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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Giuseppe Armentano
Titolo: L'eco dell'anima
Genere Romanzo Storico
Lettori 2037 4 4
L'eco dell'anima
Ol Sogno.
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno.
(William Shakespeare).

Passeggiavo nel parco della mia città, ero assorto nei miei pensieri, mi incamminavo sempre di più dentro il bosco lasciandomi ormai alle spalle il tran tran della città. Giunto sotto una grande quercia mi distesi per prendere un po' di pace, visto che la giornata “omologata” era stata molto dura.
Sotto quel grande albero avvertivo un senso di tranquillità, pian piano sentivo il mio corpo rilassarsi. Caddi come svenuto in un sonno profondo che mi allontanava sempre di più da quella definita realtà “reale”.

Eccomi in nuove vesti, mi ritrovai sbalzato dal tempo, in luoghi che sapevano di conosciuto ma mai visti in questa vita. Davanti a me si palesò una montagna verde e rigogliosa, con a valle una casa. Una specie di capanna, con il tetto tutto ricoperto di paglia e del timido fumo che ne usciva fuori. Preso dalla curiosità mi avvicinai per scorgervi dentro cosa potesse esserci. Ecco che mi apparve una donna china sul fuoco adoperata alle mansioni domestiche, aveva dei lunghi capelli di color mogano, vestita con una tunica di color avorio adornata con uno scialle e un grembiule per evitare di sporcarsi in cucina. Era intenta a rimestare in un calderone di colore nero al cui interno sobbolliva del pollo, accompagnato da tanti ortaggi. Al suo fianco due piccoli monelli che, intenti nei loro giochi, si rincorrevano con strilla e urla. Isabel e Jean, questi i loro nomi, urlati a squarciagola durante il loro frenetico rincorrersi nella stanza. Mi spinsi per vedere meglio, la debole parete della capanna cadde insieme a me ai piedi della donna che mi guardò con sguardo scherzoso dicendomi: Everard di nuovo?.
Il sentirmi chiamare con un nome, non mio, mi fece sentire come perso, come non riconosciuto da me stesso. Balbettai qualche parola e di nuovo quella donna, con fare più sicuro, mi disse: Everard cosa c'é? Com' è andata? Al monastero hanno capito?.
A sentire quelle parole rimasi ancora più confuso, tanto che voltai le spalle per fuggire e nel girarmi notai dietro di me un grande cavallo di colore nero. Era veramente enorme, un esemplare bellissimo. Aveva una lunga criniera e dei lunghi peli che gli coprivano le zampe, era una creatura maestosa e potente, una visione di bellezza e forza inarrestabile. Il suo manto era di un nero profondo e lucido, come l'oscurità di una notte senza luna. Ogni ciuffo di criniera era setoso e fluente, fluente come il vento, come una cascata d'ebano. La sua testa esprimeva una combinazione di intelligenza e nobiltà, con occhi profondi e penetranti che riflettevano un'antica saggezza. Il collo era lungo e snodato, una linea di pura grazia che si estendeva dalla testa alla possente spalla. La sua massa muscolare era evidente sotto la pelliccia nera, promettendo una forza ineguagliabile. La sua presenza era magnetica, era un'icona di libertà, di forza e di grazia, un'incarnazione della bellezza selvaggia e indomabile. Senza pensarci più di tanto mi avvicinai a quella bestia, salii su per montarlo e in tutta fretta iniziai a galoppare per allontanarmi da quella situazione. La donna uscì fuori da quella capanna, i bambini la seguirono stringendosi alle sue vesti, gridando: Everard, Everard dove vai?.
Più sentivo quella donna chiamarmi con quello strano nome e più era la voglia di allontanarmi il più velocemente possibile. Mi ritrovai ben presto da solo nel bosco a trottare su quella magnifica bestia, quando ad un tratto preso da distrazione, un ramo di un albero mi colpì la testa e caddi a terra svenuto.

