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Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d'inverno, Il purgatorio dell'angelo e Il pianto dell'alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero).
Lisa Ginzburg, figlia di Carlo Ginzburg e Anna Rossi-Doria, si è laureata in Filosofia presso la Sapienza di Roma e perfezionata alla Normale di Pisa. Nipote d'arte, tra i suoi lavori come traduttrice emerge L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura di Alexandre Kojève, e Pene d'amor perdute di William Shakespeare. Ha collaborato a giornali e riviste quali "Il Messaggero" e "Domus". Ha curato, con Cesare Garboli È difficile parlare di sé, conversazione a più voci condotta da Marino Sinibaldi. Il suo ultimo libro è Cara pace ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega 2021.
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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Serena Gucci
Titolo: La fossa dei leoni
Genere Mistery Horror
Lettori 746 3 7
La fossa dei leoni
Essere nella fossa dei leoni. Definizione: Trovarsi circondati di pericoli e non avere altra possibilità che affrontarli o soccombere, a meno chenon si verifichi un evento miracoloso.

I due uomini entrarono nell'ingresso del condominio. Lì, se possibile, faceva più freddo che all'esterno.
Il più anziano dei due, alto e prestante nonostante l'età, fece strada a quello più giovane e basso di statura, che lo seguiva con un sorriso divertito stampato in faccia, verso le scale che conducevano al
sottosuolo.
«Roberto, ancora non mi hai detto per quale motivo sono qui» esordì quest'ultimo.
«Sei un ispettore di polizia, no?»
«Sì, ma non capisco.»
«Devi farmi da testimone.»
«Chi devi ammazzare?» ridacchiò.
«Non scherzare, Marco. Sai che affitto appartamenti di mia proprietà, e una locataria non si fa sentire da giorni con i genitori. Non riescono a contattarla e, abitando lontano, non possono venire fin qui a controllare. Così mi hanno pregato di entrare nell'appartamento, per cercare di capire cosa possa esserle accaduto. E io ammetto di avere paura ad aprire la porta.»
Marco fece un gesto con la mano, come a scacciare le sue parole. «Ma dai Roberto, paura di cosa? Al massimo potrei denunciarti, dato che affitti anche questi monolocali abusivi ricavati nel seminterrato.»
«Ecco, adesso mi pento di averti chiamato!» esclamò risentito. «Te lo dico di nuovo: ho paura. Non vorrei trovarmi davanti un cadavere, perché magari Melania ha avuto un malore e nessuno, me compreso, se n'è accorto.»
«Melania è l'affittuaria, immagino. In pratica devo testimoniare che sei entrato nell'appartamento, abusivo, di tua proprietà e se c'è un cadavere non è per colpa tua.»
«In parole povere, sì. Ecco ci siamo» rispose Roberto a disagio, avvicinandosi a una delle porte dello scantinato. Armeggiò con la serratura ed entrò. Premette l'interruttore e un tubo al neon illuminò l'ambiente: sembrava un normalissimo monolocale, soffitto basso a parte.
Marco si guardò intorno. L'appartamento era arredato in modo semplice e di modeste dimensioni. Al centro della sala c'era un tavolo con due sedie, e verso destra un piccolo angolo cottura con frigorifero e lavello. Fecero qualche passo all'interno, e controllarono che fosse tutto in ordine.
Nella parte sinistra c'era la zona notte, costituita da un divano letto aperto, un armadio a due ante e una scrivania con sopra un computer portatile e una stampante. Una porta aperta mostrava un piccolo bagno, creato con pareti in cartongesso. Luce e aria passavano da due finestre lunghe e strette a bocca di lupo, poste a filo del soffitto. Era tutto in ordine, non c'erano né una maglia appoggiata sul letto, né una cartaccia nel cestino della scrivania.
Roberto cominciò ad aprire sportelli e cassetti. «Sembra che non manchi niente, al massimo dovrebbe fare un po' di spesa» dichiarò, chiudendo lo sportello del frigorifero dopo una breve ispezione.
«Gli abiti sono qui, non vedo grucce vuote. E nessun cadavere, sarai contento» constatò Marco, dopo aver aperto e richiuso l'armadio.
«E dove può essere andata?»
«È maggiorenne? Allora si tratta di allontanamento volontario. Comunica ai genitori di presentare denuncia di scomparsa, così noi della polizia potremo cominciare a indagare.»
