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Autore: Francesca Ghiribelli
Titolo: Twins Obsession
Genere Narrativa paranormal mistery
Lettori 124
Twins Obsession

Il diario di una gemella ossessionata

Sinossi: Il diario di una donna dalle sfumature ossessive, dove in ogni riga albergano le sue più profonde paure e i suoi famelici dubbi.
Un'ossessione, come una specie di apnea, dalla quale a tratti sembra fuoriuscire e in altri momenti ricadere come un peso morto, ma sarà proprio il dialogo con il suo diario a mostrarle faccia a faccia i suoi più profondi tormenti fino ad arrivare a scoprire la verità su una inquietante storia.
La storia di se stessa e dell'indimenticabile legame con Ida, la persona più importante della sua vita.

Estratto dal libro
PREFAZIONE

Questo romanzo è nato da un'idea particolare, quasi inspiegabile: il tutto è scaturito da un'ispirazione improvvisa giunta come una tempesta fra anima e cuore.
Un romanzo che si discosta completamente dai soliti generi a cui mi dedico da tempo. Non so per quale motivo sia stato partorito con foga dalla mia immaginazione, ma il personaggio di Sara voleva impadronirsi della mia penna e così è stato.

Un genere difficile da definire e da catalogare, lo descriverei come una forma di diario epistolare dedicato a una persona speciale ed essenziale per la protagonista. Un attaccamento quasi morboso e letale per la sua stessa identità e per il suo stato di salute mentale e fisico. Una specie di libro psicologico e paranormale con funzione-denuncia della follia e dei dubbi di una mente travolta da un confuso senso di colpa che soltanto, pagina dopo pagina, riuscirà a trovare la verità per la protagonista stessa e per tutti i lettori, i quali potrebbero finire invischiati in questa trama alquanto singolare.

Una storia dai toni gialli, ma soltanto nel senso psicologico del termine. Una donna che riuscirà a riconoscersi attraverso una terapia scritturale e a ripercorrere, passo dopo passo, quella sorta di apnea interiore che sovraccarica la sua realtà di un - universo onirico - , a sua volta scosso da un subconscio gotico e al contempo in parte razionale.
Mi auguro di riuscire a emozionare i lettori almeno la metà di quanto mi sia emozionata io nel curarne la stesura.

Fra le righe, chi legge può riflettere e comprendere quanto la mente umana sia misteriosa e su come sia capace di celare anfratti apparentemente invisibili, per poi invece lasciarli sfociare in qualcosa di così terribile da provocare un brivido lungo la schiena.

Spero che questa mia piccola e umile - creatura - possa restare in un minuscolo angolo del vostro cuore o della vostra mente, facendovi trascorrere qualche ora o qualche minuto in compagnia della mia creatività o folle immaginazione, come preferite definirla.

Buona lettura!

Capitolo 1

Cara Ida, ti scrivo in un turbine di idee, mentre sono sopita in questa mia storia che ha un inizio, ma non so bene come e dove finirà.

Stamattina mi sono alzata presto. Altre volte dormo fino a tardi, quasi senza sapere se fuori sia già giorno o ancora notte. In fondo, che mi importa? Non ha alcuna differenza, sono come imprigionata fra queste mura quasi composte da spine di rose, che nella mia vita mai ho colto.

Mi alzo, non rifaccio neanche il letto. Non so cosa mi prenda, ma per me è normale essere così. Sì, così spenta e apatica; anzi, direi noiosamente normale. Mi dirigo in cucina, scaldo una tazza di latte e lo ingurgito da solo, senza neanche qualche biscotto o quei dannati corn-flakes.

Non so neanche cosa siano, visto che non li ho mai comprati.

Ti chiederai, piccola mia, come faccia a sopravvivere a questa vita da - barbona - abbandonata al mio destino. Tuttavia non sono una barbona nel vero e proprio senso della parola, perché mangio quel poco che mi basta (infatti faccio solo una volta al mese un bel rifornimento di latte e carne) e ho il mio numero di vestiti da mettere... in fondo bastano e avanzano quelli che ho. A che mi servirebbero costosi abiti o eleganti mise? Per andare dove? Possiedo comodi jeans larghi e felpe corredate da soffici cappucci che mi proteggono dal freddo di questa cittadina di provincia, sempre così nebbiosa e malinconica. E anche il cambio di armadio non è più quello di un tempo, le mezze stagioni non esistono più e per l'estate mi bastano una semplice canotta e un paio di shorts comodi per starmene in casa o girellare in giardino in perfetta libertà.