Dopo poco, aprii gli occhi, ed eccomi sotto quell'enorme quercia a destarmi con meraviglia del sonno fatto. Non ci pensai più del dovuto, mi alzai e mi incamminai verso casa. Aperta la porta dell'appartamento, come di consuetudine, ascoltai la segreteria telefonica, c'era un messaggio lasciatomi da mia nonna che diceva: ciao Giuseppe come stai? È tanto che non passi a trovarmi.
Dopo aver ascoltato il messaggio pensai tra me e me:Hai ragione nonna passerò in questi giorni.
Accesi la tv e mi recai in bagno per una doccia. Dopo essermi lavato mi distesi sul letto e iniziai a guardare uno di quei documentari sugli animali che mi provocarono un rilassamento generale. La voce del narratore di quel programma mi riaccompagnò tra le braccia di Morfeo, presi subito sonno (anche perché l'indomani avrei dovuto alzarmi presto per andare a lavoro). Chiusi gli occhi e mi addormentai.

In cielo ombre di foglie verdi che appannavano il riflesso della luce solare, mi alzai e mi ritrovai a fianco del cavallo nero, e subito pensai: Sono di nuovo qui?.
Scosso mi avvicinai verso il cavallo. Il quadrupede mi guardò, fece un nitrito e iniziò a volteggiare la testa facendomi ben comprendere di salire in groppa. Così feci. La bestia inizio a incamminarsi (capii bene che sapeva dove portarmi) verso un sentiero di montagna, dove alle cime vi era arroccato un monastero. Mi avvicinai all'ingresso e subito la porta si aprì. Un monaco, vestito di una lunga tunica bianca con un'evidente croce di colore rosso posta al centro, uscì fuori, prese le redini del cavallo ed esclamò: Buono Raven, ci hai riportato Everard?.
Sentendo di nuovo quel nome la mia schiena fu percorsa da un brivido. Il monaco si avvicinò a me con reverenza dicendomi: Everard ci sono tutti, andiamo!.
Iniziai a seguire quell'uomo senza dire una parola. Entrammo nel convento, il monaco legò le briglie dell'animale ad un palo e proseguimmo passando per un chiostro fino ad arrivare alla Chiesa, dove entrammo. Nella navata centrale, in fondo, si scorgevano altre figure vestite tutte nella stessa maniera. Sentii le labbra del monaco accostarsi vicino al mio orecchio: Everard, non proferire parola, questa volta rimani in silenzio e ascolta.
Subito pensai tra me e me: Nulla di più facile....
Ci avvicinammo, contai altre sette persone, in totale eravamo nove. Si avvicinarono a me per darmi il benvenuto, mi salutarono tutti con tre baci sulla guancia e dopo avermi salutato mi chiesero: Com'è andata la spedizione?.
In quel momento mi accorsi che ero vestito di tutto punto, come loro. Nel cercare di dare una risposta fui fermato da uno di loro: Everard ci racconterai ben dopo della spedizione, questo consiglio ora ha cose più importanti da discutere.
In silenzio seguii il corteo. Si avvicinarono all'altare maggiore. Con una mano posta sul braccio sinistro che toccava una croce di color rosso, posta sul mantello, iniziarono a recitare: “Non nobis Domine non nobis sed nomini tuo da gloriam.”
Senza volerlo li imitai e pronunciai anche io quelle parole latine. Il più anziano di loro iniziò subito a parlare: Bene fratelli, siete stati tutti convocati per discutere del futuro dell'ordine. Innanzi a me Jaques, ci sono i miei fratelli: Goffredo, Pierre, Bertran, Maurice, Ewan, Duncan, Iain ed Everard. Questo consiglio sia illuminato dalla sapienza dello Spirito Santo. Sono ormai più di dieci anni che serviamo la Chiesa e siamo stati sempre schierati dalla sua parte, ma gli ultimi fatti avvenuti a Gerusalemme hanno provocato dei profondi dubbi in alcuni di noi. Questo consiglio vuole discutere, in amore fraterno, le vicende accadute. L'ultimo di ritorno dalla Terra Santa, è stato Everard, penso che sia giusto che inizi a parlare per raccontarci come stanno le cose. Sentendo quelle parole fui preso da stordimento, non sapevo di cosa stessero parlando e tantomeno di decisioni da prendere. Io uomo normale dei tempi moderni mi trovavo catapultato in uno di quei romanzi medievali che, per dirla tutta, neanche mi piacevano.