Rispose mentre Roberto, chino sulla scrivania, leggeva un foglio che si trovava davanti alla stampante.
«Marco? Chiama i tuoi colleghi. Questa è la lettera di una suicida!» si preoccupò, mostrando il foglio all'amico. L'ispettore cambiò espressione. Gli strappò il foglio dalle mani, intanto che leggeva prese lo smartphone dalla tasca del cappotto. Corse fuori dall'appartamento, poi su per le scale. Uscì dal portone e provò a chiamare. Il telefono squillò a lungo.
«Santoro? Sono Attavante. Passami la squadra investigativa. Giovane donna scomparsa, probabile suicidio. No, non so dove possa essere andata.»

Infagottata nel suo largo giubbotto da mezza stagione, Cassandra percorreva il sentiero con espressione cupa. Era successo di nuovo, ne era sicura. Si lasciò alle spalle i vecchi oliveti che si trovavano ai piedi della montagna, dove la campagna ormai abbandonata fungeva da confine
con il bosco. Il sentiero cominciava quasi in piano, per poi inerpicarsi sulla Montagna Nera. Prima lecci, querce e agrifogli, poi faggi e castagni con un ricco sottobosco di felci.
Procedeva di buon passo, scavalcando con agilità gli stretti ruscelli che incontrava. Ogni tanto il bosco si apriva su qualche radura erbosa, oppure su scorci di campagna in lontananza con grandi campi coltivati. Passava in rassegna tutto quello che la circondava, per poi proseguire. Non era per niente tranquilla. Aveva visto di nuovo dei lampi gialli sulla montagna la sera prima, e sapeva che portavano solo guai.
Diede un calcio a un sasso che finì rotolando in mezzo alle foglie secche. L'odore di terra umida le fece venire in mente i funghi che raccoglieva di solito in quel periodo, solo che adesso aveva altro cui pensare. Abitava ai piedi della Montagna Nera, i boschi fitti che la ricoprivano le avevano fatto meritare quell'appellativo.
Com'era costretta a fare da qualche mese, era in giro a perlustrare la zona. Nei giorni precedenti i carabinieri forestali avevano installato i pali con la segnaletica per alcuni sentieri, e lei aveva avuto il suo bel daffare per riuscire a sradicarli e gettarli via lungo i pendii. Non era la prima volta, ma lo faceva per un buon motivo. Cominciò a mordicchiarsi l'unghia del pollice, scrutando le cime degli
alberi, il bosco era fin troppo silenzioso.
Proseguì in direzione della zona dove aveva visto i lampi gialli. Era cresciuta in quei luoghi perciò, conoscendo bene anche i passaggi più nascosti, contava in breve di arrivarci. Prese uno stretto percorso che si perdeva in mezzo alla vegetazione, sicuramente un passaggio abituale degli animali selvatici. Camminava a passo svelto, quello che un tempo faceva esclamare a suamadre: «Ma dove devi andare così di corsa?», lasciandosi schiaffeggiare dai rami e graffiare dai rovi. Magari avesse avuto un carattere deciso come il suo passo, invece era da sempre timida e insicura.
Quando raggiunse la meta delle sue ricerche, sapeva già cosa avrebbe trovato: erba bruciata in più punti e un animale mezzo sbranato. In questo caso si trattava di un cinghiale. L'unica parte riconoscibile era la testa, il resto del corpo sembrava passato nel tritacarne. Il forte odore di sangue le fece rivoltare lo stomaco. E se i responsabili di quello scempio fossero ancora lì vicino? Sapeva bene di chi si trattava, e che non le avrebbero fatto del male, ma adesso che dovevano essere più grandi e forti non era sicura di riuscire a fermarli. Il silenzio irreale che la circondava la fece rabbrividire. Doveva andarsene subito. Percorse a ritroso il sentiero, camminando sempre più veloce. Arrivò a valle quasi senza accorgersene.Un miagolio la fece voltare. Un grosso gatto tigrato sbucò a lato del sentiero.