Non sai quanto mi manchi, cara Ida. Sei stata il mio - tutto - , il mio dannato - per sempre - che è durato troppo poco, il mio caldo cappotto d'inverno che stringevo forte quando mi sentivo troppo sola e abbandonata a me stessa; eri il mio raggio di sole anche quando la neve cadeva a fiocchi invisibili ed eri il cucciolo da sfamare per dare senso alla mia esistenza.

Sei sparita troppo presto. Non so dove tu sia andata, ma sei volata via per un tempo di cui non vedrò mai la fine.

Dopo la breve e magra colazione accendo la radio, ma lo faccio raramente, perché quel contrasto di suoni mi mette in confusione, mi soffoca in uno stato d'ansia impressionante: di solito tutti si rilassano con la musica, a me fa l'effetto contrario. Forse perché sto eternamente da sola e non riesco a sopportare anche soltanto il rumore di una presenza non umana dentro le mura della mia casa.

Ah, a proposito, non so se sia mia, ma mi sono ritrovata confinata in queste stanze e credo sia stato il destino a mandarmi qui... Qui, in una piccola città spersa nella glaciale nebbia di una provincia fatta di densa boscaglia e sinistri rumori tutt'intorno, che dovrebbero tenermi compagnia ma che mi spaventano e mi incitano a rinchiudermi ancora una volta dentro la mia tana.

Solo ora ho compreso il motivo per cui odio tanto ogni tipo di rumore e quella dannata musica: al posto di quella cascata assordante di suoni vorrei tanto poter sentire ancora la tua dolce e rassicurante voce.

Sai, a volte mi viene da piangere disperatamente, dentro di me un vuoto enorme che non so colmare, non soltanto perché mi ritrovo sola e sperduta fra le vie della vita, ma perché ti sento in qualche modo vicino a me e non posso vederti. Non riesco più a ricostruire la mappa del tuo volto senza che una lacrima mi solchi la guancia.

Chiudo gli occhi e un nodo forte alla gola mi dice che, per quanto il tuo ricordo sia onnipresente, è già molto lontano nel rimembrare la chiara fisicità dei tuoi tratti somatici.

Com'erano le tue labbra? Sempre più spesso, ultimamente, mi guardo allo specchio per ridisegnare i contorni ormai sbiaditi di una memoria sempre più sepolta dal peso degli anni. Sfioro la vuota pienezza della mia bocca e, se all'inizio mi sembra di ritrovare un solo accenno di te, alla fine mi perdo fra le linee incomprese di un'illusa somiglianza con ciò che solamente tu potevi davvero essere. Ed è proprio lì che ricordo le tue labbra, sempre ricollegabili a un sorriso incancellabile al di là del tempo; perché eri unica nel tuo intercedere sognante. Mentre tutto andava avanti, tu restavi ferma nel tuo etereo simposio di carezze, che mi donavi anche quando non le meritavo. Quando tutto il mondo era cattivo tu, più piccola di me, mi regalavi il tuo incoraggiante sostegno, perché il tuo cuore splendeva di coraggio e la tua anima disegnava speranza per ogni anima perduta sulla strada dell'odio. Mi guardavi come una madre dovrebbe guardare una figlia, facevi danzare ogni percettibile lacrima sul mio volto affinché tornasse un radioso sorriso, ma quel magico idillio è durato troppo poco, per noi.
Fino al giorno prima esistevi e subito dopo non ci sei stata più, non hai fatto più ritorno fra le mie braccia.

Forse ho deluso anche te.

Già, posso solo continuare a chiedermi perché tutti mi abbiano abbandonata.

All'improvviso ho potuto contare solo su me stessa e nient'altro, ma credo sia la tua vivida presenza nel mio cuore a farmi ancora sopravvivere a tutto questo.

Le giornate si susseguono pesanti nella loro immensa staticità: mi sembra che i rari fiorellini sbocciati in giardino diventino subito foglie secche spazzate dal vento, tanto il tempo passa troppo velocemente e muore fra le mie mani stanche.

Ricordo, però, con struggente nostalgia, che in qualche parte dello spazio e del tempo, forse anche secoli fa, non ero così. Ero un altro tipo di persona, non saprei dire quale, ma adesso non mi rassomiglia neanche più.

Vedo in fugace lontananza qualcosa o qualcuno che mi sussurra invisibili parole e spesso, svegliandomi di soprassalto, mi accorgo che è soltanto un sogno. Un sogno in cui quel - qualcuno - , che mi chiamava per sussurrarmi qualcosa, ero semplicemente io. Non so quando mai sia stata - agghindata - in quel modo, perché in lei osservo una donna piacente, un tipo snello e sveglio con una chioma castano chiara al vento e un paio di occhi grandi e verdi, i quali non riconosco come i miei.

