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Autore: Maria Enea
Titolo: Porcellana
Genere Thriller storico
Lettori 300
Porcellana

Dresda, 1707

Segrete del castello di Grossedlitz

l prigioniero si dimenava spasmodicamente nelle catene e non smetteva di urlare.
- Sono Bottger! Sono un famoso alchimista! Non sono un criminale! Perché mi avete portato qui? Chi mi ha fatto arrestare? E' un errore! Liberatemi! Voglio parlare con il principe! Portatemi da lui! -
Le guardie continuarono la loro partita a dadi, senza curarsi delle sue urla. Ogni tanto trangugiavano un boccone e tracannavano birra.
Nessuno rispose al prigioniero.

Parco del Castello di Grossedlitz

L'unica regola era centrare il bersaglio. Tutto il resto per lui non contava.
Il principe avvertiva la tensione dei muscoli del suo polso destro, che formava un tutt'uno con la corda dell'arco. Assoluta calma e padronanza di sé. Autocontrollo, posizione perfetta, mira precisa.
Quella beccaccia non sarebbe sfuggita al suo occhio infallibile di esperto cacciatore. Si ostinava ancora a cacciare con arco e frecce, nonostante tutti gli consigliassero metodi più moderni ed efficaci.
Qualcuno aveva osato proporre al principe di servirsi di battitori che stanassero le prede e gli facilitassero la caccia. Il sovrano se n'era adontato.
Era fatto così. Amava la meticolosa preparazione degli strali, i lunghi appostamenti per avvistare la preda, i sentieri poco battuti, l'odore che la terra sprigiona in ciascuna delle stagioni.
Amava lanciare a se stesso delle continue sfide, colpire con la sua freccia obiettivi sempre più piccoli, sempre più distanti. Meglio ancora se l'obiettivo era in movimento. Ogni preda, ogni animale abbattuto, per lui rappresentava una vittoria, una prova certa di aver superato difficoltà, spesso quasi insormontabili. E non gli importava di dimostrarlo agli altri. Raramente faceva impagliare gli animali abbattuti.
Nel castello di Grossedlitz, la sua residenza favorita, alcuni cervi ed orsi, da lui uccisi, facevano bella mostra di sé sulle pareti, tra spesse cortine e tendaggi, creando una strana mescolanza tra eleganza e rozzezza.
Ma lui, Federico Augusto I, principe ed Elettore di Sassonia, nonché re di Polonia dal 1697, non degnava di una sola occhiata quei grossi animali. Valevano molto di più i piccoli volatili, ai suoi occhi di arciere.
La beccaccia cadde più oltre, nel folto del bosco. I cani andarono a recuperarla. Il principe li seguì senza fretta, godendosi il suono quasi metallico prodotto dalle foglie secche calpestate.
La caccia riusciva ad assorbire totalmente i suoi pensieri, finché vi si dedicava. Al rientro, questioni di stato, e non solo, lo avrebbero nuovamente assalito.
Uno degli impulsi che lo spingevano ad andare a caccia da solo era il pressante bisogno di distogliere la mente da questioni spiacevoli e di trovare spazi per se stesso. Altrettanto essenziale per lui era proprio il cimentarsi con se stesso, mettere alla prova le proprie capacità: questo gli dava la misura del proprio valore di uomo.
Voleva giudicarsi come uomo, non come sovrano, e con obiettività, senza tener conto dell'adulazione interessata e della piaggeria dei sudditi. Disprezzava i consiglieri pavidi e temeva chi si faceva notare per la propria indipendenza di giudizio. Avrebbe preferito che la sorte gli avesse riservato un ruolo sociale meno impegnativo. Era stanco. Ma non lo dava a vedere.
Nelle tenute reali di Sassonia non si sarebbero mai effettuate battute di caccia chiassose e mondane come quelle organizzate dai re di Francia a Versailles.
Uomo austero e sobrio, il principe era ben consapevole della propria fama di personaggio eccentrico, e ne andava fiero. Qualunque suo desiderio, anche il più strano, veniva esaudito. Si divertiva a fare appositamente le richieste più strane, con espressione burbera e minacciosa, per vedere servi e cortigiani affannarsi per accontentarlo. In genere chiedeva, all'ultimo momento, piatti elaboratissimi, oppure frutta fuori stagione. A volte gli capitava di richiedere armi fabbricate da un certo artigiano o in un determinato anno.
Dentro di sé scommetteva sul nome di colui o colei a cui sarebbe stato affidato il compito di comunicargli che non erano riusciti a soddisfare la sua richiesta. Si dimostrava bonario, comunque, in questi casi.
Ciò che davvero non tollerava era che la gente non s'impegnasse nello svolgimento dei propri compiti. Quella era la cosa che riusciva veramente a farlo uscire dai gangheri.
Erano celebri i suoi accessi d'ira. Quando si arrabbiava, afferrava qualunque oggetto gli capitasse per le mani e lo scagliava in aria. E non solo soprammobili e suppellettili, ma anche tavoli e mobili, che sollevava senza alcuna difficoltà. Non per nulla era soprannominato Augusto il Forte.
D'altronde, era meglio essere temuto piuttosto che amato.
Con la beccaccia nel carniere, seguito dai suoi cani, Augusto tornò al castello. Procedeva a passi lenti, affondando nella terra umida gli scarponi da caccia, cuciti appositamente per lui con il migliore cuoio da un artigiano di sua fiducia.
Il violento temporale scoppiato quella mattina aveva reso fangoso il terreno.
Meglio, camminare in acquitrini e pantani era la sua passione. Se si vive più di una volta, pensava il sovrano, in qualche esistenza precedente devo esser stato una rana. O forse un rospo: è per questo che adesso sono un principe.
Sapeva che, ad attenderlo, avrebbe trovato il suo consigliere e complice, Wilhelm von Offburg. Le sue aspettative non furono deluse.
Offburg si trovava già nel padiglione esterno dell'edificio, da dove il sovrano era solito entrare ed uscire quando si addentrava nel bosco.
Capì, con un solo sguardo, che la battuta di caccia era stata fruttuosa.
Il sovrano lo guardò a sua volta per comprendere quale fosse l'esito del non facile compito che gli aveva affidato; anche in questo caso, si capiva che la caccia era stata fruttuosa. Fu il sovrano a parlare per primo.
- Allora? Com'è andata? L'avete preso? -
Mentre parlava, un servo gli sfilava gli stivali infangati e poi gli faceva calzare scarpe pulite. Il sovrano era solito cambiarsi d'abito senza lavarsi. Sosteneva che l'igiene fosse una pratica per i corpi deboli, e che il suo fisico vigoroso non necessitasse di una eccessiva dimestichezza con l'acqua.
- Certo che l'abbiamo preso. Senza problemi. -
Il sovrano, intanto, si cambiava gli abiti, sempre con l'aiuto del servo. Indossò un completo color cenere della seta più fine, con una giacca più lunga sul retro, che terminava con una coda di rondine. Il colletto bianco della sua camicia era ricco e vistoso. Adesso dimostrava, anche nell'aspetto, la propria sovranità. Il consigliere guardava fuori, distratto dal canto melodioso di un chiurlo tra gli alberi.
- E adesso dov'è? -
- E' qui, maestà, nelle segrete del castello. Se sua maestà vuole vederlo, non ha che da chiederlo. -
- Lasciamolo bollire nel suo brodo per qualche giorno. Gli farà bene. -
- Bottger crede di essere stato arrestato per qualche reato. Si dispera perché dice di non aver commesso alcun crimine. -
- Meglio così. La necessità aguzza l'ingegno. È del suo ingegno che ho bisogno, non dei suoi vizi. -
- Però, sarà un bene tenere in catene un uomo abituato al lusso? -
- Tranquillo, Offburg! Le privazioni non fanno male a nessuno, se sono limitate nel tempo. Dovrà collaborare! -
- E se non riuscisse nell'impresa? Non è certo il primo a tentare. -
Con un gesto annoiato, il sovrano si adagiò su un bel sofà rosso carminio.
- Riuscirà, riuscirà. È il migliore. -
Serbava ancora, dentro di sé, la soddisfazione del cacciatore che ha centrato la propria preda. Vide se stesso nell'atto di centrare Bottger con una freccia. Non avrebbe fallito.
Con un gesto della mano congedò il suo consigliere. Era certo della riuscita del suo piano. Sarebbe stato lui, e solo lui, il sovrano europeo che avrebbe ottenuto per primo quel risultato, agognato da molti. La piccola Sassonia avrebbe avuto un primato invidiato da tutti, e tutti si sarebbero inchinati ai suoi piedi. Sì, Bottger non l'avrebbe deluso. Con le maniere forti si ottiene molto, quasi tutto. Tranne l'amore.























