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Autore: Alessandro Troiani
Titolo: Perché muoiono gli eroi?
Genere Letteratura sportiva
Lettori 101
Perché muoiono gli eroi?

L'indifferenza di Herrera, la fine di TACCOLA.
– TU NON GIOCHI, QUINDI NIENTE DINERO –
Giuliano Taccola, centrocampista della Roma degli anni settanta, allenata dal - mago - Helenio Herrera, era un talentuoso calciatore che con la maglia giallorossa stava diventando grande. Il suo utilizzo in campo, era ormai imprescindibile. Durante la trasferta di campionato contro il Cagliari, non si sentì bene.
Era debilitato dalla febbre.
Da tempo soffriva di questa fastidiosa febbricola che gli generava spossatezza e gli furono asportate le tonsille, per tentare di risolvere la situazione.
Anche dopo l'intervento la febbre persisteva, tanto che
Taccola era sempre più debole. Il medico sociale della Roma, consigliò di tenere il giocatore a riposo per risolvere attentamente il problema, ma il tecnico Helenio Herrera da quell'orecchio non sentiva, per lui Taccola stava bene e veniva convocato regolarmente.
Taccola era calciatore indispensabile per gli schemi di gioco di quella Roma. I sanitari, lo sottoponevano ad alcune iniezioni e lo rimandavano in campo.
Quella domenica 16 marzo del 1969, dopo la sgambata del mattino, Taccola si sentì male. Fu mandato in tribuna da
Herrera e assistette alla partita, lamentando brividi causati dalla febbre alta che lo stava devastando. Giuliano ripeteva a chi gli stava di fianco: - Accidenti, mi sento morire, ma non mi credono che sto male! -
Giuliano rientrò nello spogliatoio claudicante; Sergio Santarini fece giusto in tempo a spostarsi dal lettino dei massaggi per farlo sedere, ma il valoroso calciatore appena si distese, spirò in pochi secondi.
Improvvisamente il suo cuore cessò di battere e rimase adagiato su quel lettino. Negli spogliatoi dell'Amsicora, subentrò il panico e un corri, corri generale. I medici presenti fecero un tentativo estremo di somministrargli antibiotici, ma ormai non c'era più nulla da fare.
Il muscolo cardiaco si fermò, a causa di una non meglio precisata infezione.
I compagni di squadra erano sotto schock.
Herrera, con inaudito cinismo, decise di non dare troppo peso alla cosa e ordinò di rientrare al più presto a Roma per riprendere subito gli allenamenti e preparare le partite successive. Appena venuti a conoscenza delle volontà del
Mister, alcuni tra i giocatori più carismatici tra i quali Ciccio Cordova, presero per il bavero
Herrera e quasi lo appesero alla parete dello spogliatoio, pretendendo di restare al capezzale dello sventurato compagno.
Helenio Herrera insisteva; qualcuno si sarebbe occupato della salma e il resto della squadra sarebbe dovuta ripartire, cercando la concentrazione per i prossimi impegni di gioco. Messi al corrente dei fatti, il Presidente Marchini e il suo vice, Ing. Dino Viola che erano a Roma, ebbero non pochi problemi a far cambiare idea all'allenatore che infastidito sbottò: - Così finisse el calcio! -
La tragedia sconvolse gli ambienti romani del calcio. Si scoprì in seguito, che Herrera per stimolare il calciatore, aveva usato anche l'arma del ricatto contro Giuliano Taccola, che avendo fatto investimenti importanti sembrava avesse bisogno di soldi.
Il Mister sapendo di queste necessità e appunto per stimolarlo, convertì i premi partita in base alla quantità di presenze sul campo.
Giuliano Taccola si sentì dire: - Vedi tu non giochi, e allora niente dinero! -
Tra smentite e affermazioni, Taccola quindi fu costretto a giocare anche malato. Tra le ipotesi più inquietanti e mai chiarite, la possibilità che la sua morte sia dovuta a un'infezione diffusa, causata da un ago infetto durante le numerose infiltrazioni, a cui il calciatore si era sottoposto.

L'equivoco di RE CECCONI.

– L'ANGELO BIONDO NON VOLEVA SCHERZARE–
A metà degli anni '70, in Italia siamo negli anni di piombo; agguati e attentati terroristici sono all'ordine del giorno, specie nelle grandi città.
C'è da avere paura a circolare in strada, dopo le 20.
Si spara e si ammazza per un nonnulla, soprattutto in città come Milano e Roma. Nella capitale era consueta abitudine che personaggi di spicco, ma sopratutto i calciatori di Roma e Lazio, girassero armati.
Anche la cronaca dell'uccisione del calciatore Luciano Re Cecconi, l'Angelo biondo, ha a che fare con un colpo di pistola, sparato però da un gioielliere impaurito e dal grilletto facile.
Era una sera d'inverno, Luciano Re Cecconi talentuoso centrocampista della Lazio scudettata di Maestrelli, insieme al suo compagno Pietro Ghedin e a un amico comune, il profumiere Giorgio Fraticcioli, si recano nella gioielleria di Bruno Tabocchini nel quartiere Fleming a Roma, in via Francesco Saverio Nitti.
Il Fratticcioli, doveva consegnare all'orefice alcuni flaconi di profumo.
Quella sera faceva freddo a Roma.