Sono basita e allibita, perché credo di aver fatto un viaggio veramente a vuoto, se quella fossi davvero io.
La sottoscritta, una femminilità un tempo così fiorente, adesso è morta come un'erbaccia velenosa fra le mura della siepe di una casa che non sente sua.

Sono davvero io, quella? O, meglio, lo sono stata?

Mi riconosco soltanto perché è un sogno e perché nel cassetto del ricordo dormiente posso rivedere soltanto per un attimo la luce di un sorriso che mi riaccompagna a te.

Ida, tre lettere davvero sobrie ed esaustive che invece appartengono a una persona estrosa e meravigliosa.

E allora, in quel magnetico riso appena accennato, rivedo me e te abbracciate o che ci teniamo per mano, poi quella stretta così intensa si spezza e mi spinge via quasi per portarmi in salvo da qualcosa che non so spiegare.

E in te ho finalmente visto un'altra me che non c'è più. Già, da quando non hai mai fatto ritorno, neanche io ho più vissuto come prima.

Non sono più neanche l'ombra di me stessa.

Non riesco più a riflettere neanche il debole riverbero che il sole mi regala per sognare ancora di andare avanti.

Vivo solo perché respiro, inebriandomi del tuo ricordo e della vita che un tempo è esistita per noi.

Rimembro sempre il complice sguardo di quei giorni felici insieme, so che anche tu non li hai mai dimenticati. Anche se gli attimi, i mesi e gli anni trascorsi sono ormai così tanti da non restare sulle dita di una mano, so che un simile rapporto non potrà mai essere cancellato.

Il tuo semplice volto, nella spontaneità di un gesto, mi ha sempre regalato molto più che un sorriso: mi donava un'inestinguibile forza di vita e un brivido d'emozione inspiegabile.
Un fremito di elettrica complicità spezzata soltanto dalla forzata distanza che ci ha separato.

A volte mi chiedo cosa ci faccia ancora qui. Non so darmi una risposta, perché non so se sia ancora presente sulla terra o se vaghi in mezzo a due mondi sconosciuti senza posa per ritrovare un briciolo di me stessa o soltanto il ricordo di una carezza per sentirmi meno sola.

Ah, se soltanto tu mi vedessi! O forse mi vedi? Non so neanche questo, posso solo immaginare.

Ecco, forse sto diventando pazza, perché la mia vita è fatta solamente di immaginazione, per me l'unica reale certezza che possa avere. Vivo nel sogno che un giorno possa morire anche io per ritrovarti da qualche parte, esisto nell'illusione che il mio respiro in un improvviso attimo si fermi per ricongiungersi al tuo, ormai invisibile.

Una corda mi assale allo stomaco quando penso a tutto questo.

Un gancio alla gola che mi blocca il respiro.

E mi sembra di vivere in un'eterna apnea senza poter tornare in superficie.

Già, perché sei sempre stata tu la mia superficie, la mia cima irraggiungibile, la mia voglia sfrenata di ridere o correre libera nel vento. La parte che non sono mai riuscita a possedere io, l'hai avuta tu per far felici entrambe.

Quanto mi sento stupida, a volte, nella mia solitaria routine!

Da quando ho iniziato a scrivere queste strampalate pagine, ti sento ancora più presente dentro di me, all'interno di queste stanze così spoglie e assenti nella loro petulante e angosciante onnipresenza.
Sì, mi sento prigioniera di questa cinta di mura che dovrebbe essere la mia casa ma è il mio eterno inferno.

Ti chiederai perché continui a scriverti, visto che non puoi rispondermi. Lo faccio senza cercare un motivo, senza soppesare la gracile follia che sta diventando parola dopo parola un macigno insormontabile per la mia crisi d'identità. Non credo ci sia una vera ragione, ma nella terribile tristezza che ho sofferto finora per la tua prolungata assenza, soltanto adesso posso dare voce a queste pagine infinitamente vuote della mia anima. Ora, attraverso il bianco di un foglio, posso finalmente dare adito ai miei contrastanti pensieri, agli incomprensibili ragionamenti che il mio cuore fa chiedendo pietà alla sua anima. Per dirti quanto indispensabile fossi per me ammettendolo prima con me stessa.

È vera la frase: Finché non starai bene con te stessa, non potrai farlo neanche con gli altri. È la dannata verità. Ma io che bisogno avrei di stare bene con me stessa, visto che non ho nessun altro con cui stare?