«Kirikù tutto a posto?» chiese. Il gatto socchiuse gli occhi, mettendosi a ronfare con espressione soddisfatta. «Meno male.» In quel momento un altro gatto, anzi una gatta, uscì da un cespuglio
vicino. «Ciao Aida. Su, torniamo a casa. Sono salita sulla montagna perché ho visto di nuovo i lampi, questa volta ne ha fatto le spese un cinghiale» considerò ad alta voce, abituata a condividere quel che pensava con i suoi gatti. D'altra parte, vivendo da sola, non aveva molte occasioni per
scambiare due chiacchiere con qualcuno.
Quando raggiunse casa, notò un fuoristrada dei carabinieri forestali parcheggiato lì davanti. In piedi fuori dal mezzo e con la schiena appoggiata contro lo sportello, uno di loro la stava aspettando a braccia conserte. «Cassandra dove sei stata?» le domandò.
«Non sono affari tuoi, Martino. E comunque lo capirebbe anche un imbecille che ero nel bosco, mi hai appena vista arrivare da lì!» Cercò di evitarlo, ma lui le sbarrò la strada.
«E cosa stavi facendo?» chiese in tono ironico. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.»
A quel punto lui cambiò atteggiamento, era arrabbiato. «No, mi rispondi, invece! Vuoi una multa? Vuoi finire in galera? L'amministrazione comunale paga la segnaletica per i sentieri, noi forestali la mettiamo e puntualmente, tu» le puntò un indice contro il petto «fai il tuo giro e la sradichi, gettandola chissà dove! Devi smetterla!»
Cassandra si strinse nelle spalle. «Non sai per quale motivo lo faccio.»
«Infatti vorrei che mi spiegassi. L'unica cosa che so, è che da quando è morto Claudio, hai proprio perso la testa: giri notte e giorno per la montagna, non mangi più, distruggi cartelli e scacci gli escursionisti che vengono fin qui. Ora ti vedo perfino arrivare in compagnia dei tuoi gatti mentre parli con loro come a dei cristiani! Adesso il quadro è proprio completo: sei impazzita del tutto!»
Gli lanciò uno sguardo infuocato. «Lascia stare mio marito e i miei gatti!» esclamò in tono secco, passandogli accanto per entrare nel cancello di casa. Quest'ultima apparteneva alla sua famiglia, gli Zeni, da secoli. Anni prima i suoi genitori, il nonno materno e lei, che all'epoca era poco più di una bambina, si erano trasferiti in città dove c'erano più opportunità di lavoro. La vecchia casa l'avevano tenuta per le vacanze. Rimpiangendo i luoghi in cui era cresciuta, dopo il matrimonio, si era stabilita a Casa Zeni con il marito. Traduceva libri, tra cui anche testi universitari, scriveva articoli per il web e aveva creato un blog dal discreto successo, su cui pubblicava articoli su zone, sentieri, boschi e antichi borghi poco conosciuti che scovava in giro per la regione. Perciò poteva lavorare da casa e spostarsi solo di tanto in tanto per cercare materiale.
Suo marito Claudio, che era nato e cresciuto in città e lì esercitava come avvocato penalista, si era innamorato pure lui di quei luoghi. Era costretto a fare il pendolare, ma la cosa non gli pesava.
Chi vedeva la casa per la prima volta rimaneva incantato, sembrava una via di mezzo tra una baita di montagna in pietra e un villino inglese a due piani, circondata da un giardino lussureggiante pieno di colori durante la bella stagione.
Lo attraversò senza nemmeno alzare gli occhi sulle piante cresciute in modo disordinato, i gatti la seguirono per rientrare con lei.
Martino la raggiunse, ed entrò senza aspettare che lo invitasse a farlo: si conoscevano fin da bambini, certe formalità non erano contemplate.
Una volta all'interno si guardò intorno scuotendo la testa. Dalla morte del marito, la sua amica si era lasciata andare: nelle stanze regnava il caos più completo. In cucina sembrava si fosse divertita a tirare fuori dai mobili tutte le pentole e le stoviglie, in salotto vestiti ammucchiati sul divano e libri
impilati ovunque. La grande libreria vuota sembrava guardarlo desolata. Sulla scrivania il computer, lasciato acceso forse da ore, era circondato da fogli pieni di appunti e libri gettati a casaccio.
«Stai preparando il trasloco?» chiese, indicando con un gesto del braccio tutto l'ambiente.
Lei lo guardò con espressione confusa. «Sì. No. Non so cosa voglio fare, è tutto così difficile...»
