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Autore: Franco Mimmi
Titolo: Cavaliere di grazia
Genere Storico
Lettori 136
Cavaliere di grazia

- Un uomo e un cavallo. -
Il pescatore strinse i pugni e batté i piedi per la rabbia. - No, no, no! - gridò. - C'è posto solo per un uomo, ti ho detto. Sei cieco, forse? Non lo vedi che non è possibile? Guarda la mia barca, com'è piccola: come vuoi che possa trasportare un cavallo, e per giunta grande come il tuo? Alla prima onda un po' più alta la barca ballerà, il cavallo si spaventerà e comincerà ad agitarsi, e finiremo tutti in mare. -
- Non si spaventerà e non si muoverà. E tu avrai uno zecchino d'oro. -
Davanti alla tranquilla sicurezza del cavaliere e al nome della moneta veneziana, il pescatore smise di berciare e spostò varie volte lo sguardo dal cavallone nero alla sua barchetta, dalla sua barchetta al cavallone nero, ma alla fine dell'esame la sua espressione desolata diceva che l'avventura era impossibile, e che quello zecchino poteva dimenticarselo. Era così affranto che non reagì quando il cavaliere gli passò davanti tenendo il cavallo per il morso e lo condusse, con gran rumor di ciottoli sotto gli zoccoli ferrati, verso la prua del piccolo peschereccio che la bassa marea aveva appoggiato dolcemente sulla riva. L'uomo era tanto alto che la sua testa arrivava all'altezza di quella dell'animale, al quale rivolgeva un flusso pacato di parole in un greco puro e melodioso che il pescatore, uso solo al dialetto della sua isola, capiva a stento. Quando il suo padrone, salito sulla barca, prese a tirare le briglie, lo stallone sollevò le zampe anteriori senza esitare ma con cautela, quasi con delicatezza, e in pochi istanti, senza problemi d'equilibrio per l'imbarcazione, giganteggiò a bordo sotto lo sguardo terrorizzato del pescatore. Ancora qualche parola sussurrata all'orecchio e l'animale piegò le ginocchia, si accosciò facendo risuonare sul ponte la grande spada che pendeva assicurata alla sella e restò immobile.
Allora l'uomo gli tolse il morso e poi balzò a terra, si rivolse al pescatore che aveva osservato la scena quasi stordito e ora non sapeva se rallegrarsi o ribellarsi. - Convinto, adesso? - gli chiese.
L'altro era ancora incerto. - Non so, - disse. - È vero, per salpare basterà attendere l'alta marea, che certo solleverà la prua a sufficienza, ma è un viaggio di molte ore, come puoi essere certo che quel bestione non si muoverà? -
- Non si muoverà, - assicurò il cavaliere, e l'altro seppe che era vero e tese la mano per prendere lo zecchino, il primo che avesse mai posseduto, l'unico che avrebbe mai posseduto.
Il pescatore tornò ad aggiustare le sue reti, sbocconcellando il pane della sua cena. Il cavaliere distese a terra un mantello nero e vi si sdraiò sopra come se i ciottoli fossero un comodo giaciglio, e anche il tempo sembrava non avere alcun effetto su di lui: guardava il cielo e poi socchiudeva gli occhi in una posa di indifferenza, e poi di nuovo guardava il cielo e lasciava trascorrere i minuti e le ore in un abbandono assoluto che tradiva una stanchezza infinita, simile alla morte. Le nuvole si fecero rosse e poi azzurre, una sottilissima falce di luna salì nel buio ad attrarre le acque e finalmente la barca galleggiò. Partirono.
Il vento era favorevole, leggero ma teso, e la vela latina sibilava rigonfia mentre la prua filava alta e senza sforzo nonostante il peso del cavallo. A poppa il pescatore reggeva il timone seduto sulle reti arrotolate che avrebbe gettato solo al ritorno: che la pesca risultasse scarsa non era importante, lo zecchino rappresentava un guadagno pari ad almeno trenta notti fortunate. Il cavaliere gli stava accanto, sdraiato sul suo mantello, e sembrava dormire, ma ogniqualvolta l'animale fremeva nell'oscurità o emetteva un leggero nitrito, subito la sua voce si alzava, pacata, per sedarlo.
L'aria calda del luglio del Dodecaneso andava a poco a poco rinfrescando, mentre il cielo si riempiva di stelle che ne foravano l'oscurità: il pescatore le osservava per dirigersi con sicurezza lungo l'itinerario che il passeggero gli aveva indicato, dall'isoletta di Calchi a Lindos, nell'isola di Rodi, e il cavaliere le ammirava e pensava che non c'era da stupirsi se Ipparco di Nicea, e Posidonio, e Gemino, avevano fatto proprio di Rodi il centro dell'astronomia antica. Pensava alle audaci teorie di Aristarco di Samo, che duemila anni prima aveva indicato nel sole anziché nella terra il centro dell'universo, e pensava al suo amico Nicolò Copernico, che cercava prove per riproporre la stessa teoria senza rischiare la scomunica papale.
