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Autore: Silvia Devitofrancesco
Titolo: Lo specchio del tempo
Genere Romance Storico
Lettori 178
Lo specchio del tempo

Aprile 2001

Una vita che cresce nel ventre di una donna è uno dei misteri più affascinanti ed entusiasmanti che si possano vivere. Un piccolo seme che pian piano prende forma. Le gambe, le braccia, il cuore che batte con tanta energia, con tanta voglia di vivere. Si plasmano sogni, desideri, aspettative e ogni vita che nasce è un piccolo fiore su un prato, una stella pronta a brillare, un'entità capace di provare e regalare emozioni.
Si suol dire che il destino di una persona sia scritto nel nome che porta. Nomen omen come dicevano gli antichi romani. Oggi, da madre, devo ammettere che scegliere il nome per il proprio figlio è davvero difficile. È una responsabilità. È un'azione alla quale, in caso di errore, non si può porre rimedio. Portare un nome che non piace a se stessi, a volte, può diventare un vero problema psicologico e per certi versi, è quello che ho provato io sulla mia pelle.
Il mio nome è Erminia. Fu scelto da mio padre Dante, professore di letteratura italiana ed esponente di una delle famiglie più importanti di Bari. Mio padre era un uomo austero, d'altri tempi. Da piccola lo definivo affettuosamente - uomo grigio - , poiché il colore dei suoi capelli ben si abbinava a quello dei suoi abiti. Serio, rigido e inflessibile, non sorrideva mai. Ogni mattina, dopo aver annodato accuratamente la sua cravatta, afferrava la ventiquattrore e usciva di casa. Apriva l'imponente portone di legno di un palazzo d'epoca situato in Corso Vittorio Emanuele, nelle vicinanze del Teatro Piccinni, salutava con un cenno della mano l'autista che gli teneva la portiera della macchina aperta e si dirigeva verso il Liceo Classico - Flacco", pronto per una nuova giornata carica d'interrogazioni e brutti voti.
Mio padre era un perfezionista. Ricercava la perfezione la pretendeva da tutti, specie dai suoi allievi. Io non ho mai condiviso questa sua mania e giurai a me stessa che non avrei mai seguito le sue orme.
Mia madre, Ester, molto più giovane di lui, era una donna adorabile. Il suo opposto. Si era iscritta all'università, Facoltà di Medicina, se non erro, ma nonostante la buona volontà, non era riuscita a laurearsi e aveva preferito intraprendere la carriera di madre. Lei vedeva il mondo a colori. Amava sorridere e chiacchierare con tutti, senza fare distinzioni sociali, almeno in apparenza. Riusciva a fingere, ecco. Dolce, affettuosa, di buona compagnia, era il mio punto di riferimento. A lei confidavo i miei timori e i miei dubbi. Con lei parlavo di sogni e progetti futuri.
Ormai divenuta una giovane donna, mi chiedevo spesso come mai due persone tanto diverse fossero riuscite ad andare d'accordo. Desideravo conoscere la ricetta segreta e così, un pomeriggio d'inverno, mentre mio padre era a scuola, decisi di parlarne con mia madre. La sua risposta, ma soprattutto, il racconto che ne seguì, mi gelarono il sangue nelle vene.
- Vedi, Erminia, ci si abitua. Bisogna imparare a conoscere l'altro. -
Non ero soddisfatta di questa sua risposta sbrigativa e proseguii.
- Come hai fatto a capire che papà era l'uomo giusto per te? Il tuo principe azzurro? -
Vidi il volto di mia madre sbiancare. Spalancò gli occhi e iniziò a strisciare le mani sudate sulla gonna che indossava.
- Erminia - esordì, - è difficile da spiegare. Io non trovo le parole per dirtelo. -
- Sono grande ormai, mamma! -
Lei annuì col capo, respirò profondamente e riprese: - Non è stato come tu immagini - .
- Cosa intendi dire? - continuai con un tono incalzante.
- Intendo dire che io non ho perso la testa per tuo padre - disse, mentre il suo sguardo diveniva serio e crucciato.
- Non eri innamorata di lui? - le chiesi innocentemente, mentre capivo perché non vedevo mai i miei genitori abbracciati. Non era a causa del carattere austero e schivo di mio padre, ma a causa della mancanza d'amore tra di loro.
Mia madre mi guardò dolcemente e con un sorriso amaro, raccontò la sua storia con mio padre.
- Ero una ragazza molto bella, proprio come te, piccola mia. Lunghi capelli biondi e penetranti occhi del colore del mare e del cielo quando s'incontrano e si baciano. -
Sorrisi dinanzi a questa immagine assai poetica, uscita dalla bocca di una donna sensibile.