2


Gand, Fiandre, Anno del Signore 1598



Osmolinda provava perennemente la sensazione di vivere a bordo di una nave colossale. Quella città, edificata su una serie di isolette collegate l'una all'altra da una rete interminata di ponti, conferiva un continuo senso di precarietà a qualsiasi gesto quotidiano, anche il semplice camminare.
Gli infanti che si arrischiavano a compiere i loro primi passi in questo strano mondo, in quella città delle Fiandre barcollavano di più.
La città si chiamava Gand , ma i suoi abitanti, in lingua fiamminga, la chiamavano Gent. Due fiumi, la Schelda e il Lys, le davano acqua e vita, colorando con i loro riflessi il grigiore del clima umido.
A Osmolinda sembrava di trovarsi nell'ombelico del mondo, tra le vie e i canali affollati di gente d'ogni tipo e da una quantità spropositata di botteghe di mercanti, che esponevano chiassosamente i pregi delle loro merci. Il loro vocìo, talvolta assordante, riecheggiava per le vie fino a tarda sera.
Le tele fabbricate lì, nelle Fiandre, erano richiestissime; frotte di mercanti stranieri, provenienti da paesi lontanissimi, come la Lombardia, facevano rifornimento proprio in quella zona. Camminando nelle vie, era normale sentir parlare tanti idiomi diversi, dal greco al russo.
Non che a Osmolinda interessasse molto di quanto succedeva nelle strade. La sua famiglia non praticava il commercio.
La ragazza era infatti figlia di un noto medico. Ma oltre a ciò, Pieter Martens, suo padre, aveva sviluppato nel tempo un grande interesse nei confronti dell'Antica Arte Regia: l'Alchimia. Era divenuto un Adepto.
Nella sua abitazione, confortevole ma certamente non paragonabile alle enormi dimore dei nobili, aveva ricavato una camera segreta che aveva trasformato in Officina Alchemica, nonostante i rimbrotti della moglie, assai poco incline a simili astrazioni.
Osmolinda aveva ereditato dal padre l'interesse per la materia e per la trasmutazione dei metalli. Gli effluvi, i vapori, gli aromi inconsueti, il calore spesso insopportabile, provenienti da forno alchemico e focolare sempre accesi, le procuravano una gioia profonda. Come le piaceva conoscere la composizione della materia! Che gioia provava nel vedere una sostanza trasmutarsi in un'altra!
Ogni volta che la vedeva entrare nel laboratorio paterno, per maneggiare provette ed alambicchi, la madre scuoteva il capo, sconsolata, perché non capiva quella strana figlia, che anziché al matrimonio, pensava agli intrugli. Il destino di una donna è sposarsi e fare figli, non perder tempo a cercare di fabbricarsi l'oro! Per fortuna, la figlia maggiore, non le aveva dato pensieri: pur avendo solo diciotto anni, era già sposata da quattro ed aveva due figli.
Osmolinda, invece, la faceva preoccupare parecchio.
Ad Osmolinda, non importava nulla dei discorsi della madre: aveva quindici anni e non intendeva sobbarcarsi il peso di una famiglia. I suoi interessi la spingevano a ricercare il perché delle cose, a vedere la sostanza dietro l'apparenza.
In questa ricerca, era sostenuta ed incoraggiata dal padre, Pieter Martens, il quale sosteneva cha la figlia era la migliore allieva che un alchimista potesse desiderare.
Entrava nel laboratorio del padre ed ascoltava rapita le sue spiegazioni. Lo aveva sempre fatto, fin dalla più tenera età.
Mentre sua sorella Magda trascorreva le giornate tra il telaio, le bambole di pezza, il cucito, il ricamo e gli insegnamenti domestici impartiti dalla madre, senza mostrare interesse per altro, lei si stancava presto ed andava a rifugiarsi nel suo porto sicuro: l'officina alchemica del padre.
Guardava con interesse profondo le sostanze contenute nei vasi, e chiedeva al genitore il nome e l'uso di ciascuna di esse. Apprendeva tutto immediatamente e senza alcuna difficoltà. Il padre notava compiaciuto che con lei non occorreva mai ripetere una spiegazione.
Egli le illustrava che cos'è un amalgama, che ha come base il mercurio, oppure come si prepara l'antimonio.
Ad attrarre maggiormente Osmolinda, però, fu una cosa che apprese gradualmente: il percorso spirituale dell'alchimista. Comprese, nei suoi più intimi recessi, che, raffinando la materia, si eleva lo spirito.
Chissà se anche ad una ragazza era permesso raggiungere i livelli più alti della conoscenza! La maggior parte delle donne era analfabeta, perché istruire chi era relegata alle cure domestiche sarebbe stato uno spreco. E poi, secondo l'uomo comune, le femmine erano esseri inferiori e non capivano nulla.
Osmolinda aveva già completato il suo corso regolare di studi. Aveva studiato sia con il padre che con i precettori. Da loro, non aveva altro da imparare.
La ragazza conosceva il latino, il greco e un po' d'ebraico; si riproponeva anche di studiare l'arabo. Avvertiva l'urgenza di imparare tutte le lingue in cui erano scritti gli antichi Testi della sua arte.
Pieter, che aveva una formazione da medico, poteva supportarla fino ad un certo punto: l'alchimia era per lui un punto d'arrivo, e per certi versi poteva considerarsi un principiante.
Le sarebbe piaciuto tanto poter trascorrere la vita intera a studiare: c'erano tante cose che ancora non conosceva!
Ma correva l'anno del Signore 1598, ed anche nelle tolleranti Fiandre lo spazio per le donne era molto ristretto. C'era qualche pittrice, qualche poetessa; ma di alchimiste, che lavorassero in proprio, nemmeno l'ombra.
Nessuna disciplina, nessuna arte, nessuna istituzione mostrava rispetto e considerazione per la donna, a cominciare dalla Chiesa, cattolica o protestante che fosse.
Almeno in parte, l'alchimia era differente: conferiva alla donna una certa importanza e dignità; ad esempio, era consigliabile che un alchimista sposasse una donna che potesse essere un valido aiuto nell'Opera. Ma che potesse farcela da sola, non passava per la mente a nessuno.
Ad Osmolinda sarebbe tanto piaciuto passare la sua vita a studiare, riuscire a ottenere la pietra filosofale e l'elisir di lunga vita. Ancora, ben pochi erano riusciti nell'impresa di ultimare l'Opera con risultati così alti: tra loro nessuna donna, se non come compagna. Non poteva essere lei la predestinata?
Il padre si fidava di lei, tanto da affidarle il compito di controllare l'uovo filosofico durante le lunghissime fasi, di quaranta giorni, della sua trasmutazione.
L'Opera avveniva in tre fasi: Opera al nero, al bianco, al rosso. La sostanza che cuoceva nell'uovo filosofico, infatti, mutava di colore.
Alla ragazza piaceva vegliare per controllare l'atanor. Quelle fredde notti primaverili , specie quelle tempestose, trascorse nella preghiera e nell'osservazione della trasformazione della materia, erano quanto di più spiritualmente elevato riuscisse a concepire.
Le vie più brevi all'Opera erano poco spirituali e non formative.
Osmolinda ed il padre raccoglievano religiosamente la limpida rugiada di maggio per poter avviare le trasformazioni con il più puro dei liquidi.
Oltre agli evidenti contenuti filosofici e teosofici, l'alchimia aveva applicazioni pratiche assolutamente utili nella vita quotidiana. E' grazie ad esse che gli alchimisti riuscivano a mantenersi.
Alcuni alchimisti siriani, ad esempio, alcuni secoli prima, avevano scoperto una proprietà dei derivati del fosforo: a contatto con l'acqua si infiammano. Avevano dunque inventato una formidabile arma da guerra: il - fuoco greco - , utilizzata a profusione dall'esercito bizantino a cui avevano rivelato la formula. Quando una nave nemica, araba prima e turca poi, si avvicinava troppo alla flotta bizantina, i marinai gettavano in acqua quella misteriosa sostanza che incendiava la superficie del mare, avviluppando nella fiamme i malcapitati avversari. Grazie a questo fuoco, che terrorizzava i nemici, l'impero bizantino era riuscito a sopravvivere agli attacchi dall'esterno per un intero millennio.
La maggioranza degli alchimisti, tra cui il padre, traeva i propri proventi dalla preparazione galenica di misteriosi farmaci.