Peccato, non puoi rispondere a tutti questi idioti interrogativi che mi pongo inutilmente.

Comunque non mi sembrava di essere così sola, un tempo. Anche dopo la tua dolorosa e improvvisa scomparsa, per un periodo indecifrabile sono riuscita a vivere la mia vita senza di te. Ho avuto tante altre persone intorno, ma è come se avessi solamente ricordi sfumati, come un ritratto creato con la matita in neretto. Sto cercando ancora le sfumature, ma vedo solo devastanti chiazze in bianco e nero attraversate da qualche sporadico intarsio di grigio. Un grigio topo spento come un cielo d'inverno.
Di una cosa, però, sono sicura al cento per cento: avevo una vita tutta mia. Un'esistenza magari insulsa, ma ce l'avevo, posso giurarlo su Dio! Sempre che un tempo ci abbia creduto, non ricordo neanche quello. A volte, però, sembra che nella mia infinita follia torni a comparire un barlume di ragione, quasi un radioso arcobaleno dopo un'incessante pioggia. E mi domando: in fondo, se credo all'idea quasi ridicola di poter avere un legame epistolare con una persona tanto amata e che non c'è più da tempo... allora quasi sicuramente posso dire di credere in Dio. O almeno in una forma agnostica di quel qualcuno che ci guarda da lassù e che accompagna le nostre azioni con misericordia e bontà d'animo.

E dico: ma per caso si è dimenticato di me? Già, ci sono così tante persone a cui pensare in questo mondo, quindi quasi certamente se ne sarà scordato.

Lo so, è davvero nauseante il mio intercedere lezioso di ragionamenti, così poco saggi e improponibili. Non so chi o cosa mi abbia fatto diventare quello che ora sono o rappresento. Se fossi una campagna pubblicitaria o politico-sociale, mi appenderei un cartello in fronte per dire a tutti: - Non nutrite la vostra mente di pensieri, perché nuoce veramente alla salute. - Molti ci sono campati una vita, sui loro pensieri: tanti filosofi e scrittori famosi. Magari potrei farlo anche io, non credi? Trasformare le mie idiote considerazioni in perle di saggezza per la vita. Ma chi vuoi che le legga? Solo un'altra pazzoide come la sottoscritta o una persona come te, la quale non può fare altro che ascoltare i miei vuoti di coscienza per trascorrere meglio il tempo e solo perché mi vuol bene.
Sai, non credevo di arrivare neanche a una pagina e mi accorgo che invece ne ho già scritte tante, più di quelle che avrei creduto. Chissà, magari tutti penseranno di leggere il diario di una pazza squinternata senza via d'uscita. Sì, pazza, perché passo le ore a scrivere una sorta di diario pieno di assurde constatazioni indirizzandolo a una persona che sicuramente gli altri penseranno sia un'identità immaginaria. Be', la risposta non ve la posso dare, ma non perché non voglia, ma perché devo scoprirlo anch'io alla fine di questa analisi introspettiva.

Una specie di psicanalisi da autodidatta che spero porterà a qualcosa. Non mi è mai piaciuto, anche se lo fanno in tanti, andare da uno strizzacervelli e dover raccontare tutto di me e della mia vita. Nel mio caso non avrei molto da dire, visto che non so neanche io di cosa sia fatta la mia esistenza. Di una cosa sono certa: c'eri tu, e ci sarai per sempre.

Almeno qualcosa di sensato me lo ricordo.

Insomma, nessuno rammenta il momento in cui è nato e il periodo che va dai primi giorni di vita all'età di quasi cinque anni, siamo troppo piccoli per riuscirci. Di quel lasso di tempo, quindi, non devo preoccuparmi, e restano più o meno pochi anni da ritrovare e analizzare. Be', pochi è una parola grossa, visto che ora bene o male avrò più di trent'anni. Forse... non lo so... non lo so! Chissà, magari avrò già superato i quaranta? Ma più di lì non si va, altrimenti avrei molte più rughe, anche se allo specchio mi guarderò sì e no una volta al giorno.

Se non lo hai ancora capito, cara Ida, ti scrivo soltanto per avere una certezza sulla sottoscritta e trovare un perché sulla mia vita. Se abbiamo vissuto insieme e ci siamo appartenute l'una all'altra per una buona parte di tempo, vuol dire che il nostro destino era importante e lo è tuttora per me, che non riesco a cancellarti dalla memoria.

Un percorso fianco a fianco che ci ha legate indissolubilmente, ma non so ancora l'entità del rapporto che c'è stato. Sento una sorta di intenso e univoco legame, quasi viscerale, che sboccia come un unico e raro fiore in questo deserto di vita. Un deserto senza fine perché per me non c'è oasi dove dissetare la mia sete di verità e di certezza su ciò che sono stata e sono.