I calciatori avevano appena terminato l'allenamento e Re Cecconi, infortunato da alcune settimane, era ormai pronto per tornare in prima squadra. Tirava molto vento e i tre tenevano il bavero del cappotto alzato, per proteggersi dalle gelidi sferzate, nel lussuoso salotto del quartiere Fleming.
La cronaca, mai confermata, narra che solo uno dei tre avesse necessità di entrare in gioielleria, il Fraticcioli appunto, ma fuori faceva molto freddo, quindi entrarono tutti all'interno del negozio di preziosi.
Agli atti del processo, venne scritto che a qualcuno di loro venne in mente di fare uno scherzo al gioielliere, che probabilmente non aveva riconosciuto i due calciatori laziali. Ma rassicurato da Giorgio Fraticcioli, vennero fatti entrare: – - Mani in alto, questa è una rapina! - – disse qualcuno dei tre.
Come risposta, Bruno Tabocchini impugnò la pistola, una calibro 7.65 con entrambe le mani, come fosse al poligono. Mirò dapprima su Pietro Ghedin, che impaurito alzò immediatamente le mani. Luciano Re Cecconi non capì e rimase con le mani in tasca.
Bruno Tabocchini vide in lui uno sguardo strano, – - aveva il viso pallido e tirato - – e fu tratto in inganno. Premette il grilletto e partì un colpo di pistola a bruciapelo a poco più di un metro di distanza.
Doveva essere una goliardata tra amici, fu un equivoco invece, un terribile equivoco.
Erano le 19,30 orario di chiusura di numerosi negozi e orario di possibili agguati e rapine da parte dei malviventi, intenti a racimolare i proventi degli incassi giornalieri dei commercianti.
In ogni caso, erano tempi difficilissimi a Roma. Tra omicidi, rapimenti e sparatorie, la tensione sul finire degli anni '70 era alle stelle. Il gioielliere dunque non capì e non perse tempo. Vittima nel recente passato di tentativi di rapina, con estrema freddezza fece fuoco, centrando in petto il povero Re Cecconi.
Lo sfortunato calciatore laziale, stramazzò al suolo pronunciando: - ...era solo uno scherzo! - – ma questa versione dei fatti, non venne mai confermata.
Il calciatore fu portato all'esterno della gioielleria, in attesa dell'arrivo dell'ambulanza, che non fu celere. Luciano non perse mai i sensi, ma un'ora dopo si spense in ospedale per le gravi ferite riportate.
Tabocchini fu processato per direttissima (sembra che quando sparò, ci fossero numerose persone all'interno del suo negozio, compresa la moglie e i suoi figli piccoli), ma venne dapprima condannato per - eccesso di legittima difesa - e successivamente scagionato. Durante le udienze, nella ricostruzione dei fatti trapelò che il centrocampista biancoceleste, non avesse pronunciato una sola parola all'ingresso in gioielleria, ed entrò solo per fare compagnia a Ghedin.
Il veneziano Pietro Ghedin, interpellato più volte e contattato anche dai figli del compianto Luciano, negli anni della nazionale quando era vice di Trapattoni, fuorviò il discorso e non riferì mai il suo punto di vista ad alcuno.
Da oltre quarant'anni, quindi resta il mistero sulla dinamica dei fatti, mai chiariti o confermati del tutto.  
Una bolla nel sangue, addio a PETERSON.

– VOLEVO SOLO TORNARE A GUIDARE –
Sul circuito nazionale di Monza, domenica 10 settembre 1978, è in corso il giro di ricognizione in vista dello start del Gran Premio d'Italia di Formula 1.
Mario Andretti, che a fine gara si laurerà campione del mondo, alla guida della Lotus 79, è in pole position. Scatterà al suo fianco il nuovo beniamino dei tifosi italiani e ferraristi, il giovane pilota franco canadese Gilles Villeneuve, su Ferrari 312 T3. Sono gli anni in cui corrono le vetture wing car, che sfruttando l'effetto suolo generato dalle minigonne montate sotto le pance laterali, tengono incollata la vettura all'asfalto, come se questa fosse su due binari.
In Lotus hanno costruito su questo principio, una monoposto straordinariamente performante. I suoi piloti sono l'italo-americano Mario Andretti e lo svedese Ronnie Peterson, già vincitore di tre edizioni sul circuito brianzolo. Al termine del giro di ricognizione, le macchine delle prime file sono già ferme sulla griglia, quelle da metà griglia in poi si stanno ancora schierando e sono in movimento. Improvvisamente, con questo schieramento disordinato, viene acceso il semaforo verde.
Scatta alla perfezione Villeneuve, che brucia Andretti e transita al comando alla prima chicane.
Dopo 200 metri dal via, il disastro.
Le vetture delle file centrali che erano in movimento, affiancano rapidamente la testa del gruppo, creando un gran mucchio al restringimento, dove si innesta la vecchia pista sopraelevata. Almeno quattro auto, si trovano affiancate all'imbuto che porta alla prima delle chicane.
Patrese con la Arrows, converge al centro, Hunt con la McLaren scarta a sinistra e tocca la nera Lotus di Peterson, che parte per la tangente verso il lato destro della pista e va a schiantarsi contro il guard-rail. I serbatoi della benzina posizionati sui lati della Lotus modello 78, esplodono.
Come una torcia la Lotus torna in pista sprigionando in cielo fiamme altissime, accompagnate da un fumo nero e acre e da un gran polverone. I concorrenti che sopraggiungono non vedono più nulla, si urtano tutti; volano gomme e pezzi di carrozzeria.
E' un incidente gravissimo.
James Hunt, scende di corsa dalla sua McLaren e si prodiga insieme a Regazzoni e Depailler, per estrarre il povero Ronnie dalla vettura in fiamme. In venti secondi riescono ad estrarlo e lo adagiano sulla pista, mentre viene domato l'incendio.
Peterson è cosciente.
Ha fratture esposte ad entrambe le gambe. La scocca della Lotus è completamente aperta fino al volante, le gambe di Ronnie sono devastate.
A pochi metri di distanza, Hunt si sbraccia agitatissimo, perché è ferma a bordo pista la March pilotata da Vittorio Brambilla, che giace esanime in vettura. Nei vari contatti, una ruota lo colpisce sul casco e lo tramortisce. Sembra più grave di Peterson; Brambilla è in coma. Una seconda ambulanza lo porta all'ospedale Niguarda di Milano.

