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Autore: Deborah Marra
Titolo: Cupido è guercio
Genere Satira Ironia
Lettori 126
Cupido è guercio

A tutti i miei ex,
senza troppi commenti,
ringraziandoli per avermi
reso una donna libera 

Breve Introduzione
che vuol essere più una riflessione
che un riassunto del libro

Siete convinti che il vostro destino sia di stare in coppia?
Di accoppiarsi, nel senso intransitivo del verbo, di sicuro sì.
Sì. Ne sono fermamente convinta. Accoppiarsi per procreare, per generare quei bei frugoletti che poi cresceranno e diventeranno a loro volta uomini e donne alle prese con sentimenti, delusioni, successi e sconfitte, e che ci riempiono la vita di tanta gioia e tanti impegni.
Ma di stare stabilmente in una coppia, chiedevo, di creare quel fatidico numero due che dovrebbe fondersi e divenire una cosa sola, un numero uno, mi vengono i brividi al solo pensiero, ne siete convinti? Siete convinti di essere nati per intraprendere tale cammino?
Se la risposta è affermativa, fermatevi. Avete già letto abbastanza. Lasciate tutto come sta e godetevi il vostro stato. Perderò, forse, qualche lettore, ma preferisco lasciare la beata, incosciente, e un po' pigra, illusione che l'Amore, e uso apposta, in questo momento, la - a - maiuscola, esista.
Se, al contrario, la risposta è negativa, sappiate che questo è il mio piccolo, meditato, saggio sull'argomento più trattato nel mondo.
Non sto per regalare frammenti di saggezza, né credo di essere depositaria di verità assolute, e neppure miro a distribuire consigli che vi consentiranno di vivere una storia amorosa per sempre.
Sempre.
Incredibile che questo avverbio venga ancora accompagnato al sostantivo - amore - .
Siete i benvenuti tra queste pagine se vi attendete, e sperate, di sorridere con me del nostro essere umani. Ma se volete intraprendere un confronto sull'argomento... well, come direbbero gli Inglesi, aspetto di leggere il vostro di libro. Qui troverete solo la mia esperienza e quanto ho compreso, finora, dell'amore.
Ennesimo sproloquio? No, scambio d'idee fra me e me. Perché, come scoprirete, io ho una mia peculiare visione dell'amore. Nello specifico di quello tra un uomo e una donna. Sì, sì, proprio di quello più scontato, il più classico. Di questa particolare visione io vado abbastanza fiera, perché ci ho dedicato tempo, energie e lacrime. E dopo anni di combattimento e di struggente e altalenante dedizione al sentimento che dovrebbe toccare le corde più profonde del nostro cuore, ritengo sia preferibile rassegnarsi di fronte alla dicotomia uomo-donna e rendersi conto che uomo e donna, appunto, non sono fatti per vivere insieme. E che l'amore si prende gioco di noi. Sempre. (E qua il - sempre - è d'obbligo). E quindi, a mia volta, per prendermi gioco dell'amore, ho scritto, grattando nel fondo dei miei ricordi, ho cercato di raccontare da dove sono partita e dove sono arrivata.
Il libro nasce d'istinto. Nella mia scrittura molto si genera a mano a mano che procedo. Nasce da un piccolo episodio che ha acceso la fatidica lampadina. E vivendo quel minuscolo incidente, alzando gli occhi al cielo, mi sono ritrovata a ridere. E ho invocato proprio lui, Cupido, e gli ho chiesto: - Ma ci vedi bene? - .
Il risultato della stesura di queste pagine, perciò, non è, come detto, un manuale sull'amore. La mia narrazione è piuttosto una sorta di autobiografia, di riflessione quasi a voce alta, che decido di condividere con voi, perché di tutti i sentimenti che proviamo, questo è probabilmente uno tra quelli che ci accomunano maggiormente, per abitudini, cliché e situazioni che tutti, prima o poi, abbiamo vissuto e continuiamo a vivere nel corso degli anni. E, per questa ragione, ritengo che qualcosa del mio trascorso possa risuonare in voi.
In alcuni casi, ho dovuto veramente scavare nella memoria, da dove sono riemersi individui e avvenimenti che avevo archiviato e di cui avevo scordato la tipicità. Sono lieta di averli ritrovati, sono lieta di aver intrapreso un cammino a ritroso che è servito principalmente a me stessa, per comprendere e confermare chi io sia oggi. Creare questo libro mi ha donato un enorme divertimento e l'esercizio della memoria mi ha condotto a scrivere in modo estremamente naturale e in totale allegria, fino al punto in cui ho scoperto che, comunque, era - già tutto previsto - . 
H
UN DESTINO, UNA PERSECUZIONE

