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Autore: Alessandro Spalletta
Titolo: La Spada e il Grifone
Genere Romanzo Storico
Lettori 195
La Spada e il Grifone

Un uomo contro il Sacro Romano Impero. Il romanzo storico del medioevo italiano

PROLOGO
Viterbo, A.D. 1328, venerdì 21 maggio

Il cielo di maggio era così azzurro e limpido che si faceva quasi fatica a guardarlo. Gli alberi in fiore spandevano fragranze intense e cariche di vita; i passeri cinguettavano, le tortore e i colombi tubavano eccitati e le rondini solcavano l'aria stagliandosi nere e bianche contro la maestosità della volta celeste.
Dalla loggia, lo sguardo poteva spaziare liberamente fino a distanze incredibili, fino al mare lontano, fino ai declivi spigolosi dell'Argentario, a giorni di distanza.
Quel trionfo di primavera lasciava nel conte Jacopo Aldobrandeschi un gusto agrodolce. Non era insensibile alla bellezza, ma una voce fastidiosa nella testa continuava a ricordargli che la sua primavera, invece, era già finita.
Aveva superato i quarant'anni. Era ancora in forze, con la mente e con il corpo; comandava decine di cavalieri ed era sicuro che in molti lo temessero quando brandiva la spada, ma stava già vivendo la sua estate, senza peraltro aver realizzato l'obiettivo che aveva animato la sua vita.
Guardava il cielo, ma la memoria gli faceva rivivere il passato e gli eventi che avevano segnato la sua esistenza. Ricordava il matrimonio infelice della Contessa Margherita con il cugino, ai tempi in cui lui era solo un ragazzo; ricordava le spade senesi che avevano conquistato la contea. Lo avevano privato della ricchezza che gli spettava di diritto. Gli avevano strappato la terra dei suoi avi.
Nel momento più buio la speranza: un anonimo benefattore aveva creduto in lui e gli aveva dato i mezzi per combattere.
Il cielo si era stancato presto di aiutarlo. Nel giro di pochi anni, il suo sconosciuto sostenitore era caduto vittima della paranoica follia di Uguccione della Faggiola. Jacopo aveva cercato ovunque l'aiuto di cui aveva bisogno per riprendersi ciò che il destino ingiusto gli aveva tolto. Aveva pregato, insistito, supplicato e non si era risparmiato: aveva combattuto in scaramucce e grandiose battaglie. Aveva visto morire tanti uomini. Ricordava il sangue e le urla, il clangore e l'eccitazione; le ferite e i torrenti di sangue sotto Montecatini, gli indomiti capitani come Castruccio Castracani.
Aveva servito un grande imperatore e adesso ne serviva un altro ma, ancora, il Conte non aveva riconquistato la sua contea.
Staccò gli occhi dal cielo perché la luce era troppo forte. Stava perdendo le speranze.
Quel giorno, insieme a un codazzo ciarliero di cortigiani, il Conte accompagnava Ludovico IV, imperatore del Sacro Romano Impero, a godersi l'aria primaverile, là nella loggia del Palazzo dei Papi.
- Vostra maestà, non trovate che sia magnifico? Persino il cielo a Viterbo è felice di avervi come ospite. -
Era stato messer Gatti a rivolgersi a Ludovico, tra il chiacchiericcio degli altri. Era tra i più alti rappresentanti della nobiltà viterbese.
Il Conte era diventato abile nel dissimulare. Quasi non si notò il disprezzo che provava nel sentire quell'adulazione. Per anni aveva tentato la stessa strada, senza successo. Tornò a guardare oltre la loggia, a settentrione e verso il mare. Verso quella terra che sognava di possedere e che il fato si ostinava a negargli.
- Così sembra, messere - , rispose Ludovico con voce indolente. Si stiracchiò, lanciando uno sguardo distratto al panorama.
Era un uomo di media statura, ancora atletico nonostante gli intrighi politici e l'indulgenza per i piaceri della vita. Pareva perennemente imbronciato. Gli zigomi e il mento erano sfuggenti, ma la corona di rex romanorum sulla fronte aiutava lo sguardo intelligente a conferire regalità al suo volto.
- I miei soldati hanno bisogno di riposo prima di riprendere la marcia verso Pisa - , aggiunse, - ma io corro il rischio di annoiarmi. -
- Che Dio non voglia! - , esclamò messer Gatti, - ecco, se gradite, ho organizzato un passatempo per voi. Sono sicuro che stuzzicherà il vostro interesse. -
Ludovico si limitò ad alzare un sopracciglio e messer Gatti fece subito cenno a un valletto, il quale si ritirò lesto nel Palazzo.