Entrambi i piloti, vengono ricoverati nello stesso nosocomio. Peterson dapprima rischia l'amputazione di una gamba, poi viene operato per ridurre le numerose fratture. La stagione è finita, il mondiale svanito.
Si riprenderà?
Il destino beffardo è in agguato: qualcosa va storto al Niguarda e durante la notte complicazioni polmonari, gli saranno fatali. All'alba di lunedi il valoroso e fortissimo pilota svedese, per tanto tempo in orbita Ferrari, cessa di vivere.
Un' embolia gassosa lo stronca irrimediabilmente.
Aveva solo le gambe rotte.
Poche ore più tardi Mario Andretti, mentre ignaro si reca in auto a trovare il compagno ferito, viene a sapere dal casellante dell'autostrada, che Ronnie è morto.
Polemiche e accuse a non finire.
Si cerca il colpevole a tutti i costi, a partire da chi ha dato lo - start - anticipato. Il giovane Riccardo Patrese viene messo alla gogna, perché ritenuto responsabile da Hunt e da altri piloti di una condotta pericolosa e di aver innescato l'incidente mortale. Il pilota padovano, ha un carattere particolare e scontroso e ha gran parte dei colleghi contro. Nel gran premio successivo a Watkins Glen, gli viene impedito di correre, a causa di un veto esercitato dai suoi stessi colleghi.
Patrese subì addirittura un processo, ma anni dopo, fu scagionato da ogni accusa.
Vittorio Brambilla invece uscì dal suo oblìo e tornò a correre sviluppando le monoposto Alfa Romeo e riuscì a disputare ancora qualche gran premio, fino al 1980.

In campo con le aritmie, RENATO CURI.
- IL PROFUMO DELL'ERBA, MI FA STARE BENE-
Campionato 1976-77, a Perugia va in scena l'invincibile Juventus di Trapattoni, che è ospite in casa degli umbri per la partita di campionato Perugia-Juventus. Quel Perugia, straordinaria squadra plasmata da Ilario Castagner, ha giocatori fortissimi e carismatici come Renato Curi e il fuoriclasse Walter Alfredo Novellino.
Quella domenica piove e fa freddo.
Il centrocampista dei grifoni Renato Curi, dopo aver giocato un ottimo primo tempo, al 5° minuto della ripresa si accascia improvvisamente al suolo vittima di un malore. Attimi di panico, smarrimento.
Curi è esanime. Gli praticano il massaggio cardiaco e la ventilazione bocca a bocca, quindi viene condotto in ospedale. Il valoroso calciatore non riprese più conoscenza. Spirò in ospedale poco dopo.
Avevo 7 anni ed ero a letto per l'influenza.
Intontito dalla febbre, ricordo ancora i servizi di 90° minuto, con le immagini in bianco e nero, dove si vede il povero Curi a terra, esanime e poi adagiato su una barella bianca, portato via dai sanitari. Si seppe, che era entrato in campo con la febbre.
Ma la causa della morte, fu per arresto cardiaco.
Renato Curi sapeva di avere un - cuore matto - , ma pur avendo avuto l'idoneità sportiva, era conscio dei rischi cui poteva andare incontro. Curi soffriva di aritmie a riposo, che scomparivano improvvisamente nel corso delle partite, sotto sforzo.
La sua straordinaria voglia di giocare, che gli procurava anche un inaspettato benessere, si tramutò in dramma e purtroppo per lui arrivò la fine. 
Il sogno infranto di PALETTI.
– FINALMENTE LA MIA CHANCE –
Correva l'anno 1982, siamo in giugno nei giorni del mondiale di calcio e ci troviamo in Canada a Montreal, dove sul circuito ricavato sull'isola di Notre Dame, si stanno schierando le vetture per prendere parte al Gran Premio del Canada di Formula 1.
Il Paddock è ancora scosso perché l'8 maggio, sul circuito di Zolder in Belgio, il beniamino di casa e forse l'ultimo intrepido eroe, si immolò vittima di in un terribile incidente, venendo disarcionato dall'abitacolo della sua Ferrari.
Gilles Villeneuve, canadese di Berthierville, a 38 anni dalla sua scomparsa è ancora il più amato, indimenticato e rimpianto pilota del cavallino rampante.
A Montreal un giovane pilota italiano, il milanese Riccardo Paletti di 24 anni, dopo una mezza stagione di sofferenza, si qualifica per il suo secondo gran premio, in ultima fila, con la sua modesta Osella.
E' la sua vera prima partenza.
Riccardo riuscì a qualificarsi anche nei quattordici piloti, che presero parte al Gran Premio di San Marino a Imola, ma partì dai box e riuscì a compiere solo 7 giri.
Qualificatosi anche a Detroit, nel warm-up mattutino esce di strada a causa del distacco della ruota posteriore destra, che lo sfiora sulla testa e con l'auto danneggiata non potè prendere il via.
Le Osella di quell'anno perdevano spesso le ruote o perdevano pezzi meccanici. Successe a Monza anche all'esperto Jean Pierre Jarier, che si trovò all'ingresso della prima chicane, con l'auto incontrollabile, senza una delle ruote posteriori e percorse entrambe le chicane sulla sabbia, arrestandosi poco prima del curvone. A Detroit, Paletti sarebbe dovuto partire col muletto, ma un contemporaneo problema alla vettura di Jarier, lo privò della macchina, che venne data al pilota transalpino.
A Montreal in pole position c'è l'unica Ferrari in gara, quella di Didier Pironi, ancora al centro di polemiche dopo i fatti di Imola e lo sgarbo al compagno Villeneuve, sfociate poi nella tragedia di Zolder.
Le auto si schierano, in Italia sono le 20. Semaforo verde....via!
La Ferrari di Pironi non parte, resta ferma al palo. Il francese agita un braccio e si rinchiude a riccio all'interno dell'abitacolo, togliendo il piede dal freno. Sulla sua stessa fila è schierato Paletti, che avanza regolarmente dietro alle altre vetture, ignaro della terribile sorte che lo attende.
Con difficoltà, quasi tutte le vetture schivano la Ferrari ammutolita, l'ultimo che ci riesce è il brasiliano
Raoul Boesel con la March, che urta appena la Ferrari e finisce in testacoda, toccando a sua volta la Theodore di Geoff Lees, che ostacola successivamente l'ATS del cileno Eliseo Salazar. Appena si sposta la March di Boesel, si apre una visuale terribile per Paletti. C'è la Ferrari di Pironi immobile, davanti a lui.
Paletti viaggia a 200 km/h.Tenta una frenata disperata, poi lo schianto, tremendo, mortale.
La sua carriera da gran premio dura 200 metri, poi arriva la fine, due giorni prima del suo ventiquattresimo compleanno e purtroppo sotto gli occhi di sua madre, che era arrivata per supportarlo a sua insaputa. La signora è all'interno dei box a pochi passi, e quando vede il figlio che non si muove, vorrebbe entrare in pista a salvarlo.
Ha una crisi isterica, è distrutta dal dolore.
Pironi incolume, scende dall'auto e si dirige verso la vettura blu del costruttore di Volpiano, dove giace lo sfortunato pilota milanese. La scocca dell'Osella per il tremendo urto è rientrata di quasi un metro.
Paletti è ancora vivo, ma in fin di vita.
Appena un commissario tenta di slacciargli il casco, scoppia un incendio sulla sua vettura, che ha a bordo 200 litri di carburante. Suo malgrado Paletti è costretto a respirare anche i fumi dello stesso e degli estinguenti, per molti minuti. Verrà estratto dopo mezz'ora e caricato sull'eliambulanza; un medico continua a praticargli il massaggio cardiaco. Morirà in ospedale poco dopo. Il volante rientrando, gli ha perforato lo sterno.
Solo sfortuna, una tremenda sfortuna.
Didier Pironi incolpevole, suo malgrado vive un secondo dramma. Dopo i fatti di Imola e quelli devastanti di Zolder, si ritrova anche causa involontaria della morte di Paletti.
Il destino due mesi più tardi, presenterà un terribile conto anche a lui.