- Buongiorno Debora, ci vediamo domani? - .
Vi chiederete: - Perché riportare questa frase? Che cosa c'è di sbagliato in questa frase? - .
È l'evidente approccio di un corteggiatore che spera di incontrarmi. All'apparenza nulla è inesatto, se non fosse per quella letterina, quell'acca dimenticata, con cui combatto da una vita. - Mi scusi, signora, Debora con l'acca o senza? - è stata ed è la domanda in ogni ufficio, banca, comune, scuola in cui mi sia trovata a passare.
Gli impiegati più rapidi e ben disposti, che, evidentemente, non amano perdere tempo, chiedono sempre e subito con un timido e conciliante sorriso.
Gli impiegati rilassati, quelli del minimo sforzo in ufficio, quelli che si attengono alla routine quotidiana possibilmente priva d'imprevisti, quelli che non pongono fretta nelle proprie azioni e svolgono tutto con estrema ed estenuante calma, saltano letteralmente sulla sedia, si destano all'improvviso e si rivelano, inaspettatamente, dei grandi emotivi: scoprono al mio apparire un mondo sconosciuto, mi guardano con la penna sospesa a mezz'aria in silenzio, esitanti e supplicanti aiuto, come se fossero al cospetto di Dio nel giorno del Giudizio.
I più audaci, impavidi del pericolo, adottano il - fai da te - , anzi, il - fò da me - , così, sospirando, devo intervenire per far spostare quella lettera che, non si sa come e per quale perverso, contorto e un po' sadico pensiero, sia stata inserita, baldanzosamente, tra la R e la A. E scattano così, in una manciata di secondi, il panico e le rapide cancellature in un foglio che diventa un campo di battaglia. - Ma non è RHA? - , mi dicono forse sperando di cogliermi impreparata. Con pazienza indico: - L'acca va posta alla fine - . - Ah! Ecco...RAH - . E poi, per sdrammatizzare, ripetono, pensando di risultare simpatici, - Deboraahhh - e allungano l'ultima consonante apposta perché io possa valutare l'estensione polmonare del soggetto, diciamo, umano che ho di fronte. E la loro compassionevole simpatia. Mi dispiace, non sono affatto impressionata, né dall'una né dall'altra. E non rido. Non socializzo con questo tipo di satira, se tale può definirsi. Anzi, quell'allungo dell'acca mi ha sempre dato sui nervi. - Cretino - , vorrei dire. Ma tengo a bada la lingua e dico semplicemente - Andiamo avanti - . Non serve sprecare altre energie nel vano tentativo di recuperare qualcuno che, oramai, è irrimediabilmente perduto nel vuoto cerebrale.
I rari esemplari di dipendenti, svegli e reattivi, procedono senza indugio e pongono la fatidica acca proprio là dove deve andare ed io, beata, sorrido, sciogliendo ogni tensione. E promuovo, idealmente, l'impiegato, sperando che anche il suo capoufficio si accorga che ha una marcia in più. Perché porre l'acca nel posto corretto, senza alcuna indicazione né aiuto, è un'impresa titanica, di enorme valore. Presuppone profonde conoscenze, prontezza di spirito, acume intellettuale. Quindi una semplice scrivania in ufficio è, forse, troppo poco.
Ho sempre amato il mio nome, ho sempre immaginato l'omonima figura biblica del Libro dei Giudici come una donna forte e coraggiosa, virtuosa, caparbia, alta e autoritaria. Caparbia e autoritaria posso anche esserlo. Anzi, credo di esserlo. Alta no. Ma mi consolo aspirando ad altezze spirituali, come la mia eroina delle Sacre Scritture. Anche se credo che i miei genitori abbiano scelto quel nome perché avevano in mente l'affascinante Deborah Kerr e, soprattutto, perché sono la seconda figlia, e femmina pure, di una famiglia di origine meridionale, terrona, diciamo pure usando il termine più in voga quando i miei genitori sono venuti su a conquistare il Veneto alla fine degli anni ‘60. Quindi avevano già destinato i nomi delle mie nonne a mia sorella maggiore e attendevano il figlio maschio per perpetuare il nome dei miei gloriosi nonni e l'illustre stirpe. Invece, la seconda maternità di mia madre ha condotto nel mondo la sottoscritta e, esauriti i nomi delle ave in mia sorella, i miei genitori hanno dovuto cercare altrove. Non mi hanno mai detto di aver fatto fatica nella ricerca. E gliene sono ancora oggi profondamente grata, perché ho goduto di un privilegio esclusivo che mi ha consentito di schivare l'ereditarietà del nome. Insomma, fortuna o sfortuna, sono stata battezzata con un