3




Immersa in pensieri elevati, Osmolinda trascorreva parecchie ore in solitudine. Infatti, con le coetanee parlava poco, perché non aveva interessi in comune con loro. Non aveva amiche. Le ragazze della sua età non facevano che parlare di innamoramenti e pettinature, mentre a lei interessava l'atanor!
Osmolinda si interessava poco al proprio aspetto, non cercava di rendersi più bella, indossava abiti semplici. Non sapeva di avere un visetto affascinante, in cui gli occhi, di un blu profondo, spiccavano tantissimo, incorniciati com'erano, da lunghe ciglia, nere come i capelli.
Fin da quando era bambina, gli uomini avevano iniziato ad ammirarla. Ma lei era del tutto indifferente al proprio fascino. Riteneva oltraggioso che qualcuno potesse apprezzarla per la sua bellezza, di cui non aveva alcun merito, anziché per la sua intelligenza.
La madre e la sorella si stizzivano un po' per il suo comportamento. Magda, la sorella, non la capiva affatto. Quando le diceva: - Sei bellissima, Osmolinda. Un principe ti chiederà in moglie! - , lei si arrabbiava, dicendo che aveva altro a cui pensare.
La madre la conduceva al mercato, le acquistava belle stoffe, le cuciva bei vestiti, che lei indossava con assoluta indifferenza.
Magda le intrecciava i capelli neri, la pettinava in tanti modi diversi, mentre lei trovava noioso star seduta ad aspettare che la sorella finisse di giocare con le sue chiome. Quando era lontana dall'Officina, si sentiva un pesce fuor d'acqua.
Aveva già ricevuto numerose proposte di matrimonio, che erano state puntualmente respinte. Aveva rifiutato anche Jacob Hols, il più ricco mercante di Gand, di vent'anni più anziano di lei.
La madre, lusingata per quella proposta, aveva cercato invano di convincerla dei vantaggi di quell'unione, ma Osmolinda era stata assolutamente irremovibile.
Mai e poi mai avrebbe venduto se stessa a quel vecchio, per nessuna ragione al mondo.
L'ira della madre si era protratta per giorni e giorni; Giuliana aveva messo in atto tutte le possibili tattiche di intimidazione e di persecuzione domestica, senza ottenere alcun risultato. Poi , si era rassegnata. Quella figlia era proprio una svitata.
Magda, invece, a quattordici anni, aveva contratto matrimonio con il figlio di un notaio piuttosto ricco, avviato alla stessa professione del padre. Non era bello, Goffredo, ma almeno aveva un carattere mite. Magda, seppur non felicissima, sembrava piuttosto soddisfatta della propria sistemazione. Viveva con il marito in una bella casa nuova, in un altro quartiere di Gand.
Osmolinda in realtà non escludeva, in linea teorica, la possibilità di contrarre matrimonio. E come avrebbe potuto? Quella era la mentalità del suo tempo.
Quello era l'ineluttabile destino di una donna.
Ma non si trattava solo di questo.