Una lama spezzata per SMIRNOV.
– ADDIO, FRATELLO RUSSO –
Roma, 17-24 luglio 1982
Al Palaeur in questa settimana di fine luglio, si svolgono i mondiali di scherma, che tornano a Roma, dopo la prima edizione disputata nel 1955, al Palazzo dei Congressi.
Nella nativa Frascati, lo scrivente allora tredicenne, è uno schermidore. Ci sono due società molto forti nella cittadina dei castelli romani: l'A.S. Frascati scherma e l'A.S.C. Cocciano del presidente Mario Castrucci, che poi è la società con la quale sono tesserato.
A Cocciano mi alleno e mi viene data la possibilità, di gareggiare in giro per l'Italia. Inizio da fiorettista, ma la mia arma preferita è la sciabola. Non sono mai stato né elegante, né tecnico, piuttosto ero un atleta disordinato, che andava sovente fuori dagli schemi ermetici, delle armi che impugnavo.
Ai campionati del mondo in svolgimento al Palaeur a Roma, sono in programma i gironi di qualificazione di fioretto maschile, gara a squadre.
In pedana i fortissimi russi, Aleksandr Romankov e il campione olimpico in carica Vladimir Smirnov, che parte da favorito, contrapposti ai tostissimi tedeschi. Smirnov non inizia per nulla bene la sua avventura romana, in quanto viene eliminato già nella fase a gironi, nella gara individuale.
Il 19 luglio poco dopo mezzogiorno, salgono in pedana per i quarti di finale della prova a squadre il temibile tedesco Matthias Behr, anch'esso tra i favoriti e appunto il campione sovietico Vladimir Smirnov, che ha l'occasione per rifarsi e gareggia per l'accesso alla semifinale.
Un assalto molto tecnico, ma appassionante si interrompe drammaticamente sul 4-3 per il tedesco, con un urlo agghiacciante...
AAARRGGHHH!
Sembra un rantolo di un animale ferito.
In una intensa fase di attacco e contrattacco, si spezza la lama del tedesco Behr, venti centimetri al di sotto della punta elettrificata. Dieci centimetri dei restanti 70, dall'impugnatura in su, nella fase di corpo a corpo, si conficcano nelle maglie della maschera di Smirnov.
Non basta. La dinamica è atroce e assurda.
La lama, affilatissima dopo essersi spezzata, pilotata dal braccio del tedesco, oltrepassa la maschera e si conficca nell'occhio sinistro dello sfortunato schermidore russo. Behr resosi conto della dinamica, fa appena in tempo a ritrarre la mano armata, ma la tragedia si è già compiuta.

Poi solamente l'urlo del povero Smirnov e sangue..
... sangue dappertutto.
Smirnov fa in tempo a togliersi la maschera e crolla a terra privo di sensi. Perde sangue a fiotti, dall'orbita del suo occhio sinistro, sangue che fuoriesce anche dalla sua bocca. La corsa in ospedale, dapprima al Sant'Eugenio, poi al policlinico Gemelli, per certificare che il campione sovietico è in fin di vita. Il suo cervello è stato perforato e viene dichiarato clinicamente morto.
Verrà tenuto in vita artificialmente per nove giorni, poi il suo cuore cesserà di battere, per le gravi ferite riportate.
Nella cronaca dell'epoca lessi che l'ermetismo dei media sovietici, forse pilotati dal governo, non fece mai trapelare nella natìa patria, notizie certe sulle reali condizioni funeste dell'atleta.
La moglie Emma Smirnova, denunciò che fù tenuta all'oscuro della gravità dell'infortunio, perfino dal delegato tecnico a Roma. I vertici sportivi le consigliarono di restare nello stato sovietico, che la situazione del marito era sotto controllo. Ma la realtà dei fatti la scoprì solo a decesso avvenuto.
Dopo l'incidente, ci fu la necessità di stabilire nuovi standard di sicurezza nella scherma. Furono abolite le maschere utilizzate sino ad allora e furono sostituite con maschere prodotte con maglie d'acciaio, anti sfondamento. Importanti anche le modifiche alle divise, che dovevano essere in Kevlar, un materiale antiproiettile, in sostituzione di quelle classiche in cotone.

Il giorno seguente, nel tardo pomeriggio, con la nostra società, andammo ad assistere al Palaeur alle gare in programma. L'atmosfera era mesta, si sapeva solo che Smirnov era grave, ma non si pensava a un decesso.
Il tedesco Matthias Behr, visibilmente sotto choc, si ritirò dalla competizione mondiale e tornò in patria. Behr, figlio di una dinastia di schermidori, passa dei mesi terribili. Dichiara a più riprese che non combatterà mai più e cade in una terribile depressione, che lo porterà ad avere istinti suicidi. Poi ne esce, con l'aiuto del suo antico preparatore tedesco e torna alle gare, coronando il sogno con la finalissima alle Olimpiadi di Los Angeles, dove cederà solo a uno straordinario Mauro Numa, medaglia d'oro olimpica.