altro nome. Per quanto mi riguarda, una fortuna perché, considerate le origini e il periodo storico, avrei anche potuto rischiare grosso e trovarmi oggi registrata all'anagrafe come Filomena o Concetta o Carmela o chissà che, visto le audaci aspirazioni nominali che, durante la vita, ho riscontrato non essere solo dei miei genitori. Che, per buona sorte, non si sono fatti ammaliare dai suggerimenti di parenti e amici, estranei al più ristretto nucleo familiare, indirizzati a un più comune - Francesca - oppure a un allora audacissimo, e troppo all'avanguardia - Samantha - , con un'acca ancora più problematica, o a un più raro, e per me meno efficace, - Miriam - . Dobbiamo anche ricordare che in quegli anni cantava Fausto Leali e che uno dei suoi cavalli di battaglia era appunto il brano - Deborah - , dal quale anche l'artista trasse il nome per la figlia.
Un nome bellissimo, che mi ha sempre reso orgogliosa di una palese diversità, dell'investitura di un destino non comune, perché già l'essere scampati all'ereditarietà del nome è un evento eccezionale. Avere avuto la fortuna di nascere secondogenita e di avere una sorella maggiore a cui, esagerando e per scaramanzia, si sono imposti entrambi i nomi delle nonne, ha aperto la strada all'introduzione del nuovo, del diverso, dell'inaspettato.
Nomen omen, dicevano i latini. E particolare lo sono sempre stata. Perciò, posso confermare qui che il mio nome è stato il mio destino. Un nome che, come avrete compreso, mi piace tanto e che credo mi calzi a pennello e, per questa ragione, vederlo scritto senza la famosa acca mi mette di cattivo umore, mi irrita e mi fa decidere, in modo inappellabile, che il corteggiatore distratto, che lascia nel tasto del telefono quell'ultima letterina che potrebbe aprirgli le porte dell'accoglienza, non avrà chance. Nessuna. Non posso uscire con chi non sa fare attenzione al nome della donna che ha contattato e che sta tentando di sedurre.
E non mi dite: - Dipende da come ti ha salvato in rubrica - , perché, nel dubbio, prima appunto di - salvarmi in rubrica - , potrebbe chiedere e, in caso non ne avesse il coraggio, potrebbe sbirciare nei profili social e controllare nei vari siti internet di cui, ormai, tutti facciamo parte e dei quali, oggigiorno, pare non si riesca a fare a meno: nelle schermate che visualizziamo durante la ricerca, i nostri nomi appaiono come li abbiamo digitati e memorizzati e, nel mio caso specifico, sono certa di aver sillabato in modo impeccabile.
Quindi, tornando al mio corteggiatore distratto e un po' incurante, non credo sia il mio nome a colpirlo. Credo si tratti di altro. Diciamolo apertamente: fretta di concludere e desiderio di possesso, perché donna attraente lo sono sempre e comunque stata, uniti a una totale estraneità alle regole basilari del corteggiamento. E così, sorvolando su come possa avermi registrato in rubrica, mi diverto a immaginare come reagirebbe se sapesse che la lettura del nome in ebraico è - Dvora - . E mi chiedo anche che cosa avrebbe l'ardire di elaborare e di pronunciare rivolgendosi alla sottoscritta.
Insomma, per terminare quest'analisi del mio amato nome, concludo affermando che dalla tormentata assenza e libera reinterpretazione della collocazione della mia acca ho intuito che l'abbinamento del mio nome al maschio in modalità - corteggiatore - è assolutamente, e pericolosamente, catastrofico. Perciò ho deciso di riflettere sull'amore, e uso la - a - minuscola, perché in certi ambiti è meglio entrarci in punta di piedi, senza tanto clamore, senza farci catapultare, incaute ed impreparate, in passioni che alla lunga, o alla breve, ci annientano, ci distruggono. Perché le fasi dell'amore sono principalmente due: all'inizio si spicca il volo in piedi con le ali ai calzari e in seguito ci si ritrova con il sedere a terra, talvolta a mollo in non tanto piacevoli liquami. E così, se prima ci siamo lasciate andare, abbiamo ceduto al cuore, dimenticando di avere un cervello, e ci siamo immerse, baldanzose, ignare e sognanti, nell'esperienza del - ma stavolta è la volta giusta! - , ci siamo poi svegliate, sconsolate e disilluse, e abbiamo ammesso a noi stesse, e pure con un filo di voce: - Ma chi me l'ha fatto fare? - .

Deborah Marra
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