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La Scienza Ermetica, a cui era dedita, era totalmente impregnata da un esplicito simbolismo sessuale. Il padre aveva dovuto accantonare il proprio imbarazzo e parlare con la figlia in modo inequivocabile.
Tutto ciò che esiste, per gli alchimisti, è dotato di un sesso. Non soltanto gli animali, com'è ovvio ed evidente. Ma anche i minerali.
La Materia Prima degli elementi era l'unione dei due opposti principi, il maschile ed il femminile. Tutto ciò che è secco, caldo, attivo come il sole, è maschile; tutto ciò che è umido, freddo, passivo, mutevole e sfuggente come la luna è femminile. La terra è femminile, il cielo è maschile.
I testi che la ragazza leggeva contenevano illustrazioni del Coito alchemico del Sole e della Luna, di Venere e Mercurio, addirittura dell'incesto simbolico della Terra madre con il Figlio.
Per certe operazioni, gli alchimisti adoperavano anche uno strano apparecchio, il - doppio pellicano - , che sembrava ricalcare due corpi, uno maschile ed uno femminile, avviluppati nell'amplesso.
Osmolinda era dunque perfettamente consapevole di non poter sfuggire alla sessualità universale. Però non le interessava sposare un uomo qualsiasi.
Attendeva l'Adepto, l'uomo che potesse essere realmente complementare, nell'anima e nel corpo. Il suo obiettivo era il raggiungimento della perfetta fusione. Chissà che un giorno...
Il padre sperava che Osmolinda, la sua figlia diletta, riuscisse ad avere una vita degna del suo talento, migliore di quella che egli aveva potuto offrire alla sua famiglia.
Pieter infatti garantiva alla famiglia una vita piuttosto agiata, ma non sfarzosa. La casa dove risiedevano era comoda, ma non lussuosa. L'officina dove compiva i suoi esperimenti era ben fornita ed arredata con cura, ma era piccola e piuttosto buia.
Era un uomo di buon cuore, e se un uomo povero chiedeva le sue cure, egli prestava il suo aiuto gratuitamente, tra i rimbrotti della moglie.
Giuliana infatti era una donna molto legata all'aspetto materiale dell'esistenza; le sarebbe tanto piaciuto vivere come una gran signora. Però, con un marito come Pieter, era costretta ad accontentarsi.
Ogni tanto, qualche ricco signore elargiva al medico alchimista lauti compensi per preparati curativi, soprattutto durante le epidemie e le guerre, sempre immancabili.
Purtroppo, le Fiandre erano ormai da trent' anni devastate da un conflitto che sembrava non aver mai fine, scoppiato, inizialmente, con pretesti religiosi: la scelta, da parte di alcune delle città dei Paesi Bassi, delle dottrine protestanti di Martin Lutero. La reazione dell'impero, soprattutto degli Spagnoli, non si era fatta attendere: era evidente che quella religiosa era solo una giustificazione per rivendicare l'autonomia. Il conflitto andava avanti a fasi alterne, tra crudeltà, vendette, stragi, rivendicazioni, assedi e pestilenze. Solo il rapporto strettissimo tra gli abitanti di quelle terre e il loro mare aveva impedito che la popolazione morisse.
Pieter si considerava un patriota: si prodigava nel curare feriti, ed inoltre, nella quiete della sua officina, cercava di trovare il modo di finanziare la sua gente. Se fosse riuscito a ottenere la Pietra Filosofale, avrebbe donato tutto alla sua città.
Nessuno osava criticarlo per il fatto che non imbracciasse le armi: si rendeva utile comunque con i suoi farmaci.
Tutti i potenti dell'Europa avrebbero ricompensato profumatamente l'alchimista che fosse riuscito a tramutare vili metalli in oro. Ma ciò sembrava impossibile.