Ma il tormento di Matthias Behr si riaffaccia sovente: - Non riesco facilmente ad entrare in un supermarket, quando poi devo fare i conti nel reparto dei liquori, con le bottiglie di vodka marchiate Smirnoff - . Recentemente il buon Matthias, ha trovato un po' di sollievo per il suo animo tormentato. A 35 anni dalla tragedia, nel 2017, tramite un contatto a Kiev, è riuscito ad inviare una mail alla signora Emma, la vedova del compianto Vladimir Smirnov, che nel frattempo si è ricostruita una vita con un secondo marito. Emma
Smirnova, percependo lo stato d'animo di Behr, gli ha risposto con gratitudine, sostenendo che quello di Roma è stato solo un drammatico incidente, frutto di una circostanza infausta e che non lo ha mai, ritenuto colpevole. La signora Emma, invitò a Kiev lo stesso Behr per farne conoscenza e nel giro di poco tempo ci fu questo incontro. Commovente l'immagine della signora Smirnova, insieme a Behr, fotografati di fianco al monumento eretto in onore di Vladimir Smirnov.

– La mia scherma –
Due anni più tardi, nel 1984, partecipai al Gran Premio Giovanissimi sempre al Palaeur, facendo un pessimo primo turno. Dopo un'ora, ero già fuori dalla gara. Giancarlo, il mio preparatore atletico di allora, mi prese a male parole.
Ero già instradato sulla via di casa, ma il regolamento prevedeva dei ripescaggi.
Avevo ancora una chance!
Superai agevolmente il turno di ripescaggio dove sconfissi un avversario per 5-0, ed ebbi accesso al secondo turno, ma fui eliminato poco dopo, come sovente accadeva in quel periodo. Vent'anni più tardi, trasferito in provincia di Treviso, riuscii a tornare schermidore con A.S.D. Scherma Castelfranco Veneto, del Maestro Giuseppe Tagliariol e in una gara regionale a Vicenza, vinsi a trentasette anni di nuovo 5-1, contro un giovane atleta trevigiano, che arrivò alle semifinali.
Ruppi due spade in un assalto non semplice e fui eliminato per due sole stoccate a sfavore.

Forte dispiacere, conto dell'armiere salato, ma mi sentivo ancora uno schermidore. Dopo quasi un decennio di pausa, dal 2019 il Maestro Tagliariol, mi sta aiutando a ricostruire, una tecnica schermistica accettabile.
Ho compiuto 51 anni e brandisco ancora una spada.  

