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Autore: Luisa Colombo
Titolo: Il Fiore dell'Apocalisse
Genere PsicoThriller
Lettori 96
Il Fiore dell'Apocalisse

Mio Dio, dove sono?
Il cuore mi pulsa all'impazzata. Devo calmarmi, respirare profondamente. È quasi buio. Da quanto tempo sarò qui? Perché ha preso proprio me?
Devo calmarmi, respirare piano, concentrarmi. Devo tenere le mani giunte. Sento dei passi, si avvicinano. Tremo al solo pensiero di incontrare quel...
Passi cadenzati.
Viene a prendermi?
Mi sembra di soffocare, non riesco a muovere le gambe. Sento le guance ardere, la fronte madida. Vorrei piangere, urlare, ma non ho fiato. Ho freddo, forse sto delirando. Cerco di calmarmi, di rilassarmi e respirare ancora.
Ecco non sento più i passi. Meglio. Faccio qualche passo tentoni per capire dove mi trovo.
Che luogo è questo? Una cantina? Non ci sono finestre, c'è una lampadina che penzola dal soffitto, ma fa luce solo in un angolo, non riesco a distinguere i dettagli. Cerco di fare qualche passo, con una mano tocco una parete, il muro sembra scrostato.
Come sono finita qui dentro?

Si avvolse la sciarpa attorno al collo e incrociò le braccia al petto.
L'aria fredda di fine autunno le sferzò il viso, mentre camminava con andatura decisa lungo il viale di betulle spoglie, sotto un cielo plumbeo.
Un fazzoletto di luna lottava per affiorare dalla nebbia. Neppure l'ombra di un essere umano. Melissa si pentì di non aver aspettato Valerio.
Di solito il suo ragazzo passava a prenderla, ma quella sera era impegnato in una seduta di Reiki. Le aveva chiesto di attenderlo lì, ma Melissa si era rifiutata. Sarebbe stata attenta, lei non aveva paura. Non più, da quando si era iscritta al Centro Namasté. L'aveva convinta lui a seguire quel percorso. All'inizio non l'aveva ascoltato, certa che niente e nessuno sarebbe stato in grado di aiutarla a liberarsi da quei fantasmi. Il ricordo, sepolto dentro di lei, non l'avrebbe mai lasciata.

Un fruscio la distrasse. All'improvviso le parve di non essere più sola. Affrettò il passo.
La rinfrancò la luce sicura dei lampioni sul viale. Il rumore udito non era lontano dal sentiero in terra battuta che stava percorrendo.
Poi il brusio divenne uno scalpitare. Passi strascicati su foglie secche. Passi sempre più vicini. Un'ombra in movimento. Si girò di scatto. Brividi violenti lungo il corpo, le gambe tremanti. Il respiro affannoso. Il cuore in sussulto. Proseguì, pensando fosse solo frutto della sua immaginazione. Poi rallentò di colpo, guardandosi intorno.
Nessuno.
Eppure qualcuno la stava osservando. Lo aveva percepito, lì, accanto a lei, o dietro di lei, nascosto dall'oscurità.
Correre, avrebbe dovuto correre.
Il sentiero era buio, troppo buio, gli alberi spogli si confondevano con il cielo notturno. Mancava poco alla strada illuminata, alla salvezza. Ancora pochi passi su un tappeto di foglie morte.
Si asciugò la fronte imperlata di sudore, nonostante il freddo pungente.
Una figura spuntò improvvisamente da dietro un albero. Lei tentò di sfuggire a due braccia robuste. Cercò di divincolarsi. Ne avvertì il respiro contro la pelle. Urlò con tutto il fiato, ma d'un tratto una mano fredda le tappò la bocca.
Dalle profondità salì una vibrazione, mentre affondava in una sorta di caldo vortice, come una stella inghiottita da un buco nero.

- Chi ha trovato il corpo? - domandò Anika a Piras, sollevando con una mano il nastro bianco e rosso che delimitava l'area. Passò in mezzo agli agenti impegnati a tenere a debita distanza le telecamere delle televisioni locali.
Un uomo in tuta bianca si avvicinò a lei gesticolando.
- Per di qua, segua il percorso. Stiamo per effettuare i rilievi. Il cadavere della donna era impigliato in un ramo che sporgeva nel fiume, laggiù, vede? L'hanno trovato stamattina due fidanzati mentre passeggiavano. -
- Vorrei dare un'occhiata prima, aspettate un attimo con la repertazione. -
L'uomo annuì con un cenno del capo poco convinto.
Anika si piegò sul corpo, adagiato a terra. La donna giaceva supina, le braccia lungo i fianchi, gli occhi sbarrati, scalza, con una tunica bianca, sotto la quale non indossava biancheria intima. Al collo una ghirlanda di candidi gigli.
- Merda, merda... - pronunciò portandosi una mano alla bocca.
Piras, che l'aveva seguita, la guardò da sopra il bordo degli occhiali.
- Non ci si abitua mai, eh? -
La Miller non rispose. Le parve di sentire ancora il monito del suo professore di medicina legale, quando asseriva che non è possibile mantenere sempre il distacco necessario tra sé e l'orrore che può subentrare alla vista di un cadavere. Le sembrò di udire delle grida di dolore provenire da quegli occhi sbarrati. Avrebbe desiderato tapparsi le orecchie.

- Questo simbolo non mi è nuovo! - esclamò guardando Anika negli occhi.
- Mai visto niente di simile. Sembra un fiore. -
Il tecnico gli porse un paio di guanti.
- Tenga Ispettore, si metta questi prima. -
- Grazie, ma ne porto un paio sempre in tasca. -
Piras indossò i guanti e prese il ciondolo tra le mani.
- Ecco dove l'ho visto, ma certo! - Si rialzò a fatica.
- E dove? - domandò la Miller sollevando le sopracciglia.
- Al Centro. È il logo del Namasté! -
Allora? - lo incalzò la Miller visibilmente in tensione.
- Occlusione delle vie respiratorie all'altezza del collo, senza uso delle mani. Credo abbia usato una sciarpa, o qualcosa di simile. Il solco è meno evidente, c'è solo un alone rossastro - spiegò abbassandosi sul cadavere.
- Quindi è stata strangolata e poi buttata in acqua? - intervenne Piras rimasto in disparte.
Poggi si girò verso l'Ispettore, squadrandolo dal basso. Non l'aveva mai visto prima di allora.
- Su questo non c'è dubbio. Con chi ho il piacere di...? -
- Lui è Piras, Ispettore Capo, è con noi da poco. Secondo te, da quanto tempo può essere morta? -
Poggi rispose con distacco professionale.
- Dalla temperatura e dalla rigidità del collo, direi non più di dieci, dodici ore. -
- Ci sono segni di violenza sessuale? -
- Non direi a prima vista, ma sarò più preciso solo dopo l'autopsia. - Si rialzò con uno scatto atletico.
Anika fece cenno ai barellieri di portare via il corpo e rimase a osservarli con le braccia incrociate, poi sollevò lo sguardo sopra gli alberi, i cui rami spogli si intrecciavano, lasciando a malapena intravedere un cielo livido.
Osservò ancora quel corpo bianco, e poi tutt'attorno. Non c'era nulla di violento in quella scena, anzi sembrava permeata da un alone di serenità.

Luisa Colombo
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