Soltanto chi conosce il suo passato può comprendere il suo presente e pensare a un eventuale futuro.

Immagina un bambino rimasto orfano da piccolo: l'esatto lasso di età a cui mi riferivo prima. Non potrà mai sapere com'erano i volti dei suoi genitori, sempre se ne sia venuto a conoscenza. Anche se ne avesse la possibilità, non riuscirà mai a dar loro chiari tratti somatici, perché sarà come un'indistinta mappa per un agognato tesoro che mai riuscirà a scovare. O meglio, forse ci riuscirà, ma gli verrà donato amore da due perfetti sconosciuti e non dalla sua vera famiglia, ormai sepolta dal tempo. Quel bambino non avrà mai il suo passato, ma potrà avere un presente anonimo e inverosimile.

E ne ha uno migliore di me, visto che può trovare chi gli vuol bene, seppur in assenza di un legame di sangue.

La sottoscritta ha avuto una famiglia che sicuramente l'ha messa al mondo (altrimenti non sarei qui), ma l'ha cancellata dalla sua vita per sempre. Che senso ha, allora, avere chi ti vuol bene, se alla fine ti abbandona? Sempre meglio un bambino che non ricorda niente della sua infanzia, rimasto orfano e che può scrivere insieme presente e passato. Già, perché entrambi iniziano dal momento in cui due persone qualunque lo adottano e gli donano amore senza riserve.

Un tempo avevo chi me lo dava, ma poi tutto è finito senza motivo, e da lì il mio passato è andato a farsi fottere, come la mia memoria, e da quel punto non ho potuto avere neanche un presente. Sì, perché se il mio presente è davvero questo, allora è paragonabile a un bel niente.

Soltanto tu, Ida, sei il mio sfumato e colorato passato, mentre diventi al contempo un inspiegabile e singolare presente. Potrei definire la mia vita soltanto con una parola: il tuo nome nel bene e nel male, perché solo di te conosco quella leggera traccia che posso ancora definire ricordo.

So che non capterai completamente le mie parole o i miei discorsi troppo argomentati e fasulli nelle loro teorie, ma un diario rimane per sempre. Certo, resta solamente se nessuno lo getta via.

Ma so che nessun altro sa di me. Non ho nessuno intorno che si preoccupa del mio stato (a parte te), quindi chi verrebbe a sapere di questo cimelio scritto da un - fantasma - ? Chiunque lo trovasse, non perderebbe tempo neanche a leggere una sola riga.

Devo però mettere in conto che un giorno, vicino o lontano, me ne andrò per sempre con te.

E questa casa che fine farà? Qualcuno la troverà, verrà sicuramente a visitarla e a venderla ad altri, e quel poco che è stato mio andrà perduto per sempre. Allora lì finirà anche il mio tenue ricordo.

Tutto avrà fine, ma non mi importa perché sarò con te per l'eternità.

Le lancette scorrono imperturbabili e tu sei nell'aria, nel tempo, nel sonno, nel mondo, in una vasta dimensione senza spazio. Perché non tocco gli angoli di queste stanze, me ne sto semplicemente qui seduta contro tutto e tutti a scrivere di te.

A scrivere per me, per te, per noi.

A dirti che non sei mai veramente andata via. Sei la minuscola parte del mio dormiente senso, il quale risveglia tutto il mio essere senza ragione, ma so che lo fai per me, per rendermi partecipe che respiro ancora e sospiro sovente per poterti ritrovare presto o tardi fra le braccia del destino.
Il nostro destino.

Fiore d'acerbo foglio

ti colgo

ti ammiro

ti vesto di me

senza neanche sapere

quale abito più

mi si addica;

trovo però

il velo del tuo amabile sogno,

mi ci addentro

riconoscendo

l'arte dell'amore,

la lucciola

di quell'affetto

rimasto immemore

nel profumo

di viole

gettate al vento...

Ma io le ho raccolte tutte

a una a una

il tempo le ha lasciate

su un sentiero
abbandonato,

ma io l'ho scovato.

Mi ero persa

nel bosco

e poi ho cercato,

nel tuo ricordo

il senso

ho ritrovato.

Piccola bimba,

nella dolce età

sei amabile vita

vissuta solo a metà.

La tua Sara

Questi sono i miei umili versi lasciati per tutto questo tempo sulla strada del cuore. Ora che li ho scritti sul mio diario, mi sento meglio.

Molto meglio.

Francesca Ghiribelli
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