L'ultimo volo dell'aviatore VILLENEUVE.
– IO DI CAVALLI CHE MI SPINGONO DIETRO LA
SCHIENA, NE HO BISOGNO COME L'ARIA CHE
RESPIRO –
Il canadese Gilles Villeneuve, nato il 18 gennaio del 1950 a Chambly in Quebec, era probabilmente lo sportivo più famoso e conosciuto il giorno che ha spiccato il suo ultimo volo.
La sua faccia simpatica e birichina, comparve nelle pubblicità già nel 1978, quando il canadese prestava la sua immagine alle scarpe sportive Mecap. Ogni negozio di calzature che vendeva quel marchio, aveva appesa la vetrofania e su ogni scarpa, c'era la foto plastificata del campione, a bordo della sua Ferrari 312 T3.
I tifosi negli anni ‘80 dicevano di avere la Febbre
Villeneuve, termine coniato dall'allora direttore di Autosprint, Marcello Sabbatini. A 38 anni dalla sua morte, siamo ancora in migliaia ad essere febbricitanti.
Sono cambiate le epoche, sono arrivati campioni stratosferici come Senna, Schumacher, Vettel, Alonso e soprattutto Lewis Hamilton, ma non c'è più stato uno sportivo tanto amato e acclamato come Gilles.
Lui che ha vinto così poco. Su 67 gran premi disputati, solo 6 vittorie, 2 pole position, alcuni podi, tante vetture sfasciate.
Un palmares, apparentemente non eccellente.
E' stato invece il pilota più amato dal pubblico, se non il più forte di quell'epoca. Il quattro volte campione del mondo, il professore Alain Prost, disse: - Solo Villeneuve è stato il pilota più forte e talentuoso dei nostri tempi; noi in confronto eravamo solo dei bravi impiegati - .
Detto da Alain Prost, che ha fatto ammattire Ayrton Senna per un decennio e ha perso il mondiale del 1990, proprio a causa di Senna, è un complimento non da poco. Presi definitivamente la Febbre Villeneuve nel giugno dell'81 quando sul secondo canale della Rai, trasmettevano in diretta il prestigioso Gran Premio di Monaco, che si disputava sulle stradine del Principato.
Ero rimasto incuriosito dalla notizia che un'ora prima della partenza della gara, era scoppiato un incendio all'interno dell'Hotel del Loews alla vecchia stazione. L'hotel è proprio sopra il tunnel del circuito, dove le vetture viaggiano a 280 km/h.
I vigili del fuoco spensero l'incendio, ma dovettero riversare parecchia acqua nel tunnel sottostante e c'era il timore che le Formula 1, passando a quella velocità sul bagnato, potessero innescare dei pericolosi incidenti, per via delle gomme slick.
Questo ritardo dell'evento in diretta, mi tenne incollato al televisore. Villeneuve con la sua bella 126 CK turbo, rosso fiammante, era schierato in prima fila di fianco al poleman Nelson Piquet, a bordo della Brabham-Ford.
Un'ora più tardi, Derek Ongaro decide di dare il via. Gilles mantiene la seconda posizione, però non riesce a tenere il ritmo di Piquet e viene poi superato anche dal campione del mondo in carica Alan Jones con la WilliamsFord, che gli prende trentuno secondi di vantaggio. Il miracolo sportivo avviene sul finire di gara, quando Piquet sbatte alla curva del Tabaccaio e Jones a 7 giri dal termine, si ferma ai box per noie tecniche.
Il pilota australiano riparte, ha solo sette secondi di vantaggio sul ferrarista, che avanza minaccioso giro dopo giro.
A quattro tornate dal termine, il sorpasso dell'aviatore (soprannome affibiatogli dai suoi meccanici, dopo le prime piroette al debutto), ai danni di Jones. Non un semplice sorpasso, ma un capolavoro all'interno della Williams-Ford dell'australiano, piazzato a centro pista, sfiorando al millimetro il guardrail esterno.
E' l'apoteosi!
I tifosi in strada e sulle tribune esultano come allo stadio, ai box i meccanici piangono di gioia. Dopo il giro di rientro Villeneuve è esausto, ma la soddisfazione è stampata sulla sua faccia fanciullesca.
Gilles sale sul podio, ma non trova il Principe Ranieri a premiarlo; fa lo stesso, è un tripudio di bandiere e di osanna. L'autorevole settimanale Times (sette milioni e mezzo di copie vendute), pochi giorni più tardi, gli dedica perfino la copertina. Nemmeno Ferrari ha avuto tale onore. E quella dell'80 e dell'81 era sicuramente una monoposto mediocre. Quindici giorni più tardi, se ancora non lo fosse, diventa ancora più famoso. Trionfa in Spagna, sul circuito di Jarama; partenza al fulmicotone dalla quarta fila, al secondo giro è già in seconda posizione alle spalle del solito Jones.
La Williams va forte, troppo forte; esce di strada e Villeneuve è di nuovo al comando.
Ma la gara è lunga, mancano ancora 50 giri al termine e la Ferrari è in difficoltà. Il telaio è modesto, ma la vettura di Maranello ha un gran motore turbo, che gli permette di allungare in rettilineo e distanziare gli inseguitori e soprattutto ha il piede di Villeneuve.
Man mano che i giri passano, si forma un trenino di cinque vetture, tutte in grado di vincere, il distacco tra i concorrenti non supera i 2 secondi.
Gilles le tiene dietro, per quasi quaranta giri. Solo Laffite con la Ligier-Matra, nelle ultime quindici tornate sembra impensierirlo. Il campione transalpino, all'ultima curva affianca il canadese, ma non riesce a superarlo. E' la seconda vittoria consecutiva, epica, ma anche l'ultima della sua breve vita e carriera.
Morirà volando sul circuito di Zolder in Belgio, a causa di una distrazione e un malinteso, in una tetra e sinistra curva all'interno di un boschetto, denominata Terlamenbocht. Era il sabato delle prove, valevoli per la griglia di partenza del Gran Premio del Belgio, un sabato nuvoloso, quell'8 maggio 1982.
Ma Gilles Villeneuve iniziò a morire quindici giorni prima a Imola, dove si disputava il 2° Gran Premio di San Marino, sul circuito intitolato a Dino Ferrari, l'amato e compianto figlio del Drake, morto giovane di distrofia muscolare. La Ferrari '82, era finalmente la vettura più competitiva del lotto. Per trovare un rimedio allo strapotere dei motori turbo, gli assemblatori inglesi (come li definiva Enzo Ferrari), avevano trovato degli escamotage per alleggerire in corsa le proprie vetture, correndo sottopeso e riempendo dei serbatoi con dell'acqua a fine gara per essere conforme alle verifiche.
I tecnici inglesi, avevano trovato il modo di rendere più leggere e veloci le loro vetture, ma ovviamente erano irregolari.
La Ferrari smascherò l'inghippo e per protesta tutti i costruttori inglesi (tranne Tyrrell, che aveva uno sponsor romagnolo), disertarono il GP di San Marino. Al via solo 14 vetture, delle 26 abituali. Centomila gli spettatori presenti in circuito, bisogna fare un po' di cinema. I due piloti della Renault, Prost e Arnoux e i due alfieri della Ferrari Villeneuve e Pironi, si mettono d'accordo per fare una gara di sorpassi fino ad un certo punto della corsa. Poi riprenderanno ognuno le posizioni di partenza e da lì inizierà la competizione vera.
Prost ruppe dopo 7 giri e ad Arnoux andò arrosto il motore a dodici giri dal termine. Rimasero in corsa i due ferraristi, con Villeneuve in testa in quel momento.
E' finita, abbiamo vinto! Basta portare a casa le vetture.
Ma Pironi da quell'orecchio non ci sente.
Normalmente si percorrono le ultime tornate, senza che i due compagni di squadra inizino a lottare tra di loro. Ma questo non avviene. Ai box, i meccanici espongono un cartello equivoco, - slow - che significa andare piano, non mantenere le posizioni. I piloti lo interpretano in maniera diametralmente opposta. Villeneuve che è in testa rallenta; portiamo a casa le vetture che abbiamo vinto.
Pironi non ci pensa nemmeno e alla prima sbavatura di Gilles, passa al comando e invece di rallentare, accelera.
I tempi invece di salire, scendono.
Quando è in testa Villeneuve si gira in 1'37'5 mentre quando in testa va Pironi, si gira in 1'35'5. Gilles ingenuo fino in fondo, crede che Didier Pironi, che fino a quel momento crede un amico, stia facendo ancora del cinema per il divertimento degli spettatori e che si farà da parte prima della bandiera a scacchi. Si illude Gilles che sia così, invece deve sudare sette camicie per tornare al comando prendendosi un bel rischio alla Piratella.
Passano appena due giri e Pironi lo attacca di nuovo al Tamburello e torna a condurre.
Mancano 5 giri al termine e i due gareggiano come forsennati, senza scorrettezze, ma al limite del contatto che metterebbe fuori gioco entrambi. Siamo appena al quarto gran premio della stagione, la concorrenza è stata sconfitta e non c'è motivo di correre con tanta acrimonia tra compagni di squadra. Per tre giri Gilles tenta il tutto per tutto, ma Pironi gli chiude energicamente la porta in faccia e il canadese deve frenare disperatamente alla Tosa, per non tamponare il compagno, che non gli ha lasciato il minimo spazio.
Al penultimo giro, sfruttando la scia al Tamburello, Villeneuve sorpassa finalmente Pironi e si presenta alla Tosa al comando.
Fine delle ostilità pensa Gilles. Ma il tradimento è in agguato. All'inizio dell'ultimo giro le due Ferrari transitano sul traguardo, Pironi staccato di 200 metri sembra aver mollato.
Villeneuve ingenuamente alza il piede, non si aspetta un ulteriore attacco che sa di beffa. Pironi prende la scia del canadese, che si sposta a sinistra, non chiudendo la traiettoria;
i due arrivano alla staccata prima della Tosa, il sorpasso di Didier è all'interno, brutale, a velocità folle e con un accenno a tagliargli la strada.
Pazzesco!
Dagli studi di Blitz in onda su Rai 2, programma televisivo condotto da Gianni Minà che ha Jody Scheckter ospite in studio, si vivono con tensione gli ultimi metri, con il sudafricano che si mette le mani nei capelli.
Mario Poltronieri in cabina di commento, chiede al pilota Sigfried Sthor: - Secondo te, Sthor, dove tenterà adesso l'attacco Villeneuve? -
– - Se questo è l'ultimo giro, Pironi ha vinto! - – risponde serafico Sthor. Ha ragione, siamo alle curve della Rivazza e mancano 400 metri al traguardo.
Ti hanno fregato Gilles, questo è stato a detta di tanti, un vero autentico tradimento.
L'ingegner Mauro Forghieri a capo della squadra corse Ferrari, quel giorno non era ai box per problemi familiari.
Lui ammise che il cartello - slow - fu un errore e che se ci fosse stato lui avrebbe indicato con chiarezza 1°Gilles, 2°Didier. Avrebbe riconosciuto a Gilles il diritto di vincere, sia perché il canadese agevolò la vittoria del mondiale del compagno Scheckter nel '79, sia perché nel biennio '80 e '81 si era sbattuto con una modestissima Ferrari, rifiutando offerte per andare in team più competitivi. Adesso che sembra l'anno buono e può raccogliere i frutti, arriva la beffa. Il direttore sportivo Marco Piccinini, a capo della squadra quella domenica, fu ricoperto di critiche, ma si schierò a favore della vittoria di Pironi senza dare troppe spiegazioni a Gilles, che scendendo dalla macchina, sbraitò
– - E adesso cercatevi un altro pilota! -
Era su tutte le furie il canadese e a ragione.
Non voleva salire sul podio; lo obbligarono gli sponsor, per non indispettire le autorità sanmarinesi. Il compianto Michele Alboreto, al suo primo podio con la Tyrrell (arrivò terzo), riferì di un'atmosfera gelida. Villeneuve imbronciato come un bambino, Pironi con un sorrisetto furbo, ma abbastanza serio e non gioviale.
Era appena iniziata una guerra fratricida, che avrebbe avuto a breve, un epilogo terribile.