Iniziai a parlare: Fratello caro, a Gerusalemme i fratelli sono martoriati ogni giorno e sono posti in difesa saldi sulle sacre mura. I contrasti interni che si sono venuti a creare, sono da considerare come la poca consapevolezza. La guerra ci ha trascinato nella sua materialità e ormai alcuni di noi non riescono più a vedere quella via iniziatica, quei principi fondamentali sulla quale il nostro amato ordine è stato costituito.
Mi uscirono quelle parole dalla bocca, rimasi letteralmente esterrefatto, perché non sapevo da dove venivano, era come se un'altra coscienza avesse preso il sopravvento. Al sentire le mie parole uno dei fratelli, Duncan, si girò verso di me dicendomi: Chi sei tu per definire come materialità la guerra? La guerra è santa. Deus vult.
Fratello – iniziai a parlare -, non voglio mettere in discussione nessuna fede, mi limito solo a descrivere cosa ho visto e cosa provo.
Capisco il risentimento, ma il nostro giuramento ci porta ad osservare gli ordini ricevuti e non dobbiamo in nessun modo dubitare rispose Duncan.
Duncan, il dubbio non fa parte del mio pensiero, ma alle volte non comprendo più il ragionar umano.
Everard, Duncan raffreddate i vostri bollenti spiriti, le decisioni che siamo chiamati a prendere vanno al di là delle nostre comprensioni intervenne Jacques.
Allora Duncan esclamò: Maestro cosa vuoi dirci che dobbiamo ritirarci dalla Terra Santa?
No, non dico questo ma penso che oltre a combattere materialmente i nemici della fede, dobbiamo farlo anche con lo spirito.
Queste parole fecero cambiare il viso dei cavalieri presenti. Intervenne Maurice, uomo saggio e compagno di tante battaglie: Amati fratelli, il maestro ed Everard hanno chiaramente palesato l'intenzione di cambiare il nostro modo di agire a Gerusalemme. Per dirla tutta sono pienamente d'accordo.
Duncan con una smorfia di disapprovazione che gli corrugò il viso, esclamò: Io ho giurato di servire il Papa, se lui mi dice di annientare il nemico seguirò i suoi ordini senza dubitare.
L'aria si faceva pesante, i presenti iniziarono a chiacchierare sottovoce tra di loro.
Jaques allora intervenne: Fratelli, questo capitolo voleva essere un faro nella notte, ma mi accorgo che si sono insidiate ombre. Ritengo doveroso aggiornarci. Everard cosa ne pensi?.
Mi voltai verso Jaques e Duncan. Prima di iniziare a parlare per rispondere, la campana iniziò a far udire la sua voce con dodici rintocchi.

A seguitar del suono delle campane fui scosso e mi risvegliai nel mio letto, ancora una volta incredulo di ciò che mi stava capitando. Guardai l'orario, l'orologio segnava le 04:04, mi alzai e mi diressi in bagno per sciacquarmi la faccia. Era ancora troppo presto per andare al lavoro, ma dentro di me come delle onde in tempesta agitavano la mia anima. Iniziai a pensare sempre di più come mai facevo quei sogni, mi chiesi con sgomento cosa volevano dirmi.