Le lacrime cominciarono a scenderle silenziose lungo il viso. Cassandra aveva quarant'anni ed era sempre stata molto magra, un mistero per tutti come facesse a reggersi in piedi. E continuava a
deperire perché mangiava sempre meno. Il largo giubbotto che indossava, la faceva sembrare una bambina con i vestiti del fratello maggiore. Martino le si avvicinò, e dopo averla stretta in un breve abbraccio, l'aiutò a toglierlo. «Coraggio. Capisco cosa provi, ma puoi farcela un passo alla volta.
Scommetto che non mangi niente e passi le notti in bianco, vero? Stai ancora soffrendo per la morte di Claudio, ci mancherebbe altro, sono passati pochi mesi. Ma cosa direbbe se ti vedesse in questo stato? Promettimi che mangerai qualcosa, poi ti farai un bel bagno e una buona dormita. Vedrai che domattina a mente fresca saprai decidere cosa fare. Sono sicuro che hai finito per trascurare anche il lavoro.»
Tirò su col naso e scosse la testa. «No quello no. Le scadenze...» mormorò a occhi bassi.
Lui annuì, poi disse una cosa che sembrò risvegliarla: «Non ti occupi più neanche del giardino, molte piante stanno morendo e il resto sembra una giungla.»
A quelle parole lei alzò la testa con espressione sbalordita, stravolta dal dolore non ci aveva più pensato. Un attimo ed era già fuori. Quando lui si affacciò alla porta di casa, Cassandra aveva già tra le braccia pala, zappa, annaffiatoio e cesoie.
La guardò affannarsi intorno alle piante, smuovendo la terra, potando e concimando. Meglio così, pensò. Con tutto quel movimento, appetito e sonno le sarebbero venuti di certo! Decise di andarsene e la salutò, ma lei non rispose: era così presa da quello che stava facendo, che nemmeno lo sentì.
Cassandra lavorò alacremente al giardino per il resto della giornata. Martino aveva visto giusto: quando rientrò in casa, stanca e sudata, si accorse con stupore di avere fame. A causa del dolore per il lutto, la sua mente aveva messo in un angolo per mesi tutto quello che la circondava. Buttarsi a capofitto nella cura delle piante, aveva risvegliato i suoi bisogni primari.
Per prima cosa, si concesse una lunga doccia. “Da quanto non curo più il mio aspetto?” si chiese, applicando lo shampoo sui capelli che ormai avevano perso qualunque piega. Avvolta nell'accappatoio, si asciugò con cura i capelli prima di pettinarli, e regolò le sopracciglia con le pinzette. Fece una smorfia triste alla se stessa riflessa nello specchio: aveva gli occhi pesti a causa del pianto e delle notti insonni, e la sua chioma trascurata la faceva assomigliare a Maga Magò.
«Domani parrucchiera» decretò ad alta voce, raccogliendo i capelli in una coda di cavallo, rimanendo stupita delle sue stesse parole perché programmi non ne faceva più da tempo.
Una volta pulita e vestita, ma con lo stomaco gorgogliante, constatò che purtroppo la sua dispensa era vuota, fatta eccezione per la pappa dei gatti e qualche scatoletta di mais cotto a vapore, che a lei non era mai piaciuto.
«Era Claudio quello che ne andava matto, e adesso non può più mangiarlo.»
Di nuovo una lacrima spuntò tra le ciglia. Se l'asciugò con un gesto rabbioso, prima d'indossare le scarpe e il giubbotto e uscire di corsa da casa. Una volta in auto, sfrecciò verso il paese come se avesse avuto il diavolo alle calcagna.
“Il diavolo, già...” pensò, scoppiando in una risata isterica.
Parcheggiò nella piazza principale di Montagna, un nome banale adatto a quel piccolo paese, dove si trovavano oltre alla sede del Comune, la chiesa, un piccolo supermercato e il bar.
Si diresse verso la trattoria che si trovava subito dietro l'angolo: l'odore di carne stufata l'attirò come una sirena. Quando spinse la porta ed entrò, i presenti si voltarono verso di lei, tutta gente del posto che conosceva da sempre. Chi salutò imbarazzato, chi la chiamò a gran voce per nome agitando un braccio per salutarla, e chi si fece avanti per abbracciarla, come la proprietaria del locale che uscì apposta dalla cucina per farlo. Tanti le rinnovarono le condoglianze per la perdita del marito, altri si dissero felici di rivederla. Li ringraziò tutti con un sorriso mesto.