– La tragedia di Zolder –
Quindici giorni più tardi, si va a Zolder in Belgio, per la quinta prova del mondiale di Formula 1.
Circuito stretto ma veloce, teatro in passato di tanti incidenti. Solo l'anno prima nelle prove, la Williams di Carlos Reutemann investì e uccise un giovane meccanico di Osella, Giovanni Amodeo, scivolato accidentalmente dal muretto box.
Al via dello stesso gran premio (partito in modo disordinato, per una protesta dei piloti sulla griglia di partenza), sulla Arrows di Patrese si spegne il motore; il pilota padovano si sbraccia, lo notano tutti tranne Derek Ongaro, il direttore di corsa, che accende il semaforo verde in una confusione totale. Un capomeccanico della scuderia Arrows, Dave Luckett, si precipita in pista per tentare di riavviare la vettura di Patrese, ma viene investito dalla Arrows gemella, condotta dall'altro pilota italiano Sigfried Sthor, che dà in escandescenza, credendo di averlo ucciso.
Luckett è fortunato, ha entrambe le gambe fratturate e una commozione cerebrale. La tensione è alle stelle.
Si arriva alla tragica edizione del 1982; nulla fa presagire il dramma, che di lì a poco sconvolgerà tutta la Formula 1. Villeneuve ha deciso che non rivolgerà mai più, la parola a Pironi. I due si incrociano ai box, ma quando uno entra, l'altro esce per il suo giro lanciato.
Sono le 13,47 di sabato 8 maggio.
Sta per concludersi la sessione che decide la griglia di partenza, per il gran premio dell'indomani. Pironi ha ottenuto un tempo migliore di quello di Gilles; il canadese non lo sa, ma sembra intuirlo. All'epoca non c'erano le comunicazioni radio, tra box e pilota. Villeneuve decide di fare un ultimo tentativo per migliorare la sua posizione, ma ha le gomme finite.
L'Ing. Forghieri tenta di dissuaderlo, ma senza successo. Trovano un accordo per fare due giri in tutto, quello di lancio e quello in cui farà il tempo, poi dovrà rientrare.
I meccanici gli montano le quattro migliori gomme usate, ma Forghieri gli intima: - D'accordo Gil, esci, fai un solo giro lanciato, poi ti richiamo ai box! -
Sono le 13,52 di quel maledetto sabato, dove il sole non brilla in cielo. Villeneuve dopo il giro di lancio, ha appena fatto il suo giro veloce, che è un buon giro, ma inferiore a quello di Pironi, che è stato fatto con gomme fresche. Forghieri gli ha già esposto il cartello - box - , ma Gilles sembra andare velocissimo, come se stesse facendo un altro tempo con le gomme finite.
Un pazzo, o un eroe che gioca con la sorte.
Si immette nella chicane dietro la pit-lane, scala due marce, accelera per affrontare il dosso e la successiva discesa che porta alla curva del bosco, la Terlamenbocht. Davanti a lui appare la modesta March numero 17, del tedesco Jochen Mass (amico di Gilles), che viaggia almeno 100 km/h, più lenta della Ferrari del canadese.
Mass, sta rientrando ai box.
La Terlamenbocht, è una piega a sinistra da 240 all'ora da brividi, subito dopo una discesa. E' buia e tetra perché, il bosco di betulle che la circonda, le dà questo particolare aspetto.
Villeneuve scende come un razzo dalla collina, Mass lo scorge e pensa: - Sta facendo il tempo, mi sposto a destra così gli lascio la traiettoria migliore - .
Ma Villeneuve non vuole perdere tempo e ha già deciso: - Stai lì che ti passo a destra, non ti muovere...fermo, fermo.. -
Il tedesco si sposta all'ultimo istante, con la volontà di agevolarlo, ma Gilles gli è già sopra le ruote.
E' la fine!
Dalle immagini televisive si sente Gilles, che innesta la quarta, poi la quinta marcia; è in discesa. Improvvisamente, un colpo sordo...STUMPFFF!
La Ferrari decolla, compie un tonneau completo in aria, atterra di muso, si rialza, continua a capottare. La telecamera per un paio di secondi la perde, ma riappare a centro schermo un'immagine raccapricciante. La Ferrari sventrata, aperta come una scatola di sardine fino all'altezza del sedile del pilota.
Ma il pilota non c'è più.
Nell'ultimo tonneau, Villeneuve viene catapultato fuori dall'abitacolo, con tutto il seggiolino e il suo corpo vola per circa cinquanta metri e a un'altezza di otto. Mass deve virare verso il prato, per non essere schiacciato dalla Ferrari in volo. Il corpo del pilota canadese atterra come un missile, sfondando la prima fila di reti e sbatte contro un paletto di sostegno della seconda fila di reti. Nell'impatto perde il casco, che rotola al suo fianco e la balaclava.
Le sue scarpe, vengono ritrovate a 200 metri di distanza. La televisione mostra queste immagini cruente, che gelano il sangue. La Ferrari giace a centro pista con tutto l'avantreno divelto; il pilota è qualche metro più in là sul prato, in stato di incoscienza. Ha il volto blu/violaceo e sembra non respirare.
Arrivano in soccorso i marshall e alcuni piloti.
Mass si ferma, scende dalla vettura, si china verso Gilles e prova a muovergli un braccio per vedere se reagisce. Arriva anche Arnoux, che ha un'amicizia fraterna con Gilles; Renè dà un'occhiata e scappa via, corre ai box, dove si sente male.
Arriva anche l'odiato compagno Pironi, che recupera il casco di Gilles, ma non si avvicina troppo al corpo inanimato del compagno.
Villeneuve viene portato all'ospedale San Rafael di Lovanio. Si interpellano i migliori luminari neurochirurghi, ma si capisce subito che non ha scampo; apparentemente non ha un graffio, ma purtroppo ha il collo spezzato per 3 o 4 centimetri e se mai riprendesse conoscenza, resterà paralizzato dalla testa in giù, in uno stato puramente vegetativo.