5

Dresda, 1707


Per i prigionieri, costretti a resistere tra il fetore degli escrementi, il freddo intenso, le cimici e la penombra umida dei sotterranei, persino l'idea della morte era piacevole.
Incatenati e addossati alle pareti, trascorrevano le loro giornate senza potersi muovere, con la speranza che qualcosa, qualsiasi cosa, li liberasse dalla prigionia.
Bottger era in catene, come tutti gli altri. Manteneva un contegno austero e dignitoso. Non si dimenava più, non si lamentava più.
L'uomo sapiente deve dimostrare la propria forza d'animo anche, anzi, soprattutto, nella sventura. Doveva trattarsi di un errore.
Quella brutta mattina di quindici giorni prima, appena giunto in città dal Portogallo, dove aveva trascorso un anno, aveva preso alloggio in una locanda in centro e vi aveva trascorso la notte. Al mattino, mentre prendeva abiti puliti dalla valigia, nella camera, improvvisamente, erano entrate delle guardie. Si trattava di uomini piuttosto sudici e dai modi spicci. Portavano un'uniforme grigia.
Uno di loro, il più autorevole, che, chissà perché, sembrava a disagio, gli chiese: - Siete voi Johann Friedrich Bottger? -
Alla sua risposta affermativa, ordinò: - Prendetelo! -
Tante mani lo avevano afferrato, legato ed imbavagliato. Infine, lo avevano bendato e portato via su un carro. Si era ritrovato lì, in quel luogo oscuro, fetido ed orrido. Quando gli avevano tolto il bavaglio, si era messo ad urlare.
- Sono Bottger! Sono un famoso alchimista! Non sono un criminale! Perché mi avete portato qui? Liberatemi! Voglio parlare con il principe! Portatemi da lui! -
Nessuno gli aveva risposto, né tantomeno gli aveva fornito spiegazioni. I giorni erano trascorsi, e le speranze di uscirne vivo sembravano diminuire. E dire che, pur essendo un uomo di scienza, aveva sempre tenuto al suo aspetto fisico! Adesso, la sua camicia, un tempo candida, era sporca e lacera, il farsetto strappato in più punti, la sua barba lunga e incolta, e il prurito in testa faceva sospettare che vi fossero i pidocchi. Perché era caduto così in basso? Chi poteva aver dato l'ordine di arrestarlo? E con quale accusa?
Aveva due sole passioni: la prima era l'alchimia, che lo aveva reso celebre.
La seconda, erano le donne. Sì, sì, sapeva bene che, per chi fa ricerca spirituale, si trattava di una passione disdicevole, ma lo sanno tutti che la carne è debole. Si era sempre mosso con grande prudenza, evitando fanciulle vergini e selezionando alcune donne sposate, per non incorrere nelle ire di padri e mariti.
Non poteva certo essere una donna la causa del suo arresto.
Quanto alla sua arte, ecco, qualche indizio poteva esserci. Aveva dato ad un nobile polacco un antidoto per la sterilità di una vacca, pur sapendo che non avrebbe funzionato. Aveva venduto come argento una lega di sua invenzione, perché aveva bisogno di denaro. Ma era successo a Brema, qualche tempo fa. E poi, c'era quella vecchia faccenda in sospeso con Federico I di Prussia...
A Dresda era già venuto due anni prima, perchè era stato convocato dal principe di Sassonia, Federico I Augusto, che da poco aveva ottenuto la corona di Polonia. Ricordava ancora con molta precisione quell'incontro. Era riuscito a fatica a giungere a piedi alla reggia, perché soffiava un impetuoso vento del nord che spazzava le strade. Bottger si era presentato all'ingresso del palazzo scarmigliato e con i vestiti stazzonati a causa del forte vento di tramontana, imprecando tra sé per quel contrattempo che lo rendeva impresentabile.
Ma una dama di sua conoscenza, che per caso si era imbattuta in lui, lo aveva condotto in una camera perché potesse sistemarsi. Era stata una fortuna.
Il sovrano, con tanto di paltò bordato di ermellino e diadema sul capo, lo aveva ricevuto nella sala del trono, dove l'oro ed il rosso porpora erano i colori dominanti. Tanta pompa e tanto sfarzo gli erano sembrati spropositati per ricevere proprio lui, che non era un capo di stato o un'autorità ecclesiastica. Voleva impressionarlo? E quale poteva essere il motivo della convocazione?
Eseguì un perfetto inchino, non privo di una involontaria ironia. Augusto il Forte se ne accorse e lasciò che l'alchimista rimanesse in piedi.
- Nutrite forse scarsa simpatia per me e per il mio regno, signor Bottger? -
- No, maestà, non ho nulla contro di voi e la Sassonia... -
- Davvero, Bottger? E come si spiega che voi abbiate lavorato in tante città di lingua tedesca, ma non qui? Credete che vi sarebbe riservato un trattamento indegno, forse? -
- Niente affatto, maestà, ma non ho mai ricevuto alcuna proposta interessante, qui. -
- E che mi dite dei vostri ...problemi con il re di Prussia? Pare che voi abbiate millantato facoltà che non avete! -
- E' una lunga storia, maestà. Il re voleva... -
Augusto lo interruppe con un gesto stizzito della mano.
L'alchimista si interrogava sul vero significato di quell'incontro.
- Ho saputo che avete fabbricato un grès di ottima fattura, a Colonia, ad Aquisgrana e a Coblenza. -
Bottger era molto orgoglioso del proprio lavoro.
- Sì, maestà, è vero. -
- E come fate ad ottenerlo? -
Gli occhi del sovrano si fecero piccoli e penetranti. Si alzò dal trono e si sedette in una poltrona normale, vicino a lui, indicandogli, finalmente, una sedia. Un tempo, era stato un alchimista dilettante.
- Non posso dirvelo, maestà. Sono vincolato a giuramenti di segretezza. -
- Mi piacete, Bottger - mormorò il sovrano sorridendo.
Ordinò di servire del caffé e del cacao in tazza. L'odore intenso delle due bevande penetrò nelle narici dell'alchimista e del sovrano, che prese una tazza di cioccolata e l'annusò avidamente. Amava quelle prelibatezze americane. Anche Bottger gradì molto le due bevande.
- E così siete un uomo di parola, Bottger. Me l'avevano riferito. Ma rimarrete tale anche se dovessi promettervi qualcosa di veramente - e soppesò lentamente le parole, - veramente allettante? Anche se dovessi rendervi sfacciatamente ricco? -
Bottger era convinto di sapersi muovere negli ambienti di corte e di conoscere le frasi giuste per ciascuna occasione. Scelse quella che gli sembrò più adatta.
- Nulla è per me più allettante del favore di vostra maestà. -
Federico I Augusto, detto Augusto il Forte, scoppiò in una risata inaspettata.
- Smettetela di parlare come un pappagallo ammaestrato. Siete un uomo di scienza. So bene che il favore di un sovrano, senza i quattrini, per voi vale quanto per me il favore di una servetta. -
Il principe si tolse il diadema e lo ripose sul tavolino, vicino alla sua tazza, ormai vuota. Poi, si alzò e si mise a passeggiare nervosamente.
- Sapete, Bottger, in gioventù ho praticato, per qualche tempo, la vostra arte. Ma non mi convincevano certe affermazioni. Come posso credere che lavorando la materia, si affina lo spirito? Vi siete affinato, voi? Siete un donnaiolo, mi è stato detto. Ebbene, ciò non fa di voi un cattivo alchimista. Nessun alchimista riuscirà mai a fabbricare la pietra filosofale o l'elisir di lunga vita. Baggianate per religiosi! Roba vecchia! Perfezione dello spirito e sublimazione della materia! Chi volete che ci creda? -
Il principe si fermò e sedette nuovamente nella poltrona accanto a Bottger, come schiacciato dall'enormità delle proprie affermazioni. Poi, continuò.
- Credo, piuttosto, che l'alchimia possa essere praticata come una vera scienza moderna, con metodi ed obiettivi moderni. Io ammiro Newton e Galileo. L'era della magia è finita. Basta con la confusione tra verità tangibili e superstizione! I tempi sono cambiati! -
Bottger era sinceramente stupito. Nessuno gli aveva mai fatto simili asserzioni, meno che mai un sovrano. Tutti i reali che aveva conosciuto gli avevano sempre chiesto di costruire l'elisir di lunga vita o di trasformare i metalli comuni in oro. Nessuno aveva dimostrato una simile apertura mentale. Come poteva dar torto al principe? Ma non comprendeva a che cosa tendesse il discorso, nel suo complesso.
- Condivido le vostre affermazioni, maestà. - E tacque, in attesa della proposta reale.
Augusto battè le mani. Un servo condusse un vassoio d'argento, che conteneva un oggetto ricoperto da un tovagliolo di pizzo. Il sovrano, delicatamente, lo prese nelle proprie mani e lo pose su un tavolino vicino al trono. Quindi, tolse il tovagliolo, scoprendo un piccolo, splendido vaso. Aveva lo sfondo bianchissimo, trasparente in controluce, profili in oro e meravigliosi disegni che raffiguravano un drago e fiori di loto.
- Sapete che cos'è? - chiese il sovrano, prendendo in mano il prezioso oggetto e cominciando a carezzarlo, - E' un vaso cinese della dinastia Ming. Ha quasi quattrocento anni ed appartiene alla mia famiglia da oltre un secolo. Perché nessuno in Europa riesce a realizzare nulla di così perfetto? -
Bottger ammirando il vaso, rispose: - Perché nessuno conosce il segreto della sua lavorazione, la Cina lo custodisce gelosamente da secoli. La chiamano porcellana. -
Alzando lo sguardo sul principe, si accorse che era rosso in viso e che sulla sua fronte alta pulsava una vena. Quando parlò, nella sua voce si avvertiva il fragore del tuono.
- E come mai nessuno lo conosce, Bottger? Perché inseguite chimere, ecco il perché. Voi alchimisti perdete il vostro tempo nella ricerca di cose che non troverete mai, mai! Se i cinesi riescono a costruire la porcellana, dobbiamo riuscirci anche noi! È stato così anche per la seta! -
- La formula è segreta, maestà! L'arcano è sia nei componenti che nella lavorazione. E anche la decorazione ha la sua funzione. -
Il sovrano ricominciò a passeggiare nervosamente.
- Sapete, signore, più di cento anni fa i miei antenati, sul trono di Sassonia, bandirono una sorta di gara tra talenti. Promisero un favoloso compenso a chi fosse riuscito a scoprire la formula della porcellana. Da allora, tutti coloro che si sono succeduti sul trono da me occupato, hanno arricchito quel compenso, ma nessuno, proprio nessuno, si è mai presentato per riscuoterlo. Come mai, Bottger? -
- E' molto difficile fabbricare la porcellana, maestà. Io stesso ho provato più volte, ma senza successo. Sono riuscito soltanto a migliorare la formula del grès... -
Il sovrano lo interruppe.
- So tutto, Bottger. Il vostro grès è la sostanza più simile alla porcellana che io conosca. È per questo che ho pensato a voi. Volete lavorare qui a Dresda per me? Volete scoprire la formula della porcellana? Trovatela ed otterrete fama e ricchezza! -
Bottger rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai proposto qualcosa del genere.
- Lo farò, maestà. Ma non adesso. Ho già preso altri impegni. Devo andare in Portogallo. -
- Tralasciateli, i vostri impegni. Quel tesoro attende proprio voi! -
- Non sono avvezzo a mancare alla mia parola, maestà. Al mio ritorno, verrò da voi. Vi do la mia parola. -
Il sovrano non si aspettava un rifiuto, da parte sua. Lo aveva congedato rapidamente, biascicando poche parole rabbiose.
In seguito, Bottger si era pentito mille volte per non aver accettato subito l'offerta del principe di Sassonia. Il lavoro in Portogallo non gli aveva dato quelle soddisfazioni che si era aspettato e temeva di aver perso la grande occasione della sua vita. Dopo due anni di assenza, tornato in Germania, si era fermato a Coblenza per qualche mese, per correre poi a Dresda.
Ed ora, in galera! Perché? Perché si ritrovava in catene, con i piedi nei propri escrementi? Forse l'inimicizia del re di Prussia lo aveva raggiunto...
Mentre rimuginava sulla propria situazione, sentì un tramestio alla porta della cella. Udì anche delle voci. Urlò, come faceva sempre:
- Sono un alchimista, sono innocente! Portatemi dal principe di Sassonia! -
Entrarono cinque uomini. Con orrore si accorse che erano gli stessi che lo avevano catturato. Che cosa gli avrebbero fatto? Erano forse venuti per torturarlo?
- Che volete da me? Perché mi avete arrestato? Non ho fatto niente... -
Non potè finire, perché si ritrovò legato, bendato ed imbavagliato. Lo condussero via con la forza. Di sicuro, stavano per condurlo alla camera dei supplizi!
Il tragitto, questa volta, fu brevissimo. Quasi subito, lo slegarono e gli tolsero il bavaglio e la benda. Qualcuno gli strofinò un pezzo di tela umida sui piedi ricoperti di lerciume.
Si ritrovò in una stanza lussuosa, con molte porte e finestre che si aprivano verso un bosco: quel tipo di locali che si chiamano - giardino d'inverno - .
I suoi occhi, ormai abituati al buio della prigione, reagirono male alla luce violenta e cominciarono a lacrimare.
- Vi sono piaciuti i miei sotterranei, Bottger? -
La voce alle sue spalle lo fece trasalire: il principe di Sassonia! Non portava gli abiti sfarzosi del loro primo incontro, sembrava un qualsiasi signore di campagna.










