salutò con un bacio su una guancia Jade e si precipitò verso l'edificio del Comando Centrale, dove aveva il suo ufficio. Tre porte oltre la sua, nello stesso corridoio, c'era anche quello di Theodore Lonegan.

– Ciao, Jessica – disse alla segretaria. – Lonegan è ancora in ufficio?
– Sì, ingegnere, l'avvocato esce sempre dopo le sette e mezzo.
Raymond guardò gli orologi sulla parete e vide che mancavano dieci minuti. Andò verso l'ufficio di Theodore e si fermò un attimo. La porta era aperta e l'uomo stava trafficando con alcuni documenti.
Aspettò qualche minuto, poi entrò.

6

– Buonasera, Lonegan.
– Sera, Peterson. Sto per uscire e ho una certa fretta, le serve qualcosa?
Theodore Lonegan, pochi capelli quasi del tutto bianchi e fisico asciutto, portava bene i suoi sessant'anni. Era laureato in legge, ma non aveva mai esercitato la professione di avvocato, preferendo far carriera all'interno dell'Agenzia Spaziale. Da otto anni era il supervisore interno di tutti i progetti. Vestiva sempre in giacca e cravatta e passava più tempo in riunione che in ufficio. Era sposato da una vita con la signora Ermelinda Van Pelt, miliardaria da generazioni.
Il suo ufficio era simmetrico rispetto a quello di Raymond, ma era molto diverso. La scrivania era di legno scuro massiccio, e la poltrona su cui sedeva Lonegan era di vera pelle, molto imbottita, con i braccioli. Il ripiano era sgombro, monitor a parte, e non c'erano altri tavoli. Tutto era ordinato e pulito. Due vasi con palme nane ornavano gli angoli dietro di lui.
Quando Theodore era fuori ufficio, nessuno avrebbe detto che ci lavorava qualcuno. I pochi armadi erano tutti chiusi e alle pareti non c'erano quadri, ma foto con scene della sua famiglia. In vacanza al mare, in montagna o foto di pranzi e cene. Alcuni ritraevano una donna attempata ancora piacente.
– Ho fatto dei test nelle ultime settimane e ho avuto la conferma che un progetto molto importante è realizzabile. Vorrei presentarlo al Consiglio per gli stanziamenti necessari e lei sa bene che senza il suo avallo non lo leggerebbero nemmeno.
– Possiamo parlarne domattina? In questo momento...
– I documenti sono dentro la sua cartella condivisa. Non è necessario che legga tutto: in fondo troverà la mia relazione riepilogativa. La può leggere in due minuti e poi firmare.
– Quest'anno abbiamo già chiuso con le richieste, non sono disponibili altri finanziamenti. Ne riparleremo il prossimo.
– Questo lo deve decidere il Consiglio.
– Sì, ma io non mi espongo in questo modo. Sono l'ispettore generale e che ci faccio seduto qui, se non ispeziono le richieste e mando avanti solo quelle che ritengo sensate?
– Infatti è così – Ray finse di meditare seriamente su quelle parole. Poi aggiunse: – Se leggesse quella pagina si entusiasmerebbe anche lei, ne sono sicuro. Ha visto il titolo? Legga il titolo, mi faccia un favore.
L'ispettore generale, molto a malincuore, aprì la cartella in rete che conteneva i progetti da approvare e trovò il documento. Aprì il file e lesse il titolo: - Ascensore Lunare - . Sgranò gli occhi e abbozzò una risata. Una quasi risata: era famoso per non ridere mai.
– È uno scherzo, vero? Lei vuole collegare con un cavo la Terra alla Luna e fargli passare sopra un ascensore?
– No, certo che no. I cavi saranno due e si potrà viaggiare solo una volta al giorno, quando i due corpi celesti saranno uno di fronte all'altro. Jim e io abbiamo già verificato che è possibile e lì ci sono le indicazioni tecniche di massima. Ci sono elementi che a lei non interessano; si deve solo fidare di noi.
– Jim ha approvato una baggianata simile?
– L'ha verificato in ogni sua componente insieme a me e l'ha approvato perché è tutto realizzabile. Noi lo stiamo studiando solo da due settimane, ma chi l'ha progettato ci ha messo anni a metterlo a punto.
– Be', se Jim è d'accordo... potete mandarlo su anche senza la mia firma, no?
Ray cercò di trattenersi: Theodore sapeva che in quel modo non sarebbe mai passato. – Tutto è possibile, signore, certo. Ma per avere una probabilità in più, meglio se ci sono tutte e tre le nostre firme. Se lei pensa che non sarà approvato, non le costa nulla.
Tranne fare una figura di merda, pensò Theodore, conservando in un cassetto i documenti che aveva in mano e guardando l'orologio sul muro.
– Mi dispiace, ingegnere, ma la mia risposta è sempre no. Ora, se vuole scusarmi...
Raymond sapeva che quell'uomo era un osso duro. Prese il suo olophone e finse di dare un'occhiata alle notifiche, avvicinandosi alla scrivania e guadagnando tempo. Lonegan sbuffò e guardò l'ora: – Penso sia il caso di... – disse, prima di essere interrotto dalla vibrazione del suo telefono.
Theodore premette il pulsante sul suo auricolare. – Ciao, cara.