Il direttore sportivo Marco Piccinini, incarica Jody Scheckter di avvisare con la dovuta cautela Joanna, la consorte di Gilles, che non è in Belgio ma nella casa di Monte Carlo, perché la figlia Melanie la domenica mattina, riceverà la Prima Comunione.
Jacques Villeneuve, il figlio di Gilles (campione del mondo di Formula 1 nel 1997, con la Williams-Renault), ricorda che arrivò una telefonata improvvisa e la mamma partì immediatamente. Lui e la sorella capirono subito, che stava per consumarsi un dramma in famiglia. Villeneuve era un agitatore di folle, un temerario che con il suo ardimento, ti teneva incollato alla televisione, anche quando era in decima posizione.
Sapevi di sicuro, che avrebbe tentato qualche manovra impossibile e ottenuto un risultato non alla portata della vettura.
Lui dava sempre il massimo, anche quando la vettura non glielo permetteva. Ecco perché le sue gesta e le sue poche vittorie sono considerate eroiche.
Erano gli anni della Febbre Villeneuve.
Il canadese era conosciuto da tutti, anche da chi con l'automobilismo non aveva nulla a che spartire. Lo adoravano famiglie intere, nonne, mamme e bambini. Era famoso come Il Pirata Marco Pantani, straordinario agitatore di folle nel ciclismo, qualche anno più tardi.
Quel sabato pomeriggio, ero in piazzetta con i miei amici e sentii urlare mia madre che mi chiamava da casa.
– - A Mà, ma che vuoi... cosa c'è!? -
Insisteva, mi fece più volte cenno di tornare a casa. Mi chiedevo cosa volesse, cosa avesse di tanto importante da dirmi.
Stavo salendo le scale e mi disse: - Sai cos'è successo?
Gilles è morto! -
– - Comeee, Gil è morto? -
Nelle trasmissioni in onda, alcune sovrimpressioni accennavano a questo terribile incidente.
Verso le 17, nell'edizione del telegiornale, trasmisero le prime terribili immagini dello schianto mortale. Mi si gelò il sangue a guardare il mio idolo sbatacchiato come un fantoccio, prima in aria, poi contro le reti.
La respirazione bocca a bocca, i tentativi per rianimarlo. Io rimasi senza parole, a mia madre veniva da piangere: - Mi fà come un non sò che.. - , – disse incredula.
– - E adesso? -
- Alle 18 c'è la messa da Don Umberto, vai e prova a dire qualche preghiera che non muoia - .
Gilles non era ancora morto, ma era clinicamente morto. Il cervello era andato, ma il suo cuore batteva ancora.
Dissi tutte le preghiere di cui ero capace, ma alle 21,12 di quel sabato 8 maggio 1982, forse il più grande e amato campione dello sport motoristico era volato via. Sono trascorsi 38 anni dalla sua scomparsa e la Febbre Villeneuve è ancora alta.
Neanche il sacrificio di Ayrton Senna, dodici anni più tardi, è riuscito a scalfirne la sua fama e il suo ricordo. Alle recenti commemorazioni di questi due grandissimi campioni, ho voluto essere presente.
A Fiorano, l'8 maggio del 2002, è stata organizzata dalla Ferrari, una giornata dedicata a Gilles, nel trentesimo anniversario dalla sua scomparsa. Il figlio Jacques, è stato invitato dal presidente Luca Cordero Di Montezemolo, per compiere alcuni giri di pista con la Ferrari 312 T4 del papà, messa a disposizione dalla famiglia Giacobazzi, che ha affiancato Gilles in tutta la sua breve carriera mondiale.
A Imola, il 1° maggio del 2014, un'altra bella e straordinaria commemorazione dedicata a Senna, - l'Ayrton Senna Tribute - . Alla presenza di ventimila appassionati, tutti quanti a rendere omaggio al campione brasiliano, alla curva del Tamburello, nel ventennale dalla scomparsa di Ayrton,

L'emozione unica e più grande, l'ho vissuta però il 23 luglio del 2019, quando dopo 37 anni, sono riuscito a recarmi a Zolder a rendere omaggio al campione canadese e a deporre una rosa rossa, sulla stele in suo ricordo. Da quella visita è nato un ulteriore racconto, - Una rosa per Vilnòf -

Alessandro Troiani
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