6



- E' questa la vostra ospitalità, maestà? -
Augusto cominciò a ridere. Poi, come due anni prima, fece servire caffé e cacao, accompagnati da una squisita torta al cioccolato. Che cos'era, quello? Uno scherzo di cattivo gusto? Voleva fargli comprendere come si passa dalle stalle alle stelle?
- Vi piace questa torta al cioccolato, Bottger? E'UNA SPECIALITA' DI Vienna. Anche la sua formula è segreta, come quella della porcellana. Voi state gustando la porcellana della pasticceria. -
Osservava divertito le condizioni del suo ospite.
- Siete piuttosto malridotto, vedo. Nessuna donna vi degnerebbe di un'occhiata. Vi rifarete presto, non dubitate. Il lavoro farà guarire il vostro orgoglio ferito. Piuttosto, ditemi di questa torta, Bottger. Che cosa sarà mai questa meravigliosa crema che la farcisce? -
- Marmellata di rose, maestà. Lo intuisco dal colore, dall'odore e dalla consistenza. E adesso mi dovete una spiegazione. Perché mi avete fatto arrestare? -
Il torto subito lo rendeva arrogante ed impetuoso. Il principe, invece, era assolutamente calmo e gustava la sua cioccolata dimostrando nel viso la sua goduria. Era un uomo frugale, cioccolata e caffé erano le sue uniche debolezze.
Continuò tranquillamente, mentre Bottger lo fissava in silenzio, in attesa di una risposta. Quando ebbe finito di mangiare e di bere, un servo portò via tazze e piattini. Soltanto allorché furono soli il sovrano rispose a Bottger.
- Non intendo perdermi la vostra collaborazione. Mi siete già sfuggito una volta. Da oggi in poi, voi lavorerete solo per me, finché non troverete la formula della porcellana. Nel frattempo, avrete l' onore di essere mio ospite sotto il mio stesso tetto. -
- Nelle segrete? - chiese l'alchimista.
- No, nell'ala destra del castello. Seguitemi, vi mostrerò il vostro alloggio. -
Il principe lo guidò attraverso sontuosi corridoi dalle pareti a specchio, con grandi finestre con vista sul parco. La servitù si inchinava al suo passaggio, qualche dama arrischiava un inchino. Le donne sapevano che il sovrano odiava il cicaleccio e la civetteria, quindi anche le dame di compagnia della principessa Margherita si attenevano a severi codici di comportamento.
Al passaggio di Bottger, tutti gli lanciavano occhiate incuriosite. Era normale: era uno sconosciuto e per di più, era malridotto e puzzava.
Giunto alla fine dello spazioso corridoio al pianterreno dell'ala destra, il principe si fermò davanti ad una porticina alla sinistra, prese una chiave che aveva in tasca e l'aprì.
Quindi, introdusse Bottger nella camera ed egli stesso lo seguì. Era una bella camera spaziosa, con le volte a botte, affrescate con scene di amorini a caccia.
- Questa è stata la mia camera, nei miei anni verdi. Sono molto legato ad essa. Abbiatene cura. -
Volse uno sguardo affettuoso ai mobili, alle tappezzerie, alle suppellettili; poi, aprì una tenda verde. Alla sua apertura, si svelò una porticina.
Il principe l'aprì ed invitò Bottger ad entrare. Lo studioso si ritrovò in una splendida officina alchemica, dalle pareti rivestite di scaffali.
In una di esse, come impressa a fuoco sull'intonaco, si leggeva:


- E' vero, senza menzogna, certo e molto veritiero
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto
E ciò che è in alto è come ciò che sta in basso
Per compiere il miracolo della Cosa Una.
E come tutte le cose furono da Uno, per mezzo dell'Uno:
Così tutte le cose sono nate da questa Cosa Unica,
Per adattamento. -