Ormai il programma in tv che parlava di animali era finito, al suo posto iniziavano a scorrere le notizie del nuovo giorno. Notizie che parlavano sempre di più di cattiveria umana, massacri, guerre, padri contro figli e figli contro padri. Non mi ritenevo un tipo tanto riflessivo, ma tutte quelle notizie mi sbattevano in un limbo di domande. Passai un po' di tempo ad interrogarmi ancora sul sogno appena fatto e ridestato dall'aroma del caffè che usciva dalla moka, che in modo distratto avevo adagiato sul gas. Mi preparai per uscire, ancora stordito dalla notte passata, scesi in garage a prendere l'auto, la misi in moto e iniziai a prendere la strada che mi portava in ufficio. Accesi la radio, subito dalle casse dell'auto udii la parola “Templari”. Un noto storico parlava di “Templari”. Mi soffermai a sentire quell'intervista che parlava delle vicende storiche fatte da quest'ordine, i misteri che lo avvolgevano, le crociate e il Graal. Poi lo storico iniziò a parlare anche di una dinastia che quest'ordine aveva lasciato nel tempo. Rimasi ancora ad ascoltare e allo stesso tempo dentro di me iniziarono ad accavallarsi nuove domande a quelle che già mi ero posto: Cosa vogliono da me questi templari?
Strano che per due volte consecutive abbia sognato la stessa cosa e per giunta il sogno sembra somigliare molto a una storia già vissuta.
Arrivai in ufficio, iniziai come di consueto a leggere le mail, ma il mio stato d'animo era turbolento per quello che mi era successo nella notte. Finita la giornata, uscii dall'ufficio sentendo forte dentro di me l'esigenza di fermarmi in una chiesa per confessarmi. Arrivato nei pressi della cattedrale parcheggiai la macchina e proseguii a piedi. Una volta giunto sul sagrato, non esitai ed entrai. Fu grande il senso di smarrimento nel vedere quella struttura così immensa e accogliente che rievocava ricordi sconosciuti. Eppure ero sempre passato da quella strada, mi ero pure fermato nei negozietti vicino ma non ero mai entrato in quella chiesa. Ammirai l'interno, una struttura antica con più di mille anni di storia era ancora lì come monito, forse a ricordare alle genti parole e insegnamenti ormai scalfiti dal tempo. In un angolo, nella navata di destra, trovai un monaco che stava preparandosi per dire messa. Lo fermai e gli chiesi se potesse dedicarmi del tempo per confessarmi, mi rispose con un accento che tradiva un'origine francese: Pace e bene. Fratello mio sto per dire messa, aspettami. Rimani qui, ascolta la funzione e dopo ti confesserò.
In silenzio andai a sedermi tra i banchi, era passato tanto tempo, forse troppo dall'ultima volta che avevo partecipato a una messa. Durante la funzione, il monaco lesse un passo del vangelo molto particolare, un passo che parlava del dialogo tra Gesù e Nicodemo. Quel passo mi colpì particolarmente, pensai che fosse stato letto proprio per me. Dall'altare il monaco si accorse della mia faccia all'udire quelle parole, le accolse con un sorriso. Finita la funzione, il sacerdote si diresse verso la sacrestia invitandomi a seguirlo, indossò i suoi paramenti e mi chiese di sedermi accanto a lui. Lo feci. Ci segnammo con il segno della croce e mi disse: Dimmi fratello cos'è che vuoi dal tuo Signore? Cosa cerchi?.
Iniziai a parlare del mio sogno, ponendogli alcune domande e facendogli ben capire che tutto ciò mi recava un forte turbamento. Il monaco, con uno sguardo amorevole, mi disse: Vedi fratello mio, il tuo sogno va in una chiara direzione. Ora io potrei esprimerti il mio pensiero da essere umano ma non sarebbe giusto. Ascolta te stesso e vedrai che nel silenzio udrai una voce che risponderà alle tue domande. Ho visto con piacere che ascoltavi con attenzione il passo di oggi del Vangelo. È un brano del vangelo di Giovanni, capitolo tre, versetto uno. Ti consiglio di andarlo a rileggere, rifletti e a meditare su quelle parole.
Quelle parole non diradarono le nubi del dubbio e dell'incertezza che popolavano la mia mente ma il suo viso mi trasmetteva uno stato di tranquillità e sicurezza. Mi congedò dicendomi: Come penitenza voglio che ti rechi in un monastero o in una chiesa templare. Lì recita il Padre Nostro in latino.
In latino? – risposi con meraviglia -. Ma io non conosco quella lingua!.