Ma la contemplazione delle stelle non gli impedì di avvertire il pericolo, quella sensazione d'inquietudine e di amaro in bocca che gli anni, attraverso le cicatrici, gli avevano calato nel corpo come un sesto senso. Si sollevò e subito allungò un braccio per sfiorare quello del pescatore e poi per indicargli, con l'indice teso, qualcosa nella notte. Quello ficcò lo sguardo nell'oscurità, e presto distinse macchie ancora più scure perché non vi si riflettevano le stelle: applicò una pressione gentile sul timone e la barca iniziò un'ampia curva che la portò lontana da quei temibili buchi neri. Solo quando furono scomparsi, e il mare tornato una distesa uniforme di buio e di luci riflesse, si azzardò a parlare. - Navi turche, - disse.
Il cavaliere annuì. - Ma loro vanno verso la città di Rodi, - disse, - e noi in direzione opposta. Svegliami quando avremo doppiato il capo dell'isola: invece di arrivare a Lindos mi farai sbarcare in vista di Kiotari, così potrai tornartene più presto a casa. -
- E se i turchi mi fermassero? -
L'altro scosse la testa. - Solimano il Magnifico non fa la guerra a un pescatore, - disse. - Senza un carico così compromettente come un cavaliere cristiano e il suo cavallo, nessuno ti disturberà. - Tornò a sdraiarsi, si tirò il mantello addosso e si addormentò.
Ma bastò la prima luce dell'alba a svegliarlo, e con lui il cavallo, che soffiò forte dalle froge. L'uomo si alzò con cautela, chissà se per non compromettere l'equilibrio dell'imbarcazione o per il tributo che gli anni imponevano alle sue giunture, e rasentando l'albero andò a raggiungere l'animale, gli accarezzò il muso, lo acquietò, poi prese da una borsa della sella un pane e tornò a sedersi accanto al pescatore, che sembrava non essersi mosso di un apice rispetto alla notte anteriore. Spezzò il pane in due e porse una metà all'altro, che la prese e incominciò a darle morsi robusti mentre lui tornava a sdraiarsi masticando senza fretta ogni boccone. Quando ebbe finito, il pescatore gli porse a sua volta un piccolo otre dal quale zampillò un vino chiaro e odoroso. Bevettero, si sorrisero, tornarono a fissare la linea di terra che si stagliava alla loro sinistra. Non avevano detto una parola.
Il sole si staccò dall'orizzonte e fece brillare la cresta delle onde, lampi d'argento sul blu dell'antico mare Egeo. Non una barca in vista, due delfini si inarcarono per un momento in un tuffo armonioso, il vento nella vela come un'arpa eolica, la prua immergendosi ed emergendo dalla spuma come un respiro potente, un anelito gioioso, una corsa audace verso una meta solare. Gli spruzzi giungevano copiosi a inzuppare il mantello nero del cavallo, che li accettava muovendo appena la gran testa, e spesso arrivavano al volto del pescatore e del cavaliere accolti da un ghigno e da un sorriso. Felicità, pensò il cavaliere.
Si avvicinarono alla costa, dove le rocce si alternavano a piccole cale sabbiose, pini, cespugli, qualche capanna che era Kiotari e poi, su una cima nell'interno, apparvero i muri imbiancati delle casette di Asklipio, la cupola della chiesa del Transito della Vergine. Ecco, pensò il cavaliere, sono arrivato, sono tornato: qui finisce la felicità.
Fece un segno e il pescatore tirò a sé la barra, la barca strinse la curva verso la riva e presto le fu vicina, allora il timone la riportò in parallelo alla battigia. Con un sol colpo del polso il pescatore sciolse il nodo che teneva la cima, la vela cadde rumorosamente facendo sussultare il cavallo e un attimo dopo la barca, ormai senza spinta, ondeggiava nello sciacquio della leggera risacca. L'acqua limpida mostrava il fondo, branchi di piccoli pesci grigiazzurri saettarono allarmati al tonfo improvviso del pescatore che si era lasciato cadere nell'acqua e poi, afferrata la prua, avvicinava lentamente la barca alla riva fino a far sfiorare la sabbia alla chiglia.
Allora anche il cavaliere scese in acqua, e da lì parlò dolcemente all'orecchio del cavallo. Con un movimento in due tempi, possente e rumoroso quando gli zoccoli percossero il legno sonoro, eppure morbido e perfettamente controllato, l'animale si mise in piedi facendo inclinare fortemente l'imbarcazione, e un istante dopo spiccò un balzo che lo portò ad atterrare con un grande tonfo oltre i due uomini, quasi all'asciutto. Il pescatore risalì sulla barca e porse al cavaliere il morso e le briglie del cavallo, fece un cenno di saluto con la mano e stava per issare di nuovo la vela quando la voce del cavaliere lo fermò: - Prendi anche questa, - gli disse, e tra i polpastrelli delle sue dita brillava una moneta d'oro.

Franco Mimmi
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