Ray continuò a fissare l'olophone, come se fosse talmente impegnato da non rendersi conto che era da maleducati ascoltare una telefonata privata.
– Sì, cara, sono ancora in ufficio. Ti ho detto che stasera farò tardi perché c'è una riunione importante. No, hanno bisogno anche di me, purtroppo. È una questione complessa che adesso non ho tempo di spiegarti.
Ray lasciò perdere il suo telefono, agì d'istinto e disse, ad alta voce: – Buonasera, signora, sono Peterson. Scusi se ogni tanto le rubiamo suo marito, ma a volte non possiamo proprio farne a meno.
– Sì, cara, nel mio ufficio c'è Peterson. Sì, certo. – Theodore attivò il vivavoce. – Ecco fatto, ora ti sente.
– Ingegnere, buonasera a lei. Sono la signora Van Pelt, si ricorda di me?
– Certo, signora. Lo scorso Natale c'era anche lei alla festa. Aveva quell'abito lungo color fucsia che le stava così bene...
– Oh, lo rammenta? Grazie, è molto gentile. Ho una domanda importante da farle.
– Tutto quello che vuole, signora. Mi dica.
– Come mai siete nell'ufficio di mio marito e non nella sala riunioni? Mi ha detto che aveva un incontro importantissimo con tante persone e non mi sembra un posto adeguato.
– È così, infatti. Ci sono venti persone nella sala che lo stanno aspettando. Io sono venuto a chiamarlo, perché si era assentato, dicendo che doveva ricevere una telefonata. Ora capisco che era la sua, signora, e mi dispiace avervi interrotto. Sono proprio un maleducato, le chiedo di perdonarmi.
– Ah, quindi Theo è venuto lì per quel motivo?
– Già – sbuffò il marito.
– Be', del dottor Peterson mi fido, quindi ti lascio andare. Farete molto tardi?
– Sì, signora, si tratta di un progetto che va presentato entro domani mattina: l'Ascensore Lunare. Un sistema per arrivare sulla Luna in mezza giornata senza usare razzi che inquinino l'atmosfera. E il nome del dottor Lonegan sarà fra i promotori, ci pensa?
– Un modo per andare sulla Luna in mezza giornata? Ma è magnifico! Mi dica di più, mio marito non parla mai di lavoro...
– Il veicolo sarà governato da un'Intelligenza Artificiale alla quale sarà assegnato un nome di donna e l'ingegnere ha insistito perché la chiamassimo Ermelinda.
Theodore si mise le mani nei capelli, scuotendo la testa. Raymond ormai l'aveva in pugno. All'altro capo del filo la donna era ammutolita.
– Signora? È ancora lì? – disse Raymond. – È contenta, vero?
– Sono... emozionata. Grazie, ingegnere. E grazie anche a te, Theodore.
– Volevo farti una sorpresa, – Lonegan si mostrò seccato, – ma ora Peterson l'ha rovinata.
– Sciocchezze, sai che non mi piacciono le sorprese.
– Il progetto, come lei certo immagina, è molto complicato. Temo che ne avremo per tutta la notte. – rincarò Ray.
– Va bene. Torna pure quando vuoi, caro. Buonasera, ingegner Peterson, e grazie di tutto.
Theodore chiuse la comunicazione e si accasciò sulla poltrona. Raymond ne approfittò per ripristinare le distanze.
– Mi scusi, Lonegan, so che sono stato sfacciato, ma non credevo che sarei stato coinvolto in questo modo da sua moglie. Mi è venuto spontaneo dire quelle cose. Solidarietà tra mariti, credo. Ora non sono più sposato, ma ricordo bene quante volte avrei avuto bisogno di una mano. Spero di non averle creato problemi.
– Mi ha fatto un favore. Non mi fraintenda, io amo Ermelinda e non la tradirei mai. Diciamo che ogni tanto ho bisogno di un po' di respiro, se capisce cosa intendo.
– Perfettamente!
– Una partita a carte con gli amici, tanto per fare un esempio.
– Pensavo proprio a quello. Questa sera può rilassarsi come preferisce.
– Il problema, però, è che mia moglie vorrà saperne di più su quel progetto, e io non so un bel niente.
– Ha già la mia relazione a video. Stampi il rapporto finale e se lo legga quando torna a casa. C'è tutto quello che serve sapere a una persona non tecnica. Se sua moglie chiederà di più... le dica che i particolari sono stati secretati.
Theodore attivò subito la stampante, stampò l'ultima pagina e recuperò il foglio. Lo piegò in quattro e se lo mise in tasca, tirando un sospiro di sollievo.
– Ho visto che Jim West l'ha già controfirmato.
– Gliel'avevo detto.
Tanto sarà bocciato, pensò Theodore, annuendo. Poi andò al computer e appose anche la sua firma in calce al documento.
– Ho firmato anch'io – disse – ma non per l'aiuto che mi ha dato, sia chiaro. Sono sicuro che sarà bocciato, Peterson. Mi dispiace, ma io la penso così.
– La ringrazio comunque. Ora la palla passerà al Consiglio. Se non lo approveranno, lo ripresenterò l'anno prossimo. E se continua a essere bocciato, l'anno successivo. Io non ho fretta.
– Bene, meglio così. La saluto.
– Buona serata – disse Ray, alzando le mani e sgattaiolando fuori dall'ufficio.