Il paggio ricomparve subito dopo, conducendo con sé un'alta figura avvolta in uno scuro mantello.
A quella vista, il brusio dei cortigiani si acquietò.
- Chi è costui? -
Ludovico aveva chiesto ad alta voce ciò che tutti si stavano domandando.
- Vostra Maestà - , iniziò a dire Gatti, - quest'uomo è un astragalomante. -
La soddisfazione nella voce del viterbese si percepiva nonostante la deferenza. Sapeva dell'amore segreto di Ludovico per l'occulto e non aveva esitato a farne uso.
L'Imperatore ammirò affascinato l'uomo incappucciato. La noia era sparita dal suo viso.
Un secco colpo di tosse riecheggiò tra il silenzio generale.
L'indignazione era di messer Pietro Rainalducci, un predicatore francescano, da qualche mese noto come sua Santità Niccolò V.
Aveva seguito l'imperatore Ludovico di Baviera e si era fatto eleggere Sommo Pontefice, in opposizione al Papa avignonese. Lo aveva fatto per la sua fede ortodossa e non per assistere a spregevoli credenze diaboliche.
- Suvvia, Santità, non fate il guastafeste - , lo redarguì Ludovico, - non facciamo nulla di male, in fondo. -
Niccolò V doveva pensarla diversamente, perché se ne andò, scuro in volto e seguito dai suoi più stretti accoliti. Solo un frate tra i suoi fedelissimi rimase, sicuramente per riferirgli tutto più tardi.
Ludovico scrollò le spalle.
- Avanti, messere, mostratemi ciò di cui siete capace - , aggiunse rivolto al veggente.
- Cosa domandate al Fato? - , gracchiò questi in risposta.
Il volto di Ludovico si fece serio. Scelse con cura le parole.
- L'Italia mi sarà fedele? Sarò davvero io il nuovo Carlo Magno, imperatore dei Romani e dell'Europa? -
Tutti rimasero in trepida attesa, in religioso silenzio. Il veggente si chinò e con un pezzetto di gesso tracciò un cerchio bianco intorno a sé. Prese a cantilenare una formula in un'oscura lingua mentre armeggiava tra le falde del mantello per tirare fuori gli astragali.
Ludovico e tutti gli altri osservavano rapiti. Perfino Aldobrandeschi si era voltato, incuriosito. Incontrò per un attimo lo sguardo chino del veggente. Erano occhi di ghiaccio. Il Conte fece del suo meglio per non farci caso, ma sentì una strana sensazione pervaderlo.
Mentre la cantilena continuava, gli astragali volarono in aria. Piccoli oggetti dal colore biancastro e inconfondibile delle ossa, su cui erano tratteggiati simboli arcani.
Si diceva che, per avere predizioni infallibili, si dovessero usare ossa di bambini o di vergini. Il Conte si chiese distrattamente se una giovane e graziosa ragazza fosse morta per permettere quello spettacolo.
Con un rumore come di grandine, gli ossicini caddero all'interno del cerchio di gesso, sulla dura pietra grigia della loggia.
Con occhi gelidi, il veggente osservò gli astragali.
Silenzio.
- Tre volte tre - , sentenziò alla fine.
Nessuno osava aprire bocca, quindi fu di nuovo Ludovico a parlare, con lo sprezzo di qualsiasi potere, terreno o meno, che la sua carica di imperatore gli consentiva.
- Spiegati, veggente. -
Con voce fredda e cavernosa, l'astragalomante parlò.
- Un uomo a voi vicino, un uomo fedele, ha bisogno di aiuto. Ve lo ha chiesto ma voi non glielo avete concesso. Il fato vi sarà amico se voi lo sarete con lui. -
- Chi è quest'uomo? -
Dopo un silenzio esasperante, il veggente rispose di nuovo:
- Io non lo so, ma voi lo sapete - , disse.
Il cuore del Conte prese a battere all'impazzata. Rimbombava nel petto come il tuonare violento dei tamburi di guerra. Forse, batteva così forte che si sentiva anche fuori dal suo corpo, perché Ludovico si volse verso di lui. Lo guardò intensamente. Poi sorrise.
- Avete sentito, Aldobrandeschi? Io sarò il nuovo Carlo Magno, ma dovrò aiutarvi per riuscirci. Ebbene, vi aiuterò. Prenderemo Grosseto mentre viaggiamo verso Pisa. La Maremma sarà di nuovo vostra, come lo fu per i vostri avi. Siete felice? -
- Sì - avrebbe voluto dire il Conte, ma non ci riuscì.
Perché era felice, sì. Selvaggiamente felice, sotto quel limpido cielo di maggio.
Dopo anni di servizio, di dedizione, di desideri frustrati e delusioni, il suo sogno si sarebbe avverato.
Grosseto e la Maremma sarebbero state sue.

Alessandro Spalletta
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