Il monaco sorrise, mi diede la benedizione, ci segnammo con il segno della croce e ci salutammo. Uscii dalla chiesa con molti più dubbi di prima ma con una strana tranquillità, difficile da spiegare. Mi interrogai su come fare per trovare una chiesa templare dove poter recitare il Padre Nostro “in latino”. Rincasai, mi sedetti un attimo per riposare, ma subito mi venne in mente il capitolo che il monaco mi aveva consigliato di leggere. Cercai tra quei libri che da tempo non toccavo e su un ripiano, quello più in alto della libreria, scovai una Bibbia, l'aprii e cercai quel passo che il monaco aveva letto. “C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno, infatti, può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodèmo: “Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”. Replicò Nicodèmo: “Come può accadere questo?”. Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose. In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo1”.

Fui molto turbato da questa lettura, cosa ci voleva dire in verità nostro Signore?
Mi soffermai un attimo a pensare, poi presi il computer, lo accesi e iniziai a fare qualche ricerca sulle chiese templari. Lo sguardo si fermò sulla chiesa di Maria Maddalena a Rennes le Château, in Francia. Era un po' distante da dove vivevo e per giunta si trovava in un'altra nazione. Accantonai l'idea, dopo tutto una chiesa valeva l'altra. Chiamai degli amici per distrarmi un po'. Organizzai un'uscita, una pizza, per avere un po' di leggerezza.

1 Vangelo di Giovanni capitolo 3 versetti 1-14 
La serata scorse via in piacevole compagnia tra risate e chiacchere, ma non riuscivo a rilassarmi più di tanto, perché nella mia testa rimbombava sempre quella chiesetta francese vista su internet. Gli amici si accorsero della mia distrazione, chiedendomi come mai non fossi tranquillo, ma risposi che si trattava solo di alcune preoccupazioni dovute alla situazione lavorativa. Alla fine della serata ci salutammo con la promessa di ripetere quelle uscite. Presi la macchina e mi avviai verso casa. Arrivato in garage, parcheggiai, salii con l'ascensore e rientrai nel mio appartamento. Sedetti sul divano, avevo bevuto un po' di più del solito, accesi una sigaretta e chiusi gli occhi. Feci una doccia veloce e mi buttai letteralmente sul letto. Non prendevo sonno. Iniziai a pregare e in special modo pregai di non fare di nuovo quel sogno anche se da una parte ero curioso di riviverlo. Mi affidai al Signore e chiusi gli occhi.

Ed eccomi di nuovo catapultato in quella chiesa, con quei monaci, tutti in attesa di una mia parola che rispondesse a quelle, rabbiose, di Duncan. Pensai tra me e me: No di nuovo qui? Ma che succede?.
Provai a risvegliarmi ma non ci riuscivo, sapevo di vivere un sogno ma non trovavo il modo per uscirne. Guardai negli occhi Duncan e gli dissi:Deus vult? Ne siamo sicuri? O siamo noi uomini che lo vogliamo?.
Un silenzio assordante scese su quell'assemblea. Parole forti avevano pronunciato le mie labbra. Jaques interruppe quel silenzio: Calma fratelli, non siamo qui, come vi ho già detto, per darci contro, ma per assisterci a vicenda e dissipare in noi il dubbio.
Amato fratello Jaques – intervenne Duncan - quello che dice Everard mette in discussione gli ordini del Papa a cui, tu ci insegni, dobbiamo assoluta obbedienza.
Jaques rispose: Penso di interpretare le parole di Everard, lui è solo stanco di vedere il diavolo negli occhi. È stanco di vedere guerrieri di luce cadere. Penso che proprio in questi momenti il cerchio dei nove deve stringersi di più e darsi forza.
All'udire queste parole mi sentii come in uno di quei film che guardavo quando ero piccolo, ma la percezione questa volta era ben diversa: stavolta erano nel film. Jaques calmò gli animi e sciolse quell'adunata sottolineando che non eravamo ancora pronti. Ci esortò a un periodo di meditazione con il nostro signore Gesù Cristo, per poi tornare a riunirci in tutta calma. Ognuno di noi prese la propria strada. Sull'uscio della porta centrale della chiesa, uscendo, mi fermò Goffredo: Vedi Everard – disse – io la penso come te, ma dobbiamo essere sicuri della nostra unione, non possiamo permetterci di dividerci proprio ora.