- La Tavola Smeraldina! - esclamò Bottger.
- Già - soggiunse il principe piazzandosi davanti ad essa, - la Tavola che riporta le parole incise sul gigantesco smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero, quando in seguito alla ribellione a Dio, fu sconfitto dall'arcangelo Michele e precipitò dal Cielo. La conoscenza completa e perfetta che gli alchimisti aspirano a ritrovare. Giusto? -
Bottger annuì e si avvicinò al fornello alchemico, il cosiddetto - atanor - . L'avrebbe alimentato a legna oppure ad olio, mai a carbone, un vero alchimista non adopera il carbone. Lì, avrebbe messo a fuoco l'uovo filosofico, il cosiddetto - aludel - , un uovo di cristallo in cui si sarebbero compiute le trasformazioni, e che costituiva la sommità dell'atanor.
- La saldatura delle giunture del fornello si chiama Sigillo di Ermes, se non vado errato... Ma vedo che la vostra attenzione è attirata da qualcos'altro. -
Bottger infatti stava osservando una sorta di pendola messa in moto dall'acqua e regolata con un tubo di una lega d'argento.
- Mio padre lo fece portare da Magdeburgo. È l'orologio costruito dal grandissimo alchimista Gerberto d'Aurillac, che poi divenne papa con il nome di Silvestro II. -
Il sovrano si avvicinò al meccanismo e lo accarezzò. Quanti ricordi...
- Il re mio padre me lo regalò in occasione del mio sedicesimo genetliaco. Vedo dalla vostra espressione che non eravate a conoscenza della sua esistenza. La leggenda dice che l' eccellenza di Gerberto in campo alchemico fosse dovuta ad un'intensa collaborazione con il demonio stesso. L'orologio risale all'anno 997. Dicono che Gerberto l'abbia costruito con l'aiuto del diavolo. Ma noi siamo persone razionali, non crediamo a storie simili, vero, Bottger? E poi non vogliamo credere che un Pontefice fosse votato al male, non è così? È un pezzo unico: è regolato con la stella polare. -
Su uno scaffale, faceva bella mostra di sé un bellissimo codice miniato, aperto su una pagina che raffigurava la Tavola Smeraldina e il Santo Graal.
- E' una bella edizione trecentesca dell'Aurora Consurgens, il testo che qualcuno attribuisce a Tommaso d'Aquino. È stata rinvenuta qui, a Dresda, in un laboratorio alchemico abbandonato. Contiene dei veri capolavori della miniatura. -
Bottger intanto esplorava un recesso della camera, che ospitava l'oratorio. Era piuttosto spartano: un inginocchiatoio, un tavolino con la Bibbia, un crocifisso, un'acquasantiera. Il lavoro alchemico è preghiera: tutto procede dall'Uno, a cui bisogna volgere continuamente il pensiero.
- Questa è la prima Bibbia stampata da Gutenberg. È preziosissima, abbiatene cura. L'ho ricevuta in dono da un nostro comune amico - spiegò il sovrano.
- Chi sarebbe il nostro comune amico? - s'informò stupito l'alchimista.
Augusto non si curò di rispondere, anche perché stava osservando le scarpe insozzate di Bottger.
- Accettate un suggerimento. Andate a farvi un bel bagno e a radervi. Fatevi passare il rasoio anche sulla testa, in modo da eliminare eventuali ospiti indesiderati. Vi attenderò qui. -
Bottger fu ben lieto di cancellare dal suo corpo ogni traccia della prigionia. I servi lo aiutarono ad indossare abiti nuovi e puliti, omaggio del principe, mentre un barbiere provvedeva ad una totale rasatura del capo. Allo specchio, alla vista di quel cranio lucido, l'alchimista quasi non si riconobbe.
Comunque, doveva rassegnarsi; i capelli, in ogni caso, sarebbero ricresciuti.
- Signore - disse un servo dall'aria sveglia, andandogli vicino, - il principe ha pensato anche ad una parrucca. Se volete, potete metterla. -
Bottger non se lo fece ripetere due volte. Anche se non somigliava alla sua vera chioma, gli dava un aspetto più gradevole. E poi la moda esigeva l'uso della parrucca. Alcuni gentiluomini collezionavano parrucche di tutte le fogge e i colori.
Chiese al servo come si chiamasse. - Wolfgang, signore. Il principe mi ha assegnato al vostro esclusivo servizio. -
- Dimmi, Wolfgang. È da tanto che si aspetta il mio arrivo? Vedo che tutto è pronto! -
- Da circa un mese è stato predisposto tutto. -
Bottger dunque tornò nell'officina alchemica, dove il principe lo attendeva.
- Sapevate già del mio arrivo, a quanto pare. Perché mi avete imprigionato? Avevo già deciso di venire a lavorare per voi! -
Il sovrano rise di cuore. Poi, si fece serio. Gli sbalzi di umore di quell'individuo erano veramente fuori del comune.
- Non potevo attendere ancora e non intendo lasciarvi libero. Non so se siate persona degna di fiducia; d'altronde, i vostri problemi con il re di Prussia non depongono certo a vostro favore. Voi starete qui, ma non potrete uscire senza il mio consenso e senza una scorta adeguata. Vi consiglio di non tentare la fuga, tutte le uscite sono sorvegliate. Voi stesso siete sorvegliato. Non riuscirete a sfuggire alla morsa che ho creato per voi. Per me personalmente, per l'Europa intera è essenziale che voi riusciate nell'impresa. Voi fabbricherete la porcellana, e lo farete qui. A Dresda nascerà una fabbrica di porcellana. Lo esigo! Ve lo ordino! -
Le allusioni al re di Prussia turbarono non poco l'alchimista, il quale sapeva di essere incorso in un grave errore, in quel caso.
- E se per caso dovessi fallire? Quanto tempo mi date? L'alchimia è un lavoro certosino, richiede tempi lunghi, dedizione e pazienza! -
- Non vi darò limiti di tempo, non preoccupatevi. Se tra dieci anni, supponiamo, dovessi stancarmi della vostra presenza, diventata ormai inutile - la voce del principe si fece sommessa, l'espressione divertita - diventerete mio ospite in giardino, sotto il tiglio. -
- Non capisco, maestà. -
- In una tomba, amico mio! -
Bottger ebbe un sobbalzo. Era proprio una trappola mortale, quella in cui si era cacciato.
- La scelta è vostra. Fabbricherete la porcellana o morirete. Da parte mia, avrete tutto ciò che vi occorre. Denaro, sostanze, persone: è tutto a vostra disposizione. Il tesoro promessovi è ancora a vostra disposizione. Se desiderate una donna, eccetto la principessa mia consorte e mia nipote Teresa, consideratela vostra. -
- Non mi lasciate alcuna scelta, maestà. -
- Infatti, non avete scelta. Adesso, dovete preparare una prima lista di ciò che vi occorre. Quindi, vi prego di controllare il contenuto dell'officina. Domani stesso vi metterete al lavoro. Per oggi, vi permetto di esplorare quest'edificio; è giusto che lo conosciate, visto che per un lungo periodo sarà la vostra casa. Wolfgang vi guiderà. -
Il principe, si alzò e diede un'ultima occhiata alla camera.
- Se vorrete, in seguito, potrete scegliervi un collaboratore di vostra fiducia. Per il momento potrete servirvi di Wolfgang come aiutante. Ah, dimenticavo. Non rivelerete a nessuno il motivo della vostra presenza qui. Inoltre, pretendo che voi compiate l'Opera. Forse siete un millantatore, come sostiene il re di Prussia, ma dovete tentare di fabbricare l'oro. Consumerete i pasti nella vostra camera, a meno che io non vi inviti alla mia mensa. Adesso, vi lascio. Buona permanenza! -






7


Gand, 1598


All'età di nove anni, numero magico per eccellenza, tre moltiplicato per tre, Pieter aveva svelato alla figlia Osmolinda gli arcani legami che mettevano in corrispondenza la Materia con le Potenze Celesti.
I segni zodiacali avevano un'influenza diretta sulle varie fasi della Grande Opera Minerale. Osmolinda aveva studiato a memoria la successione delle costellazioni in relazione all'Arte alchemica. Più volte al giorno, la bambina, diligentemente, ripeteva al padre:

- Ariete / Calcinazione
Toro / Congelazione
Gemelli / Fissazione
Cancro / Dissoluzione
Leone / Digestione
Vergine / Distillazione
Bilancia / Sublimazione
Scorpione / Separazione
Sagittario / Incinerazione
Capricorno / Fermentazione
Acquario / Moltiplicazione
Pesci / Proiezione -