A un tavolo d'angolo si trovavano Martino e un suo collega che, essendo forestiero, si lasciò andare a commenti spiacevoli. Commenti che non avrebbe mai fatto, se l'avesse conosciuta.
«La pazza è scesa dal monte, alla fine!»
Martino gli lanciò un'occhiataccia. «Alessio non ti permettere.»
«Cosa ho detto di male?» domandò lui, sorseggiando la sua birra. «È vero. Gira giorno e notte per i boschi con i capelli arruffati e gli occhispiritati, distrugge cartelli e spaventa la gente. Se non è pazza, cos'è? Dimmelo.»
«È una donna che ha perso il marito che amava da un giorno all'altro. Io e lei ci conosciamo fin da bambini, e ti garantisco che è del tutto normale!»
Alessio abbassò lo sguardo e bofonchiò: «Sì, come no...»
«Guardala adesso» lo invitò, indicandola con la mano. «Ti sembra che abbia gli occhi spiritati e i capelli arruffati?»
Alessio fece spallucce. La cosa non poteva importargli di meno, bastava che smettesse di fare danni.
Martino si alzò per andarle incontro e invitarla al loro tavolo. Lì per lì lei rifiutò più volte, poi finì per accettare. La proprietaria della trattoria le portò il piatto del giorno: stufato di manzo e patate. Cucinato da le iera una vera delizia, con il sugo saporito e la carne che si scioglieva in bocca.
Mangiò con appetito senza quasi alzare lo sguardo dal piatto, rispondendo a monosillabi ai tentativi di conversazione di Martino.
Tornata a casa, cedette di schianto al sonno, tant'è che si addormentò vestita sul letto.
***
La mattina si svegliò con il sole che batteva sulla finestra, la sera prima non aveva chiuso neanche gli scuri. Stiracchiandosi soddisfatta, si chiese da quanto tempo non dormisse così bene.
La bocca le si piegò in un sorriso amaro. Inutile domandarlo: dal giorno della morte di Claudio.
Respinse con stizza la trapunta, guardandosi intorno: la camera era la sua da quando era bambina, dal giorno del funerale non se l'era più sentita di dormire in quella matrimoniale, troppi ricordi lì dentro. Ma anche in quella cameretta ce n'erano: il letto di ferro battuto con la trapunta a riquadri di stoffa, cucita dalla mamma, il cassettone antico con il piano di marmo nero e il grande armadio antico a due ante, dove si nascondeva per gioco da piccola.
I suoi nonni e i genitori non c'erano più, suo marito pure. Le rimanevano giusto i bei ricordi di una vita passata in larga parte tra quelle mura. «Ma non sono così vecchia da vivere solo di quelli!» esclamò. Da quando era rimasta sola, aveva preso l'abitudine di parlare a voce alta, il silenzio la intristiva. I ricordi riguardo alle persone amate sono tutti belli, adesso però doveva crearne di nuovi.
«Devo continuare a vivere anche per loro che non ci sono più» dichiarò. E vaffanculo a chi c'era là fuori sulla Montagna Nera. Quella era casa sua e non gliel'avrebbero rovinata.
Forte di queste motivazioni, marciò fiera verso il bagno. Rise quando si vide allo specchio, con gli abiti con cui aveva dormito ormai stazzonati e la coda che le pendeva tutta storta su un lato della testa. Fece una doccia veloce, poi indossò jeans e camicia per andare dalla parrucchiera e a fare la spesa. «Non è così che facciamo noi donne quando vogliamo cambiare? Cominciamo dai capelli, no?» si disse con un sorriso, finendo di pettinarsi.
Uscendo dal bagno si guardò intorno: Martino aveva ragione, la casa era nel caos più completo, sporca e trascurata. Però non poteva pretendere di prendere di nuovo in mano le redini della sua vita e sistemare tutto in un solo giorno. Si sarebbe occupata di una stanza alla volta, facendo pulizie a fondo ed eliminando quello che non serviva più. Adesso che era sola, decine di piatti e pentole, per non parlare della grande quantità di biancheria da letto e da casa, erano diventati inutili.
Forse quando aveva tirato fuori dai mobili tutto quello che c'era dentro, era partita con quell'idea.