Subito fuori dalla porta, rimasta aperta per tutto il tempo, per poco non andò a sbattere contro Jim West.
– Jim, che cosa fai qui fuori? – sussurrò Ray.
– Stavo origliando, ovviamente. Passavo di qui, ho sentito che parlavate dell'ascensore e mi sono fermato. L'hai incastrato per bene... – commentò con un sorriso. – Senza la moglie non ce l'avresti mai fatta.
Cominciarono a camminare verso l'ufficio di Ray. – Be'... non è stata fortuna.
– Non puoi averlo pianificato – Jim scosse la testa e inclinò il capo, lanciandogli uno sguardo interrogativo.
– Tempo fa ho controllato i tabulati telefonici. Sai, volevo essere sicuro che non ci fossero violazioni. È stato così che ho scoperto che a quest'ora lui chiama sempre la moglie, oppure lo chiama lei. Quando ho visto che lei tardava a chiamare, ho fatto finta di controllare il telefono, finché...
– Che pezzo di merda! – Jim sgranò gli occhi.
– Ma se gli ho fatto un favore! Questa sera avrà un po' di pace, poveretto, e potrà farsi una partita a carte con la sua amica Dolores.
– Sai anche questo?
– Chiedi a Eloisa di tracciarti il grafico della sua posizione durante un mese qualsiasi e la seconda barra ti indicherà dove si trova più spesso, dopo il suo ufficio. Siamo nell'era del Grande Fratello, amico mio.
– Devo ricordarmi di spegnere l'olophone, ogni tanto.
– Inutile, finché c'è la batteria collegata.
– Lo so, scherzavo. Non avrei mai pensato che un uomo tutto d'un pezzo come Lonegan tradisse la moglie.
– Non giudichiamolo con troppa severità – Ray scosse la testa. – Io non mi comporterei mai così, questo è certo, però non conosciamo a fondo la sua situazione familiare.
– E non sappiamo nemmeno cosa faccia a casa di Dolores – aggiunse Jim. – Potrebbero veramente farsi una partita a carte o bersi una birra guardando un vecchio film.
– Bravo, hai capito cosa intendevo.
– Hai pensato che adesso sei obbligato a chiamare Ermelinda l'Intelligenza Artificiale dell'ascensore?
– E allora? È un nome come un altro. Secondo te me ne importa qualcosa dei nomi che sono assegnati alle I.A. dell'Agenzia?
Jim si guardò indietro. – Hai superato la porta del tuo ufficio, dove stai andando?
– In amministrazione, vieni anche tu? – rispose Ray, sornione.
– Certo, devo chiedere un'informazione alla signora Petra.
– A lei o alla signorina Amanda?
Jim fece un grosso sospiro e non rispose.
Raymond continuò: – Sbaglio o ti piace molto?
– È meravigliosa.
– Sì, è molto bella.
Amanda Hayden era alta, con lunghi capelli castani lisci che le scendevano su un corpo longilineo. Occhi neri e carnagione scura rivelavano le sue origini hawaiane. Molti colleghi la ammiravano. Anzi, per essere esatti, sbavavano al suo passaggio. I suoi fidanzati non si contavano, ma non si era mai sposata. Al liceo aveva conosciuto Raymond e per un breve periodo era stata la sua ragazza. Vestiva sempre con gusto, anche per via del suo lavoro di supervisore alle relazioni internazionali.
– Ti sei già fatto avanti? – gli chiese Ray.
– No, è troppo giovane per me.
– Sai quanti anni ha?
– Trentotto.
Raymond non aveva mai detto a nessuno, a parte Jade, che era stato il ragazzo di Amanda, e non intendeva iniziare ora a diffondere la notizia.
– Gliel'hai chiesto? Non sta bene chiedere l'età alle donne.
– No, ho guardato la sua scheda. È una mia prerogativa, non ho fatto niente di male.
– Tu hai un aspetto giovanile. Credo che trentotto anni contro cinquantadue non sia una differenza proibitiva. Se fossi in te, le chiederei di uscire.
– Hm, la sua bellezza mi confonde. Quando mi guarda non riesco a parlare. Sembro un adolescente, porca miseria.
Ray rise. – Come vuoi. Tu parla con Petra e io parlerò con Amanda. Voglio metterla sul chi vive perché avrò bisogno del suo aiuto. Devo decidere dove eseguire i lavori e mi servono le sue conoscenze per avere tutte le porte aperte.
Quando arrivarono nel reparto amministrazione, Raymond bussò e fece l'occhiolino a Jim prima di entrare.

Daniele Missiroli
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