Il buon Filosofo, com'era l'alchimista, era infatti tutto l'anno impegnato nella preparazione degli Elementi che avrebbe adoperato per la Grande Opera Minerale, che veniva realizzata in primavera.
Lo studioso trascorreva tutto il suo tempo nella cura amorevole dei minerali, che non potevano mai essere utilizzati così come venivano estratti dalle viscere della Madre Terra. Mercurio, Zolfo e Sale ( quest' ultimo veniva a volte sostituito dall'arsenico) in natura vengono rinvenuti impuri, misti ad altri minerali. Gli Elementi della Grande Opera devono essere puri, così come Dio li volle allorché li creò.
L'alchimista, d'altronde, vuole collaborare con la natura, non sostituirsi ad essa. La Terra infatti impiega diversi secoli per dare vita ad un filone d'oro: secondo gli alchimisti cinesi, ci vogliono esattamente quattromilatrecentoventi anni. Nel chiuso della sua Officina, nei limiti spaziali dell'uovo filosofico, gli studiosi acceleravano i normali processi naturali.
- Padre, com'è possibile che avvenga la trasmutazione? Come può una sostanza trasformarsi in un'altra? - chiese un giorno Osmolinda.
- Vedi, Osmolinda, tutto ciò che noi vediamo è solo apparenza. Noi non riusciamo a discernere le vere Sostanze. Le differenze che noi notiamo tra un minerale ed un altro, tra una pianta ed un'altra, sono solo apparenza. Tra ferro, piombo, argento ed oro non esiste nessuna reale differenza. Tutto discende dall' Uno, rammenta. Noi, in realtà, non operiamo vere trasmutazioni. Il Mercurio è già oro. Lo Zolfo è già oro. Noi ci limitiamo a rendere evidente questa realtà filosofica, tirando fuori l'oro che è già in essi. -
- O il piombo che è già nell'oro. -
Osmolinda ascoltava ed approvava. Non sarebbe stato necessario ripetere la spiegazione. Aveva capito al volo.
Il padre, compiaciuto, osservava come l'interesse della figlia per la Scienza Ermetica non accennasse a scemare con l'età; anzi, in lei, si evidenziava grande amore per l'Arte, commisto ad un acume e ad una dedizione non comuni.
Ciò lo consolava della cattiva scelta della moglie. Giuliana, la ragazza di cui si era innamorato, che poi era divenuta sua moglie, non solo non mostrava alcuna inclinazione per l'alchimia, ma addirittura non nascondeva una certa avversione. Pieter cercava di moderare i continui rimbrotti della moglie a danno di Osmolinda, che somigliava al padre sia nel fisico che nelle inclinazioni.
Osmolinda apprese anche l'arte di scegliere la Materia Prima con cui dare avvio alla Grande Opera, che secondo il padre doveva sempre essere eseguita con infinita pazienza nell'atanor, seguendo la lunga e complicata Via Umida. Il vero Filosofo non doveva cedere all'impulso di ottenere risultati in tempi più rapidi, mai lasciarsi andare a operazioni frettolose. Roba da - soffiatori - : questo era il soprannome sprezzante che gli alchimisti attribuivano a coloro che ambivano ad un unico risultato: ottenere la trasmutazione dei metalli vili in oro, per ottenere fama e ricchezza.
Per abbreviare i tempi morti e lunghi della Via Umida, i
- soffiatori - si servivano del crogiolo, seguendo la breve ma pericolosa Via Secca, che talvolta otteneva risultati rapidi, ma poteva causare fiammate ed esplosioni.
Pieter spiegò alla figlia come in passato alcuni alchimisti si fossero smarriti lungo le fascinose vie del male, perché inseguivano sostanze organiche particolari per poter avviare l'Opera. Alcuni, errando, ritenevano che solo il sangue umano potesse essere adatto; era rimasto impresso nella memoria di tutti il caso di Gilles de Rays, amico e valoroso compagno d'armi di Giovanna d'Arco. Egli, alchimista ambizioso, formulò la teoria che solo il sangue di fanciulli innocenti potesse essere la giusta Materia Prima. Senza alcuna esitazione, servendosi della propria autorità, uccise alcuni fanciulli per raccogliere il loro sangue. Ma la notizia si sparse, e Gilles fu arrestato, processato e condannato a morte.
Errore, grave errore, abbandonare la Via Ermetica per inseguire prospettive di facili guadagni. Non è l'oro il fine ultimo del lavoro dell'alchimista, ma il raggiungimento della perfezione morale e della conoscenza delle verità prime e ultime, di cui l'oro non è altro che il simbolo materiale.
Nessun uomo avido sarebbe mai riuscito ad ottenere la Pietra Filosofale.
Uccidere qualcuno per servirsi del suo sangue o di qualche altro organo, era sicuramente il peggior metodo per dare avvio all'Opera.
Secondo Pieter, invece, le sostanze giuste erano da ricercare in quel mondo poco conosciuto dei muschi, delle alghe, dei licheni. Erano esseri viventi umili, antichissimi e semplici, ma completi in ogni parte. La perfezione va cercata nell'umiltà.
Egli, dunque, insegnò alla figlia a cercare una particolare alga, chiamata - sputo della luna - , che talvolta si trova sul terreno, nelle pozzanghere dopo gli acquazzoni. Per la ragazza, fu sempre un'emozione intensissima, quella di reperire con le proprie mani la Materia Prima e riporla religiosamente nei suoi alambicchi.
Nella sua Opera, l'alchimista doveva riprodurre, in piccolo, ogni fase dei sei giorni della Creazione, come sono elencati nella Genesi: creare un firmamento, un sole, una luna, un arcobaleno e così via.





8



Durante le calde notti estive, Pieter, quando le vicende della guerra lo consentivano, conducendo Osmolinda per mano, usciva da Gand e si recava in radure buie. Padre e figlia stendevano una coperta sull'erba e si sedevano a guardare gli astri nel cielo.
Pieter spiegava alla bambina le orbite dei pianeti ed illustrava le loro influenze sulla vita di ciascuno e sui minerali. Dimostrava quale profonda influenza le fasi della luna avessero su tutti gli esseri viventi, soprattutto sulle donne, che dell'astro notturno copiano anche il ciclo di ventotto giorni.
Osmolinda apprese la corrispondenza tra la Trinità divina e la trinità degli elementi maggiori dell'alchimia: Mercurio, Zolfo e Sale. Imparò a mescolare tra loro i minerali, sperimentando di persona le loro proprietà.
Che conducessero il calore, lo aveva scoperto ustionandosi più volte le mani, maneggiando listelli di vari metalli caldi.
Alcune sostanze, come il fosforo, erano molto pericolose, perché tossiche ed infiammabili. Il gatto di casa, penetrato un giorno nell'officina, aveva trangugiato alcune briciole di fosforo bianco, rimaste per caso su un piattino; la povera bestiola era morta tra bruciori e tormenti, sotto lo sguardo addolorato di Osmolinda che non sapeva come alleviare le sue sofferenze.
Osmolinda aveva accettato dal padre l'incarico di regolare gli stoppini che tenevano accesa la fiamma nell'atanor; nell'assolvere il proprio incarico, le capitava talvolta di avvicinarsi un po' troppo, procurandosi qualche bruciatura sui vestiti. Ciò provocava continui mugugni da parte della madre, che non capiva quella ragazzina che gironzolava spettinata, e per di più, con i vestiti bucherellati, malamente rammendati e rattoppati.
- Sei l'unica pezzente delle Fiandre, il disonore della nostra casa! Corri a toglierti quel vestito! E stai lontana dalle fiamme! -
A dodici anni, Osmolinda si muoveva nell'officina con la stessa disinvoltura del padre. Si sentiva pronta per coltivare da sé i propri interessi; chiese dunque al padre il permesso di ampliare la propria cultura filosofica. Allora, filosofia ed alchimia venivano ritenute inscindibili. Pieter, consapevole dei limiti della propria formazione, di stampo medico più che alchemico, le diede bonariamente il proprio consenso.
- Va' pure avanti da sola, figlia mia. Tu puoi sicuramente spingerti molto più in là, rispetto a me. Che il Signore ti guidi nei tuoi studi! -

Maria Enea
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