Ma era così istupidita dal dolore e dagli strani episodi che si stavano verificando nel bosco, da essersene dimenticata. Ovvio che il suo amico avesse pensato a un trasloco. Non era una cattiva idea, prendere le sue cose e andarsene, ma dove? Lontano da lì non conosceva nessuno. Quelle cittadine erano state tutte conoscenze superficiali, i compagni di scuola e università l'avevano
sempre considerata una sorta di montanara civilizzata e tenuta a distanza. Martino invece era il fratello che non aveva mai avuto, il migliore amico in assoluto. Erano stati in classe insieme fino a che lei non aveva traslocato in città. In seguito si erano tenuti in contatto tramite lettere e
telefonate, e frequentati ogni volta che tornava in paese con i suoi. Con il tempo si erano persi di vista quasi del tutto, qualche chiamata per scambiarsi notizie in generale su lavoro e salute, e basta. Dopo il matrimonio era tornata ad abitare in paese, invece Martino era riuscito a farsi assegnare al Comando dei Carabinieri forestali di zona solo due anni prima, perciò la loro amicizia si era rinsaldata da poco.
Scese le scale a precipizio, come faceva da sempre, e le parve di risentire la voce di sua madre che gridava: «Vuoi romperti l'osso del collo?»
Entrò in cucina. Kirikù, il suo grosso gatto tigrato, guardava fuori dalla finestra. Stava lì fiero e immobile come una statua, le pupille ridotte a una fessura per via della luce del sole, non mosse neanche la testa quando lei lo chiamò. La scena le ricordò una poesia che aveva scritto anni prima:
I gatti
stanno sempre
davanti alla finestra.
Non per guardare cosa c'è fuori
ma per impedire
che qualcosa entri.
“È vero. I gatti sono le sentinelle delle nostre case, niente di brutto deve entrare” si disse.
Avvicinandosi alla finestra, vide Aida aggirarsi per il giardino come una pantera in miniatura. Tirò un sospiro di sollievo. Negli ultimi tempi aveva visto spesso lampi gialli sulla montagna e trovato i resti dei banchetti di... cosa diamine erano? Ancora non lo aveva capito, temeva però che potessero attaccare i due gatti. Sperava che gli sentissero il suo odore addosso e stessero loro alla larga.
Aprì la finestra e si mise a schioccare forte la lingua contro i denti, a ritmo serrato. Era il richiamo che usava per la gatta, un po' come i fischi modulati che si usano per chiamare i cani. Per Kirikù bastavano due brevi schiocchi per vederlo arrivare. La gatta avanzò verso di lei, facendo ondeggiare la coda, il manto tartaruga rosso e nero la mimetizzava nella penombra delle piante.
«Buongiorno Aida.»
La gatta le rispose a modo suo, socchiudendo gli occhi gialli. «Tutto bene? Oggi vado in paese, tornerò per pranzo. Voi due non muovetevi da casa, mi raccomando!»
Aida e Kirikù in quei mesi erano stati in qualche modo la sua ancora di salvezza, gli unici in grado di confortarla dopo il lutto. Kirikù lo aveva adottato pochi anni prima da una compaesana. La sua gatta aveva avuto quattro cuccioli e lei ne aveva preso uno. All'epoca era piccolissimo, come il protagonista del cartone animato di cui aveva preso il nome. Gli si era affiancata in seguito Aida, trovata abbandonata. Aveva il pelo in maggioranza scuro e il portamento altero, da qui il nome della
principessa etiope protagonista dell'opera lirica di Giuseppe Verdi.
Più tardi, seduta sulla poltrona della parrucchiera, pensò che la sua nuova vita poteva cominciare anche così: dandoci un taglio per ripartire da capo o quasi. Uscì due ore dopo dal negozio, sentendosi la testa più leggera grazie alla nuova acconciatura: via la coda di cavallo a favore di un taglio più corto e scalato, e si era fatta schiarire i capelli.
«Sei irriconoscibile, sembri un'altra!» le disse la parrucchiera con un sorriso, accompagnandola poi alla porta. Proprio ciò di cui aveva bisogno.
Appena girato l'angolo incontrò Martino, che le passò davanti senza riconoscerla. Sorridendo soddisfatta proseguì per la sua strada.