- Non posso negare che i ragazzi desiderassero conoscermi. M'invitavano a passeggiare sul lungomare, a feste sulla spiaggia o in vespa, per sperimentare l'ebbrezza della velocità. Era la Bari degli Anni ‘70. Erano gli anni del boom economico. Noi giovani desideravamo essere indipendenti e ribelli, sognavamo un mondo migliore e rincorrevamo l'amore. Non eravamo così diversi da voi, dopotutto - aggiunse con un tono malinconico. Mi sorrise teneramente e proseguì:
- Un giorno scoprii l'amore. Lo trovai in un mio compagno di classe. Mi sentivo sempre su di giri e ben presto, tutti capirono che ero innamorata. Lui si chiamava Antonio. Un bel ragazzo, dai modi gentili, ma con un unico difetto: appartenere a un'umile famiglia. A me non importava. Credevo fortemente in lui e nella forza del nostro puro e innocente amore. Dopo qualche tempo, poco prima dell'esame di maturità, lo presentai ai miei. Successe il finimondo. Non accettavano il fatto che io, figlia perfetta e di buona famiglia si fidanzasse con un ragazzo appartenente a una famiglia di disperati che abitava in una piccola casa in periferia. I tuoi nonni non vollero sentire ragioni. Si facevano beffe del mio amore per lui. Ritenevano che non fossi stata in grado di comprendere l'amore e le sue logiche. Mia madre mi persuadeva nel lasciarlo, poiché non avremmo mai potuto avere un futuro. -
- E tu, mamma, cosa desideravi? - le chiesi provando uno strano disagio.
- Desideravo amare, ma allo stesso tempo volevo essere serena. Lo lasciai per il quieto vivere familiare e di lì a qualche mese, durante l'estate, tuo padre entrò nella mia vita. Fu mia madre a presentarmelo. Era un nostro vicino di casa. Una famiglia di professionisti degna della nostra. Tuo padre era un giovane professore, laureato col massimo dei voti, ma poco esperto della vita fuori dai libri. Conosceva a memoria il repertorio poetico classico, ma non riusciva a sedurre una donna. -
Mia madre sorrideva nel ricordare questi episodi.
- Era un tipo solitario, serio e dotato di un forte senso del dovere. Impacciato, certo, ma allo stesso tempo molto tenero. Il ricordo di Antonio era vivo e fresco in me e non riuscivo ad accettare l'amore di tuo padre. Ancora una volta, tua nonna diede la spinta al destino e mi ritrovai a essere fidanzata ufficialmente con lui. -
Mi sentivo sconvolta, ma riuscii a fingere che tutto andasse bene.
- Avevi dei sogni? - le chiesi.
- Certo, Erminia. Continuai a coltivare i miei sogni. Suonavo il piano e scrivevo racconti e poesie che sottoponevo alla dura critica letteraria di tuo padre. Col tempo abbiamo imparato a conoscere i nostri pregi e difetti e la tua nascita è stato l'evento che mi ha fatto innamorare di lui. Lo amavo, perché mi aveva dato la possibilità di diventare madre. Scelse per te il nome Erminia, in onore del suo poeta prediletto, Torquato Tasso. Tuo padre era convinto che Erminia sarebbe stato il nome giusto per te. Era sicuro che saresti diventata una donna bella, intelligente e leggiadra, non come Clorinda che muore per mano dell'uomo del quale si era invaghita. Per tuo padre l'amore non è la forza motrice dell'universo, ma ne è solo uno sbiadito contorno. -
Sorrisi rivolta a mia madre. Mi alzai dal divano e mi chiusi in camera con gli auricolari nelle orecchie e tanti pensieri nella testa. Quella sera promisi a me stessa che avrei amato indipendentemente dalle diverse realtà sociali e che non avrei mai sofferto a causa dell'amore. Chiusi gli occhi e alzai il volume del walkman. La musica assordante invadeva tutto il mio corpo. L'immagine di mia madre era fissa, immobile e passiva, proprio com'era stata costretta a comportarsi.
Una mano ruvida afferrò il mio braccio in maniera decisa. Spensi il lettore musicale, tolsi gli auricolari e riaprii gli occhi. Mio padre era in piedi e mi fissava con uno sguardo penetrante.
- Ciao papà, sei tornato! -
- Non devi isolarti dal mondo, Erminia. È mezz'ora che sto cercando di parlarti! - replicò con un tono severo.
- Scusa papà, dimmi. -
- Come è andata a scuola, oggi? - mi chiese.
- Benissimo. Ho preso otto al compito di latino. Si trattava di una versione tratta dagli Annales di Tacito - risposi sorridendo, soddisfatta di me stessa.
- Bravissima, Erminia. Sono fiero di te. Al prossimo compito impegnati maggiormente. Cerca di conquistare il nove, cosicché tu venga ammessa alla maturità con un'eccellente media. -
- Lo farò - risposi con un tono seccato.
- Forza! - mi diede un'impercettibile carezza sul braccio – per lui un grande gesto d'affetto – e uscì dalla mia stanza.
Guardai la porta chiusa sulla quale erano attaccati vari adesivi ed esclamai ad alta voce:
- Ti importa solo questo di me, non è vero, papà? -

Silvia Devitofrancesco
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