Gli risposi: Goffredo lo so, ma sono stanco. La via iniziatica che ci viene chiesta dall'alto è quella di parlare in primis con noi stessi per ritrovarci. Solo così potremo ritrovare anche l'altro.
Ci salutammo con un lungo abbraccio, uscii fuori dalla chiesa e tutto mi si sembrava più chiaro. Iniziavo a ricordare chi era Everard, il suo compito, perché ero lì. Montai su Raven – ora ne ricordavo il nome -, e iniziai a trottare verso la chiesa di Maria Maddalena per affrontare il mio periodo di meditazione e discernimento. Il viaggio sarebbe stato lungo. Decisi di accamparmi per la notte, scesi da cavallo appoggiai la spada vicino a me, iniziai a slacciare i calzari. Ad un tratto sentii un rumore provenire da un cespuglio. Mi allarmai, sguainai la spada e gridai ad alta voce: Chi va là?.
Dal cespuglio uscì un ragazzo di circa diciott'anni, era malmesso. Aveva gli occhi spalancati dal terrore e i capelli arruffati. Aveva l'aspetto di chi aveva attraversato una serie di avventure incredibili e non aveva ancora trovato la sua strada verso la sicurezza. I suoi vestiti erano lerci e strappati, con qualche macchia di sangue e graffi sul corpo, segno di una fuga disperata tra gli alberi e i rovi del bosco. La sua pelle era sporca di fango ma, nonostante tutto, dal suo volto trasparivano una giovane innocenza e una grande vulnerabilità. I suoi occhi erano grandi e spauriti, come se avessero visto qualcosa di terrificante nel cuore del bosco. Le sue mani tremavano visibilmente, e ogni tanto gettava occhiate nervose alle ombre circostanti, come se temesse che qualcosa o qualcuno potessero ancora seguirlo. Il ragazzo non parlava ma la paura nelle sue espressioni e nei suoi occhi dicevano tutto. Il respiro affannoso, quasi sincopato, era il segno tangibile del terrore che aveva vissuto. Mi rivolsi a lui chiedendogli: Cosa ci fai qui? Nel bosco da solo e per giunta non armato? Di cosa hai paura? Cosa ti spaventa?.
Mi rispose con una voce tremula: Mio signore sono in fuga, vi chiedo protezione da i saccheggiatori.
Lo guardai e gli risposi che poteva rimanere con me. Lo rassicurai e poi gli chiesi il suo nome. Mi chiamo Roland, mio signore disse il giovane più tranquillo nel respiro.
Dopo qualche attimo udimmo un rumore di cavalli che si avvicinavano e in un attimo, mi si pararono dinanzi quattro uomini: Questa è una nostra preda prosegui il tuo cammino cavaliere e non ti immischiare mi disse con alterigia uno di loro.
Roland, timidamente, si nascose dietro di me, impugnai la spada e risposi: Nessun uomo al mondo deve essere considerato una preda, non so chi sia costui e cosa abbia fatto ma di certo non lo lascerò alla vostra mercé.
Sentendo queste parole i quattro si scagliarono verso di me con asce e alabarde. Iniziai a difendermi come la vita mi aveva insegnato, ne uccisi due, gli altri pari si dettero alla fuga.
Roland si rivolse verso di me: Grazie mio signore, consideratemi vostro servo.
Nessun uomo – risposi - deve essere servo di nessuno. Nostro Signore ci ha donato la libertà.
Mio signore – disse Roland con tono sorpreso -, ma io non ho nulla da offrirvi in cambio se non la mia vita.
Ragazzo, ti porterò con me se questo è il tuo desiderio. Per me non sarai un servo ma un compagno.
Lui annuì con le mani giunte ringraziandomi. Demmo degna sepoltura ai corpi dei due cavalieri abbandonati dalla codardia dei compagni, li affidammo al Signore. La notte era ormai padrona, accendemmo un fuoco e di abbandonammo al riposo.