Cercò di bandire la tristezza mettendosi all'opera: ogni giorno s'imponeva di sistemare qualcosa in casa, eliminando quello che non le serviva più. Cosa se ne faceva di tante pentole, dei vari servizi di piatti, dei mille asciugamani e lenzuola, degli innumerevoli attrezzi di suo padre e suo nonno, dei modellini di mezzi dell'esercito che il padre assemblava nel tempo libero? Tenne solo quello che poteva esserle utile adesso che era sola, al massimo qualcosa in più nel caso avesse avuto ospiti e qualche oggetto per ricordo.
Alla fine si guardò intorno nelle stanze che, alleggerite del superfluo, le sembrarono più grandi e ordinate. Per lungo tempo era diventata come un'ospite in casa propria, messa in un angolo, circondata dalla mole di oggetti che non le appartenevano e che giocoforza le riportavano alla mente chi non c'era più. Forse un giorno la tristezza per la loro assenza si sarebbe trasformata in
malinconia, e avrebbe potuto ricordare i suoi cari con un sorriso. La ferita per la perdita di Claudio poi, era fin troppo recente e chissà se e quando si sarebbe rimarginata.
Distrarre la mente si rivelò un ottimo antidoto per non farsi travolgere dalla depressione. La vita ricominciava, doveva fare progetti per l'immediato futuro e riempire le giornate per impedirsi di pensare. Sistemare la casa e il giardino a lungo trascurati furono l'inizio del suo piano di cambiamenti. Poi cominciò a pianificare le nuove mete di cui parlare nei suoi articoli, e il modo di risolvere il problema sulla Montagna Nera, prima che fosse troppo tardi.
Per fortuna l'autunno stava avanzando, e sperava che loro rallentassero l'attività, magari andando in letargo. Sempre che certe creature andassero in letargo.
Con il passare dei giorni le temperature si abbassarono, i forestali collocarono la nuova segnaletica per alcuni sentieri, che stavolta rimase al suo posto, poi cominciarono la manutenzione di altri.
In vista della bella stagione, il Comune intendeva promuovere la zona a beneficio degli amanti della natura e delle passeggiate.
Cassandra continuava a perlustrare la montagna per controllare che non ci fossero incidenti a causa delle strane creature. Lasciò perdere la segnaletica solo perché più di una volta si accorse che Martino la seguiva a distanza. Pensava che non lo notasse? Gli faceva un cenno di saluto e proseguiva per la sua strada. Come sperava, in quel periodo non accadde niente di anomalo: niente
bagliori nel buio o animali maciullati, e si augurò che tutto proseguisse così.
Anche se continuava a mangiare poco, una sera per cena si concesse il lusso di un bel risotto ai funghi. Il profumo che si spandeva per la cucina le ricordò le tante sere passate insieme ai suoi cari davanti al focolare, con la nonna che le raccontava le novelle. Quest'ultima era mancata quando frequentava ancora la scuola elementare, e tante abitudini familiari erano andate perse quando si
erano trasferiti tutti in città.
Stava aggiungendo del brodo al riso che cuoceva nella pentola, quando bussarono alla porta. Trasalì perché non aspettava nessuno, in più abitava lontano dal paese. Non aveva fatto caso al rumore di un'auto che si avvicinava, chi poteva essere? Aprì piano la porta, sorridendo poi sollevata quando riconobbe Martino.
Lui ricambiò il sorriso ed esordì, facendo il vocione: «Buonasera bella bambina. Che buon profumino! Non vuoi farmi entrare?»
Lei ridacchiò. «Buonasera grande orso. Ti offro volentieri il risotto, a patto che non mangi me!» rispose, stando al gioco.
Lui si fece avanti scusandosi per l'improvvisata. C'era stata una riunione in Comune: per il periodo Natalizio erano state programmate alcune iniziative, come l'esibizione del coro della chiesa e un mercatino dell'usato e artigianato.
«Ho pensato potesse interessarti. So che hai molte cose dei tuoi che ti dispiaceva gettare via, potresti mettere su una bancarella e venderle lì. Che ne dici?»
Lei annuì, interessata. «È una bella idea, partecipo volentieri. Sarà divertente, magari verranno anche dei forestieri.»
Martino la guardò entusiasta, sembrava un bambino euforico per l'arrivo di Babbo Natale.
Serena Gucci
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