Di colpo la sveglia iniziò con la sua melodia atroce a strapparmi dal sonno e dalle vicende che esso portava. Mi ritrovai di nuovo sveglio, ma questa volta privo di quello sgomento e di quella incertezza che avevano caratterizzato il ritorno al presente. Mi alzai dal letto, era una domenica mattina, potevo dedicarmi al riposo. Ma nella mia testa continuavano ad accavallarsi i pensieri, quei sogni così reali e coinvolgenti, le parole del monaco. Accesi il pc per leggere qualche notizia e subito mi venne in mente che nel sogno mi stavo recando nella chiesa di Maria Maddalena. Feci delle ricerche e con grande stupore, le ricerche fatte mi conducevano a Rennes le Château in Francia dove c'era una chiesa nominata “Chiesa di Maria Maddalena”. Di nuovo questa chiesa..., chiaro segno che il Padre Nostro in latino dovevo recitarlo in quel luogo. Provai ad organizzare un viaggio per visitare questa località e mi resi subito conto che in fin dei conti vi era la possibilità di intraprenderlo. Mi soffermai a pensarci un po'. “Dopo tutto – mi dissi - un periodo di riposo me lo merito. Perché no? domani chiederò un po' di ferie a lavoro e cercherò di organizzarmi per visitare questa chiesa”.
Dentro di me si era insinuata una forte curiosità che si trasformava in una sorta di inconscia consapevolezza. Essa mi conduceva a vivere il sogno fatto come una via da continuare a seguire perché in fondo poteva essermi da insegnamento per qualcosa. Passai il pomeriggio facendo ricerche su Rennes le Château e in particolare sulla chiesa che avevo sognato di raggiungere. Mi accorsi subito che i Templari erano circondati da un grande alone di mistero e che alle volte venivano considerati custodi di grandi segreti che, a mio pensare, era solo una manovra del mondo moderno per arricchirsi e spingere la curiosità umana alla ricerca di millantati segreti, reliquie e quant'altro. Dopo aver fatto le mie ricerche presi la decisione di affrontare questo viaggio, iniziai a vedere il costo dei biglietti per il volo, eventuali alberghi dove alloggiare. Perso tra mille pensieri e congetture, d'improvviso uno prese forza e diventò dirompente nella mia testa: la nonna aveva provato a chiamarmi giorni prima lasciandomi un messaggio in segreteria. Pensai: Devo andare a trovare la nonna.
La nonna era una donna molto premurosa, si può dire che fossi cresciuto con lei. Donna di alti tempi, donna di grande saggezza e gentilezza, aveva l'aspetto di chi aveva attraversato le stagioni della vita senza mai perdersi d'animo. I suoi capelli grigi, spesso raccolti in uno chignon, le conferivano un'aura di dignità. Il suo viso era solcato da rughe che raccontavano storie di gioie e tristezze vissute nel corso degli anni. Mi raccontava spesso di cavalieri, draghi, principesse e io da piccolo pendevo dalle sue labbra. Oltre ad essere una donna molto premurosa, era anche un'anima che aveva vissuto tanti sacrifici. Sin da bambina visse da adulta, chiamata con la madre a crescere la famiglia, dopo che il padre fu disperso in guerra. Spesso il mio ricordo me la faceva rivedere mentre impastava la pizza per tutta la famiglia, distribuendo sguardi premurosi a noi bambini. I suoi racconti, con l'avanzare dell'età, abbandonavano quel qualcosa di fiabesco e di antico per trasformarsi in insegnamenti e consigli che mi rendessero autonomo nel pensare, senza omologarmi al volere della società. Ci teneva molto a quest'aspetto, mi ripeteva sempre: Giuseppe vivi la tua vita al massimo, nel rispetto degli altri e pensa con la tua testa. Quando non saprai che via prendere ascolta il tuo cuore, lui non ti mentirà.
Quante cose mi aveva insegnato la nonna. Era per me come una compagna di viaggio, come un porto sicuro. In questa vita in verità mi fidavo solo di lei.
Giuseppe Armentano
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